"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
05mar
di Pietro Ruggieri |
| La luce: l’elemento che ammalia l’occhio di chi per la prima volta ammira i capolavori di Annibale Carracci (1560 – 1609), il più famoso dei tre cugini Carracci e forse il più importante artista che Bologna abbia mai vantato. A volte è la luce abbagliante e vivida che illumina il neonato Salvatore dell’Adorazione dei pastori o il corpo esanime del Cristo e i tragici volti delle tre Marie nella Pietà; altre volte è una luce morbida che accarezza una schiena nuda di donna o una capigliatura, fa splendere un diadema, invade un ambiente a sottolineare l’importanza dell’accadimento, irradia il volto del pittore, si insinua tra le foglie degli alberi di paesaggi mitologici antichi e oscuri. Restiamo immoti e immemori dinanzi a ciascun dipinto, sia che ci descriva un evento sacro sia che ci mostri un momento qualunque della vita quotidiana. La luce crea un legame intenso e misterioso tra il nostro momento e il tempo fissato nei capolavori di Annibale, che si animano e prendono vita, e per un istante diventiamo parte di essi. E’ forse per questo, oltre che per la varietà dei temi trattati e la reinterpretazione del classico con il “vero”, che Annibale Carracci fu osannato già dai suoi contemporanei e ammirato come un nuovo Raffaello. Annibale Carracci, 25 gennaio / 6 maggio 2007 Roma, DART, Chiostro del Bramante |

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