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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 19/06/2007 @ 18:26:53, in Mostre, linkato 253 volte)
di Pietro Ruggieri
La dimensione onirica e il simbolismo rappresentano i pilastri della produzione artistica di Marc Chagall (1887-1985) e i due aspetti che maggiormente ci affascinano. La realtà viene trasfigurata dai sogni e i sogni si tramutano in storie reali che si svolgono e si consumano davanti ai nostri occhi. Le case rovesciate, le prospettive distorte, le figure umane dai corpi ondeggianti e flessuosi, i violinisti seduti allegramente sui tetti, l’affollarsi di oggetti, animali e persone in un turbinio di colori e di forme ci riportano ai nostri sogni più belli e, talvolta, ai peggiori incubi notturni.
I capolavori di Chagall sono evocativi: raccontano della sua infanzia serena, anche se povera, degli affetti familiari e dell’amore per gli animali, sempre presenti, anch’essi deformati dall’immaginazione, nei suoi dipinti. L’amore è rappresentato nelle sue forme più serene e rassicuranti: l’amore degli amanti, degli innamorati, degli sposi, della madre per il suo bambino, l’amore che fa palpitare e rende leggeri i corpi fino a farli volteggiare nell’aria e che infonde speranza anche nei momenti più bui e tristi della storia dell’uomo e dell’umanità. Anche quando Chagall piange per la morte della moglie Bella o esprime tutta la sua angoscia per le persecuzioni degli ebrei e per la guerra, lascia sempre un segnale di speranza in un futuro migliore, rappresentato ora da un lume o da una candela accesa, ora da un astro luminoso o da una madre che culla il suo piccolo in fasce. La visione fantastica dei sentimenti più nobili dell’uomo è la vera forza dell’opera di Chagall.

Chagall delle Meraviglie, 9 marzo / 1 luglio 2007
Roma, Complesso del Vittoriano
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 Galaad Edizioni (del 18/06/2007 @ 18:23:23, in Libri, linkato 476 volte)
di Tito Di Camillo
La morte il 23 aprile 2007 di Kurt Vonnegut rappresenta una triste occasione per scoprire, o ritrovare, uno dei grandi scrittori contemporanei americani, la cui opera è in corso di ripubblicazione da Feltrinelli.

Nell’agile libretto sono raccolti 12 articoli, selezionati tra quelli con i quali l’Autore aveva di recente collaborato alla rivista americana di orientamento progressista “In these days”, insieme a una serie di illustrazioni dello stesso scrittore e una poesia finale.
Nei pezzi sono passati in rassegna alcuni dei temi più cari all’Autore. Per citarne due: l’orrore della guerra, rappresentata dal ricordo del bombardamento di Dresda del 1944, del quale lo scrittore, soldato prigioniero dei tedeschi, fu uno dei pochi superstiti; l’amore per l’America, che Vonnegut vorrebbe socialista e pacifica, molto diversa da quella che la cronaca quotidiana racconta (da qui il titolo “Un uomo senza patria”).
E l’Autore va contro questa America, ricordando ai lettori le figure di altri grandi americani che si sono battuti per la libertà e la giustizia.
Non mancano considerazioni amaramente sarcastiche sulla catastrofe ecologica cui, secondo Vonnegut, siamo inesorabilmente destinati a causa dello sfruttamento delle risorse naturali, e una feroce critica al capitalismo dissennato che imperversa nel mondo.
Il tutto è condito da taglienti, pessimistiche considerazioni sulle ipocrisie sulle quali si regge la società in cui viviamo e da gradevoli spunti autobiografici, solo apparentemente banali, che fanno riflettere, ad esempio, su quanto del buon sapore di una vita condotta secondo ritmi più naturali perdiamo cullandoci nelle comodità oggi a nostra disposizione.
Nel libro, molto scorrevole alla lettura, si ritrovano tutte le doti di arguzia, umorismo e umanità che hanno reso Vonnegut uno dei più celebrati autori americani degli ultimi anni, insieme al suo personale, cosmico pessimismo sulla natura umana.

Gli articoli selezionati sono tutti gustosi, e il libro è da assaporare adagio, lasciandosi prendere dall’empatia che l’Autore sa creare con il lettore.

Un uomo senza patria
Kurt Vonnegut
minimum fax
Traduzione di M. Testa - 116 p.
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 Galaad Edizioni (del 17/06/2007 @ 18:01:48, in Musica, linkato 269 volte)
di Riccardo Colli
(Il disco) “Viaggio in Italia” è un album di Alice uscito nell’autunno 2003, ed è tuttora la sua ultima fatica discografica. Curiosa è la gestazione di questo lavoro, realizzato insieme al produttore Francesco Messina: inizialmente doveva chiamarsi “Le parole del giorno prima”, ed essere un progetto dedicato a canzoni della musica leggera contemporanea con testi scritti da grandi poeti e narratori. Fin dalle prime registrazioni, però, una sorta di “auto-dirottamento” involontario ha spostato l’interesse di Alice sui grandi autori della musica italiana, e così è nato un diverso progetto con un nuovo titolo.
Si tratta di un album composto in prevalenza da cosiddette “ cover”, ma in più ci sono un inedito di Battiato/Sgalambro (“È stato molto bello”), due poesie di Pier Paolo Pasolini musicate da Mino Di Martino (“Al Principe” e “Febbraio”) e, anomalia delle anomalie in un disco dedicato ad autori italiani, due canzoni in inglese: “Islands” dei King Crimson e “Golden hair” di Syd Barrett (da una poesia di James Joyce), cantate insieme a Tim Bowness dei No Man.
(Rece-sensazione) L’artista forlivese, signora dagli squisiti gusti musicali e letterari a quanto pare, sceglie con cura dalla discoteca del proprio salotto pagine intense di Ivano Fossati (“La bellezza stravagante” e “Lindbergh”), Fabrizio De Andrè (“Un blasfemo”), Francesco De Gregori (“Atlantide”), Lucio Battisti nel periodo panelliano (“Ecco i negozi” e “Cosa succederà alla ragazza”), Francesco Guccini (“Auschwitz”), Giorgio Gaber (“Non insegnate ai bambini”) e ancora Franco Battiato (“Come un sigillo”). Sono canzoni in cui il valore della parola è in primo piano rispetto alla musica, che spesso è un elegante e curato tappeto elettronico, impreziosito da interventi come quelli di Paolo Fresu alla tromba nel brano di apertura “Come un sigillo” e in “Islands”. A volte ci si emoziona ascoltando parole di altri e le si fanno proprie, e Alice allo stesso modo si emoziona in questo disco; anche per questo si capisce subito che non è il solito disco di cover, ma più l’espressione di uno stato d’animo interiore attraverso le parole e la musica di canzoni altrui.
(Patchwork di testo) Per essere poeti bisogna avere molto tempo, ore e ore di solitudine sono il solo modo perché si formi qualcosa che è forza, abbandono, vizio e libertà / La vita è sospesa, la vita è sorpresa / My dawn bride’s veil, damp and pale, dissolves in the sun / La vogliono ricoprire di cioccolata, la vogliono servire in bocca, a una bocca sterminata di forno / Ditele che l’ho perduta quando l’ho capita, ditele che la perdono per averla tradita / La voglio fare tutta questa strada, fino al punto esatto in cui si spegne / Dentro quel cerchio l’amore per se stessi trovava che tutto gli assomigliava / Le pagine in cui Antonio con Cleopatra si strapazzano ancora, come otarie dalle braccia ormai implicite nell’altro / Io non invecchio, niente più mi imprigiona / Ponimi come un sigillo sul tuo cuore.
(Cosa non piace) A volte la musica viene messa in secondo piano; è vero che i testi sono la cosa più importante, lo intuiamo fin dai primi secondi del disco, ma qualche impennata strumentale in più, come nelle due canzoni con Paolo Fresu, non sarebbe dispiaciuta. Di una nuova versione di “Auschwitz” di Guccini forse non ce n’era bisogno; è vero che c’è una piccola modifica al testo (Guccini canta “io chiedo quando sarà che un uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare”, Alice canta “non credo che l’uomo non potrà imparare a vivere senza ammazzare”), ma la canzone è stata interpretata già da moltissimi artisti e inoltre non sembra pienamente nelle corde di Alice.
(Cosa piace) Tutta la concezione dell’album, con il suo percorso letterario-musicale. Mettere in musica due poesie di Pasolini. Dare risalto a un breve componimento di Joyce messo in note da Syd Barrett, il folle genio psichedelico dei primi Pink Floyd. Realizzare un progetto poco inquadrabile, tanto che non lo si può considerare né un vero album di cover né album di inediti. Includere due canzoni di Battisti, ma risalenti al periodo 1986-1993, segnato dal binomio col poeta Pasquale Panella e da testi enigmatici e giocosi: un periodo che, dopo l’iniziale sbigottimento, è sempre più riscoperto e apprezzato.
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"Nessuno può mai essere veramente ferito se non da ciò che altera la sua natura."
(Storia di una fattoria africana, Olive Schreiner)

"Nessuno sa quante ribellioni fermentano nelle masse di esseri viventi che popolano la terra."
(Jane Eyre, Charlotte Bronte) 

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