"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
di Matteo Pugliares |
| Nuovo, appassionato esercizio di avvicinamento al mistero della vita attraverso il reale, il mitologico, il mescolare parole antiche e contemporanee per confondere e illuminare in un solo istante. È questo il percorso che ci propone Luca Militello nel suo Quadrifoglio, senza paura di attingere dagli antichi meandri della cultura e renderli nuovi. Emerge una poesia nuda e viva, costruita attraverso una serie di "incontri", pensieri, movimenti creativi cadenzati da un profumo remoto. Parole, quelle di Militello, che indicano riflesso e mobilità e si appropriano del ritmo vibrante dell’anima che, a volte, grida e protesta in una sorta di empatia corale, altre volte s’insinua dentro le pause di un silenzio o di un vuoto enorme, dal quale affiora la Musica. L’infanzia, gli amori, i vuoti, gli spifferi della vita, il chiedersi la ragione dei trambusti, i sogni realizzati e quelli che crollano, liberano con le parole altra musica, cuore d’ogni verso, capace di bucare il cielo, spazio breve e ultimo, eppure infinito. Non so quanto Militello ne sia cosciente, ma la sua poesia, pur nella acerbità della sua giovane età, riesce a svelare la capacità di ricercare un senso, di coinvolgere il lettore e fargli respirare la vita, in barba a chi sostiene che la poesia non ha più niente da dire; e, invece, è la poesia che accompagna il cammino dell’esistenza. Constatazione confortante, in un mondo che tende a negare l’interiorità per accaparrarsi l’ultima apparenza, in un mondo che ha paura di parole che t’inducono a riflettere, a meditare, a filosofare, ad ascoltare Un cigno che canta prima di morire. Quadrifoglio Poesie di Luca Militello Proposte Editoriali |
di Giuliana Friscia |
| Si può cogliere il piacere di una lettura veloce e intensa ne “La Sonata a Kreutzer”. Un racconto per certi versi autobiografico, nel quale l’autore di “Guerra e Pace” e “Anna Karenina” sfoga il senso di oppressione ingenerato in lui dal matrimonio borghese, disegnandolo non come un’unione sacra, ma come un legame la cui indissolubilità può distruggere l’equilibrio dell’anima. L’io, completamente soffocato dal pensiero dell’altro, perde quello stato di autopercezione oggettiva necessario a mantenere una certa lucidità e razionalità, la follia prende il sopravvento e il concetto di “giusto” si confonde tra le paranoie, la gelosia e l’insicurezza tipici di uno spirito incosciente. Ed è proprio l’incoscienza lo stato mentale che domina il racconto. È l’incoscienza che porta il protagonista, Pozdnysev, a compiere un gesto efferato e poi a raccontare, con distaccata naturalezza, il come e il perché di tanta atrocità. L’unica nota leggera potrebbe essere data dal contesto in cui si svolge la narrazione: il vagone di un treno. I treni richiamano sempre situazioni di incontri fugaci e poi dispersi nelle stazioni di arrivo. Si ha l’impressione che, chiacchierando durante il viaggio, le parole corrano via assieme alle rotaie, come se si stesse vivendo una scena surreale. Nel tempo di percorrenza ferroviaria tra una città e l’altra, Pozdnysev racconta a un perfetto sconosciuto tutta la sua vita. Non sa nulla del suo interlocutore e non è interessato a conoscerlo: vuole solo essere ascoltato. Da questo punto di vista, il racconto, scritto tra il 1887 e il 1889, presenta un aspetto dolorosamente attuale: tutti siamo alla ricerca di qualcuno che ci ascolti, senza pretese di consigli, insegnamenti o paternali. Può bastare un semplice volto sconosciuto, disposto a prestarci un po’ di attenzione e di tacita complicità. “La Sonata a Kreutzer” ha un’impostazione quasi teatrale: il protagonista sviluppa un lungo monologo, interrotto solo dalle sue stesse riflessioni, e la scena si svolge in un unico ambiente. La stessa descrizione di Pozdnysev, soprattutto dei suoi movimenti, è talmente accurata che il lettore riesce a immaginarlo alla perfezione, come se lo avesse davanti agli occhi, in carne e ossa, intento a recitare la sua parte. La morale del romanzo è racchiusa nei versetti di Matteo (5.28) che Lev Tolstoj, fervente religioso, riporta all’inizio del racconto: "Ma io vi dico: chiunque guarda una donna con concupiscenza, in cuor suo ha già commesso adulterio su lei". La sonata a Kreutzer Lev Nikolaevic Tolstoj Einaudi Pagg: 125 |
di Paola Vagnozzi |
| La vita è molto complicata per Remy, il topino gourmet che non si accontenta di frugare nella spazzatura e cibarsi di miseri avanzi. Dotato di un naso finissimo e di un gusto innato per combinare odori e sapori, sogna l’alta cucina e si sente fuori posto tra gli altri topini: è nato diverso, e non ha nessuna intenzione di adattarsi. Dopo una serie di spericolate peripezie, si presenta per lui l’occasione inattesa di realizzare il suo sogno più ardito, lavorare nientepopodimeno che a Parigi, tempio della cucina sofisticata par excellence, nel ristorante dello chef più bravo del mondo, Auguste Gusteau. Ma anche qui il piccolo roditore è un outsider non gradito, e riuscirà a esprimere il suo talento nascondendosi sotto il cappello dell’umile sguattero Linguini e manovrandolo come un burattino. “Ratatouille” è uno dei migliori film dell’anno, non solo grazie all’animazione vivace, ai dialoghi profondi e arguti, a un plot sapientemente costruito e ricco di trovate scoppiettanti ed esilaranti colpi di scena, ma soprattutto perché è un inno alla ricchezza inestimabile della diversità e al potere immenso della fantasia, unico vero motore di ogni evoluzione, capace di rovesciare gli schemi, travolgere gerarchie, sovvertire verità precostituite. All’insegna del motto “Tutti possono cucinare” questo piccolo gioiello dell’animazione è un rutilante invito a seguire le proprie passioni e ad esprimere la propria unicità, senza mai accontentarsi della pappa pronta, perché il cambiamento è insito nella Natura, come dice il saggio topino a suo padre, e in una memorabile sequenza del film il suo talento e il suo coraggio otterranno il più imprevedibile dei riconoscimenti, quando l’occhiutissimo critico Anton Ego (vera trovata geniale del film, doppiato nell’originale da Peter O’Toole) si scioglierà al primo assaggio di fronte a una ratatouille, un piatto semplice e povero, ma reinterpretato dal brillante topino con tale sublime maestria da suscitare emozioni degne di una madeleine proustiana. Pochi possono diventare Grandi Artisti, chiosa l’augusto recensore, ma un Grande Artista si nasconde in ognuno di noi, persino dove non ce l’aspetteremmo mai, persino nell’animo intrepido di un minuscolo ratto dei bassifondi. |
12ott
di Giuliana Friscia |
| Immaginate di aver portato a termine la vostra opera d’arte e improvvisamente perdere la vista! Immaginate di esservi perdutamente innamorati e improvvisamente perdere l’oggetto del vostro amore! Immaginate di aver disegnato la vostra vita e improvvisamente perderne il foglio! Kipling lo ha immaginato prima di noi e in questo romanzo traccia i contorni delle sensazioni che si vivono negli istanti in cui tutto è perduto. Angoscia, immobilità e frustrazione, ma anche soddisfazione e saccenza: questo è Dick Heldar. Ne “La luce che si spense” viviamo la vita di un giovane avventuriero che disegna tutto ciò che vede, prova, sente. Supera tanti ostacoli e trova l’amicizia fidata di un giornalista di guerra. Resta fedele al suo cuore e alla sua arte. È coraggioso e sfacciato. Ma dentro cova tanta paura e forse sa già cosa il destino gli ha riservato. La sua infanzia non è tanto più facile della sua maturità. Orfano, viene allevato da una tutrice perfida e maniacalmente religiosa. Kipling riflette sulla comicità amara e a volte tragica della vita che prima ti dà e poi ti toglie, ti sorride e poi ti colpisce alle spalle, ti aiuta e poi ti scaraventa giù, in un baratro così profondo che lo stesso Dick Heldar non sarebbe stato capace di disegnarlo. Un buio in cui non esistono i colori, neanche il nero. Un buio in cui il silenzio fa paura e il suono disturba. Un buio che rende schiavi i sensi e paralizza la mente. Un buio in cui ogni stimolo di reazione è una coltellata. L’autore, come ogni scrittore, esprime le sue paure e le riversa sul personaggio. Forse cerca una spiegazione o solo una via di fuga. Forse spera che facendole vivere a Dick Heldar, lui riuscirà a liberarsene. Purtroppo non potremo mai veramente sapere perché Kipling scrisse questa storia, possiamo solo immaginarlo, intuirlo, supporlo, ma mai affermarlo con assoluta certezza. Questo è il limite dell’uomo: non potrà mai sapere la verità che appartiene a ogni altro uomo. Ed è proprio questo il nodo centrale de “La luce che si spense”: l’ignoto. È la paura di non controllare la nostra vita e quella altrui. È il desiderio di sentirci padroni di un luogo che in effetti non ci appartiene. È il bisogno di nascondere la nostra debolezza fatta di carne e ossa. Per tutto ciò l’uomo è sempre alla ricerca di nuovi mondi e di nuove esperienze ma, come scrisse Marcel Proust, "Il vero viaggio non è scoprire nuove terre, ma avere nuovi occhi". La luce che si spense Rudyard Kipling Fabbri Editori Pagg: 266 |

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