"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
di Roberto Ruggieri |
| In un periodo in cui la figura di Gesù è diventata “di moda”, ispirando innumerevoli saggi, romanzi, articoli, pellicole e trasmissioni televisive, la pubblicazione del libro di Papa Benedetto XVI sembra collocarsi in mezzo al calderone del “botta e risposta” mediatico tra ateismo e cristianesimo, tra pseudo-storicismo e miope dogmatismo religioso, tra narrativa e teologia. Ma chi si appresta alla lettura di questo libro con l’aspettativa di trovare la replica del Pontefice alle moderne argomentazioni anti-cristiane, presentando le prove inconfutabili dell’esistenza di Dio fatto uomo, non potrà che rimanere deluso fin dalle prime pagine. Nella stessa introduzione Benedetto XVI, pur riconoscendo come indispensabile il metodo storico-critico per l’esegesi delle Scritture e per la formazione della fede cristiana, sottolinea come tale metodo “non esaurisce il compito dell’interpretazione per chi nei testi biblici vede l’unica Sacra Scrittura e la crede ispirata da Dio”. È ovvio che Gesù viene presentato in queste pagine da chi, per antonomasia, ha la massima “fiducia nei Vangeli”, da chi, quindi, non può e non deve dimostrare la filiazione e la comunione di Cristo con Dio stesso, in quanto le stesse Scritture descrivono “una figura storicamente sensata e convincente”. Questo libro, che rappresenta la prima di due parti di un’opera ancora in fase di ultimazione, è incentrato sull’attività pubblica di Gesù, espressa in momenti emblematici della sua vita quali quelli del discorso della montagna, dell’insegnamento della preghiera del Signore (il Padre Nostro), della narrazione delle parabole. “Gesù di Nazaret” è uno stimolante percorso di approfondimento e comprensione del “Figlio di Dio” e del “Figlio dell’uomo”, attraverso l’analisi delle parole e delle azioni di Gesù stesso e di tutti i personaggi che lo hanno incontrato e vissuto, e anche di coloro che lo hanno preannunciato in vari passaggi del Vecchio Testamento, le cui frequenti citazioni instaurano nel libro una sorta di legame iper-testuale tra i Vangeli e gli scritti veterotestamentari. Il filo invisibile ma costante, che lega ogni evento e ogni discorso raccontato e analizzato, è quello che conduce all’atto “finale” (da cui scaturisce un nuovo inizio): la morte di Gesù. Il gesto supremo conferisce il vero senso a tutta la sua vita: racconti, metafore, insegnamenti a volte anche sibillini, consolazioni, moniti, semplici azioni e grandi miracoli trovano piena compiutezza in quell’unico attimo. Con la propria passione Gesù trasmette un messaggio rivoluzionario che fonde la “caduta” con l’”esaltazione”, la “bassezza” con l’“elevatezza”, il sangue dell’estremo dono di sé con l’acqua quale sorgente di vita sgorgata dalla morte stessa. Dal punto di vista stilistico, infine, questo libro non consente distrazioni, ma richiede interesse e costanza per comprenderne pienamente l’intento e il significato. La profonda impostazione teologico-filosofica dell’autore non ne ha fatto un’opera da leggere “tutta d’un fiato”: il rischio è quello di non completarne la lettura, etichettandola affrettatamente come mero testo catechistico. Gesù di Nazaret Joseph Ratzinger Rizzoli |
di Alberto Sannite |
| Romania, 1938. Dominic, un professore di linguistica settantenne, sopravvive dopo essere stato colpito da un fulmine, grazie al quale si ritrova miracolosamente ringiovanito nel fisico e possessore di facoltà mentali incredibilmente potenziate. Queste nuove eccezionali capacità intellettive, insieme alla ritrovata giovinezza, gli permetteranno di completare l’opera di una vita di studi, ovvero un libro sul linguaggio, la coscienza e il tempo. Deve tuttavia proteggersi dal pericolo costituito da scienziati e spie naziste, che lo costringeranno alla fuga. Durante l’esilio incontra Veronica, la reincarnazione del suo grande amore di gioventù, con l’aiuto della quale è in grado di perfezionare l’impegnativa ricerca, fino al momento in cui si rende conto che proprio quegli studi stanno lentamente uccidendo la sua amata, circostanza che lo obbliga a scegliere l’amore a discapito della pubblicazione, che non vedrà mai la luce. Francis Ford Coppola torna dietro la macchina da presa dopo dieci anni, e lo fa nel modo più distante possibile dallo stile di Hollywood, lontano dall’atmosfere americane e con una sceneggiatura da pura pellicola indipendente, quale è in effetti “Un’altra giovinezza”, adattando per lo schermo il romanzo del romeno Mircea Eliade, storico delle religioni. Un film che scorre veloce e senza esitazioni nella prima parte, pervasa dal mistero dell’affascinante vicenda umana del protagonista, al quale un oscuro gioco del destino offre imprevedibilmente una seconda possibilità, contraddistinta dal concetto filosofico del “superuomo” e caratterizzata dall’onirico tema del doppio, rappresentato come inconscio o lato oscuro. Sfortunatamente, nella seconda parte il film si sfilaccia e il tono è appesantito dal’introduzione di nuovi contenuti, come la trasmigrazione delle anime, la concezione circolare del tempo propria del pensiero orientale e il significato ultimo dell’amore. Forse troppo per un lungometraggio che, in questo modo, diviene ermetico e confuso quanto uno studio teorico a sé stante e sembra confezionato da Coppola quasi esclusivamente per il proprio autocompiacimento, senza pensare al prevedibile smarrimento degli spettatori, il più delle volte impreparati all’esplorazione di tematiche tanto vaste e complesse. La mano del maestro è ad ogni modo evidente, principalmente nelle ottime riprese, nella fotografia e nella direzione degli attori, ma si ha l’impressione che manchino il sentimento e l’emozione, e di contro ci sia troppa cerebralità in questa storia difficile da rendere al cinema, perché non riesce ad avvincere come vorrebbe. |
13nov
di Giuliana Friscia |
| Un film sulla musica, sul dolore, sull’abbandono. La storia di un uomo che perde se stesso, con la morte del fratello; ripudiato dal padre e commiserato dalla madre. Un uomo al quale Dio ha concesso più di una possibilità. La biografia di un cantante che raggiunge il successo scrivendo canzoni per se stesso, canzoni che raccontano la sua verità, canzoni che esprimono i suoi sentimenti. Naturalmente nell’anima di ogni artista è in agguato il pericolo della sofferenza, della perdizione, della debolezza e infatti Johnny Cash, famoso cantante country degli anni cinquanta, ha un’esistenza travagliata e difficile, in bilico tra follia e semplicità. Fondamentali sono state le donne della sua vita: la prima moglie, la collega, e in seguito seconda moglie, June Carter, la madre. Loro sono state la sua forza e la sua speranza e a loro si deve soprattutto il suo ritorno da un viaggio verso la morte. Strano a credersi, ma Johnny Cash credeva fermamente in Dio ed era attraverso le sue canzoni che praticava la sua fede. Nonostante tutto è stata un’anima continuamente in pena, piena di contraddizioni, come se volesse punire se stesso di una sola e sconfinata responsabilità: la morte del fratello. Per lui cantare non significava successo, denaro, belle donne; piuttosto sul palco riusciva finalmente a trovare, anche per pochi minuti, quella pace dell’anima tanto agognata. “Quando l’amore brucia l’anima” non si riferisce solo al più tradizionale degli amori, quello tra un uomo e una donna; ma si tratta dell’amore per se stessi, per la musica, per la redenzione degli umili. Il regista, James Mangold, ha perfettamente ricreato l’atmosfera di quegli anni grazie alla fitta collaborazione, per lunghi sette anni, con gli stessi Johnny Cash e June Carter. Il lavoro è stato intenso ma i risultati si vedono: la pellicola catapulta lo spettatore in un’epoca in cui fare musica significava darsi completamente al sacro pubblico. La costante dell’intero film è la passione che “brucia l’anima” della musica. Per più di due ore lo spettatore vedrà un Johnny Cash costantemente vestito di nero; quando gli dicevano: "Così vestito sembri uno che va a un funerale", lui rispondeva: "Forse è così". |
di Paolo Ruggieri |
| The Golden Age, sequel di Elizabeth, è la storia di due lotte che s’intrecciano, quella dinastica contro le mille congiure orchestrate da Maria Stuarda per soffiare il trono alla cugina, e quella esterna contro il re Filippo II di Spagna, che con la sua Invincibile Armada tenta d’invadere l’Inghilterra per convertirla al cattolicesimo. Ma la nuda vicenda storica (ricostruita con molte imprecisioni) offre lo spunto per esprimere altro. Elizabeth viene mostrata nei suoi lati più vulnerabili, priva dell’aura di divina regalità che caratterizza la sua immagine pubblica e la separa dal mondo come una lastra di vetro. Desidera l’amicizia dei suoi sudditi, la serenità interiore e l’amore dell’avventuriero Walter Raleigh, e con lui vorrebbe solcare i mari alla scoperta del Nuovo Mondo. Ma è una regina e ha un preciso dovere: perseguire il bene del suo popolo, sacrificando le aspirazioni più intime. Questo conflitto accompagna lo spettatore per tutto il film finché, salva l’Inghilterra, Elizabeth comprende che è davvero se stessa solo donandosi alla sua gente e la rinuncia ai figli e all’amore non è un sacrificio ma una scelta di libertà se può consentirle la compiuta realizzazione della sua identità e del suo destino. La ricerca della libertà è infatti l’altro tema fondamentale del film. Neanche la Chiesa Cattolica (a quei tempi equipaggiata dell’arma della Santa Inquisizione) può soffocare l’innato desiderio di libertà dell’uomo, e quando gli Spagnoli tentano di conquistare l’Inghilterra in nome di Cristo sono destinati a soccombere senza scampo. Il mare in tempesta, il cielo carico di nere nubi, le inaccessibili scogliere della Cornovaglia e il vento potente cospirano con gli Inglesi, in difetto di uomini e navi, per aiutarli a respingere l’aggressione spagnola. Sin dalle prime sequenze il colore dei sontuosi abiti regali annuncia, come un presagio, quest’alleanza tra Elizabeth e le forze della Natura: blu come il cielo, oro come il sole, verde come le foreste, in netto contrasto con il rosso scarlatto degli abiti di Maria Stuarda e delle alte gerarchie ecclesiastiche. Solo nel momento di massima crisi, sia per l’Inghilterra che per Elizabeth, la regina indossa un abito viola, il colore della metamorfosi, della transizione dal negativo al positivo. Elizabeth risolve ogni conflitto e alla fine la vediamo trionfante in uno splendido vestito bianco e argento, a simboleggiare la purezza e la ritrovata armonia. |
di Giuliana Friscia |
| Lasciarsi travolgere da un turbinio di sentimenti, viaggiare lungo terre lontane, specchiarsi nella acque profonde della propria anima, carezzare un viso sconosciuto provando un brivido passionale e raggelante: questo è “Seta”, il film di Franςois Girard tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro Baricco. Non c’è un inizio né una fine, solo il viaggio dell’uomo verso un ignoto tutto da vivere. Se lo si volesse riassumere, si rischierebbe di farlo apparire banale e noioso. Invece, “Seta” è un film da assaporare e gustare come fosse un piatto prelibato; da ammirare come fosse “Amore e Psiche” del Canova; da indossare come un prezioso abito in seta rara. Alla fine del film si rimane storditi e perplessi, e lo sguardo, immobile, cerca di guardare oltre lo schermo, forse con la speranza di veder apparire Hervé Joncour, o la misteriosa donna col chimono o la splendida Hélèn. Si desidera ardentemente parlare con loro, spiegare che tutto poteva essere più semplice, piangere per le loro sorti e infine uscire assieme dal cinema, chiacchierando della splendida serata. Insomma, non si possono ignorare i personaggi di questo film, né ritenere che siano semplici costruzioni della fantasia di uno scrittore. In ognuno di noi risiede una piccola parte di ognuno di loro ed è per questa profonda empatia che proviamo paura: la paura di un avvenire complicato ma allo stesso tempo troppo delicato per poter rinunciare a viverlo. La particolarità della trama è che non esiste la dicotomia buono/cattivo; non si chiede allo spettatore di schierarsi a favore o contro questo o quel personaggio. Tutte le figure sono in qualche modo un riflesso della personalità di ogni singolo essere umano - anche, o forse soprattutto, il bizzarro Baldabiou. Il regista ha dedicato molta cura ai movimenti: lenti, sinuosi, meditativi, carichi di emozioni, in bilico tra un bacio strappato e un pianto desiderato. I più potrebbero ricevere un’impressione di eccessiva staticità e invece è proprio l’equilibrio dei gesti che dà il giusto ritmo al film. Non è sicuramente un film per le masse, ma neanche per pochi eletti; piuttosto per spiriti gentili, delicati, curiosi e introspettivi. Dunque, se non sapete ancora a quale gruppo appartenete, cito per voi le parole stampate sul retro del libro: "Questo non è un romanzo. E neppure un racconto. Questa è una storia. Inizia con un uomo che attraversa il mondo, e finisce con un lago che se ne sta lì, in una giornata di vento. L’uomo si chiama Hervé Joncour. Il lago non si sa". |

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