"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
29dic
![]() |
Che cosa sono gli anni?
Che cos'è la nostra innocenza, che cosa la nostra colpa? Tutti sono nudi, nessuno è salvo. E donde viene il coraggio: la domanda senza risposta, l'intrepido dubbio, - che chiama senza voce, ascolta senza udire - che nell'avversità, perfino nella morte, ad altri dà coraggio e nella sua sconfitta sprona l'anima a farsi forte? Vede profondo ed è contento chi accede alla mortalità e nella sua prigionia si leva sopra se stesso, come fa il mare dentro una voragine, che combatte per essere libero e benché respinto trova nella sua resa la sua sopravvivenza. Così colui che sente fortemente si comporta. L'uccello stesso, che è cresciuto cantando, tempra la sua forma e la innalza. E' prigioniero, ma il suo cantare vigoroso dice: misera cosa è la soddisfazione, e come pura e nobile è la gioia. Questo è mortalità, questo è eternità. (Marianne Moore, Le Poesie, a cura di L.Angioletti e G.Forti, Adelphi, 1991) |
![]() di Paolo Ruggieri |
Please could you stop the noise, I'm trying to get some rest From all the unborn chicken voices in my head What's that...? (I may be paranoid, but not an android) What's that...? (I may be paranoid, but not an android) Rain down, rain down Come on rain down on me From a great height From a great height... height... Rain down, rain down Come on rain down on me From a great height From a great height... height... Rain down, rain down Come on rain down on me (da Paranoid Android - Radiohead) Il tempo è un distinto e affabile signore che cammina per la strada, ma nessuno sa esattamente chi sia. Beh, a dir la verità ogni tanto qualcuno riesce ad avvicinarlo e a fare la sua conoscenza. Nell’ultimo film di Gus Van Sant, per esempio, Alex, l’adolescente protagonista della storia, è uno di quegli esseri capaci di “vedere” il tempo nella sua vera essenza, di cogliere quale legame estremamente soggettivo esso abbia con la realtà fisica. Ci sono piani diversi della realtà, dice Alex. Quasi tutti gli esseri umani si fermano alla percezione del primo strato, ma alcuni si spingono oltre, lo penetrano e scoprono che esiste una dimensione infinitamente più ricca e complessa di quella che i sensi, usati secondo le normali abitudini, registrano. Paranoid Park è la rappresentazione visiva di questa anarchica complessità: un parco frequentato soltanto da appassionati di skateboard, il ritrovo di una gioventù eterogenea che ha problemi di comunicazione con il mondo degli adulti e preferisce dimenticare il grigiore di Portland (Oregon) con funamboliche piroette a bordo dello skate. Il titolo del film sembra ispirarsi al Paranoid Android Marvin di “Guida galattica per autostoppisti” (memorabile romanzo di Douglas Adams), un robot depresso la cui mente "è troppo vasta per essere riempita da qualsiasi occupazione". Alex, come Marvin, è sempre distratto, assente, i pensieri rivolti a un altrove inafferrabile, slegato dalla realtà sensibile eppure alla realtà intimamente connesso. In superficie il film è la denuncia dell’alienazione dei giovani del nostro secolo: Alex ha i genitori separati, è annoiato, non trova stimoli adeguati nel mondo che lo circonda e si rende responsabile, quasi involontariamente, della morte di un vigilante. Ma c’è dell’altro. Il film è pieno di sequenze – rallentate, sospese, frammentate, ripetute più volte, ma mai allineate in ordine cronologico, come se nessuna linearità fosse possibile - che alludono all’idea del fluire del tempo: e così gli skateboard disegnano sull’asfalto traiettorie fantasiose e imprevedibili, ondeggiano in giganteschi tunnel di cemento, schizzano nel vuoto e rimangono sospesi per istanti interminabili; una ragazza in bicicletta traina Alex sullo skateboard; sfreccia veloce il treno dal quale il vigilante prova a far scendere Alex, e nella stessa notte fatale l’acqua della doccia scorre al ralenti sul viso del ragazzo, e mentre s’intravvede il mare in tumulto, sullo sfondo, e il vento accarezza l’erba sulla spiaggia, la penna di Alex corre sul foglio cercando di catturare un’esperienza di vita vissuta che non può essere ricostruita in modo consequenziale, perché farlo significherebbe regredire a un’ idea codificata del tempo, cercare ancora una volta di contenerlo, di ingabbiarlo in uno spazio. Un tentativo destinato a fallire miseramente, e infatti quei fogli finiranno per bruciare in un falò. Ma il regista riesce magistralmente nell’intento con la sua arte. Alex è totalmente immerso nello scorrere del suo tempo e vive ogni secondo in maniera più intensa del normale. Cosa vede Alex? Come vede la realtà che lo circonda? E’ quello che Gus Van Sant vuole mostrarci. E’davvero Alex ad essere alienato rispetto al mondo o è il mondo ad esserlo rispetto a lui? “Nessuno è pronto per Paranoid Park”, nessuno è pronto per guardare la realtà con gli occhi vergini di un adolescente che, nell’aprirsi alla vita, si rende conto, non senza smarrimento, che non esiste un tempo esteriore che possa essere scandito da unità di misura codificate e che ognuno ha un suo tempo interiore (e un suo modo particolare di percepire e interpretare la realtà). Comunicare significa accordare di volta in volta il proprio tempo interiore a quello degli altri. Anche i brani della colonna sonora sembrano sfasati e stonati rispetto alle immagini del film, ma è solo un espediente stilistico attraverso il quale Gus Van Sant ci fa sentire che, se ci immergessimo nel mistero del tempo e avessimo la necessaria sensibilità per coglierne e comprenderne ogni sfumatura, riusciremmo forse a rallentarne lo scorrere o a velocizzare l’ingresso dei dati che i nostri sensi registrano, afferrando quei rilevanti dettagli della realtà che ogni giorno ci sfuggono. |
20dic
![]() di Giuliana Friscia |
“Al lettore”
Purtroppo non avremo mai la possibilità di avvicinarci a lui e di parlargli, ma il grande poeta ci ha concesso la possibilità di un incontro eterno attraverso la porta della sua arte: la poesia. Il volume si apre con un’apostrofe al lettore: "Sciocchezza, errore, peccato, avarizia possiedono gli spiriti e travagliano i corpi". Con parole aspre e severe, Baudelaire esprime una visione negativa non solo del corpo, materiale e perciò corruttibile, ma anche dello spirito, la parte eterea della natura umana. L’essere umano è interamente marcio e viscido, meschino e perverso, e il poeta stesso non si sottrae alla critica: "caparbi i nostri falli […], persuasi di lavare con vili lagrime ogni nostra macchia". Ma il buio che corrode l’anima dell’uomo non nasce dal nulla: È il Re degli Inferi a guidare la natura dell’uomo verso il Male ed egli, attratto e soggiogato dal suo fascino, si lascia manovrare come un burattino. Il Male annulla ogni capacità razionale e riflessiva e riduce la vita dell’uomo a una risposta a stimoli malefici: è questo l’uomo di Baudelaire. L’aspetto più cinico e provocatorio risiede nella scelta del destinatario: il lettore. Perché? Baudelaire poteva dedicare la poesia agli uomini in generale o a se stesso, invece prende di mira il lettore e lo dipinge come il rappresentante di una categoria abominevole e malsana, affetta dal vizio "più laido, più tristo, più immondo! […] è Nessuno può sottrarsi a una simile mostruosa infermità, perché di fronte a essa siamo tutti uguali: "Lettore, ben conosci codesto delicato mostro; ipocrita lettore, tu, mio simile, fratello!" |
19dic
![]() di Daniela Di Pietrantonio |
|
È ancora in corso il tour dei Take That, che il 23 e 24 ottobre ha toccato anche Bologna e Milano, riportando nel nostro paese, dopo dodici anni, il gruppo europeo più famoso degli anni ’90, tornato inaspettatamente sulla scena musicale l’autunno scorso. I Take That hanno sempre fatto degli show live un punto di forza, basato su coreografie sensuali, giochi di luci e costumi particolarissimi. E come negli anni ’90, anche stavolta Mark Owen, Gary Barlow, Howard Donald e Jason Orange hanno regalato ai fans non solo un concerto, ma un vero e proprio spettacolo. Sul palco è un susseguirsi di scenografie interattive. Tra tutte spicca quella di “Never Forget ”, con i quattro che camminano all’infinito su un tapis roulant, mentre sul pannello alle loro spalle viene proiettata una strada, lungo la quale passeggiano insieme a importanti personaggi del passato (Charlie Chaplin, Audrey Hepburn), creando illusioni di continuità tra palco e schermo. I balletti sono provocanti e spettacolari, con Howard e Jason che, a quasi quarant’ anni, si lanciano in una lap dance acrobatica che lascia il pubblico senza fiato! Il palco si affolla di numerose figure: ballerini, musicisti e l’ottimo cantante Lloyd Wade, che interviene nella nuova versione di “Relight My Fire”, remixata con “Crazy” di Gnarls Barkley e illuminata da veri fuochi accesi sul palco e maneggiati dagli stessi Take That. L’elemento più spettacolare, però, è il secondo palco, posizionato proprio in mezzo alla folla, a cui si accede attraverso una lunga passerella sospesa: di volta in volta lascia spuntare un pianoforte dal centro o si innalza per sospendere a tre metri d’altezza ballerine in tutù che lanciano fiori. Ma luci e acrobazie non offuscano, semmai esaltano, la centralità della musica. Le canzoni dell’ultimo album, più maturo e melodico, si mescolano con quelle storiche, quasi tutte cantate a squarciagola dal pubblico: dal nuovo singolo “Rule the world”, magico sotto la luce dei laser, alla classica “Back For Good”, che davvero tutti conoscono a memoria. Le storiche coreografie di “Sure” e “Pray” affiancano nuove versioni di vecchi successi: la ritmata “Could It Be Magic” diventa un lento toccante suonato da Gary al pianoforte e anche le canzoni meno esaltanti dei primi album trovano il loro perchè, come "Give Good Feeling", preceduta da un potente pezzo house proposto da Howard in veste di deejay. Come dodici anni fa la folla canta ogni canzone, urla e si emoziona, ma senza le scene di isteria di allora. In platea ci sono le fans di ieri, con qualche anno e molta maturità in più, i loro mariti e i loro figli, ma anche le ragazze di oggi, che hanno scoperto i Take That solo l’anno scorso. Il pubblico è parte integrante dello show, dato che il colpo d’occhio di ventimila mani alzate e il suono di diecimila voci che cantano insieme “Never Forget” o “Patience” non possono lasciare indifferenti. E poi ci sono quei quattro ragazzini diventati uomini, che scherzano, giocano e duettano con una platea che li segue da anni e ha vissuto questo show come un vero evento, un regalo inaspettato e impensabile fino a due anni fa, quando l’avventura Take That sembrava definitivamente archiviata. Alla fine negli occhi rimangono le luci, nelle orecchie i cori e nell’animo la convinzione che anche la carriera di una ex boy-band può ricominciare a quarant’anni. Meglio che a venti. |
![]() di Alberto Sannite |
| Hank, un veterano del Vietnam, militare vecchio stampo e patriota convinto, indaga sulla misteriosa scomparsa del figlio Mike, anche lui soldato e appena rientrato in licenza dall’Iraq. Aiutato nelle ricerche da una detective della polizia, vede le sue speranze di genitore distrutte nel momento in cui viene ritrovato il cadavere del giovane, bruciato e orrendamente fatto a pezzi. L’agghiacciante scoperta sarà soltanto il primo passo verso una terribile verità che lo trasformerà nel profondo, scardinando i valori in cui ha sempre creduto: l’ossessione per l’ordine e la disciplina, l’esasperato attaccamento alla bandiera a stelle e strisce e la cieca obbedienza a regole ferree perdono valore con l’inesorabile avanzare di una realtà che emergerà a fatica dalle fitte nebbie del macchinoso ingranaggio militare. Che cosa significa tornare a casa dopo aver combattuto in Iraq servendo il proprio paese? A questa domanda risponde Paul Haggis, eccellente regista e sceneggiatore di “Nella valle di Elah”, film nudo e crudo, costruito alla perfezione seguendo due linee temporali: la prima ripercorre dettagliatamente l’indagine anticonvenzionale svolta in prima persona da Hank, la seconda si snoda con il ricorso a flashback sempre più nitidi e sconvolgenti, che mostrano frammenti di vita vissuta, confessioni e paure di Mike e dei suoi compagni, in missione nel territorio iracheno. Ragazzi normali, presi e gettati in pasto al terrore di una guerra mai pienamente giustificata o capita, costretti a fare i conti con i propri fantasmi, trasformati in sanguinarie macchine da guerra, addestrati a non fermarsi davanti a nulla, nemmeno di fronte alla vita umana, alla quale non sono più capaci di attribuire il giusto valore. L’arbitraria brutalità delle truppe di soldati americani di stanza in Iraq nello svolgimento dell’impossibile missione di pace loro assegnata è un fatto noto, ma bisogna riconoscere al film un’assoluta novità, quella di riuscire a raccontare con lucida disillusione, scavando a fondo nella coscienza dei reduci, ciò che succede quando quei ragazzi trasformati in belve devono tornare esseri umani, svestire la divisa e ricominciare a ragionare senza impugnare le armi. Il racconto accurato dell’enorme difficoltà incontrata dai soldati nel ritorno alla vita normale, dove esistono leggi da rispettare, giunge allo scioglimento dell’intreccio con uno stile asciutto e privo di facili moralismi, ma il giudizio è impietoso: l’America di oggi è riuscita a strappare l’innocenza ai suoi giovani e al futuro che rappresentano, e i vecchi patrioti come Hank non riconoscono più i figli che hanno cresciuto. La sconfitta è totale. L’atmosfera del film è resa ancor più scabra e opprimente dalle frequenti inquadrature fisse che sembrano voler penetrare l’animo dei personaggi e dall'assenza della musica, due scelte stilistiche che enfatizzano il fragoroso urlo di denuncia contro i signori delle guerre inutili. |
13dic
![]() di Daniela Di Pietrantonio |
|
Il “Jesus Christ Superstar” italiano merita un’ovazione. È potente, coinvolgente e attualissimo. Merito del rock, suonato dal vivo da un’orchestra di 6 elementi, degli ottimi interpreti canori, ma anche dell’adattamento dei testi e della messa in scena di Fabrizio Angelini e Gianfranco Vergoni.
|
13dic
![]() di Daniela Di Pietrantonio |
|
“Menopause” è un musical simpatico, anzi divertente. Nato in un minuscolo teatrino di Orlando (Florida) nel 2001 per opera dell’autrice e produttrice Jeanie Linders, arriva oggi in Italia in una versione adattata anche nelle musiche. Regia di Manuela Metri, con M. Laurito, F. Mari, Fiordaliso, M. Metri. |
![]() di Paola Vagnozzi |
|
“La musica è una connessione armonica tra tutte le creature dell’universo” Evan Taylor ha undici anni e “sente la musica dappertutto”: nei rumori della vita quotidiana, nell’acqua che scorre, nella voce di una bambina, nella brezza che fa ondeggiare le spighe e tintinnare le campane a vento. Non sa suonare né leggere le note, ma grazie a una prodigiosa, innata sensibilità sonora riesce a percepire la musica in ogni aspetto della natura. Ogni sera alza gli occhi al cielo e contempla estasiato la luna e le costellazioni, convinto com’è, nella sua sconfinata saggezza di bambino, che il cosmo sia pervaso da un’armonia segreta e che sia sufficiente tendere l’orecchio per ascoltarla come se fosse una sinfonia. Ma c’è di più: il piccolo Evan è convinto che ciò che sente venga dai genitori, dai quali è stato separato dalla nascita. Così quando i servizi sociali si presentano nell’orfanotrofio dove vive per affidarlo a una famiglia adottiva, il nostro eroe decide che è giunto il momento di cercare la sua vera famiglia. Sarà la musica a indicargli la strada e gli basterà seguirla per giungere a destinazione, perché Evan è un bambino un po’ magico che “crede nella musica come gli altri credono nelle fiabe”. La natura parla a Evan attraverso la musica e gli suggerisce una verità sepolta dal tempo: i suoi genitori non sono morti, né lo hanno abbandonato volontariamente. Il padre ignora la sua esistenza, la madre è stata indotta con l’inganno a credere che il figlio sia morto subito dopo averlo dato alla luce. Sono entrambi musicisti, ma dopo il fugace incontro che ha generato Evan si sono persi di vista e hanno smesso di suonare. Sarà proprio il richiamo irresistibile della musica a ricondurli sulle tracce del figlio perduto. Intanto il piccolo Evan è partito alla volta di New York. La tentacolare metropoli è caotica e piena di insidie, ma lui sembra non accorgersene neppure, tutto concentrato a seguire la misteriosa topografia di suoni che orienta i suoi passi. In queste peregrinazioni Evan s’imbatte in uno scombinato musicista di strada che gl’insegnerà a suonare la chitarra ma cercherà di sfruttarlo e lo convincerà a cambiare il suo nome in August Rush - proprio come accade nelle fiabe più crudeli, dove certi malvagi sono più pronti dei buoni a scorgere la luce di un talento straordinario e subito cercano di acciuffarla per i loro ignobili scopi, sottraendola agli occhi del mondo. Dopo una sequela di avventure dickensiane, il piccolo musicista approderà alla prestigiosissima Julliard, dove rivelerà all’istante il suo genio mozartiano e finirà per comporre una rapsodia. Hans Christian Andersen era convinto che solo nella fiaba si trova il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Ed è con questa consapevolezza che dovremmo accostarci a “La musica nel cuore”, come se il film parlasse con il linguaggio evocativo delle fiabe o dei racconti popolari (magari della tradizione irlandese, come irlandese è la regista Kirsten Sheridan). Ma si sa, raccontare una fiaba non è cosa da tutti e la presenza del piccolo Freddie Highmore, bambino elfico e un po’ alieno, riscatta un film disuguale, penalizzato da una sceneggiatura che si lascia sfuggire qualche banalità di troppo. Ma l’idea di fondo è suggestiva: la natura parla agli uomini con un linguaggio che deve essere ascoltato e interpretato. Alcuni di noi captano quel linguaggio più facilmente di altri, ma pochi lo ascoltano. Spetta agli artisti e ai puri di cuore placare la nostra sete di assoluto e rispondere alle domande decisive dell’esistenza – chi siamo, dove andiamo e soprattutto da dove veniamo, riconsegnandoci a una verità atavica, primigenia che il vuoto chiacchiericcio della civiltà ha perduto o finge di non sentire. |

Novità:
Sogni
Euro 10,00 - Acquista
Gli altri nostri libri:
L'uomo che vide il diavolo
Euro 10,00 - Acquista
LYADARLAND
Euro 15,00 - Acquista
La ragazza venuta dal mare
Euro 12,00 - Acquista
La cosa reale
Euro 10,00 - Acquista
La terra del fiore azzurro
Euro 12,00 - Acquista
ZEROPUNTOZERO
Euro 14,00 - Acquista
L'airone bianco
Euro 10,00 -
Acquista
L'ultima notte
Euro 10,00 - Acquista
Il mistero di Ken
Euro 10,00 - Acquista
Il velo dissolto
Euro 11,00 - Acquista
Il risveglio
Euro 12,00 - Acquista