"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
![]() di Giulana Friscia |
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La vita moderna |
Vento tra i miei capelli, mi sento parte di ovunque di Alberto Sannite |
Un giovane ragazzo americano di buona famiglia, appena laureato in modo brillante e intellettualmente sopra la media, pur avendo un promettente futuro davanti a sé, decide di tagliare in modo netto e definitivo i ponti con il comodo mondo in cui è cresciuto. La decisione sarà senza ripensamenti e senza ritorno. Basato sul romanzo “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer, che ripercorre le gesta di Christopher McCandless, personaggio realmente esistito, questo film racconta in modo esaustivo i sentimenti di un ventenne degli anni Novanta, che non riesce a ritrovarsi nella società materialista del suo tempo così attaccata alle cose e al denaro. Narra di uno spirito libero, di un “poeta” che non si è mai abituato alle odiose menzogne delle persone intorno a sé, e non ha mai potuto tollerare l’ipocrisia dei rapporti umani. Un ragazzo alla ricerca della propria identità, che non riesce più ad accettare un’esistenza circondata da tanta opprimente mollezza, di ostacolo alla piena espressione della sua personalità. Christopher, che trasformerà il proprio nome in “Alexander Supertramp” per rendere ancora più energico il suo distacco, vuole finalmente cominciare a vivere e misurarsi con il mondo vero, e solo scardinando la normalità potrà farlo. Il cammino lungo due anni che intraprende da solo attraverso gli Stati Uniti, fino all’ultima e decisiva tappa in Alaska, lo cambierà profondamente: incontrerà persone nuove che mai altrimenti avrebbe conosciuto, dalle quali attingerà fondamentali conoscenze e alle quali arricchirà il cuore, vedrà territori che fino a quel momento aveva soltanto immaginato, conoscerà la natura primitiva e con questa si riconcilierà, vivrà esperienze uniche e irripetibili, e scoprirà se stesso prima di trovare la morte. In “Into the wild” il viaggio ha il significato metaforico del ritorno a una vita selvaggia, in grado di riavvicinare un uomo alla sua originaria essenza, e il sapore è quello favoloso di un eroe mitico che lotta nella natura e con la natura ma non contro di essa. Tuttavia “Supertramp” non riflette la tipologia dell’eroe antico, infatti il tema del suo viaggio non è quello del ritorno a casa dopo aver combattuto la guerra più importante come Ulisse; al contrario, il suo tema è quello modernissimo della fuga dal luogo sicuro per antonomasia per andare a combattere la guerra più difficile, quella della sopravvivenza nelle più atroci avversità, così da uccidere il “falso sé” e conquistare una pura rinascita interiore. Rinascita che ovviamente si ha nel momento stesso in cui Christopher inizia il suo itinerario, e per questo motivo il film è strutturato in quattro capitoli che rappresentano le quattro stagioni dell’esistenza: nascita, adolescenza, saggezza e liberazione; le prime tre raccontate come un narratore onnisciente dalla sorella, l’unica persona con cui aveva affinità nella vita da cui è fuggito, e l’ultima raccontata come cantore di sé dallo stesso protagonista. Liberazione dal corpo che avviene un attimo dopo aver capito quello che avrebbe capito soltanto alla fine, ossia che la felicità non è nella libertà data dalla solitudine, ma anzi nella possibilità di condividere. “Supertramp” è morto perché ha sfidato il fragile equilibrio tra uomo e natura, ma soprattutto è morto perché il nostro tempo lo ha ucciso, così come noi uccidiamo ogni giorno l’animo selvaggio che sarebbe in noi se riuscissimo a liberarlo, invece di reprimerlo conformandoci alla comodità della nostra epoca. C’era il rischio di cadere nel già visto, affrontando il tema “on the road” così comune nel cinema americano, eppure Sean Penn, tornato alla regia dopo sei anni, è riuscito a scrivere, dirigere e produrre un ottimo lungometraggio, nel quale risaltano gli scenari mozzafiato e la splendida fotografia, le vivaci riprese riescono a adattarsi a ogni scena, ora con la cinepresa a mano ora con il piano sequenza, e lo scorrevole montaggio riesce a tenere in piedi una storia molto lunga senza nessun calo di ritmo. Da segnalare le intense interpretazioni di tutti i protagonisti e la suggestiva colonna sonora del cantante dei Pearl Jam, che si adatta magnificamente ai paesaggi. |
![]() di Giuliana Friscia |
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In un istante, sin dalla prima riga, ci si ritrova catapultati in un sogno, quello di consacrare l’intera vita alla realizzazione di un’opera d’arte. E l’opera d’arte in questione sarà la vita stessa. |
08gen
![]() di Pietro Ruggieri |
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Paul Gauguin (1848-1903) incarna certamente due anime: l’artista e il viaggiatore. Entrambe spingono l’uomo alla scoperta di se stesso e delle leggi che regolano il mondo, alla ricerca di risposte sul significato della vita e della realtà. Nel caso di Gauguin, il punto di arrivo è un nuovo modo di concepire l’arte, il “sintetismo”, inteso come tentativo di rappresentare, in una stessa opera pittorica o scultura, la forma dell’oggetto rappresentato, l’idea che ne è alla base e la tecnica utilizzata per rappresentarlo. Tale concezione, in quanto anticipatrice di molte correnti d’avanguardia successive, fu poco compresa dai contemporanei di Gauguin, che videro nelle sue opere solo il riflesso di un comportamento sconveniente, di un carattere ribelle verso le autorità e critico nei confronti del falso perbenismo e della cupidigia sfrenata della Francia dell’epoca. Osservando le opere della prima fase della produzione artistica di Gauguin, è evidente come egli sia stato influenzato dall’impressionismo come tecnica di rappresentazione della natura campestre e dei paesaggi rurali, dai quali fu sempre attratto in quanto espressione del suo ideale di bellezza improntato alla semplicità e alla spontaneità. Ma solo quando intraprende l’avventura dei viaggi (Bretagna, Panama, Martinica, Tahiti) la sua creatività evolve e tutta la forza della sua arte esplode. I colori si accendono: il giallo, il rosso, il blu e il verde brillanti prendono la forma di una natura idealizzata, di immagini riprese dalla vita reale ma mitizzate, simboliche, rievocative di una bellezza primitiva e non contaminata dalle convenzioni moderne. E’ una bellezza misteriosa e antica, recuperata e mostrata tramite i semplici gesti quotidiani della gente di campagna o degli indigeni delle isole polinesiane – vite che si ripetono ogni giorno uguali a se stesse, ma non per questo sono meno paradisiache e ristoratrici. Le donne polinesiane di Gauguin sono spogliate di qualsiasi orpello pittorico e delineate nei loro tratti essenziali, fin quasi ad assumere una consistenza scultorea. Oltre a incarnare uno stile di vita più libero rispetto a quello imposto dalla cultura e dall’etica dell’Europa di fine ‘800, esse diventano figure mitologiche, nuove e antiche divinità di un mondo selvaggio, regolato unicamente dalle leggi della natura, ma proprio per questo espressione di serenità e purezza.
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04gen
![]() di Giuliana Friscia |
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Una storia incredibile, oggi più che mai. |

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