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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

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 Galaad Edizioni (del 31/01/2008 @ 16:35:43, in Libri, linkato 574 volte)


di Giulana Friscia


Recandosi in libreria, il lettore pensa di acquistare un libro, magari quello da tempo cercato o il best seller del momento; ma non potrebbe mai immaginare di entrare in possesso di una tela dipinta nel 1880 da uno dei più impetuosi esponenti dell’impressionismo: Auguste Renoir.
La vita moderna” non è solo un volume di cinquecento pagine in cui parole e immagini si mescolano in un intreccio avvincente e brioso; ma è anche la sinfonia di colori, linee e luci che fa risplendere “Le déjeneur des canottiers”, un celebre dipinto impressionista nel quale erompe la joie de vivre che il pittore voleva esprimere sulla tela in quel periodo della sua vita. Un entusiasmo verso tutto ciò che esiste che ancora oggi s’irradia dal viso dei quattordici personaggi. Un’atmosfera di allegria e leggerezza così fresca e spontanea da suscitare un dolce sorriso, un’impareggiabile sensazione di armonia e l’inevitabile desiderio di far parte anche noi di quel variopinto, magico spaccato di vita vissuta.
Come diceva lo stesso Renoir: "Tutto ciò che esiste, vive; tutto ciò che vive è bello; tutto ciò che è bello merita di essere dipinto". E il libro della Vreeland sembra proprio l’applicazione fedele di questo comandamento, come se l’autrice ritenesse che tutto ciò che è stato dipinto merita di essere raccontato. E in effetti “La vita moderna” fa rivivere, con sbalorditiva corposità, l’impeto di passione che spinge un uomo a vivere per la sua arte, la pittura. Un uomo che ama la vita e tutto ciò che le fa da contorno. Un uomo per il quale "un quadro dovrebbe essere allegro, piacevole e bello, sì, bello! Ci sono già troppe cose sgradevoli nella vita per crearne di nuove".
Come per incanto, il lettore si ritrova a fianco di Renoir, allunga la mano per sorreggere la tavolozza, guarda negli occhi la travolgente Angèle, sfiora le mani della dolce Alphonsine, ascolta i versi di Shakespeare recitati da Jules e sorride di fronte all’ingenuità della giovane Aline. Insomma, chi legge rivive sulla pagina l’atmosfera chiassosa e ottimista che si respirava sulla terrazza della Maison Fournaise, luogo d’ispirazione dell’artista, e sogna di condividere la gioia ritratta sulla tela.
Scopriamo così che Renoir non fu soltanto un pittore straordinario, ma visse la sua condizione di artista con libertà e sincerità, dipingendo solo ciò che gli procurava diletto e rifiutando ogni costrizione.
Ma la trovata più sconvolgente de “La vita moderna” è riservata al finale: inatteso, imprevedibile, da mozzare il fiato. Un vero colpo di scena ci attende infatti nell’ultimo capitolo, in cui scopriamo la probabile identità della voce narrante, che nella mia personale fantasia di lettrice coincide con il protagonista indiscusso del romanzo. Ed è proprio questo personaggio che condensa in un’unica frase quella filosofia di vita che Auguste Renoir voleva esprimere col pennello e i colori: "Sono giunta alla convinzione che se una cosa, per quanto semplice o sciocca, può dare un attimo di felicità, per Dio!, vale sempre la pena di farla".

La vita moderna
di Susan Vreeland

traduzione di Massimo Ortelio
ed. Neri Pozza
pagg. 510

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 Galaad Edizioni (del 27/01/2008 @ 13:35:56, in Film, linkato 1650 volte)



Vento tra i miei capelli, mi sento parte di ovunque
Sotto il mio essere c'è una strada che è scomparsa
A notte fonda sento gli alberi, stanno cantando con i morti
Sopra di me...

Lascia che mi occupi io di trovare un modo di essere
Considerami un satellite, in orbita per sempre
Conoscevo tutte le regole, ma le regole non mi conoscevano
Garantito.
(da Colonna sonora "Into the wild" - Guaranteed: Lyrics/Music: Eddie Vedder)


di Alberto Sannite

Un giovane ragazzo americano di buona famiglia, appena laureato in modo brillante e intellettualmente sopra la media, pur avendo un promettente futuro davanti a sé, decide di tagliare in modo netto e definitivo i ponti con il comodo mondo in cui è cresciuto. La decisione sarà senza ripensamenti e senza ritorno. Basato sul romanzo “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer, che ripercorre le gesta di Christopher McCandless, personaggio realmente esistito, questo film racconta in modo esaustivo i sentimenti di un ventenne degli anni Novanta, che non riesce a ritrovarsi nella società materialista del suo tempo così attaccata alle cose e al denaro. Narra di uno spirito libero, di un “poeta” che non si è mai abituato alle odiose menzogne delle persone intorno a sé, e non ha mai potuto tollerare l’ipocrisia dei rapporti umani.
Un ragazzo alla ricerca della propria identità, che non riesce più ad accettare un’esistenza circondata da tanta opprimente mollezza, di ostacolo alla piena espressione della sua personalità. Christopher, che trasformerà il proprio nome in “Alexander Supertramp” per rendere ancora più energico il suo distacco, vuole finalmente cominciare a vivere e misurarsi con il mondo vero, e solo scardinando la normalità potrà farlo. Il cammino lungo due anni che intraprende da solo attraverso gli Stati Uniti, fino all’ultima e decisiva tappa in Alaska, lo cambierà profondamente: incontrerà persone nuove che mai altrimenti avrebbe conosciuto, dalle quali attingerà fondamentali conoscenze e alle quali arricchirà il cuore, vedrà territori che fino a quel momento aveva soltanto immaginato, conoscerà la natura primitiva e con questa si riconcilierà, vivrà esperienze uniche e irripetibili, e scoprirà se stesso prima di trovare la morte. In “Into the wild” il viaggio ha il significato metaforico del ritorno a una vita selvaggia, in grado di riavvicinare un uomo alla sua originaria essenza, e il sapore è quello favoloso di un eroe mitico che lotta nella natura e con la natura ma non contro di essa. Tuttavia “Supertramp” non riflette la tipologia dell’eroe antico, infatti il tema del suo viaggio non è quello del ritorno a casa dopo aver combattuto la guerra più importante come Ulisse; al contrario, il suo tema è quello modernissimo della fuga dal luogo sicuro per antonomasia per andare a combattere la guerra più difficile, quella della sopravvivenza nelle più atroci avversità, così da uccidere il “falso sé” e conquistare una pura rinascita interiore. Rinascita che ovviamente si ha nel momento stesso in cui Christopher inizia il suo itinerario, e per questo motivo il film è strutturato in quattro capitoli che rappresentano le quattro stagioni dell’esistenza: nascita, adolescenza, saggezza e liberazione; le prime tre raccontate come un narratore onnisciente dalla sorella, l’unica persona con cui aveva affinità nella vita da cui è fuggito, e l’ultima raccontata come cantore di sé dallo stesso protagonista. Liberazione dal corpo che avviene un attimo dopo aver capito quello che avrebbe capito soltanto alla fine, ossia che la felicità non è nella libertà data dalla solitudine, ma anzi nella possibilità di condividere. “Supertramp” è morto perché ha sfidato il fragile equilibrio tra uomo e natura, ma soprattutto è morto perché il nostro tempo lo ha ucciso, così come noi uccidiamo ogni giorno l’animo selvaggio che sarebbe in noi se riuscissimo a liberarlo, invece di reprimerlo conformandoci alla comodità della nostra epoca. C’era il rischio di cadere nel già visto, affrontando il tema “on the road” così comune nel cinema americano, eppure Sean Penn, tornato alla regia dopo sei anni, è riuscito a scrivere, dirigere e produrre un ottimo lungometraggio, nel quale risaltano gli scenari mozzafiato e la splendida fotografia, le vivaci riprese riescono a adattarsi a ogni scena, ora con la cinepresa a mano ora con il piano sequenza, e lo scorrevole montaggio riesce a tenere in piedi una storia molto lunga senza nessun calo di ritmo. Da segnalare le intense interpretazioni di tutti i protagonisti e la suggestiva colonna sonora del cantante dei Pearl Jam, che si adatta magnificamente ai paesaggi.
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 Galaad Edizioni (del 17/01/2008 @ 19:19:43, in Libri, linkato 506 volte)


di Giuliana Friscia

In un istante, sin dalla prima riga, ci si ritrova catapultati in un sogno, quello di consacrare l’intera vita alla realizzazione di un’opera d’arte. E l’opera d’arte in questione sarà la vita stessa.
Protagonista del sogno è la magia della musica, quel mistero seducente e inafferrabile che può prenderti per mano e trascinarti in un viaggio di estasi, malinconia, ebbrezza e nostalgia.
Leggiamo la storia attraverso gli occhi di un artista, Johannes Karelsky, che scopre a soli cinque anni qual è il suo unico grande sogno: “Il suo desiderio segreto era quello di comporre un’opera talmente sublime da rivolgersi ai cieli e parlare con Dio”. Viviamo quel sogno con l’ardore ingenuo e fecondo che ogni essere umano conserva segretamente nella parte migliore di sé - la speranza, un giorno, di veder realizzata anche la propria opera.
“Il violino nero” è un luogo dello spirito, una speranza e un simbolo. Esso rappresenta il desiderio di amare con tutta l’anima e morire stremati dalla forza di questo stesso amore. Ognuno di noi nasconde dentro di sé un violino nero, mai suonato, soltanto accarezzato - per timore di sciuparlo, di non esserne all’altezza. Solo i più coraggiosi correranno il rischio di danzare al ritmo delle sue note, e alla fine ne subiranno l’incanto.

E’ come la felicità. Una volta che la provi, ne resti marchiato a vita”.

“Il violino nero” è la musica che sin dalla nascita colora le stagioni dell’umanità, profuma l’animo sensibile degli artisti e rende speciale chiunque l’ascolti.
“Il violino nero” è un sogno interminabile vissuto in un battito di ciglia, cullato dalle note senza fine di un cuore innamorato e sofferente.
La quotidianità oscura l’incantesimo di un istante passato ad ascoltare i propri desideri; la frenesia della routine scaraventa i corpi verso il macello della sordità. Ma libri come questo spezzano la raggelante, disastrosa indifferenza del nuovo secolo e riportano il lettore verso un luogo sconosciuto e affascinante: se stesso.

Il violino nero
di Maxence Fermine
traduzione di Sergio Claudio Perroni
Bompiani
pagg:143

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 Galaad Edizioni (del 08/01/2008 @ 12:27:32, in Mostre, linkato 698 volte)


di Pietro Ruggieri

Paul Gauguin (1848-1903) incarna certamente due anime: l’artista e il viaggiatore. Entrambe spingono l’uomo alla scoperta di se stesso e delle leggi che regolano il mondo, alla ricerca di risposte sul significato della vita e della realtà. Nel caso di Gauguin, il punto di arrivo è un nuovo modo di concepire l’arte, il “sintetismo”, inteso come tentativo di rappresentare, in una stessa opera pittorica o scultura, la forma dell’oggetto rappresentato, l’idea che ne è alla base e la tecnica utilizzata per rappresentarlo. Tale concezione, in quanto anticipatrice di molte correnti d’avanguardia successive, fu poco compresa dai contemporanei di Gauguin, che videro nelle sue opere solo il riflesso di un comportamento sconveniente, di un carattere ribelle verso le autorità e critico nei confronti del falso perbenismo e della cupidigia sfrenata della Francia dell’epoca.

Osservando le opere della prima fase della produzione artistica di Gauguin, è evidente come egli sia stato influenzato dall’impressionismo come tecnica di rappresentazione della natura campestre e dei paesaggi rurali, dai quali fu sempre attratto in quanto espressione del suo ideale di bellezza improntato alla semplicità e alla spontaneità. Ma solo quando intraprende l’avventura dei viaggi (Bretagna, Panama, Martinica, Tahiti) la sua creatività evolve e tutta la forza della sua arte esplode. I colori si accendono: il giallo, il rosso, il blu e il verde brillanti prendono la forma di una natura idealizzata, di immagini riprese dalla vita reale ma mitizzate, simboliche, rievocative di una bellezza primitiva e non contaminata dalle convenzioni moderne. E’ una bellezza misteriosa e antica, recuperata e mostrata tramite i semplici gesti quotidiani della gente di campagna o degli indigeni delle isole polinesiane – vite che si ripetono ogni giorno uguali a se stesse, ma non per questo sono meno paradisiache e ristoratrici.
Le donne polinesiane di Gauguin sono spogliate di qualsiasi orpello pittorico e delineate nei loro tratti essenziali, fin quasi ad assumere una consistenza scultorea. Oltre a incarnare uno stile di vita più libero rispetto a quello imposto dalla cultura e dall’etica dell’Europa di fine ‘800, esse diventano figure mitologiche, nuove e antiche divinità di un mondo selvaggio, regolato unicamente dalle leggi della natura, ma proprio per questo espressione di serenità e purezza.


Paul Gauguin – artista di mito e sogno
Roma, Complesso del Vittoriano
6 ottobre 2007/3 febbraio 2008

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 Galaad Edizioni (del 04/01/2008 @ 12:11:27, in Film, linkato 461 volte)


di Giuliana Friscia

Una storia incredibile, oggi più che mai.
Un amore eterno come lo scorrere di un fiume, sincero come il sorriso di un bambino, autentico come la poesia.
Tenerezza è la prima impressione che profuma la pelle; ma, riflettendo accuratamente, si scopre tanta sofferenza nello sguardo di Florentino e tanta rabbia nella voce di Fermina.
Trascorrere una vita intera lontani dalla propria unica ragione di felicità sarebbe impensabile per qualsiasi essere umano dotato di razionalità; ma i protagonisti del romanzo di Gabriel Garcia Marquez non sono e non saranno mai razionali.
L’ironia della sorte ha deciso che i due cuori, separati fin da giovanissimi, si ritroveranno settantenni. Si scambieranno il primo bacio con le labbra ormai secche e rugose, faranno l’amore per la prima volta quando i loro corpi saranno sfioriti e si accarezzeranno i capelli candidi e spenti. Ma la luce dell’amore farà risplendere gli occhi dei due giovani anziani, rendendoli appassionati come mai lo furono in tutta la loro esistenza.
“L’amore ai tempi del colera” è una favola per adulti. Regala la speranza di un tempo senza età e di "un amore come stato di grazia". È un sogno lungo una vita destinato a realizzarsi solo al tramonto, regalando ai due innamorati un’ultima alba, una rinascita dal torpore di giornate trascorse con innumerevoli amanti e un marito estraneo, nell’attesa di un momento eterno: il loro reciproco ritrovarsi.
La straordinarietà del film si riflette nella scelta degli attori. La bella Fermina non poteva essere interpretata che da Giovanna Mezzogiorno, algida e un po’ selvatica. Lo spudorato Florentino ha il volto di Javier Bardem, un “gigante tenero” che dietro il candore dello sguardo nasconde la magia dell’arte di amare incondizionatamente. E poi il miracolo si conclude con la musica che prende lo spettatore per mano e lo conduce in un viaggio lungo “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni”.
Se posso permettermi, consiglio il film, e ancor di più il romanzo, a tutti coloro che hanno smesso di sognare e pensano che la vita finisca al comparire della prima ruga.
Marquez ci insegna, ancora una volta, che è la vita, e non la morte, a non avere confini.

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"Nessuno può mai essere veramente ferito se non da ciò che altera la sua natura."
(Storia di una fattoria africana, Olive Schreiner)

"Nessuno sa quante ribellioni fermentano nelle masse di esseri viventi che popolano la terra."
(Jane Eyre, Charlotte Bronte) 

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