"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
31mar
![]() (Stonehenge, John Constable, 1835) |
Sapete che cosa sia una lente d’ingrandimento? Ma certo che lo sapete: è un vetro rotondo attraverso il quale un oggetto sembra cento volte più grande di quanto non sia. Se osservate dunque con la lente una goccia d’acqua presa dallo stagno, vi scorgerete una miriade di animaletti invisibili ad occhio nudo. La si direbbe quasi un piatto colmo di minuscoli granchi occupati a saltarsi addosso, e così voraci, che si strappano l’un l’altro la testa, le zampe, la coda… insomma, si divorano. Tuttavia, a loro modo, sono di buon cuore. […] Il mago senza nome fissò l’occhio sulla lente d’ingrandimento. Anche a lui parve di vedere una città nella quale una folla d’uomini nudi si rincorreva disordinatamente. Era una vita ripugnante, ma ancor più ripugnante gli appariva la guerra spietata che quegli esserini si facevano l’un l’altro. Sembrava addirittura di assistere a un massacro! […] “E che cosa credi che sia?” domandò Charivari. “Ma è chiaro come la luce del sole… Copenaghen, o qualsiasi altra città. Si assomigliano tutte… In ogni modo è una grande città.” “Sbagliato!” esclamò Charivari. “Si tratta d’acqua sporca.”
(Da: Tutte le fiabe, La goccia d'acqua, H.C.Andersen, a cura di Kirsten Bech, Newton Compton, 2006) |
30mar
| As a child, I knew That the stars could only get brighter And we would get closer Get closer Oooooh As a child, I knew That the stars could only get brighter That we would get closer Get closer Leaving this darkness Behind Mmmm-mmmm Oooooooh Now that I'm older The stars should lie upon my face When I find myself alone Find myself alone Oooooh Now that I'm older The stars should lie upon my face And when I find myself alone I feel like I I am blind Feel it Feel it Feel it Feel it Like I am blind I am blind I wish the stars could shine now For they are closer They are near But they will not present my present They will not present my present I wish the light could shine now For it is closer It is near But it will not present my present It makes my past and future painfully clear To hear you now To see you now I can look outside myself And I must examine my breath and look inside Ooooooh To see you now To hear you now I can look outside myself And I must examine my breath and look inside Because I feel blind Because I feel blind I feel it I feel it I feel it Like I Like I'm blind Ooooooh The movie will Mmmm, and feel it Oooooh, I feel it Feel it |
28mar
| Poi arrivò la Sua lettera. Lo scrivere è ora una faccenda singolare: Lei deve – quando mai non ha dovuto? – aver pazienza. Da anni non ho più scritto a nessuno, in questo punto ero come morto, mancanza di ogni bisogno di comunicazione, come se io non fossi di questo mondo ma anche di nessun altro; era come se per tutti gli anni avessi fatto soltanto di straforo ciò che era richiesto e in realtà fossi soltanto in ascolto per sentire se ero chiamato, finché poi la malattia mi chiamò dalla camera attigua e io vi entrai e sempre più fui suo. Ma è buio, nella camera, e non si sa neanche se sia la malattia. (Da: Lettere a Milena, Frank Kafka, a cura di Ferruccio Masini, Mondadori, 1988) |
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| Lo stato del tempo, le sfumature dei rumori e del silenzio, l’indicibile sensazione d’esser giunta al momento giusto, mi riportavano alla memoria, abbastanza a lungo perché potessi afferrarla, l’atmosfera di quella sera di giugno trascorsa all’aperto, quando vidi Quint per la prima volta, o quando, quell’altra, dopo averlo visto attraverso il vetro della finestra, lo cercai invano nei boschetti circostanti. Riconoscevo i segni, i portentosi presagi… riconoscevo il momento, il luogo. Ma tutto restava incompleto e vuoto, e io continuavo a non essere molestata; se si può dire così di una giovane donna la cui sensibilità, nel modo più straordinario, non era stata smussata, ma anzi resa più acuta. Avevo detto, durante la mia conversazione con la signora Grose a proposito dell’orribile scena di Flora vicino al laghetto (e forse avevo stupito la buona donna dicendole così) che ora mi sarebbe dispiaciuto assai di più perdere il mio potere che non conservarlo. (Da: Giro di vite, Henry James, traduzione di Fausta Cialente, Einaudi, 1985) |
25mar
![]() di Paola Vagnozzi |
IL TALENTO DI WONG “Di quale trappola stai parlando … del mio corpo? Non hai capito niente. Quell’uomo conosce il gioco delle parti molto meglio di voi. Lui non si limita a penetrare nel mio corpo, si insinua fino al mio cuore come un serpente velenoso in cerca della preda, insaziabile. Io lo accolgo come una schiava che accetta il suo destino, faccio ogni sforzo per recitare il ruolo che mi spetta per raggiungere anch’io il suo cuore. Ogni volta mi trafigge fino a farmi sanguinare, urlare. E’questo che lo appaga, è la sola emozione che riesca a farlo sentire vivo. E nell’oscurità diventa ad un tempo carnefice e vittima. Mi sforzo di stuzzicare i suoi bassi istinti nella speranza che perda il controllo e invece sono io che lo perdo, mentre lui mi comanda a bacchetta e quando alla fine esplode dentro di me mi aspetto che voi facciate irruzione nella stanza e lo uccidiate con un colpo di pistola alla fronte e il suo sangue e il suo cervello mi schizzino addosso.” “Ci sono piccole cose che di sciocco hanno solo l’apparenza.” La signora Mak Thai Thai non è una giocatrice. Nelle interminabili partite di mahjong con le dame del bel mondo di Shanghai perde sempre, un dettaglio curioso e significativo se si pensa che la fanciulla non è chi sostiene di essere, cioè la graziosa moglie di un facoltoso imprenditore, ma una studentessa cinese coinvolta in un complotto per uccidere il signor Yee, collaborazionista al soldo dei giapponesi negli anni dell’occupazione, tra il 1939 e il 1942. Wong Chia Chi – questo il vero nome della ragazza – non è una spia addestrata, eppure si è calata alla perfezione nel ruolo della signora alto borghese e con disarmante abilità è riuscita dove altre hanno fallito, entrando nelle grazie della signora Yee e intrecciando una relazione con il marito di lei. “Lust Caution” è una storia di conflitti che giacciono da qualche parte in fondo alla coscienza, inascoltati, ma basta un nonnulla perché affiorino in superficie con un gesto rivelatore, uno sguardo appena accennato, il mutamento appena percettibile dell’espressione di un viso, oppure erompano in tutta la loro furia con una repentina esplosione d’ira o di violenza. E’ un film che gioca sul filo dell’ambiguità e sulle oscillazioni di detto e non detto, sfidando lo spettatore ad affidarsi alle immagini, di gran lunga più eloquenti delle parole, a decifrare i lunghi silenzi dei personaggi e le sfumature di senso delle frasi, mentre l’occhio del regista indugia sui dettagli con attenzione ossessiva, spingendosi anche nell’intimità della camera da letto, dove i visi e le posizioni dei corpi riflettono le disarmonie della vita quotidiana e persino nelle scene più esplicite verità e menzogna si intrecciano in un groviglio inestricabile. Nulla è lasciato al caso, a partire dal titolo, che descrive l’intima fragilità dei protagonisti, perennemente in bilico tra paura e voglia di abbandonarsi. Ma se è vero che non esiste male che l’arte non possa curare, è proprio nel talento di Wong che si nasconde una forza dirompente, quella di sgretolare la grigia maschera del potere, il simulacro del male, come avviene nella scena del postribolo giapponese. E tuttavia la fanciulla, forse troppo confusa, forse ignara di sé – proprio lei che, sempre vestita di blu e d’azzurro, risplende in ogni inquadratura come un’intensa macchia di colore su uno sfondo plumbeo - fa un uso distorto di quel talento, e invece di servirsene per commuovere le platee, come le riesce benissimo all’inizio del film, lo mescola e lo confonde con la vita reale, impugnandolo come un’arma di distruzione. Alla fine, però, entra in gioco Amore, più astuto di un agente segreto e più potente di un esercito: si può recedere dal Male, ma quando Amore s’insinua nell’anima tornare indietro diventa impossibile e Wong non riuscirà più a sfilarsi dal dito il vistoso anello che il signor Yee le ha regalato come pegno della sua devozione. Insomma, questo sontuoso melodramma, denso di simboli e citazioni, è un’indagine sulla complessità dei sentimenti e una sottile meditazione sull’essenza dell’arte, che è sì invenzione e finzione, ma anche lo specchio fedele di ciò che siamo. E Ang Lee, abile cesellatore di immagini, lo ribadisce fino all’ultima scena, dove una luce cruda irrompe nella penombra di una camera e illumina il volto disfatto del signor Yee – ma non è che un bagliore destinato a morire di lì a poco e, forse, a non brillare mai più, rendendo le ombre della stanza più dense, il buio circostante ancora più fitto.
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La notte attorno a me si oscura, gelidi soffiano i venti impazziti; ma un sortilegio mi ha cinto di catene e io non posso, io non posso andare. Gli alberi smisurati inclinano i rami spogli carichi di neve, la tempesta discende a precipizio e io non posso andare. Nuvole sopra nuvole nei cieli, deserti oltre i deserti sulla terra; ma non vi è orrore che mi possa muovere; io non voglio, io non posso andare. (Da: Poesie, Emily Bronte, a cura di Ginevra Bompiani, Einaudi, 1971) |
22mar
| Everybody here Comes from somewhere But they would just as soon forget and disguise At the summer camp where you volunteered No one saw your face, no one saw your fear If that apparition had just appeared Took you up and away from this place and sheer humiliation Of your teenage station Nobody cares no one remembers and nobody cares Yeah, you cried and you cried He’s alive, he’s alive Ah, you cried and you cried and you cried and you cried If you call out safe then I’ll stop right away If the premise buckles and the ropes starts to shake For the details mark With the stories the same You don’t have to explain You don’t have to explain Humiliation Of your teenage station Yeah, you cried and you cried He’s alive, he’s alive Ah, you cried and you cried and you cried And you realized your fantasies are Dressed up in travesties Enjoy yourself with no regrets Everybody here comes from somewhere If they would just as soon forget, And disguise Yeah, you cried and you cried He’s alive, he’s alive Yeah, you cried and you cried and you cried and you cried Now there’s nothing dark and there’s nothing weird Don’t be afraid I’ll hold you near From the séance where you first betrayed An open heart on a darkened stage's celebration Of your teenage station Zen experience sweet delirious Supernatural superserious Inexperience sweet delirious Supernatural superserious Wow! |
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Una donna La notte roca e il carro Del tempo che entra nella notte Rintronando. I tuoi capelli, il nido di gabbiani. Le tue colline di schiuma di mare In cui il frutto dentato si fende. Le lucertole, i picchi di pietra Si dondolano nel fogliame, Nel fogliame furibondo. Ascolta per strada fuggire Gli zoccoli del cavallo Desiderio. Ascolta nei prati il gallo di monte, la lepre, L’amore che batte i denti. Hugo Claus Le tracce a cura di Franco Paris Crocetti Editore, 2007. |
![]() di Pietro Ruggieri |
“La strada” è la storia commovente e drammatica del viaggio di un uomo e di suo figlio in un mondo devastato da una non ben identificata catastrofe: forse una guerra nucleare, o un’alterazione irreversibile delle condizioni climatiche provocata dall’inquinamento, o forse la caduta di un meteorite. I due protagonisti, che restano senza nome fino alla fine, vivono la loro condizione di sopravvissuti in un ambiente prosciugato di ogni risorsa, nel quale la vita è quasi impossibile. Nel loro percorso a piedi verso sud, verso il mare, attraversano città deserte e foreste incenerite che evocano l’anticamera dell’inferno, con la speranza di trovare territori più vivibili di quelli che hanno abbandonato. Vestiti di stracci, i due devono affrontare ogni sorta di orrore: il deperimento per fame, il gelo invernale che penetra nelle ossa, la fuga da uomini divenuti cannibali per mancanza di cibo, la ricerca continua di viveri in case ormai disabitate da anni. Simbolo del peso insopportabile del viaggio è un pesante carrello della spesa che il padre si trascina dietro notte e giorno, colmo di coperte e indumenti per ripararsi dal freddo, di oggetti utili alla sopravvivenza e di cibo, sempre troppo poco, sempre insufficiente. Eppure nulla riesce a ostacolare il loro viaggio, perché ciò che li spinge ad andare avanti è una forza che non si spegne mai, una forza che il bimbo chiama misteriosamente “fuoco”: è l’amore indissolubile che li aiuta a sopportare la disperazione, la miseria, la violenza degli uomini e l’assenza di futuro. Il romanzo non è diviso in capitoli; i dialoghi, non virgolettati, si fondono con il racconto e le frasi sono brevi, scolpite sulla pagina. Un romanzo avvincente e ipnotico, che fa dormire sonni inquieti per diverse notti.
Da leggere d'un fiato con i brividi a fior di pelle. La strada Cormac McCarthy Traduzione di Martina Testa Pagg. 218 Einaudi |

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