"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
![]() di Giulia Merisi |
Il Gattopardo, ovvero lo strano caso di un romanzo il cui autore decide di dedicarsi seriamente alla scrittura solo a pochi passi dalla morte. Nasce così, in pochi mesi, la vera opera prima di Giuseppe Tomasi duca di Palma e principe di Lampedusa, che per il passato si era limitato ad alcuni saggi e qualche racconto. Una nobile famiglia siciliana, i Salina, lo sbarco dei Mille e il Principe Fabrizio (Il Gattopardo del titolo) che signoreggia sulla storia. Ispirato a un bisnonno dell’autore, è in realtà il suo alter ego. A lui si affida il Tomasi per dirci di sé,del suo sentirsi estraneo a un mondo di simili ma diversi, dove non c’ è posto per gli scrupoli morali delle persone perbene, dei Gattopardi vittime degli sciacalletti come Don Calogero Sedara, borghesi magari ignoranti e malvestiti, ma ben desti a volgere a proprio vantaggio l’ignavia di troppi aristocratici: il tutto raccontato alla luce di un disincanto che non ammette speranza. |
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Pronti a morire per toccare il cuore del lettore. Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Mostrare al lettore che si è brillanti, spiritosi, pieni di talento e così via, cercare di piacere, sono cose che, anche lasciando da parte la questione dell’onestà, non hanno abbastanza calorie motivazionali per sostenere uno scrittore molto a lungo. Devi disciplinarti e imparare a dar voce solo alla parte di te che ama le cose che scrivi, che ama il testo a cui stai lavorando. Che ama e basta, forse. Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive. Non sto dicendo che riesco costantemente a rimanere fedele a questi principi quando scrivo, ma mi sembra che la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconda nello scopo da cui è mosso il cuore di quell’arte, nei fini che si è proposta la coscienza che sta dietro il testo. Ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece che quella che vuole soltanto essere amata. Magari questa è una cosa che non fa molto fico dire, non lo so. Ma mi sembra una delle cose in cui riescono gli scrittori davvero grandi – da Carver a Cechov a Flannery O’Connor al Tolstoj della Morte di Ivan Il’ic al Pynchon dell’Arcobaleno della gravità – sia "dare" qualcosa al lettore. Quando il lettore si allontana dalla vera opera d’arte pesa di più di quando ci si è avvicinato. È più ricco. Tutta l’attenzione e l’impegno e lo sforzo che come scrittore richiedi al lettore non possono essere a tuo vantaggio, devono essere a suo vantaggio. Quello che è velenoso e deleterio, nell’ambiente culturale di oggi, è che rende tutto questo tanto spaventoso da dissuaderci a farlo. Un’opera davvero grande nasce probabilmente da una volontà di svelarci, di aprirci a livello spirituale ed emotivo in un modo che rischia di farci provare davvero qualcosa nel farlo. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore. |
19gen
| Dunque gli oggetti naturali ci assistono nell'espressione di particolari significati. Ma quale linguaggio straordinario per esprimere informazioni così insignificanti! C'era forse bisogno di creature di razza così nobile, di questa profusione di forme, di questa moltitudine di orbite nel cielo, per fornire all'uomo il dizionario e la grammatica del suo discorso municipale? Mentre ci serviamo di questo grandioso cifrario per il disbrigo delle nostre faccende domestiche, sentiamo che non abbiamo ancora cominciato a usarlo veramente, e che non ne siamo neppure capaci. Siamo come viaggiatori che usano le ceneri di un vulcano per cuocere le uova. Mentre vediamo che è sempre pronto a fornire le parole di quello che vogliamo dire, non possiamo evitare la domanda se i caratteri siano o no significanti di per sé. Le montagne, le onde e i cieli non hanno altro significato di quello che consapevolmente attribuiamo loro quando li usiamo come emblemi del nostro pensiero? Il mondo è emblematico. Parti del discorso possono essere metafore, perché l'intera natura è una metafora della mente umana.
(R. W. Emerson, Natura) |
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“Dove potrei procurarmi del tè bianco?” |
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Luna gentile, spargi la tua voce
di voluttà su me come la tua morbida, chiara luce, trasportata dall'ombra estiva, avvolge il marinaio per isole tranquille in ogni tempo. Cara luna, giunge al fondo della mia gloria il cristallo della tua voce che ammalia feroci gioie che, come tigri, san lasciare ferite che han bisogno del tuo balsamo. (Shelley, Poesie, da "Prometeo liberato" Atto IV, traduzione di Franco Giovanelli, Newton Compton, 2008) |
08gen
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Con Sethi, l'avvenire era sembrato roseo: bastava ascoltarne i consigli, obbedirgli, seguire il suo esempio. Ai suoi ordini sarebbe stato così semplice e gioioso regnare! Neppure per un istante Ramses aveva immaginato di essere solo, senza quel padre il cui sguardo dissipava le tenebre.
[...] Lo meritava davvero, quello schiacciante nome di Figlio della Luce? (Christian Jacq, Il romanzo di Ramses - Il figlio della luce, traduzione di Francesca Saba Sardi, Mondadori, 1997) |
05gen
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Coloro che son favoriti dalle proprie stelle |

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