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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

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 Galaad Edizioni (del 29/01/2010 @ 14:30:52, in News, linkato 121 volte)


di Davide Sapienza

Le strategie inventate dal Canada
E' nelle foreste il laboratorio della rivoluzione dell’industria cardine del Canada, quella del legname. Oggi vale il 3% del pil e, dei 403 milioni di ettari coperti da alberi, 370 sono di proprietà demaniale: questi dati si traducono in forti entrate per lo Stato grazie alle concessioni, mada oltre due anni è esplosa la crisi più grave da molti decenni. Mario Gibeault, direttore dell'ente per lo sviluppo forestale del Quebéc, la inquadra così: «C’è stato un crollo superiore al 20% ed è frutto di una “tempesta perfetta”. Il dollaro canadese ha raggiunto quello americano, i prezzi sui mercati internazionali sono stati stravolti e si è abbattuta una pandemia di parassiti. Così il Paese è stato costretto a ripensare l'uso delle foreste». Ma questi problemi - aggiunge - «rappresentano anche un’opportunità per trasformare la nostra economia e indirizzarla verso una vera sostenibilità». E’ un cambio di prospettiva che, secondo il biologo Damine Coté, «deve tenere conto dei “disturbi naturali”». Nel British Columbia il «disturbo » si chiama «mountain pine beetle»: qui il parassita dilaga e si è spostato anche all’Alberta, facendo assumere all’emergenza i contorni di un monito della natura. Nei prossimi anni - è la previsione - moriranno tre quarti dei pini e la devastazione sembra non avere fine. Mentre le industrie si danno da fare per tagliare gli alberi colpiti entro il primo anno dall'attacco, si studiano nuovi materiali per sfruttare il legno «malato»: per esempio un tipo di cemento leggero, che lo utilizza nella miscela e che è stato brevettato dall'Università del Northern British Columbia. Qui il legno coinvolge il 15% delle attività produttive e 60 milioni di ettari su 95 del territorio sono ricoperti da foreste, ma 8 milioni, già colpiti dal «pine beetle», richiedono misure drastiche. «Il dramma dei parassiti non sarà di facile soluzione e per questo cerchiamo di orientarci verso un’economia verde, basata sull'uso del legno, anche nell'edilizia pubblica. Un esempio è lo “Stadio del ghiaccio” di Richmond, simbolo delle prossime Olimpiadi », sottolinea Roxanne Comeau di «Natural Resources Canada». Per farlo sono state individuate 2 linee-guida: accanto alla conservazione, quella dell’armonizzazione di tutte le attività forestali. Nella provincia del Quebéc - dove si trova un quinto degli alberi del Paese - l'area Saguenay- Lac Saint Jean è un laboratorio a cielo aperto. Basta sorvolarne gli enormi appezzamenti, tra fiumi, laghi e colline fino alle Montagne Bianche, per osservare il susseguirsi vorticoso delle decisioni politiche che hanno segnato la terra in tempi diversi. Le diverse epoche boschive si sono sovrapposte ai tempi dell' uomo, tra appezzamenti distrutti dagli incendi, aree attaccate dai parassiti, zone di rigenerazione e quelle del taglio a raso. A Nord, invece, oltre il parallelo 51, il Canada ha stabilito uno stop: fino a quando gli studi non garantiranno certezze sulla capacità di rigenerazione delle foreste boreali, non sarà possibile alcuna attività. E’ qui l'ultima frontiera del riscatto, la cintura di sicurezza che separa due mondi.

(da La Stampa del 23 dicembre 2009)
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 Galaad Edizioni (del 27/01/2010 @ 13:56:07, in Libri, linkato 181 volte)


di Simone Gambacorta

Possiamo metterla come vogliamo, ma c’è un punto che rimane fermo: una narrativa che includa un dolore, e che scelga di orientarsi verso un confronto vero con una latitudine tanto impalpabile e liminare, è una narrativa che “arriva” e che “tocca”, e talvolta è una narrativa che “resta”. A patto, beninteso, che questo dolore non lo si confonda con qualcosa di gonfio e posticcio, come il «dolorismo» di saviniana memoria della “Nuova enciclopedia”. Il segreto sta nell’accogliere la sfida di un enzima etico, non già morale o moralistico, che imprima alla parola una reale coscienza veritativa: una spinta d’introflessione, insomma, che sappia restituire scopertamente, o che sappia trasfigurare e trascendere nella finzione, gli echi e le temperature delle regioni interiori (“On entering these regions”, direbbe Masters) e il peso specifico delle verità intime. Questo è quel che accade ne “L’amore nuovo” di Philippe Forest, romanzo autobiografico dotato di una prensilità davvero capace di “dire” la vita e di destinare alla pagina l’universalità delle dinamiche che, in maniera per tutti uguale e per tutti diversa, plasmano e contorcono i nostri sentimenti. “L’amore nuovo” si apre con la cronaca della devastazione causata dalla morte di una figlia, una bambina: la voce di un padre, che narra in prima persona, fa toccare con mano lo strazio e lo smarrimento provocati da una perdita che sembra riassorbire in sé tutto il dolore del mondo. Sarà poi nell’attrazione per due donne – Alice e Lou, la moglie e la nuova compagna – che quest’uomo continuerà a dibattersi, raccontando, come nella minuta rendicontazione di un auto-ascolto, il rapporto travagliatissimo con le ragioni di un mondo emotivo frastagliato e pregno di criticità. Toccato dalla grigia grazia di una intensa poesia del profondo, e mai smaccato nel contenere il magma che pure ingloba, “L’amore nuovo” è il referto dilaniato (letteralmente e letterariamente, non si sviscera senza squartare) di un sentire che, per comprendere e comprendersi, ha voluto affidarsi alle mediazioni della scrittura. Come per una necessità, come per un’urgenza. Come quando si deve dire una verità.

(Philippe Forest, “L’amore nuovo”, trad. Gabriella Bosco, Alet, pp. 152, Euro 15)
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 Galaad Edizioni (del 23/01/2010 @ 10:19:42, in Libri, linkato 149 volte)


di Simone Gambacorta

“Riflessi da un paradiso” raccoglie gli “Scritti sul cinema” – per lo più recensioni brevi o brevissime – che Attilio Bertolucci firmò tra il 1945 e il 1953 per la «Gazzetta di Parma» e altre testate. Il volume, ottimamente curato da Gabriella Palli Baroni e pubblicato da Moretti & Vitali, è una lettura che si consiglia non solo ai cinefili e a coloro che si occupano di cinema, ma a chiunque nutra interesse per il mestiere del recensore. Sarebbe bello fare un esperimento: prendere alcune delle recensioni qui riunite e pubblicarle anonime su un giornale. Tutti, un po’ stupiti e un po’ ammirati, si domanderebbero: ma chi è questo? Bertolucci scriveva con una chiarezza e una concisione incantevoli, quasi performative. Era limpido, immediato, scioltissimo e non era, Deo gratias, un critico. Dei voli pindarici non sapeva che farsene e non sapeva che farsene nemmeno dell’erudizione tecnica. Il suo cuore batteva in platea, dalla parte dello spettatore, che considerava un compagno di viaggio da non trascurare per nessun motivo al mondo. Bertolucci era un innamorato attento ed esigente, un innamorato che sapeva osservare e giudicare, ma la levità del tocco e la rapidità del passo non gli impedivano di toccare gli aspetti “grammaticali” di un film (le inquadrature, il ritmo, il mordente narrativo, i personaggi e l’attorialità: si leggano, fra tutte, le recensioni a “Trovarsi ancora” di Edmund Goulding e a “Vertigine” di Otto Preminger”). E oltre alla gioia di scrivere, che si percepisce in ogni rigo, Bertolucci aveva soprattutto una virtù, un talento naturale: sapeva trovare il giusto livello focale con cui recensire un film, sapeva trovare il punto della giusta distanza. Vediamo di capirci. Nei giornali lo spazio è quello che è e quasi sempre è uno spazio limitato, in particolare per chi cura una rubrica. Ieri si diceva: dieci righe, quindici righe, venti righe. Oggi si dice: mille battute, millecinquecento battute, duemila battute. Ieri come oggi, chi scrive per i giornali sa che quello che ha da dire deve dirlo in un certo spazio, senza sforare. Il lavoro del recensore che disponga di uno spazio ridotto (o comunque prefissato) inzia allora prima della stesura della recensione, inizia stabilendo quali e quanti concetti quello spazio potrà “tollerare” e quali e quanti concetti dovranno essere sviluppati. In questa fase prescrittoria, in questa fase “ideativa”, o se vogliamo “progettuale”, il recensore deve individuare le “informazioni” da proporre al lettore, le modalità con cui farlo, il taglio da dare al “pezzo”, e deve farlo per non scadere nell’eccesso di approfondimento (per quello ci sono i saggi o le riviste specialistiche) o nell’eccesso di superficialità (per quello c’è la pubblicità). In parole povere, deve trovare il modo per essere comprensibile ed efficace (come retorica insegna, del resto), deve trovare il “tono”, impostare il discorso, scegliere cosa dire e cosa no, e come dirlo, e perché dire alcune cose e non altre. Trovare il giusto punto focale, trovare la giusta distanza, significa mettere le idee in ordine, significa prendere bene la mira prima di premere il grilletto della scrittura: e in questo, ma naturalmente non solo in questo, Bertolucci era un maestro. Tanto più che le sue recensioni dimostrano come per ogni taglio, per ogni punto focale, esistano delle specifiche misure di esattezza. Non fu d’altrone un caso se, in una lettera a Leone Traverso, Cristina Campo scrisse che «in venti righe, trenta al massimo, si può dir tutto di un libro, renderlo memorabile o futile a volontà». E da questo punto di vista, poco conta che si parli di pagine o di pellicole, e poco conta che lo si faccia alla radio o sulla carta stampata. Sui giornali bisogna scrivere in discesa, per non stancare il lettore e condurlo dall’inizio alla fine senza quasi che se ne accorga, ma bisogna anche (provare a) mettere del succo in quel che si consegna alla pagina: “Riflessi da un paradiso” è allora una specie di manuale, una sorta di “Consigli a un giovane recensore” (non solo di film), un exemplum ad imitandum da studiare e gustare al tempo stesso.

(Attilio Bertolucci, “Riflessi da un paradiso. Scritti sul cinema”, a cura di Gabriella Palli Baroni, Moretti & Vitali, pp. 509, Euro 25)
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 Galaad Edizioni (del 20/01/2010 @ 14:14:58, in Libri, linkato 119 volte)


di Simone Gambacorta

Proviamo a dare una possibile definizione di scrittore. Siamo di fronte a uno scrittore quando vediamo di più, quando ascoltiamo diversamente. La parola dello scrittore comporta un’effrazione verso le tante verginità che fanno da argine al nostro sguardo. È scrittore colui che introduce una quota di differenza rispetto alle geografie del consueto, è scrittore colui che sa sorprenderci, colui che sa indurci a una “scoperta”, a una vicinanza diversa alle cose e agli uomini. Questa “scoperta” coincide con l’inaudito, con quello che, fino a un dato momento, ancora non era stato detto (udito) in un certo modo (niente a che fare con l’eclatante e col sensazionale). Affinché ciò avvenga, occorre che chi scrive sappia prospettare una complessità e sappia porre la nostra mente dinanzi a una forma di “difficoltà”, a una domanda, a una riflessione, a una vertigine, a un problema. Da questo punto di vista, il “Diario dalla galera” di Imre Kertész è un libro esemplare. Il volume racchiude gli appunti intimi scritti dal Premio Nobel ungherese tra il 1961 e il 1991, e la “galera” del titolo è quella che impedisce all’individuo di liberarsi dalle «condizioni dell’essere», quella in cui si rapprendono i misteri dell’uomo («Che io rimarrò in eterno indecifrabile a me stesso è ovvio») e della vita («L’uomo non può capire la vita, può solo viverla ed esperirla»). Kertész impone a chi si immerge in questo diario un serrato periplo tra letteratura, filosofia e politica, con meditazioni sul suo essere ebreo e con l’ombra della deportazione ad Auschwitz e Buchenwald che serpeggia come uno spettro: «Dio è Auschwitz ma è anche colui che mi ha portato via da Auschwitz. E’ colui che mi ha costretto, anzi mi ha obbligato con la forza a rendere conto di tutto ciò, perché vuole sentire e sapere ciò che ha fatto». Nel diario tutto si colloca in una dimensione di inquietudine, di dolore, di ricerca, di travaglio, di dramma: «Scrivo un romanzo perché cerco il più grande dolore immaginabile»; «Tutto fa pensare che la vita, se non del tutto sbagliata, in ogni caso non è una condizione appropriata per l’uomo». In queste pagine, la profondità della parola è figlia di un disperato dibattersi del pensiero nel rebus dell’esistere, e ogni nota crea un impatto, un’abrasione, un accesso in quelle “difficoltà” che la voce e la sensibilità di uno scrittore sanno suscitare. Il Kertész del “Diario dalla galera” è una foglia colpita dalle folate dei giorni e della storia, e lo spazio in cui volteggia è il tempo che lega gli enigmi cruciali del nascere e del morire: «Vivo come una persona che, tra due impegni assai importanti, stizzito deve far passare un’ora irrilevante, e quest’ora è la mia vita».

(Imre Kertész, “Diario dalla galera”, traduzione di Krisztina Sándor, a cura di Alessandro Melazzini, Bompiani, 2009, pp. 296, Euro 18)
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 Galaad Edizioni (del 17/01/2010 @ 12:11:36, in Mostre, linkato 135 volte)


di Pietro Ruggieri

Il 18 dicembre 2009, grazie alla visita guidata organizzata dall’associazione romana Terracromata, i partecipanti hanno avuto la possibilità e la fortuna di accedere a tre aree dei Musei Vaticani in genere interdette al grande pubblico. La prima area, il Museo (o Padiglione) delle Carrozze, voluto da Paolo VI nel 1973, conserva le carrozze papali ottocentesche perfettamente conservate e funzionanti, oltre ad alcune automobili utilizzate dai Papi negli anni Trenta e da Giovanni Paolo II nel corso dei suoi numerosi viaggi. Al centro della sala è collocato il pezzo più importante e grandioso della mostra, la Berlina di Gran Gala costruita per Papa Leone XII (1760-1829) e utilizzata anche dai successivi pontefici fino a Pio XI (1857-1939). Di dimensioni tali da dover essere trainata da ben sei cavalli, fastosamente decorata con intarsi in legno e oro, la Berlina era utilizzata solo quattro volte all’anno in particolari occasioni di visita del pontefice all’esterno della Città del Vaticano. La osservo con curioso interesse, rammentando la potenza che il Papato aveva a quei tempi a Roma e in Italia.
La seconda meraviglia è la struttura che racchiude la scala di Donato Bramante (1444-1514), un vero e proprio gioiello dell’architettura rinascimentale. Mi affaccio dalla sommità della scala e guardo giù: la particolare forma a spirale mi consente di vedere, con un senso di vertigine, ogni punto della struttura. L’ultima tappa della visita a questi angoli nascosti del Vaticano è la scalinata che conduce al terrazzo del Palazzo del Belvedere, edificio progettato da Bramante e che presenta, sulla facciata, il noto Nicchione. La scala, alquanto lunga, mi costringe, come si è soliti fare quando si concentrano le forze in salita, a tenere la testa bassa, gli occhi rivolti ai gradini per non inciampare, la mente presa da vaghi pensieri. Superato l’ultimo gradino varco la soglia che conduce al terrazzo, alzo distrattamente lo sguardo ed ecco che mi si para davanti una visione di maestosa bellezza e un lungo brivido mi attraversa la schiena.
 
Il panorama che si apre dal belvedere è stupefacente: un’unica vista abbraccia i giardini del Vaticano, il Cupolone e uno scorcio del colonnato della basilica di San Pietro e consente di spaziare su tutto il centro di Roma, da Villa Borghese fino al Gianicolo. Credo che da nessun’altra parte di Roma si riesca a contemplare una vista simile, nemmeno dagli affacci del Gianicolo. Il sole è da poco riemerso attraverso le nubi e con i suoi raggi invernali illumina di arancio la città eterna. Prima di essere scosso dal richiamo della guida, che invita tutti ad abbandonare il terrazzo, indugio ancora un attimo a guardare il paesaggio e cerco di imprimerlo per sempre nel mio ricordo, sperando che non vada più via.

Museo delle Carrozze, Scala del Bramante, Salita al Nicchione. Roma, Musei Vaticani.
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"Nessuno può mai essere veramente ferito se non da ciò che altera la sua natura."
(Storia di una fattoria africana, Olive Schreiner)

"Nessuno sa quante ribellioni fermentano nelle masse di esseri viventi che popolano la terra."
(Jane Eyre, Charlotte Bronte) 

PREFERRED GUYS:
Charlie Chaplin
Helen Mirren
Hugh Laurie
Cary Grant
Spencer Tracy
Franz Kafka
Haruki Murakami
Sigourney Weaver
Jamie Bell
Michael C. Hall
Jeff Bridges
Sofia Carlotta di Hannover
Ramin Bahrami
Ray Bradbury
Gabriele D’Annunzio
Primo Levi
Ang Lee
Paul Auster
Donald Sutherland
Marlene Dietrich
Katharine Hepburn
William Butler Yeats
John Malkovich
Terrence Malick
Glenn Close
David Bowie
Steven Patrick Morrissey
Vladimir Nabokov
John Bayley
Patricia Clarkson
Max Bruch
J.D. Salinger
Jeff Goldblum
Kristen Stewart
Herman Melville
Julian Hawthorne
Ralph Waldo Emerson
David Grossman
Daniele Groff

Michael Stipe
Meryl Streep
Luca Bernardini
Umberto Broccoli
Joan Crawford