"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
26feb
![]() di Davide Sapienza |
Forse non sanno, i criminali stupratori che hanno sversato petrolio nel fiume Lambro, che probabilmente hanno fatto un favore alla Terra. Il Lambro, per me che sono di Monza, é stato il mio primo fiume. C’era. Era inquinato. Ne stavo alla larga, anche camminandoci a fianco o pedalando lungo le vie di Monza. Lo guardavo con distacco, davo per scontato, da ragazzino, che era così e altro non poteva essere. Poi sono cresciuto, girando prima con la mia famiglia poi da solo, ho invece capito che la Terra ha modi ben strani per darci la certezza della propria energia. E così in questi giorni ecco emergere il coro unanime di politici impresentabili come i nostri, accanto alle voci che loro stessi hanno silenziato per anni – voci che però hanno invece lavorato duramente (ad esempio Gli Amici del Lambro, www.portaledellambro.org). Ecco, la Terra é anche spiritosa: unisce gente senza speranza che ha massacrato la Lombardia e il suo straordinario ambiente naturale, a migliaia di cittadini sinceri, disinteressati, che hanno donato parte delle loro energie e il loro tempo, per continuare a tener viva la voce dei fiumi presso queste istituzioni colpevolmente sorde. Ma bene così. Io sono contento: c’è in atto una reazione (anche qui in provincia di Bergamo, é stata annunciata una grossa azione di ripulitura dei fiumi proprio oggi) e questa reazione ha trovato un catalizzatore in questo disastroso evento. La Natura Madre é energia, la sua parte esteriore, quella a noi visibile, é semplicemente forma dell’immensa energia che essa é e che genera di continuo. Lei, stanca e infuriata, ha mosso le mani di questi criminali, disposta a farsi del male nel breve periodo, per ottenre qualcosa di grande nel lungo periodo: il risveglio della Specie più pericolosa che abita il Pianeta Terra. Gli Umani. Ecco dunque il Fiume. Una scelta chiara: il fiume scorre, il fiume é energia, il fiume si rigenera. Noi siamo tristi e feriti davanti a questo fatto, perché misuriamo tutto in tempi umani. Lei, Madre Terra, ci sta dando un’altra opportunità: e i migliori della Specie, sono già al lavoro assieme ai Peggiori, i politici che per decenni si sono disinteressati della Madre, Forse, qualcuno, aprirà gli occhi e qualche politica ambientale corrotta e contro natura, cambierà. |
20feb
![]() di Simone Gambacorta |
È una baracca di legno quella dove è in corso una riunione tra Hitler e i suoi più fidati tirapiedi. È il 20 luglio 1944, siamo nella “Tana del lupo”, il quartier generale del Führer nella foresta prussiana. È estate, fa caldo, e a incorniciare un tavolo pieno di mappe sono le divise degli ufficiali di un Reich sulla via della disfatta. Nessuno nota una valigetta vicina alla sedia di Hitler. Nessuno immagina vi sia nascosta una carica esplosiva, né che a portarla fin là sia stato un uomo al di sopra di ogni sospetto, il colonnello Claus von Stauffenberg. E nessuno sospetta che Stauffenberg sia una delle menti del Piano Valchiria, un progetto di colpo di stato per neutralizzare il regime di Hitler e salvare il salvabile di una Germania oramai tragicamente compromessa. Fatto è che a un certo punto, e prendendo a pretesto una scusa, Stauffenberg esce dalla baracca. Pochi minuti dopo, alle 12:30, l’ordigno detona e investe i presenti (alcuni moriranno successivamente a causa delle lesioni subite). Hitler, sino ad allora fortunosamente scampato a diversi altri attentati, riporta solo ferite, e per una ragione che ha dell’incredibile: se la deflagrazione fosse avvenuta in un locale in muratura, l’onda d’urto avrebbe schiacciato tutti; le pareti della stanza erano invece di legno, e questo fece sì che gran parte della spinta distruttiva si disperdesse verso l’esterno. Risultato: un piano elaborato in ogni particolare era fallito per un dettaglio minimo ma decisivo. La reazione di Hitler non si fece attendere: Stauffenberg e i suoi furono scoperti e giustiziati e i loro familiari arrestati. A un passo dalla meta, il Piano Valchiria era fallito, così com’era fallito il gesto “morale” di quegli uomini che, pur di obbedire alla propria coscienza, avevano tentato uno scacco matto al di là di ogni azzardo. A raccontarci questa storia, che davvero vale più di un romanzo (non solo per la terribilità che evoca, ma anche perché ribadisce che certe sorprese, tanto più se cruciali e “improbabili”, può permettersele solo la realtà), è Ian Kershaw, esperto di nazismo, professore all’Università di Sheffield e saggista capace di coniugare divulgazione e puntualità in una scrittura fluida e accessibile. Ma “Operazione Valchiria” non è solo un buon libro. C’è altro. Perché all’ombra delle parole vive qualcosa di invisibile, qualcosa che sa di incubo, una specie di serpente che scivola tra le righe e sussurra che il male, quando è assoluto, è immune dagli agguati del bene. Lo si può combattere, lo si può colpire, lo si può fiaccare, ma non lo si può vincere. Svanisce solo se soccombe a se stesso, se collassa, se implode. Non finisce perché lo si uccide, finisce perché si suicida. E forse nessuno può farci niente. (Ian Kershaw, “Operazione Valchiria”, trad. di Alessio Catania, trad. delle Appendici di Andrea Silvestri, Bompiani, pp. 170, Euro 10) |
16feb
![]() di Pietro Ruggieri |
La mostra su Niki de Saint Phalle (1930-2002) rappresenta un vero e proprio evento nel panorama delle manifestazioni artistiche romane di questi ultimi mesi: per la prima volta in Italia sono esposte circa 100 opere di questa artista di origini francesi. Le opere (sculture, disegni, serigrafie) non sono organizzate in ordine cronologico ma per capitoli tematici, ciascuno dei quali evidenzia un aspetto significativo della sua vita e della sua vicenda artistica. A mio avviso, il filo conduttore dell’arte di Niki de Saint Phalle è la rielaborazione della realtà attraverso i sogni. Gli eventi negativi della vita, sia personale che sociale, sono filtrati da una condizione sognante che li ripercorre e li trasforma, o tenta di trasformarli, in messaggi visivi positivi, in forme e colori che esorcizzano le negatività. Le principali opere giovanili sono assemblaggi di vari oggetti riciclati, coperti di gesso bianco, ai quali sono appesi palloncini pieni di colore. Niki, nel corso di sessioni artistico-dimostrative pubbliche, i “Tiri”, spara con il fucile sui palloncini, facendone colare i colori e distruggendo parte dell’assemblaggio stesso: è l’urgenza di reagire ai propri incubi, di affrontare con violenza l’orrore delle molestie sessuali ricevute dal padre in tenera età, un’esperienza della quale l’artista non si liberò mai del tutto, di comunicare l’impegno personale nella denuncia delle nefandezze umane.
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| L’esperienza artistica diviene allora strumento di liberazione e di riscatto, l’arma con la quale affrontare la paure e gridare al mondo il proprio dolore. L’altare dorato, i cui pannelli laterali sono coperti di scarafaggi e di piccole bambole monche, denuncia lo sdegno per le sanguinose vicende della guerra d’indipendenza algerina. Folgorata dalle opere di Gaudí, da cui fu enormemente influenzata, e forte delle esperienze artistiche condivise con il secondo marito, il famoso scultore svizzero Jean Tinguely, l’arte di Niki evolve verso forme tonde, sinuose, aeree, dai colori accesi. Nascono allora soggetti dalle forme singolari, alberi della vita con rami-serpenti, totem della tradizione americana rielaborati fantasticamente e le famose Nanas, le ragazze, figure femminili enormi, esageratamente grasse, tonde, coloratissime, che danzano e galleggiano nell’aria a dispetto di ogni legge gravitazionale. Sono icone dell’emancipazione femminile e del superamento dello stereotipo della donna come bellezza da ammirare. |
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| Rappresentano, a una lettura più intima, l’artista stessa, che anela alla libertà, al sogno come momento catartico in grado di spazzare via i segni del tormento interiore e ricondurre l’anima verso un sentiero fatto di azioni e pensieri positivi. Questo percorso di liberazione dell’anima è ancora più evidente nell’ultima sezione della mostra, dedicata al Giardino dei Tarocchi, in cui sono esposti i disegni e i bozzetti preparatori del grandioso progetto che portò Niki a realizzare a proprie spese, insieme a Jean Tinguely, il giardino dei Tarocchi di Capalbio, che custodisce enormi sculture ispirate agli Arcani maggiori delle carte divinatorie. In linea con l’intento creativo di Niki, anche il giardino rappresenta il percorso dell’artista alla ricerca del senso della sua arte come rielaborazione dei momenti tragici della vita, delle decisioni da prendere, delle strade da scegliere ed esplorare. Niki de Saint Phalle, Roma, Fondazione Roma Museo |
![]() di Roberto Michilli |
Sono ormai più di quarant’anni che ad ogni inizio d’estate rileggo lo stesso libro. Si tratta di Le Trombe, di Giuseppe Cassieri, uscito da Bompiani nell’anno 65 del secolo scorso. La vicenda è racchiusa nello spazio di un’estate al mare. I protagonisti sono i componenti di una famiglia borghese - padre ex ammiraglio, madre casalinga, figlia nullafacente e genero giornalista - che seguiamo dal loro arrivo nella villa di famiglia, sul Golfo di Gaeta, fino alla tragicomica conclusione dovuta a una tromba d’aria. È un libro compatto e divertente, ricco di ironia, scritto con una lingua inventiva e trascinante, ma a me è caro soprattutto perché riesce ad evocare certe lunghissime, pigre e quiete estati lontane, quando ero molto giovane e tutto doveva ancora accadere.
Ne ho diversi altri, di questi libri che non appartengono al numero di Quelli Che Bisogna Leggere Assolutamente e tuttavia mi sono molto cari, al punto che li considero alla stregua di vecchi amici. Li rileggo a intervalli più o meno regolari, senza mai stancarmi. Anzi: spesso, in passato, mi sono rifugiato nelle loro pagine nei non rari momenti difficili della vita, e sempre ne ho ricavato gioia e conforto. C’è, per esempio, Il numero uno, di Hans Ruesch (quello di Paese dalle ombre lunghe e Imperatrice nuda). Il protagonista, Erwin Lester, è un campione automobilistico degli anni trenta. Tra corse, amori, incidenti e tradimenti, ne seguiamo le imprese dalle prime vittorie fino alla definitiva consacrazione, che coincide con il momento in cui, a partire dal 1934, irrompono sulla scena automobilistica fino allora terreno di lotta della triade Alfa Romeo, Bugatti e Maserati, le argentee vetture della Mercedes Benz e della Auto Union. Le macchine tedesche domineranno poi, quasi incontrastate, fino alle soglie della seconda guerra mondiale. Altro che la minestrina riscaldata della Formula 1 odierna! Qui i bolidi, simili a grossi siluri, senza limiti di cilindrata, sono veloci come e più di quelli d’oggi, ma in ogni gara corrono per almeno 310 miglia sulle loro ruote alte più d’un metro, e i piloti le guidano in tuta e cuffia di lino bianco e scarpe da passeggio. C’è il resoconto delle ultime fasi di una Mille Miglia, nelle pagine iniziali, che ti porta il rombo dei motori e l’odore inebriante della benzina fin dentro la stanza, e devi fare una fatica boia per controllare in curva la poltrona sulla quale sei seduto a leggere. Co-protagonisti, adombrati da nomi di fantasia epperò perfettamente riconoscibili, sono i grandi campioni di quell’epoca eroica, da Nuvolari (Dell’Oro) che Ferdinand Porsche definì "Il più grande pilota del passato, del presente e del futuro" a Stuck, da Varzi a Rosemeyer. Ne hanno anche fatto un film, Destino sull’asfalto (1955), diretto da Henry Hataway e interpretato da Kirk Douglas. Non ho mai avuto occasione di vederlo, ma non devo essermi perso granché, a giudicare dalla recensione che c’è sulla guida di Morandini. C’è poi La nuvola nera, un classico della fantascienza, (1958, apparso in Italia nel ’59 tradotto da Luciano Bianciardi), scritto da Fred Hoyle, uno dei più grandi astrofisici di tutti i tempi, fiero avversario dell’ormai imperante teoria del Big Bang, alla quale contrappone la sua idea di un universo stazionario nel quale si opera una creazione continua, che forse non sarà vera, ma meriterebbe di esserlo per quanto è fascinosa. Secondo Hoyle, il Big Bang riguarderebbe soltanto il nostro angolino del cosmo, potrebbe essere magari solo uno di tanti “grandi botti" dispersi in una specie di super-universo perfettamente stazionario. Per colmo d’ironia, fu proprio Sir Fred a coniare il termine Big Bang, per confutare scherzosamente la teoria dell’universo evolutivo. Non lo convinceva nemmeno l’evoluzionismo darwiniano. Diceva che la vita non può essere nata sulla Terra perché la storia del nostro pianeta è troppo breve, e che il darwinismo non riesce a spiegare quei salti evolutivi di cui non esiste documentazione nei fossili. Per questo lui era convinto che la Terra fosse soltanto una “catena di montaggio” della vita, la cui origine va cercata invece nello spazio. A “colonizzare” i pianeti, tra cui il nostro, provvederebbero poi le molecole organiche presenti nelle code delle comete, in una sorta di "inseminazione spaziale" nota come "panspermia". Negli ultimi tempi, la scoperta che sia le comete sia la polvere interstellare pullulano davvero di molecole organiche ha ridato credito alla teoria. Hoyle è stato sempre una voce fuori del coro, un cane sciolto osteggiato e spesso boicottato dall’establishment scientifico. In molti casi, ha affidato ai libri di divulgazione (e ai romanzi di fantascienza) quelle idee eterodosse che non avrebbero trovato accoglienza sulle prudenti riviste scientifiche. Anche se prove sperimentali sembrerebbero confermare l’idea di una esplosione originaria e di un universo in espansione, le teorie di Hoyle continuano a tenere in agitazione la comunità degli astrofisici e dei biochimici, ed è giusto così, perché di eretici come Fred Hoyle la scienza ha sempre bisogno per evitare di crogiolarsi in troppe sicurezze. Peccato che sia scomparso. Il mondo sarà più triste senza Sir Fred. Nel romanzo di cui parlo, una nuvola cosmica intelligente, che ama l’Op. 106 di Beethoven, oscura il sole causando sulla Terra un'era glaciale. Mi piace molto anche un altro libro di Hoyle, A come Andromeda (1962), dal quale fu tratto negli anni settanta un famoso sceneggiato con Luigi Vannucchi e Paola Pitagora. Vi si ipotizza la ricezione di un messaggio radio proveniente da una civiltà extraterrestre contenente le istruzioni per costruire un grande calcolatore. Idea ripresa da Carl Sagan, altro astronomo di fama internazionale, convinto assertore dell’idea che non siamo soli nell’universo, nel suo romanzo Contact, dal quale nel 1997 è stato tratto un discreto film con Jodie Foster. C’è ancora 84 Charing Cross Road, di Helene Hanff, nel quale, attraverso una corrispondenza ventennale, si racconta la storia vera dell’amicizia tra una scrittrice americana e l’impiegato di una libreria londinese specializzata in libri usati. Grazie al comune amore per i libri e pur non incontrandosi mai, i due finiscono per vivere buona parte della loro vita in una profonda intimità, fatta di reciproci racconti, esperienze di lettura, discrete confessioni e, all’occasione, aiuto concreto. Il libro mi affascina perché parla di libri e di amore per i libri; perché la Hanff è una tipa tosta, abituata a lottare, e la sua America è quella del 1949, e ci si può ancora credere; perché in librerie come quelle io non ci sono mai entrato ma l’ho sempre sognato; perché ne hanno fatto un film molto bello, interpretato da una bravissima Anne Bancroft e da un grande Anthony Hopkins. E infine c’è Whisky e gloria, di James Kennaway, che ci porta nella caserma scozzese dove è di stanza un battaglione del glorioso reggimento Highlanders, al cui comando è il vecchio Jock Sinclair, un militare venuto dalla gavetta, umano, generoso e amante del buon whisky. Jock ha condotto eroicamente i suoi uomini in guerra e incarna per tutti storia e leggenda del reggimento, eppure si vede ora sostituire da un damerino più giovane, fanatico della disciplina, che ha studiato a Eton e a Oxford e ha fatto le migliori accademie, ma non ha mai combattuto. Jock sarà anche tradito dagli amici e dalla donna che ama, ma alla fine, pur sbiellando un poco, si rivelerà centomila volte meglio di tutti i puzzoni che gli stanno intorno. Il suono struggente delle cornamuse, il whisky a fiumi, i tilt, le giacche cremisi, il gelo dell’inverno scozzese, la tradizione, l’amicizia… Buon Dio, che goduria. Nel 1960 ne hanno tratto un film, un bel film, anche in questo caso, che rende bene lo spirito del libro, interpretato da un superlativo Sir Alec Guinnes (ah, i grandi attori inglesi!) |
07feb
![]() di Simone Gambacorta |
A prima vista sembra un nonno come tanti, di quelli che non aspettano altro che raccontare le favole ai nipotini. Poi però, a guardarlo meglio, ti accorgi che non è così. Scopri che sì, è del 1922, ma scopri anche che di nome fa José e di cognome Saramago e che nel 1998 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. E poi ti accorgi che questo signore portoghese ha un blog sul quale scrive di cose che gli stanno a cuore. Se ti chiami Pinco Pallino e hai un blog dove ti piace parlare di questo e quello, ciò che scrivi potrà anche suonare banale o stupido. Se invece ti chiami Saramago e decidi di aprirti una finestra nel web per affrontare argomenti che ritieni importanti, stai sicuro che dirai cose che gli altri troveranno quanto meno utili e stimolanti: magari qualcuno concorderà e qualcun altro no, ma alla fine chi se ne importa, è normale, anzi è meglio così. “Il Quaderno” raccoglie i “Testi scritti per il blog” che Saramago ha pubblicati tra il settembre 2008 e il marzo 2009, testi che formano un libro veemente e risentito, vera e propria trincea virtuale dalla quale il nostro, grazie alla fionda della scrittura, scaglia parole a destra e sinistra (ce n’è per tutti, e di ogni dove). Ma quali sono i bersagli delle sassate che costellano questo diario pubblico di un contemporaneo? Semplice: la società in cui viviamo e i problemi del potere e del mercato, con tutti gli annessi e connessi. Siamo dinanzi a un libro “politico” nell’accezione più ampia. I diritti dell’uomo, la giustizia sociale, l’etica, la verità, la libertà qui non sono ameni enunciati, ma parole attraverso cui una coscienza critica sottolinea storture e problemi oramai tanto grandi da passare quasi inosservati. È soprattutto a questo che Saramago si oppone: all’indifferenza, al venir meno, negli altri, di quell’assillo cui lui non riesce a sottrarsi e che lo porta a gridare e a puntare i piedi. Altro che nonno, altro che favole. Comunista, ateo, pessimista, al nostro non vanno bene un mucchio di cose: è uno che non riesce a far finta di niente e che tenta, se non di ribellarsi, di opporsi. Però attenzione: nelle sue parole (che danno vita a “pagine” concentrate, chiare, immediate) non c’è niente di gratuito, non è uno che gioca a fare il predicatore, non ha la voluttà pedante e piagnona dello scontento professionista. Saramago è sinceramente preoccupato per lo stato delle cose, e sebbene non si faccia illusioni, e anzi possegga una lucida coscienza sui limiti di gittata della sua voce («Mi amareggia la certezza che alcune cose sensate che ho detto nella mia vita non avranno, in fin dei conti, alcuna importanza»), resta un combattente che non vuole rinunziare alla speranza. La speranza, in questo caso, è anzitutto quella di ottenere un ascolto. Qualcuno potrebbe considerare “Il Quaderno” il libro di uno sconfitto (cioè di uno che ha assistito al crollo di un “sogno”), ma certo nessuno può considerarlo il libro di un vinto (cioè di uno che si è rassegnato): è una reazione, un colpo di reni, il riflesso web di un impegno intellettuale e morale portato avanti con la perseveranza della sentinella. C’è però altro, in queste pagine: per esempio le belle note su scrittori come Pessoa, Fuentes, Amado, Borges e il nostro Saviano, o riflessioni sulla vita e sullo scorrere del tempo. E su tutto, lo slancio di una voce ansiosa di aprirsi al mondo. (José Saramago, “Il Quaderno. Testi scritti per il blog. Settembre 2008-marzo2009”, prefazione di Umberto Eco, Bollati Boringhieri, pp. 171, Euro 15) |
![]() di Giulia Merisi |
Gli amici trentenni de L’ultimo bacio sono tornati: adesso hanno quarant’anni e una vita che non ha visto realizzarsi i loro sogni di felicità. Dopo alcuni reciproci tradimenti Carlo e Giulia si sono separati. Entrambi hanno un compagno cui li lega un affetto (non un amore) e la paura di rimanere soli, anche se continuano a incontrarsi per via di Sveva, la figlioletta ormai decenne. Marco vive da anni una crisi coniugale, in parte dovuta al desiderio insoddisfatto di maternità della moglie che non esita a lasciarlo per andare a convivere con un ragazzo più giovane di lei e del quale rimane ben presto incinta. Livia, abbandonata da Adriano, si è ricostruita una vita attorno al figlio e all’amore di Paolo che invece si dibatte tra una depressione mai sconfitta e l’impegno nel negozio di oggetti sacri che ha sempre detestato. Dal canto suo Alberto si accontenta di un lavoro in un supermercato e delle solite storie di sesso che durano una notte o anche meno. In tutto ciò ricompare Adriano, dopo due anni passati in una prigione colombiana per aver tentato di imbarcarsi su un aereo con due chili di cocaina. E così l’avventura ricomincia, con esiti finali in bianco e nero. Dopo i due film “americani”, Muccino torna a raccontarci nel suo stile migliore, fatto di delicata crudezza, il mondo di questi uomini e queste donne che non hanno saputo coltivare il loro sogno e ora si trovano, ancora confusi, a fare i conti con i rispettivi fallimenti. Autore anche stavolta di soggetto sceneggiatura e regia, Muccino indaga, scopre e scarnifica i sentimenti con una scrittura scabra, diretta ed efficacissima. Si affida alla fotografia di un Arnaldo Catinari sempre più maestro dell’immagine e al montaggio dominato e scandito di Claudio Di Mauro, oltre che alla stessa squadra di attori dell’Ultimo bacio (a parte la Puccini). Oggi come allora ciascuno riesce a dare corpo e anima al proprio personaggio. Il risultato è un film di pregio illuminato dall’ironia dolente di chi vuol credere in un domani migliore. Unica pecca: un finale troppo “allungato”. BACIAMI ANCORA di Gabriele Muccino, con Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pier Francesco Favino, Claudio Santamaria. ITALIA 2010. |

Novità:
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