Galaad Edizioni (clicca qui per tornare al sito)

"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 17/11/2010 @ 15:00:45, in Libri, linkato 340 volte)


di Simone Gambacorta
“Da qualche parte vero la fine” è una delizia da non perdere, una sorpresa che ti sboccia fra le mani con la semplicità dei fiori di campo. All’inizio ti sembra interessante, poi molto interessante, poi ti accorgi che è bello, poi che è proprio bello, e alla fine ti rendi conto che probabilmente è una delle migliori cose che abbia mai letto. Lo ha scritto Diana Athill, inglese, classe 1917, cinquant’anni di esperienza da editor di narrativa alle spalle e autrice vari libri (questo è il primo tradotto in italiano). Il tema è la vecchiaia, la terza età, il tempo che volge al termine. Il risultato è una sorta di “De senectute” dove la Athill muove le parole con l’ironia e la leggerezza di chi ha imparato a prendere la vita per quel che è: un luogo di gioie e dolori dove siamo tutti sulla stessa barca e dove non ci sono santi perché i santi stanno in paradiso. Il libro ha avuto il National Book Critics Circle Award in Autobiography, e mai premio fu più meritato. Il consuntivo che la Athill fa della propria esistenza, andando a pescare ben oltre la vecchiaia (perché di fatto la vecchiaia diventa l’occasione per guardare indietro e dentro col pacato distacco di chi sente prossimo il congedo), ha una freschezza così vera e sincera da lasciare a bocca aperta. Questa simpatica nonnina è una donna emancipata e moderna, dei moralismi e di altre simili mascherate proprio non sa che farsene (a fine partita non ha senso fingere di averla giocata in modo diverso da come la si è giocata) e di persona deve essere fantastica, almeno a giudicare dall’arguzia, dalla schiettezza e dalla delicatezza che zampillano dalle sue pagine. Amori, amorazzi, sesso, tradimenti, gioie e dolori, genitori e figli (non ne ha, come molti; ma lo è, come tutti), fede ed ateismo, vita e morte, (c’è una poesia sulla morte che stucca il fiato), bene e male, sono alcuni degli argomenti che la cara Diana mette sul tavolo mentre passeggia nella memoria. Piacevolissime anche le parti sulla lettura, la scrittura e sul lavoro editoriale, che l’ha vista collaborare con calibri come Philip Roth, Updike, Richler, Naipaul e la Atwood. Il suo è uno stile felicemente light, e il suo modo di porsi in rapporto al mondo è una lezione di equilibrio e intelligenza: «Mi rendo conto che la vita umana – nonostante in termini universali sia più insignificante di un battito di ciglia – all’interno dei propri confini è sorprendentemente capiente e capace di contenere molti opposti. Una vita può accogliere serenità e tumulto, crepacuore e gioia, gelo e calore, ricchezza e poverta». Con la sua grazia, la Athill ti appassiona e ti diverte, ti tocca e ti incupisce, perché davvero le sue dita scorrono su tutta la tastiera del pianoforte. Per parte tua, in quei suoni ti ci ritrovi come fossi a casa, vuoi perché ti ci riconosci, vuoi perché sai che potresti riconoscertici. Ci sono più verità sui rapporti umani in queste pagine, in primis sui legami tra uomo e donna, che in un’enciclopedia di vita vissuta. Prendiamo un caso che sulle prime potrebbe apparire di poco conto, e cioè la vexata quaestio della sigaretta che molti vorrebbero fumarsi dopo aver fatto l’amore con la propria compagna. Come si sa, questo gesto può trasformare un’alcova in un ring, ma la Athill, con la levità che le è propria, dà una spiegazione che ha tutta l’aria d’essere quella giusta: «Non c’è nessuna ragione fisica per cui un uomo, al termine di un atto sessuale, non possa comportarsi come se niente fosse. Per una donna, invece, ogni atto sessuale potrebbe essere quello che modificherà il resto della sua vita». La sensazione che hai non è quella di leggere un libro, è quella di farti una chiacchierata con chi l’ha scritto, come se la Athill fosse lì davanti a te, a parlarti dei fatti suoi, ma a parlartene parla con l’aria sorniona e ammiccante di chi sa benissimo che quei fatti potrebbero essere anche tuoi, perché sono parte del gioco della vita.

(Diana Athill, “Da qualche parte verso la fine”, traduzione di Giovanna Scocchera, Rizzoli, pp. 185, euro 9)
Articolo (p)Link Commenti Commenti (1)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
 Galaad Edizioni (del 08/11/2010 @ 14:30:04, in Interviste, linkato 816 volte)


intervista di Simone Gambacorta

Antonio Tricomi ha pubblicato un nuovo libro, “La Repubblica delle Lettere” (Quodlibet, pp. 552, Euro 34). Sottotitolo: “Generazioni, scrittori, società nell’Italia contemporanea”. Non è una raccolta di saggi, è un volume organizzato per saggi. Ed è un libro in maschera, nasconde un romanzo di formazione. Sembra un’edizione della Bibbia, tanto è erto e fitto. Se vivessimo in un paese culturalmente civile, Tricomi sarebbe di ruolo in una qualche Facoltà. Invece è un precario della critica. Un disoccupato intellettuale, come dice lui. L’Italia onora i suoi critici mettendoli in crisi. Eppure Tricomi è l’unico che, a trentacinque anni, possa esser considerato un maestro.

Il tuo nuovo libro s’intitola "La Repubblica delle Lettere". Di che cosa si tratta?
«Definirei "La Repubblica delle Lettere" il libro di un trentacinquenne di settant’anni, del tutto conscio che, nel passare in rassegna alcuni tra i principali testi e autori della letteratura italiana dell’ultimo sessantennio – da "La vita agra" di Bianciardi a "Gomorra" di Saviano, dalle opere “spurie” di Pasolini a quelle narrative del suo esegeta forse massimo, Siti –, avrebbe corso il rischio di scontentare sia i coetanei più fedeli al ludico spirito dei tempi nuovi, giacché indaga una simile produzione secondo categorie ancora moderne e novecentesche, sia i padri, poiché li accusa di avere in una certa misura tradito il moderno e il Novecento. Ritengo il mio un libro addirittura rétro, se rétro vuol dire un libro neo-modernista e ostile a ogni cosa che sappia di postmoderno. Un libro neo-modernista finanche nella forma, in virtù della sua struttura circolare, insieme unitaria ed episodica».

Ecco, parliamo della struttura.
«Il libro si apre con gli anni Settanta del secolo scorso, lì collocando la fine anticipata del Novecento; torna indietro con una serie di flash-back e si proietta in avanti con una serie di flash-forward; ricomincia dagli anni Settanta per saltare alla stretta contemporaneità; si compone di singoli pezzi in sé autonomi e di per sé leggibili ma che, susseguendosi, fanno sistema. E un libro neo-modernista persino nella forma proprio in virtù della tesi – discutibile, ci mancherebbe – che lo ispira e che dichiara».

Cioè?
«La tesi secondo cui quello della modernità sarebbe, a livello tanto politico quanto letterario, un progetto interrotto, ma – su basi in parte diverse, questo è ovvio – da riprendere. Da riprendere anche attraverso la costruzione di micro-narrazioni culturali che possano, se non colmare, almeno alleggerire il vuoto delle sconfessate grandi narrazioni che hanno contraddistinto la modernità. Insomma, la critica della cultura, ormai totalmente negletta, come vera scommessa intellettuale in un presente che conosce – agli occhi di un cittadino, quale io sono, che si occupa anche, e tuttavia non esclusivamente e forse nemmeno principalmente, di letteratura – una duplice implosione: l’implosione di un’autentica civiltà letteraria, in seguito al collasso di ogni paradigma umanistico, e l’implosione della democrazia, che oggi mi sembra ridotta, non solo in Italia, ma, temo, in larga parte dell’Occidente, a una pura sopravvivenza nominalistica».

Cosa ha causato questa implosione?
«Per fortuna esistono eccezioni, e dunque lettori e scrittori ai quali risulterebbe ingiusto addebitare colpe come quelle che mi accingo ad assegnare. Non credo però di esagerare se, guardando complessivamente al fenomeno, dico che la perdita di prestigio culturale e di un’effettiva funzione formativa assegnatale dalla collettività ha perlopiù degradato la letteratura, da strumento insostituibile di conoscenza, a ludica occasione di svago, tra le tante offerte a noi tutti dalla civiltà dello spettacolo, o a semplice corpo morto da vivisezionare con gli strumenti talvolta arrugginiti della filologia specialistica, sia per i lettori dilettanti sia per i critici di mestiere; e anche l’ha degradata, da specifico, personale contributo all’elaborazione di un bene e un sapere comuni, a patologica esposizione di sé, a narcisistico appagamento di un proprio desiderio di pur declassato riconoscimento sociale, per gli scrittori, che tendono sempre più a concepire i loro testi, o le recensioni forsennatamente chieste e avidamente collezionate, alla stregua di incongrue, patetiche cariche onorifiche in un mondo che titoli di merito non concede in verità più a chi i libri compone, pubblica, fruisce. Appunto: da una civiltà letteraria, nella quale non tutti, e però molti scrittori, editori, lettori, critici si impegnavano a costruire insieme – ognuno per la propria parte e magari anche scontrandosi aspramente tra loro, ma, almeno nei casi migliori, in nome di opposte idee comunitarie di società e di arte – un patrimonio comunque condiviso di sapere e di bellezza, si è passati all’attuale “Oligarchia delle Lobby e dei Narcisi” che troppo spesso vede autori, case editrici ed esegeti professionisti azzuffarsi o allearsi per ragioni, diciamo così, puramente autopromozionali e vede il pubblico schiavo, o quasi, del gusto imposto dal mercato e dalla chiacchiera gazzettistica, televisiva».

Per il resto?
«Non mi ritengo capace di indicare in poche battute i tanti fattori che hanno determinato, specie in Italia, la lacerazione del tessuto democratico. Mi limito a notare che non c’è democrazia dove non è realmente concessa al singolo la chance dell’emancipazione sociale e dove, all’inverso, i privilegi non risultano revocabili. E nel nostro Paese – ma, sospetto, anche in altre nazioni occidentali – già da un po’ il figlio del povero è condannato a diventare più povero di suo padre, mentre il figlio del ricco è destinato ad essere più ricco di suo padre; già da un po’ il figlio del commesso può esclusivamente ambire a fare, se gli andrà bene, il commesso a propria volta, mentre il figlio del docente universitario solo se vorrà rinunciare per ragioni tutte sue alla successione al trono, o se alla fine bruceranno – come, in effetti, i vari governi nazionali sembrerebbero intenzionati a fare – le Università, potrà salvarsi dalla triste sorte di Magnifico Rettore».

Hai definito il libro una «autobiografia della nazione»…
«Sì, perché ho cercato di percorrere a ritroso la nostra storia repubblicana lasciando la parola a scrittori che, nei loro romanzi o volumi di versi, come pure nei loro elzeviri o testi saggistici, si sono incaricati di raccontare e giudicare le principali tappe di quel passato che abbiamo alle spalle, di quel presente che ancora viviamo: la lotta di liberazione dal fascismo, il boom economico, il ’68, il ’77, l’affaire Moro, la stagione del craxismo, l’89, Tangentopoli, l’era berlusconiana. Ne è venuto fuori un ritratto, o un autoritratto, o ne è appunto scaturita l’autobiografia di una nazione che oggi, come spiega uno degli autori da me sondati, Rino Genovese, somiglia a una “piccola Weimar”».

Lo hai anche definito un «romanzo di formazione» mascherato…
«Sì, perché scrutare con gli occhi di alcuni dei “propri” scrittori il passato e il presente del proprio Paese, per di più analizzando, sempre con l’aiuto di non pochi dei “propri” autori, la maniera in cui è andata lentamente incrinandosi, fino a ridursi in frantumi, la civiltà letteraria di cui prima parlavo, significa anche, direi necessariamente, interrogare la propria condizione di cittadino dell’Occidente e d’Italia oggi abbandonato a se stesso, incapace di scorgere progetti politici in cui riconoscersi e alla disperata ricerca di un orizzonte di senso che lo salvi da quel nichilismo da fine impero che sembra dominare la nostra epoca, come pure significa, non meno logicamente, confessarsi un letterato incompiuto».

Che cosa ne consegue?
«Se da tempo la letteratura è una pratica socialmente sterile, ne consegue che, ormai da anni, non esiste più la chance di un’autentica formazione letteraria. Chi oggi ha venti, trenta, quaranta, forse persino cinquant’anni, può anche aver individualmente acquisito un ampio patrimonio di letture, ma, se non vuole mentire a se stesso, deve comunque ammettere la propria condizione di tormentato autodidatta destinato a non reperire mai le necessarie garanzie sull’adeguatezza e sulla tenuta del suo bagaglio di conoscenze, in una civiltà che, non prevedendo educazione letteraria alcuna e non conoscendo veri maestri, arriva a liberalizzare i presunti percorsi di sapere fino al punto di assegnare alla fruizione di un romanzo di Faletti la medesima rilevanza socioculturale attribuita alla consultazione della "Commedia". O sono stato persino troppo ottimista? O dovrei addirittura dire che oggi aver letto Faletti conta molto di più che aver letto Dante?».

Qual è allora la condizione in cui versano la narrativa e la poesia in Italia?
«Credo che, nel complesso, la narrativa italiana se la passi piuttosto male, anche se può contare su alcuni scrittori certamente significativi. E penso che, mediamente, la poesia di casa nostra risulti, rispetto alla prosa, di livello superiore, e che dunque essa ci regali un numero maggiore di autori di pregio, pur senza offrirci, a mio parere, vette letterarie assolute».

Qualche nome?
«Nomi non ne faccio: non per timidezza, ma perché lascio a chi avrà voglia di sorbirsi "La Repubblica delle Lettere" il piacere di scoprire quali siano gli scrittori italiani in attività a mio giudizio più interessanti. Aggiungo però che, ogniqualvolta mi capita di intercettare un romanziere, un poeta, un saggista italiano secondo me di livello, ho come l’amara sensazione di essermi imbattuto in un minuscolo miracolo laico, appunto perché l’assenza di una vera civiltà letteraria rende complicatissime tanto la formazione quanto l’emersione di voci originali, autonome, importanti. Da questo punto di vista, ritengo che quei pochi autori comunque di valore, sui quali oggi la letteratura italiana può contare, andrebbero quasi considerati dei piccoli, ma tenaci e insostituibili eroi civici. E per far meglio capire, a chi avrà la gentilezza di leggere questa nostra conversazione, quale sia il grado di ridicola, autistica insensatezza ormai raggiunto dall’attuale inciviltà letteraria, porto una testimonianza diretta».

Non chiedo di meglio, accomodati pure.
«Ma lo sai che sono stato allontanato da una rivista di poesia della quale ero vicedirettore solo perché, nel mio libro, ho avuto il torto di non citare, e soprattutto di non celebrare come grandi autori contemporanei, alcuni scrittori in versi che di quel periodico sono chi direttore e chi redattore, né certi loro storici sodali?».

No, non lo sapevo. E avrei preferito non saperlo. Ma andiamo avanti. Come sta la critica italiana? Mi riferisco sia a quella accademica, sia a quella non accademica.
«Peggio della poesia, ma anche – se possibile – peggio della narrativa. E ciò non si deve soltanto a una semplice crisi di talenti, che pur mi pare innegabile, o alla sempre più frequente infrazione del codice deontologico da parte di chi la pratica. Anzitutto, il fatto è che l’odierna industria culturale non prevede la figura del critico. Ammette, al massimo, quella del recensore, non esclusivamente, ma principalmente interno al sistema di produzione e di smercio dei vari oggetti letterari o simil-letterari».

Dunque come si colloca, o come vorresti si collocasse, il tuo libro nello scenario italiano di oggi?
«Si colloca, “in piedi” oppure “sdraiato”, sugli scaffali delle librerie che hanno scelto di esporlo, accanto, o sotto, o sopra agli altri volumi che le medesime librerie hanno deciso di accogliere».

A proposito di te, hai parlato – se non ricordo male – di disoccupazione intellettuale…
«Da tre anni, sono docente a contratto presso un’Università. Il docente a contratto tiene il suo corso, ha il proprio orario di ricevimento degli studenti, consente a questi ultimi di sostenere i regolari esami di profitto previsti, svolge la funzione di relatore o correlatore delle tesi di laurea che si incarica di seguire. Insomma, il docente a contratto fa tutto quello che un docente strutturato, sia egli un ordinario o un associato o un ricercatore, è richiesto di fare. Solo che lo fa per circa mille euro lordi l'anno in tutto, pagati alla fine di un lavoro che lo impegna per diciotto mesi, o addirittura lo fa a titolo gratuito. Ecco: dal punto di vista della remunerazione, questa ti sembra la già insostenibile condizione del precario, il quale oggi magari ha un lavoro in genere sottopagato che prevede comunque un vero stipendio e domani si trova, purtroppo, senza impiego e senza la possibilità di arrivare a fine mese, o invece ti sembra la condizione, addirittura, dello sfruttato, costantemente occupato ma, nella sostanza, non retribuito?».

Credo la mia risposta sia ovvia…
«La Costituzione tuttora vigente – mi risulta – in Italia definisce il lavoro un diritto il cui godimento produce ulteriori diritti di cittadinanza. E le Università sono strutture pubbliche, tanto che i docenti in esse impiegati anzitutto sono dipendenti statali. Che un’istituzione pubblica di fatto contempli e anzi normalizzi, ossia giustifichi e soprattutto legalizzi, autentiche forme di servaggio - i docenti a contratto neppure maturano crediti a fini pensionistici - mi pare assai inquietante perché rivela quale sia l’idea che, del lavoro, ormai si ha nella Repubblica italiana. Non solo nel privato, e dunque nelle aziende o nei call-center, ma anche nelle pubbliche amministrazioni, i lavoratori del Bel Paese sono di frequente equiparati a schiavi, spesso privi di diritti, sempre oberati di doveri. In particolare, del dovere di mostrarsi persino grati al padrone, se non vogliono perdere anche quel poco, quel niente, che viene concesso loro».

Qual è stato il tempo di lavorazione ed elaborazione del libro?
«Sette, otto anni».
Articolo (p)Link Commenti Commenti (2)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
 Galaad Edizioni (del 29/10/2010 @ 14:23:21, in Libri, linkato 298 volte)


di Simone Gambacorta

La solitudine parla in prima persona e in prima persona parla Leon Barlow, il protagonista di questo bel romanzo di Larry Brown. Brown nacque a Oxford, in Mississipi, nel 1951, ed ebbe una storia particolare, perché prima di diventare scrittore – uno scrittore cui stavano a cuore i problemi della gente – faceva il pompiere: poi la sua vita virò ed ebbe successo, tanto che al suo funerale, nel 2004, parteciparono più o meno seimila persone. Era uno che se l’era sudata, la fama, e “92 giorni” parla proprio delle difficoltà, dei lividi e delle speranze di un aspirante scrittore. Leon Barlow ha due figli, è separato dalla moglie e ha deciso di dedicarsi anima e corpo alla scrittura. Vive solo ed è un uomo solo: sì, vede qualcuno con cui bere birra (il libro è molto alcolico), ma il suo tempo è assorbito dalla stesura di racconti che spedisce alla disperata alle riviste letterarie. Le riviste o non rispondono o rispondono picche, con l’eccezione di qualche editor che si accorge della bontà dei materiali e che però non ha potere decisionale. Lo scopo di Leon è essere pubblicato, vuole che qualcuno al mondo si accorga delle sue storie, anche perché il mondo non lo tratta tanto bene e poi perché lui dei suoi racconti proprio non può fare a meno, sono l’aspetto più essenziale dei suoi giorni. Non vuol essere battezzato scrittore, perché scrittore sa già di esserlo; vuole solo che le sue parole siano ascoltate dagli occhi degli altri, perché per lui raccontare vuol dire tutto, vuol dire salvare il senso della vita. C’è un bel dialogo (i dialoghi sono proprio belli) dove alla madre, che gli chiede cosa voglia fare della sua esistenza e gli rimprovera di essersi giocato anche la famiglia «dietro a questa cosa» dello scrivere, Leon risponde con parole (in apparenza) troppo folli per non essere (di fatto) sagge: «Guarda, mamma, non ci posso fare niente se è questo che voglio fare. Non è nemmeno una questione di volere. Devo. Non posso vivere senza scrivere». A questo punto, Leon diventa una specie di piccolo grande eroe della solitudine, perché un uomo che sente come indispensabile qualcosa che per gli altri è una perdita di tempo, è condannato alla solitudine di chi, «in mezzo all’inferno», cerca di salvare quel che «non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». C’è un altro passo dove la sua voce narrante ci dice molto a proposito della sua vocazione: «Per la mia arte, ero rimasto con trentadue dollari, ed ero sul punto di morire di fame». Avete capito bene: morire di fame. Perciò del suo amico Raul, che scrive poesie, non a caso dice questo: «La poesia era un hobby per lui. Non rappresentava la vita o la morte». Insomma: scrivere, scrivere, soltanto scrivere. O così, o niente: «Dormivo fino a tardi, mi alzavo, leggevo il giornale, preparavo il caffè e facevo colazione; poi mi sedevo e cominciavo a scrivere». Tutto qui, più forte di lui: «Non c’era nulla che potessi fare se non andare avanti. Avevo già fatto tutte le mie scelte». “92 giorni” è una storia asciutta e dura, a tratti molto dura (basti pensare alle pagine di riflessione sui genitori che sopravvivono ai figli, o a quelle dove Leon parla, in poche righe, della morte della figlioletta Alisha, di nemmeno due anni), ma alleggerita da qualche nuance di sense of humor che ne stempera ma non ne scalfisce la consistenza. Leggi e di tanto in tanto ti arriva un calcio in pancia, ma come se niente fosse, un po’ come nella realtà di ogni giorno, dove la vita si mischia alla vita e s’impasta di lacrime e risate. “92 giorni” riesce a essere drammatico e anche tragico («La morte mi stava stancando») senza essere disperato ed eccessivo: è un libro che non alza la voce, ma che una voce, una voce di «palle e cuore e sangue», ce l’ha. Se avete amato “Martin Eden”, “Fame” e “Chiedi alla polvere”, non lasciatevi scappare “92 giorni”. Quarantanove brevissimi capitoli (come i racconti di Hemingway) e uno stile secco e diretto per un libro decisamente buono.

(Larry Brown, “92 giorni”, traduzione di Paolo Cioni e Nicola Manuppelli, Mattioli 1885, pp. 132, euro 12)
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
 Galaad Edizioni (del 15/10/2010 @ 15:00:26, in Libri, linkato 312 volte)


di Simone Gambacorta

Qualcuno ha chiesto a Massimiliano Santarossa come mai scrivesse come un bambino di cinque anni, cioè con la semplicità di un bambino di cinque anni, e lui ha risposto che fa così perché ha la stessa necessità di esprimersi di un bambino di cinque anni. Una risposta intelligente a una domanda stupida. Ma a parte il fatto che la semplicità della scrittura di Santarossa non è esattamente quella di un bambino in età prescolare, quello che nel suo caso non deve sfuggire è la necessità di racconto che lo anima. Questa necessità di racconto si riferisce al nord-est italiano, e più precisamente alle periferie urbane del nord-est italiano, un mondo che Santarossa conosce alla perfezione perchè è lì che è vissuto e cresciuto. Con questo libro, “Hai mai fatto parte della nostra gioventù?”, che del suo itinerario narrativo è il frutto più maturo e che segna l’approdo alla misura “lunga” del romanzo, Santarossa continua a battere sul chiodo su cui da sempre batte, e lo fa per ribadire un punto che considera una verità: la periferia del nord-est italiano è una brutta bestia. Una bestia che bastona e non perdona chi la abita, esattamente come bastona e non perdona i personaggi di questa storia. A partire dal protagonista, Vez, vent’anni, un alienante impiego da operaio in falegnameria e una boccetta di Valium fissa sul comodino. Vez non ha nessun rapporto con i genitori – Dio solo sa quanto gli costa stare con loro a tavola per i pasti – e tira coca e si sbronza per zittire il gorgo di buio che ha dentro. Lo fa più o meno sempre, anche nel bagno di casa, dove sniffa con la furia di chi deve mettere mano a un salvagente, ma soprattutto lo fa nelle ore libere del fine settimana, sin dal venerdì sera, quando può darsi allo sballo e ai raveparty, e quando può spingere a scheggia la sua Uno Turbo (siamo negli Anni Novanta), un’auto che ama come la donna che non ha e che una notte, a causa di un gara clandestina, farà una brutta fine. Vez ha alcuni compagni di strada: il tossico perso Giò, che vive in un lercio scantinato; il venditore di auto Nick, bravissimo a rifilare fregature; e l’infelice e fragilissimo Mike. Il romanzo di questa gioventù spappolata si svolge nell’arco di settantadue ore tra osterie, mignotte, palazzoni di cemento iperpopolari e serpentoni d’asfalto che si susseguono uguali e piatti come i giorni di chi li percorre: il tutto sullo sfondo di quella Villanova che, per quanto la si possa odiare, è pur sempre «la pelle» di chi la abita. L’umanità di cui Santarossa ci parla è giovane ma già invecchiata da una solitudine profonda e usuraia. Vez e i suoi sembrano un branco di «cani randagi», ma in loro non c’è nessuna crudeltà, c’è solo l’abbrutimento di chi pian piano si è “corrotto” e ci sono gli espedienti che una banda di orfani sociali può inventarsi per resistere a una quotidianità che morde troppo forte. Non c’è creudeltà nemmeno nella voce narrante di Vez, che racconta con la vicinanza e la solidarietà della compassione. Ma l’aria che questi ragazzi respirano ha un colore plumbeo, una luce grigia che li porta a cercare una fuga disperata da quello che non possono non vedere e non subire. In quarta di copertina, Gian Paolo Serino scrive che in questo libro bruciano tanta rabbia e tanta incazzatura. È vero: la rabbia e l’incazzatura di chi scopre di non riuscire a pagare l’affitto alla vita, cioè il prezzo dei sogni e delle speranze. Questa è la periferia che Santarossa racconta, una necropoli dell’anima dove si sta strozzati e si trema perché a far paura è il fatto stesso di vivere. A un lettore frettoloso, la storia potrà pure sembrare scritta con la semplicità di un bambino di cinque anni, ma è una storia di pugni chiusi e mascelle serrate, di amicizia e dolore, di fango e freddo del cuore, e di un arcobaleno nero che, per fortuna, un bimbo di cinque anni non può nemmeno immaginare.

(Massimiliano Santarossa, “Hai mai fatto parte della nostra gioventù?”, Baldini Castoldi Dalai Editore, pp. 145, Euro 16)
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
 Galaad Edizioni (del 12/10/2010 @ 20:51:00, in Nuvole, linkato 351 volte)

Piccoli uccelli volarono via ora, strillando, sull'abisso ancora aperto; un tetro frangente bianco si sbattè contro gli orli in pendio; poi tutto ricadde, e il gran sudario del mare tornò a stendersi come si stendeva cinquemila anni fa.

(Herman Melville, Moby Dick, Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

Articolo (p)Link Commenti Commenti (2)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
 Galaad Edizioni (del 01/10/2010 @ 16:20:38, in Libri, linkato 392 volte)


di Simone Gambacorta

Nei confronti di Fernanda Pivano abbiamo tutti qualche debito. Che non è solo quello verso chi, fra l’altro, ha tradotto l’“Antologia di Spoon River” e “Addio alle armi” e ha scritto la biografia di Mr. Papa, ma quello verso una donna che non abbiamo stimato per niente o troppo o troppo poco. Adesso, a un anno dalla morte, è il caso di cominciare a ripensarla, tenendosi però alla larga dalle mitologie e dagli snobismi. Se prendessimo le mosse dal Forster di “Aspect of the Novel” e riunissimo in una sala circolare gli scrittori e le scrittirci di cui Nanda si è occupata, ci direbbero che questa nostra “zia lettrice” ha tradotto libri importanti (sia pure con qualche pecca, come alcuni sottolineano) e ha contribuito a far conoscere la letteratura americana e a sprovincializzare la cultura italiana. Che non sia moltissimo, è da vedere; che sia molto, è fuori discussione. Il destro per tornare a riflettere sulla Pivano ce lo offre un suo volume postumo, “Libero chi legge”, una raccolta di cento sue note riguardo altrettanti libri made in Usa. Gli scritti di questa biblioteca ideale sono a metà tra la recensione e l’articolo e compongono un libro scialuppa, di quelli che sembrano fatti per metterne in salvo altri, tipo i censimenti di Fozio e le centurie di Garboli e Manganelli. Purtroppo non è indicata l’origine degli scritti né è detto quali siano editi e quali inediti, e non è chiaro se il volume sia stato approntato a suo tempo dall’autrice o sia frutto di un’idea altrui (La “Nota al lettore” è un po’ laconica). Ma a parte questo, fra le opere di cui si parla, con uno spazio per ognuna di tre facciate o giù di lì, ci sono quelle di Melville, Masters, Kerouac, Hemingway, Bukowski, Salinger, Carver, Vonnegut, DeLillo e Wallace. Il titolo si rifersice alla struttura quadripartita del volume, con ciascuna parte dedicata a una forma di libertà: morale, sessuale, di parola e dalla violenza. Un orientamento libertario spiegato da un testo introduttivo a firma della stessa Pivano e che prende le mosse dal discorso di Roosvelt del 1941: «Libertà a tutti i livelli: non avere paura, essere liberi, senza dittature. Questa era la base del sogno americano e della sua letteratura; la letteratura di cui mi sono innamorata». Per quanto riguarda il sapore di questi cento “discorsi”, prendiamo a campione un brano sul “Grande sonno”: «La novità di Raymond Chandler, la cui scrittura evocativa e il cui disincanto vagamente hemingwayano lo rendono uno scrittore raffinato, elegante e affascinante, sta nella convinzione che nel romanzo il delitto non è così importante come gli effetti da esso prodotti sui personaggi e, soprattutto, che il racconto è creato dalle reazioni della gente al delitto». La Pivano era piena di umanissima vicinanza per gli scrittori di cui si occupava e guardava sia alla vita che all’opera. Scriveva in modo appassionato, divulgativo, spesso punteggiato di aneddotica e autobiografia, ma parlava di letteratura con la bocca piena di letteratura e lo faceva con un entusiasmo spesso disarmante perché era convintissima che fosse un nutrimento indispensabile. «Tutti i miei testi – diceva – sono soltanto lettere d’amore; se scuotono dall’indifferenza qualcuno e lo inducono a interessarsi ad almeno uno dei libri descritti e al loro autore hanno raggiunto lo scopo». Fra tutti i suoi volumi, questo, che è postumo, è probabilmente il migliore. Forse se la batte con “Album americano”, il cui titolo, per uno strano rimbalzo, richiama alla mente il “Quaderno americano” dell’ottimo e compianto Romano Giachetti, di cui ci piacerebbe sentir parlare un po’ di più. Ma fra i libri della Pivano, “Libero chi legge” sembra il più compatto e il più utile. Quello dove la fede nella letteratura americana si mostra per ciò che è stata: un destino.

(Fernanda Pivano, “Libero chi legge”, Mondadori, pp. 326, Euro 18)
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
 Galaad Edizioni (del 28/09/2010 @ 11:46:35, in Nuvole, linkato 391 volte)

Col tempo, sviluppai il mio sistema a due teste. Il davanti della mia testa lo usavo con le altre persone in casa, il dietro lo utilizzavo quando mi trovavo da solo. Mia madre viveva nel dietro della mia testa, ma non nel davanti; divenni esperto nel muovermi avanti e indietro e viceversa, la qual cosa sembrò facilitarmi la vita. Il dietro era la parte reale della mia vita, ma per tenere fresco e sano quanto vi albergava dovevo avere un davanti che lo proteggesse, come i pomodori in una serra. Così, quando ero da basso, parlavo e mangiavo e mi muovevo, e ai loro occhi ero io, ma solo io sapevo che “io” non ero lì: quello che loro vedevano era solo la serra; io ero dietro, dove viveva Spider, davanti c’era Dennis.
(Patrick McGrath, Spider, traduzione di Alberto Cristofori, Bompiani 2004)
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
 Galaad Edizioni (del 20/09/2010 @ 17:40:22, in Libri, linkato 308 volte)


di Simone Gambacorta

“Un onorevole siciliano” è un libro sull’esperienza parlamentare di Leonardo Sciascia dove Camilleri ha raccolto e commentato «gli undici interventi che risultano essere sicuramente di suo pugno». Dopo essere stato consigliere comunale a Palermo nel 1975 (diciotto mesi, poi si dimise), lo scrittore di Racalmuto fu eletto deputato alla Camera come indipendente nelle liste dei Radicali: vi sedette dal 1979 al 1983 e fece parte delle Commissioni Affari Esteri e sul Caso Moro. Nell’introduzione, Camilleri distingue l’impegno politico di Sciascia tra «diretto» (consigliere, deputato) e «indiretto» (articoli, libri) e fonda il discorso su una sua frase: «Io mi sono sempre occupato di politica: e sempre in senso etico». Ma di volumi, in questo di cui parliamo, ve ne sono due: l’uno, lo si è detto, documenta l’azione parlamentare di Sciascia (con lo svelto corredo di marginalia camilleriani); l’altro, più sotterraneo, illustra quale fosse l’idea di deputato che Sciascia propugnava, ed è qui che sta la polpa delle pagine. Già nell’“Affaire Moro”, Sciascia aveva rimarcato la discendenza di “onorevole” da “onore”, e non per retorica, ma per riflessione sopra lo stato presente dei costumi, e magari a futura memoria. Per lui il lavoro parlamentare andava svolto semplicemente con onestà e senza farse gattopardesche. Un deputato, sostantivo che l’amato Tommaseo definisce «nominato e inviato a esprimere i sentimenti o rappresentare i diritti di chi lo nomina e invia», doveva agire come cittadino della Repubblica: dove il “della” assume coloriture etiche assai diverse di un più generico “nella”. Un deputato doveva essere un cittadino “più” cittadino degli altri: non per privilegio di casta, ma per rigore, per coscienza. Un cittadino “più” cittadino degli altri perché cittadino “per” gli altri, e nel solo interesse della democrazia, del primato del diritto sulla politica, della salute della cosa pubblica. L’opposto, insomma, di certo andazzo di cui si parla nelle “Parrocchie di Regalpetra” (e altrove nel cosmo sciasciano), e soprattutto l’opposto di quel che è e fa, e che diventa per e con il potere, l’Emanuele Frangipane che il nostro mise a protagonista della commedia “L’onorevole”. Anche da parlamentare, Sciascia non le mandava a dire. Riteneva falso, per esempio, che il nostro fosse un paese ingovernabile: ad essere «ingovernabili», diceva, sono «coloro che nei governi lo reggono», sia «nel senso dell’efficienza» che «di un’idea del governare, di una vita morale del governare». Quanto alla leggi speciali degli Anni di Piombo, gli provocavano l’orticaria: «Non di leggi speciali, di poteri più vasti e arbitrari, la polizia ha bisogno; ma di una buona istruzione, di un addestramento accurato, di una direzione intelligente, soprattutto. Leggi speciali e poteri più ampi (…) sono soltanto degli sfoghi che i cattivi governi offrono alle polizie incapaci e che finiscono con l’essere esercitati più sui cittadini incolpevoli che sui colpevoli». Questo perché una sia pur temporanea sospensione delle garanzie, per quanto a tutta prima giustificabile, avrebbe “di per sé” nuociuto allo Stato di diritto: e «le affermazioni che attengono alla libertà e al diritto, bisogna farle, ribadirle e dibatterle, quale ne sia il rischio, anche nei momenti più inopportuni». Nei suoi interventi, confezionati con l’acume e la sintesi consueti, Sciascia riversò la lucidità dell’intellettuale e la pensosità di chi è portato a un’analisi approfondita di fatti e significati. Si veda la “Relazione di minoranza” sul Caso Moro che scrisse nel 1982 e che Camilleri ha riprodotto in “Appendice”: cartelle informatissime che illustrano con sagacia corrosiva non poche anomalie investigative, e che lasciano sgomenti. Di questo libro, che parla anche di corruzione e mafia, ci sarebbe da farne manuale, proprio come certi attori fanno con quel “Paradoxe sur le comédien” di Diderot che Sciascia sempre ebbe fra i livres de chevet.

(Andrea Camilleri, “Un onorevole siciliano. Le interpellanze parlamentari di Leonardo Sciascia”, Bompiani, pp. 192, Euro 12)
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Immagine
 Galaad... di Galaad Edizioni



Uno spirito nuovo

Categorie

Titolo
Articoli (17)
Concerti (1)
Film (34)
Interviste (29)
Libri (81)
Mostre (33)
Musica (3)
News (18)
Nuvole (72)
Orme sulla luna (42)
Poesia (39)
Racconti (4)
Teatro (6)
Video (70)

Catalogati per mese:

Gli interventi più cliccati

Ultimi commenti:

23/05/2013 @ 10:19:59
 YmvMAnxjm

Fotografie


Sondaggi

Titolo
Ti piace questo blog?

 Fantastico!
 Carino...
 Così e così
 Bleah!


Info


Quanti siamo

Ci sono 48 persone collegate

 

 

Calendario

< maggio 2013 >
L
M
M
G
V
S
D
  
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
   
             

"Nessuno può mai essere veramente ferito se non da ciò che altera la sua natura."
(Storia di una fattoria africana, Olive Schreiner)

"Nessuno sa quante ribellioni fermentano nelle masse di esseri viventi che popolano la terra."
(Jane Eyre, Charlotte Bronte) 

PREFERRED GUYS:
Charlie Chaplin
Helen Mirren
Hugh Laurie
Cary Grant
Spencer Tracy
Franz Kafka
Haruki Murakami
Sigourney Weaver
Jamie Bell
Michael C. Hall
Jeff Bridges
Sofia Carlotta di Hannover
Ramin Bahrami
Ray Bradbury
Gabriele D’Annunzio
Primo Levi
Ang Lee
Paul Auster
Donald Sutherland
Marlene Dietrich
Katharine Hepburn
William Butler Yeats
John Malkovich
Terrence Malick
Glenn Close
David Bowie
Steven Patrick Morrissey
Vladimir Nabokov
John Bayley
Patricia Clarkson
Max Bruch
J.D. Salinger
Jeff Goldblum
Kristen Stewart
Herman Melville
Julian Hawthorne
Ralph Waldo Emerson
David Grossman
Daniele Groff

Michael Stipe
Meryl Streep
Luca Bernardini
Umberto Broccoli
Joan Crawford