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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 01/06/2010 @ 09:51:52, in Nuvole, linkato 341 volte)

Per uno scrittore, la vista delle bozze corrette del proprio libro è traumatica: dopo tanti mesi sembra di leggere il libro di qualcun altro. Prima ti viene la curiosità di vedere che cosa hai scritto. Poi quella di vedere che cosa hanno scritto gli altri. Quindi ti arrabbi, ti mortifichi, e poi ti arrabbi di nuovo. Alla fine ti stendi sul letto per un paio d'ore, a macerarti. Conclusa la sequenza, ci si mette a lavorare.

(Paul Collins, Al paese dei libri, traduzione di R.Serrai, Adelphi, 2010)
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 Galaad Edizioni (del 26/05/2010 @ 07:59:46, in Libri, linkato 442 volte)


di Simone Gambacorta

Si chiama Grigorij Michajlovič Pas'ko, è nato in Ucraina nel 1962, ha imparato il mestiere di giornalista alla scuola militare di Lemberg e, tanto per gradire, ha passato qualche anno in carcere per aver denunciato un caso di inquinamento nucleare. L’accusa, niente poco di meno, era di tradimento e spionaggio. Questa esperienza Pas'ko la racconta in un breve volume il cui titolo è tutto un programma: “Come sopravvivere alle prigioni in Russia”. L’incipit è un pugno: «Te lo dico subito: molto di quello che ora verrai a sapere non ti piacerà. Non importa, è meglio che ti abitui. Non piaceva neanche a me, ma come vedi sono sopravvissuto. L’essenziale è non cedere al panico e non mollare, anche se ti prenderanno a bastonate sulla schiena. Ti do del «tu» perché in prigione si dà del tu a tutti». Il gioco è fatto, hai appena cominciato a leggere e hai già fame di arrivare in fondo. Però non hai tempo per pensare, dopo il diretto arriva il montante: «Gli abitanti della Russia si dividono in due categorie: chi sta in galera e chi si prepara ad andarci». A questo punto vacilli, sgrani gli occhi, cerchi di capire, ma ecco un gancio che ti stende senza se e senza ma: «Se aspetti verranno senz’altro. Anche se non aspetti verranno senz’altro, però all’improvviso. E questo è peggio. Ma non è mortale. Sii pronto al fatto che ti prenderanno di notte buttandoti giù dal letto, a casa di amici, vicino a un chiosco mentre stai comprando le sigarette, alla scaletta dell’aereo (come è successo a me) o da qualche altra parte. Loro per queste cose hanno fantasia da vendere». Ko, tappeto: e poi solo un sibilio kafkiano tra le pagine. La scrittura di Pas’ko è asciutta, non rifugge punte di amarissima ironia e, nel suo rivolgersi direttamente a quel lettore cui da subito dà del tu, si trasforma in una voce che descrive lo Stato e le forze di polizia russe come forme di antagonismo e minaccia per la vita di un individuo qualunque, di quelli che conducono un’esistenza come tante e che, da un momento all’altro, possono ritrovarsi prede di un “sorvegliare e punire” capace di portare il buio in un qualsiasi mezzogiorno. Mentre parla delle prigioni del suo Paese (vasto ma non «Grande», come specifica), Pas’ko parla di una società dove i diritti umani non sono certo una priorità e anzi paiono confinati in un’isola di disconoscimento: e tutto diventa più drammatico quando Thomas Roth, nella postfazione, ci ricorda che questo libro, ancor prima che un «documento storico e letterario», «è il resoconto di ciò che accade oggi». Ma ciò che del volume più colpisce, e il verbo “colpire” è d’obbligo, è che vi aleggia quella particolare forma di sopruso che è lo svilimento del fattore umano, della persona, a mero oggetto di controllo, a capo di bestiame da sbattere nel recinto del mutismo e della rassegnazione, tanto che l’autore sottolinea come, per i detenuti, i rischi della pazzia e del suicidio siano sempre in agguato. Così si arriva al paradosso che un criminale, vero o presunto, finisce per essere rinchiuso in un’istituzione più criminale di lui, un “mostro” la cui prepotenza sfocia nel «disprezzo dell’individuo» e nella «violazione dei suoi diritti tramite un sistema giudiziario corrotto e connivente» (Roth). Torna alla mente lo scarto micidiale tra la «lotta per non morire» e la «lotta per vivere» di malapartiana memoria, scarto che, nella sua violenza cruda e ineluttabile, si ripropone ogni qual volta si sia soggiogati al ricatto di un dominio esterno. Il libro è certo una testimonianza, ma anche il grottesco vedemecum per un girone infero, una guida per sopravvivere, in primis dal punto di vista psicologico e morale, ai codici, ivi compresi quelli linguistici, che vigono nel ventre di una balena sorda e affamata. Quel che ha da dire, Pas'ko lo scrive senza enfasi, come se mostrasse un tatuaggio, un marchio sulla pelle che è memoria di dignità offesa.

(Grigorij Michajlovič Pas'ko, “Come sopravvivere alle prigioni in Russia”, postfaz. di Thomas Roth, trad. dal russo di Maria Giuseppina Cavallo e Ljudmila Grieco, trad. della postfaz. di Aglae Pizzone, Bollati Boringhieri, pp. 81, Euro 9)
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 Galaad Edizioni (del 18/05/2010 @ 22:31:39, in Libri, linkato 295 volte)


di Simone Gambacorta

Immaginiamo un uomo giovane, nemmeno cinquantenne, con alle spalle un rapporto conflittuale con la madre. Supponiamo che quest’uomo abbia un lavoro che lo appassiona ma non lo gratifica, che soffra per i successi altrui e che covi un sovraccarico di bile che lo ha portato a farsi terra bruciata intorno. Supponiamo che quest’uomo infelicissimo e vero (immaginario, vien da sé: ma ne esistono tanti così) abbia scovato un modo per sopravvivere alle proprie frustazioni convincendosi di essere l’incompreso depositario di una verità ignota agli altri, a suo dire sempre beneficati dalla fortuna o dal clientelismo. Supponiamo che quest’uomo, aduso a discutere se stesso solo in linea assolutoria, sia arrivato a confondere la propria esistenza con una segreta battaglia col mondo (del tipo: “sono tutti cattivi”) e col prossimo (del tipo: “non puoi essere sincero con nessuno”) e che tenti di combatterla col sistematico ricorso alla simulazione e alla dissimulazione. Supponiamo, ancora, che costui si sia assuefatto a rielaborare la realtà in un’ottica che ne corrompe i dati per confermargli che la sua non riuscita dipende “comunque” del sistema. Senza incomodare la psicologia, è chiaro che un simile vizio distorsivo provochi null’altro che il malessere, il disagio e l’instabilità di quest’individuo. Ebbene, stando a quanto sostiene Vito Mancuso nel saggio “La vita autentica”, libro splendidamente scritto e orchestrato, il problema dell’uomo in questione nasce dalla inautenticità del suo sentire. Secondo Mancuso, l’uomo autentico è l’uomo libero, e libero anzitutto da se stesso («Dall’interno di sé nascono le cause dell’inautenticità»), l’uomo, cioè, che compie lo sforzo quotidiano dell’onestà morale e intellettuale, che non rifugge la «necessaria esperienza di superarsi» per valicare il proprio particolare e per tendere al bene, al vero e al giusto. L’uomo autentico è insomma l’uomo che non (si) mente. Per inciso: che si possa riuscire in toto in una simile impresa, è improbabile (abbiamo parlato di “tensione”), ma il discorso di Mancuso, ben più articolato del nostro riassuntino, propone un paradigma fondamentale, al contempo semplice e complessissimo da applicarsi. «Per essere autentici occorre essere fedeli a se stessi ma, nello stesso tempo, diffidare di sé», sforzarsi di uscire da sé per attuare una «interpretazione onesta della realtà». L’inautenticità è un problema di linguaggio, dipende dal tipo di «affermazioni» che facciamo sullo «stato» della nostra esistenza: il punto è non raccontarsi bugie, non raccontarle agli altri, non rendersi vittime di mistificazioni falsificanti. Ma perché gli uomini («il fenomeno mediante il quale la vita diviene consapevole di sé») dovrebbero scegliere la via della autenticità? Perché «l’uomo compie la sua vita» quando esce «dalle trappole dell’Io» e «vive per una speranza più grande di lui» (il bene, il vero, il giusto). Da qui la possibilità del rapporto col divino: «Sperare in un senso complessivo dell’essere che si dice come vita e come bene significa avere fede in un Dio», laddove l’articolo indeterminativo chiarisce che non ci si riferisce necessariamente al Dio della Chiesa, ma che «la dimensione etica, in quanto anelito al bene e alla giustizia», è «il fondamento autentico del pensiero del divino» (un “oltre” che consente di confrontarsi con «l’essenza» dell’«essere uomo»). La dissertazione di Mancuso, serratissima e quanto mai affrancata dalle secche del buonismo e della semplificazione, e intrisa com’è di sostrati filosofici, tocca zone di inusuale profondità; e al di là del pur capitale tema che prende in esame, offre il destro per cavare, di riflesso, persino spunti per considerazioni sulla creatività letteraria: magari partendo, tra le opzioni possibili, dalle lettere di Rilke al giovane poeta Kappus, nelle quali tutto, a conti fatti, verte attorno al problema dell’autenticità.

(Vito Mancuso, “La vita autentica”, Raffaello Cortina Editore, pp. 171, Euro 13,50)
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 Galaad Edizioni (del 15/05/2010 @ 09:15:01, in Poesia, linkato 481 volte)

Ogni pacchetto che mi chino a raccogliere,

Qualche altro ne perdo dalle braccia o d'in grembo,
E tutto il mucchio vacilla, bottiglie, panini,
Estremi troppo difficili a reggersi in una,
Eppure niente voglio lasciarmi indietro.
Con tutto quel che ho per reggere, mani,
E mente e cuore, se occorre, farò del mio meglio
Per conservare il castello in equilibrio sul petto.
Mi piego giù sulle gambe per impedirlo, ma crolla;
E poi mi siedo nel mezzo di tutta quella rovina.
Ho dovuto mollarlo sulla strada il mio carico
E vedere se posso aggiustarmelo meglio.

(Le braccia cariche, Robert Frost, traduzione di Giovanni Giudici)
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 Galaad Edizioni (del 11/05/2010 @ 11:49:17, in Libri, linkato 453 volte)


di Simone Gambacorta

Avete presente una leccornia? Bene, allora non vi sarà difficile capire cosa sia “Mutandine di chiffon”, il nuovo libro autobiografico di Carlo Fruttero. Ma perché questo sottotitolo, “Memorie retribuite”? È proprio l’autore a svelarci l’arcano: «Perché, salvo due o tre eccezioni, sono state scritte su richiesta di vari giornali, settimanali, riviste, libri bisognosi di prefazioni, e naturalmente pagate». Giusto un paio di tocchi per soffiare via gli incensi autocelebrativi e per sottolineare la composizione fortuita e l’anima tutt’altro che retorica del libro. Fruttero ne ha viste e vissute tante, ma non vuole essere considerato un maestro, un punto di riferimento, una memoria storica, e lo dice senza peli sulla lingua. Va bene, non forzeremo la mano. Resta però un fatto: queste pagine sono bellissime. Nel vero senso della parola. E infatti la ripetiamo: bellissime. «Lo stile è l’uomo», diceva Buffon, e qui di stile ce n’è a iosa. A proposito: nel pamphlet “Scritture a perdere”, Giulio Ferroni ha detto che teme la nostra sia l’epoca della «fine dello stile», e purtroppo tutto sembra dargli ragione. Per fortuna ogni tanto capita di incontrare libri di maestri, no, maestri no, Fruttero non vuole lo si chiami così, diciamo veterani, ecco, veterani sì, che entusiasmano e lasciano tirare un respiro di sollievo. Quella di Fruttero è una scrittura saporosa, suadente, briosa; vi convivono un’ironia e un’autoironia mai forzate, sottili, elegantissime, e vi scorre un’intelligenza fabulatoria che declina se stessa nelle forme dell’aneddoto fulminante, del ricordo, del ritratto. Basti citare, per esempio, i primi piani su Luciano Foà, Pietro Citati, Mario Soldati, Italo Calvino e Giulio Einaudi, scatti che fanno colpo in un batter d’occhio, giusto il tempo di “accadere”, come quei pallonetti morbidi e imprevisti che appena te ne accorgi già sono diventati gol. Tra i tanti “pezzi” raccolti nel libro, vanno assolutamente segnalate due autentiche chicche di memoria, cioè “Vita di castello”, un racconto d’infanzia, guerra e iniziazione alla lettura che andrebbe incorniciato, e quell’altro piccolo capolavoro che è “Night of Telegram”, spassoso a più non posso. Molto belle anche le pagine su Lucentini (nessuna lacrima, niente lacrimoni, solo sobrietà e rispetto), sulla famiglia e sul mestiere di genitore e di nonno. Però che grande equilibrio, quanto lavoro di bilancia e bulino, e quanta naturalezza, in questa scrittura che sa essere bella senza ricorrere a bellurie, e quanta sapienza nella costruzione, nel montaggio di ogni testo, dove le parti consuonano, dialogano, si legano con grazia e, a ogni voltar di pagina, mostrano la stessa felicità di passo e tenuta. Un giro di frase, un tratto, una pennellata, restituiscono per intero il sapore di un’immagine, di un volto, di una scena di vita: ne discende una fragranza evocativa tutta particolare, che affascina e sollecita il palato del lettore con una prosa da cui zampillano verve ed eleganza. Le parole di Fruttero sanno trovare da sole la temperatura per lasciarsi sorbire, e poi c’è quell’aura che le avvolge, che le allarga, che le porta a dire sempre un po’ oltre quello che dicono. Queste memorie retribuite retribuiscono chi le ascolta con un piacere di lettura rispetto al quale è impossibile sentirsi estranei. Poche volte capita di poter leggere gli uomini e le cose in una chiave tanto vivida, e così lesta e lieve nel rifiutarsi d’esibire quello spessore culturale e quel valore letterario che pure racchiude.

(Carlo Fruttero: “Mutandine di chiffon. Memorie retribuite”, Mondadori, pp. 240, Euro 18,50)
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 Galaad Edizioni (del 04/05/2010 @ 14:39:57, in Libri, linkato 363 volte)


di Simone Gambacorta

Giulio Ferroni è molto deluso per «l’orizzonte culturale italiano». Troppa roba in giro, troppe parole inutili. E lo dice chiaro e tondo nel velenoso e avvelenato pamphlet “Scritture a perdere”. Punto uno: urge «un’ecologia della comunicazione» che «liberi le nostre menti dagli scarti infiniti che le tengono in ogni momento sotto assedio». L’antipasto è servito. Punto due: serve «un’ecologia del libro e della lettura» che consenta di «operare distinzioni nell’immenso accumulo del materiale librario prodotto». Punto tre: «Sulla scena culturale si impone sempre più il modello del mercato: si diffonde in ogni settore il presupposto che la validità dei prodotti artistici e degli sviluppi teorici sia determinata dal loro successo, dal volume di vendite». Diciamolo: tutto chiaro, tutto giusto, tutto, purtroppo, condivisibile. E se la cultura italiana sembra «assiderata» in una «subalternità acritica verso i modelli dominanti della comunicazione», la critica militante «si concepisce solo come propaganda editoriale». Prendi, incarta e porta a casa: e quanto aveva ragione Berardinelli quando parlava di «pubblicità culturale» (sia gloria al suo “L’eroe che pensa”). A proposito: pubblicità e televisione dominano «tutto il nostro essere» e stanno «minando le basi antropologiche del nostro paese»: toh, si rivede il Sartori di “Homo videns”, gira e rigira torniamo sempre lì, e nei paraggi popperiani della “cattiveria” della tv. In questa situazione di dissesto generale, il romanzo soffre. Soffre molto. Peggio: soffre da morire. In effetti non c’è solo la supervalutazione del noir, filone dove dominano «emozioni già previste da schemi narrativi seriali, che si specchiano continuamente in modelli cinematografici o televisivi» (e dove tutto sembra risolversi in una sorta di televisionabilità del racconto), ma passano per letteratura romanzi che letteratura secondo Ferroni non sono manco per sogno, per esempio “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano e “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini. Il primo, abitato da una «scrittura neutra e plastificata», ha un titolo che con «la scienza non c’entra nulla» perché «non diventa in nessun modo principio di organizzazione del racconto»; nel secondo, invece, «la dimessa velocità di una scrittura del tutto neutra e grigia tende a uscire da se stessa con un vario erompere di metafore che vogliono colpire il lettore come forzando i limiti delle cose, ma sempre in forme rozze, eccessive banalmente caricate» (ma il buon Giulio non lesina mazzate niente male a “Stabat mater” di Scarpa e all’improbabilissimo “Noi” di Veltroni). Perciò “scritture a pedere”: perchè, «per i loro caratteri e per il loro stesso successo», questi romanzi «ci portano lontano da quella ricerca dell’essenzialità che sola può garantire una pur problematica sopravvivenza della letteratura». In pratica, roba che, nella sua magredine, nella sua sostanziale esilità, si rivela commestibile per un pubblico ghiotto di merce ad alto grado di consumabilità. La nostra sarebbe perciò l’epoca della «fine dello stile», quella della «evaporazione della scrittura», con pochissimi autori capaci di «corrodere criticamente il presente». Da qui lo sguardo pacatamente ottimista, e che in parte risolleva un po’ il tono plumbeo e aduggiato del libro, su Carraro, Lagioia, Saviano, Siti e diversi altri. Ma forse Ferroni ha ragione, «forse non è più il tempo del romanzo, è piuttosto il tempo del racconto o del falso romanzo, sospeso tra saggistica, documento storico, cronaca, autobiografia e autofiction, digressione, intreccio di aforismi e altre forme brevi».

(Giulio Ferroni, “Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero”, Laterza, pp. 110, Euro 9)
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 Galaad Edizioni (del 28/04/2010 @ 09:50:35, in Mostre, linkato 11397 volte)


di Pietro Ruggieri

Nel mese di marzo l’associazione culturale Terracromata ci ha accompagnato di nuovo all’interno dei Musei Vaticani per un focus sulla statuaria classica attraverso lo studio di cinque note sculture marmoree che fanno parte dei tesori artistici più apprezzati dei Musei. Senza alcuna pretesa di coglierne tutti gli aspetti storico-artistici, proverò a raccontare le mie impressioni di fronte a queste opere, ricalcando il percorso descritto con stile essenziale e preciso dalla nostra guida. La prima scultura è la copia romana in marmo del Doriforo (ca. 450-440 a.C.) di Policleto, che ritrae un giovane atleta nell’atto di impugnare un giavellotto. L’opera, punto di riferimento dell’arte scultorea classica, rappresenta l’ideale della perfezione anatomica, l’espressione dei canoni della bellezza ideale fissata a partire dallo studio del corpo di atleti reali. La postura del doriforo è il risultato di uno studio attento e dal punto di vista figurativo delinea un chiasmo: al braccio destro disteso lungo il fianco si contrappone la gamba sinistra flessa, al braccio sinistro piegato che impugna la lancia corrisponde la gamba destra tesa a sostenere il peso del corpo. La scultura di Policleto divenne modello e fonte di ispirazione per gli artisti coevi e successivi, come dimostra in tutta la sua potenza espressiva L’Augusto di Prima Porta (datazione incerta, forse 8 a.C.), o Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), statua in marmo che ritrae l’imperatore Augusto mentre, con il braccio destro alzato, richiama l’attenzione dei soldati prima della battaglia. La naturalezza del gesto, la compostezza del corpo unita alla solidità della figura, i fini dettagli della corazza e della tunica e l’esplicito richiamo ai canoni di Policleto fanno di questa scultura un’opera unica e di rara bellezza.
L'Apoxyómenos (letteralmente dal greco “colui che si deterge”), copia romana in marmo di un originale bronzeo dello scultore greco Lisippo (370-300 a.C.), spezza gli schemi classici policletei, introducendo una nuova concezione della rappresentazione scultorea. Il giovane atleta è colto nell’atto di detergere il proprio corpo con lo “strigilis”, spatola utilizzata dagli atleti per togliere l’eccesso di olio con il quale si ungevano il corpo prima di gareggiare. Il ragazzo è ritratto in un momento di riposo, dopo le fatiche della lotta e gli affanni della competizione. Il suo corpo si protende nello spazio circostante grazie al movimento delle braccia, il busto non è del tutto allineato rispetto alla visione frontale e il volto sembra guardare lontano, come assorto in vaghi e imperscrutabili pensieri. In questa opera non troviamo alcuna idealizzazione della bellezza, nessun riferimento al divino, ma unicamente l’uomo comune nella sua fisicità e con i suoi limiti. L’Apollo del Belvedere, di epoca romana (circa 130-140), è anch’esso una copia di un originale greco in bronzo forse attribuibile a Leocare (IV secolo a.C.). Considerato per molto tempo il modello più alto della bellezza maschile, fu molto imitato ed esaltato nel periodo neoclassico. In seguito la sua fama andò declinando, in quanto molti studiosi lo definirono freddo e accademico. Sorvolando sulle diatribe dei critici d’arte, l’opera impressiona per la straordinaria riproduzione del panneggio, talmente naturale e leggero da sembrare sensibile al minimo alito di vento.
La visita si conclude con il Laocoonte e i suoi figli (datazione incerta, forse tra il 40 e il 20 a.C.), uno dei capolavori più ammirati dai turisti di tutto il mondo. Il gruppo marmoreo ci racconta un episodio dell’Eneide, la morte di Laocoonte e dei suoi figli ad opera di terribili serpenti marini inviati da Poseidone, adirato perché il sacerdote veggente troiano si opponeva all’ingresso del cavallo di Troia all’interno della città. La scena che si svolge davanti a noi è intensa e drammatica. I movimenti delle figure si articolano in tutte le direzioni dello spazio circostante, la plasticità raggiunge un livello espressivo molto elevato e la luce crea un intenso effetto chiaroscurale che accentua la dinamicità della scena. Rivive davanti ai nostri occhi la tragedia di un padre che assiste impotente alla morte dei propri figli a causa di un capriccio degli dei. Sarà vano il tentativo del sacerdote di chiamare a raccolta tutte le proprie forze per opporsi a un ingiusto destino.

Roma, Musei Vaticani.
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di Simone Gambacorta

Scrittore, traduttore, giornalista, Davide Sapienza è autore dei "Diari di Rubha Hunish" (Baldini Castoldi Dalai, 2004) e "La Valle di Ognidove" (Vivalda, 2007) ed è fra i maggiori esperti italiani di Jack London. Di recente ha dato alle stampe un nuovo libro, "La strada era l'acqua" (Galaad Edizioni, pp. 148, Euro 12), dove appunto è l'acqua a raccontare il dialogo durato tre mesi tra un canoista - che dall'Engandina vuol raggiungere Istanbul in kayak - e la vita. La storia, ispirata a una vicenda reale, conferma essere Sapienza uomo di parole che diventano racconto grazie all'ascolto della Natura. La sua pagina, sospesa com'è tra poesia e meditazione, possiede il battito segreto di una scrittura che disvela l'incantesimo di un rapporto intimo e necessario con gli elementi del mondo.

Con il tuo nuovo libro, l’acqua l’hai “scritta”: ma come la si pensa, come la si ascolta, che voce ha l’acqua?
«È difficile rispondere. Vivo l’acqua come una presenza quotidiana, ancor più penetrante quando sono in montagna – tra la neve e i boschi, le rocce e i silenzi, in ogni stagione. Lo stesso vale per quando sono in presenza del mare, che però a me fa l’effetto di qualcosa di più meditativo. Il discorrere dell’acqua lo ascolto nei torrenti, risalendo e discendendo sentieri. La sua voce è decisamente un respiro che mi porta».

Una voce narrante ha sempre un colore: di che colore è l’acqua che fai “parlare” nel tuo libro?
«E’ ogni colore perché è l’assenza di colore: io l’acqua non la vedo, nel senso che osservo ciò su cui essa scorre e quindi nello scrivere La “Strada Era L’Acqua” immaginavo i colori del paesaggio da essa attraversato».

Penso agli altri tuoi libri e mi viene da chiederti questo: la natura, anzi, la Natura, come la ascolti?
«Mi viene da dire che la Natura parla sempre e che noi dovremmo semplicemente avere meno paura di ascoltare noi stessi quando ci avviciniamo a lei nelle sue forme più selvatiche e meno dominate dai ritmi umani. A quel punto, il discorso è davvero meno misterioso, mistico e strano di quel che può apparire – almeno, così mi pare. Mi pare “naturale”, penso a una delle prime camminate di pochi giorni fa, dopo un inverno trascorso a fare sci alpinismo, osservare e altrettanto “naturale” ricevere dei messaggi. Ma non sono per me, sono per tutti quanti. A quelli come me si chiede di tradurli in linguaggio umano. E lo faccio non solo volentieri, ma perché è un dovere. Non sono messaggi che mi appartengono. Sono un servitore umile e dedito».

Raccontare l’acqua, raccontare con l’acqua, far raccontare l’acqua: dal punto di vista della scrittura, che esperienza è stata?
«Direi esaltante. Mi sembrava di ascoltare un’amante, una madre, una donna che aveva deciso di avere fiducia in me perché non vedeva “un uomo” ma qualcuno a cui affidare le cose che aveva da dire. Scrivere per me è veramente un’esperienza assolutamente magica e incontaminata. Wilderness della mente».

Ti va di raccontare in che modo hai lavorato a “La strada era l’acqua”? Quand’è che lo hai pensato, che tipo di ritmi e modalità ha preteso dalla tua scrittura…
«L’idea iniziale era quella di un “carteggio moderno”, da qui l’idea di chiedere a Dario Agostini (il canoista cui si ispira il racconto, ndr) di inviarmi ogni giorno un sms con solo una parola e il luogo dove approdava: sono i titoli dei capitoli. Ne ho usati 50 su 80 totali. In tal modo stabilivo, con i moderni mezzi di comunicazione, un modo contemporaneo di guardare alla più antica delle ambizioni, cioè quella di scoprire ogni giorno la propria vita attraverso il viaggio. Poi però, scritte le prime pagine, mi sono bloccato: l’idea probabilmente era più matura di me come scrittore. Mi sono sbloccato di ritorno da un mese in Canada, alla ricerca di un selvaggio fiume - il Flathead River - in British Columbia. Di ritorno a casa, saputo che aspettavamo Leonardo (il figlio di Davide Sapienza, ndr), è successo che Dario Agostini doveva essere intervistato da Sky Sport sul suo viaggio. Il giornalista, quando ha saputo che “stavo scrivendo un libro” ha voluto intervistare anche me che ho portato qualche pagina - le uniche, poche, che avevo - e da quel giorno mi sono deciso a darmi una mossa. Poi, ho letto quelle pagine al matrimonio di Agostini, e l’entusiasmo suscitato ha smosso le ultime ritrosie. E in un periodo specialissimo, l’attesa del bimbo, giorno dopo giorno in due mesi e mezzo è uscito tutto questo. In pratica, ogni giorno andavo in montagna, tornavo e scrivevo: ascoltavo e scrivevo, usavo anche Google Earth per vedere dall’alto questo grande Danubio che attraversa l’Europa e “fermarmi” nei luoghi che Agostini aveva passato in canoa: lo facevo ascoltando. Pare strano ma è così: in montagna la neve e l’acqua dei torrenti mi parlavano, poi a casa seduto, “traducevo” tutto in parole applicandole a quel viaggio di Agostini, e così ne è uscito un ulteriore viaggio mio».

Ma quando si sceglie l’acqua come materia prima di una narrazione, come cambiano i concetti di superficie e di profondità?
«Direi che la profondità è la superficie, come dice il mio amico Gianni Cicchi parlando della nostra epoca. Rubandogli il concetto, dico che per questo libro è stato giocoforza lavorare sulla superficie, per lasciare esprimere la profondità. Che per me sono come l’inconscio e il conscio, il Sé profondo e l’Ego, sto lavorando molto alla narrazione affidata agli elementi, prima del libro – appena tornato dal Canada – scrissi un racconto dove a parlare è la primissima neve di mezzo autunno e su questo tenore sarà un prossimo libro di racconti che spero di pubblicare nel 2011».

Narrare, scorrere: nel tuo libro, a cosa tendono questi due infiniti?
«Sono concetti importanti e molto potenti: forze con cui misurarsi. Per me, tendono semplicemente a permettermi di esprimere un’armonia che vorrei davvero raggiungere in questa vita, anche se sarà difficilissimo. Ora, da quando c’è Leonardo, narrargli e scorrere con lui sono invece diventati la misura dell’immensità che la paternità rappresenta, la meraviglia, la responsabilità di fronte alla Vita che ti dice: “Io continuo sempre a esistere, tu cosa vuoi decidere di fare?”. E ho deciso di esserci. Dunque, di narrare e di lasciarmi scorrere».

L’acqua è un “punto di vista” perpendicolare al cielo: fra loro, e in loro, vivono i simboli…
«Devo dire che quando mi concentro sull’acqua non guardo in alto ma so che dall’alto l’acqua viene, nel suo ciclo infinito. I simboli sono tanti e potenti ma quando sei lì, magari fermo a osservare il fiume, allora l’unica cosa che mi viene in mente è il vuoto, a me il vuoto piace tantissimo, mi fa sentire piccolissimo e leggero e mi permette di farmi riempire dal suono dell’acqua e dallo spazio profondo del cielo. In quegli attimi è davvero difficile accettare che poi, la sera, “tornerai a casa”».
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"Nessuno può mai essere veramente ferito se non da ciò che altera la sua natura."
(Storia di una fattoria africana, Olive Schreiner)

"Nessuno sa quante ribellioni fermentano nelle masse di esseri viventi che popolano la terra."
(Jane Eyre, Charlotte Bronte) 

PREFERRED GUYS:
Charlie Chaplin
Helen Mirren
Hugh Laurie
Cary Grant
Spencer Tracy
Franz Kafka
Haruki Murakami
Sigourney Weaver
Jamie Bell
Michael C. Hall
Jeff Bridges
Sofia Carlotta di Hannover
Ramin Bahrami
Ray Bradbury
Gabriele D’Annunzio
Primo Levi
Ang Lee
Paul Auster
Donald Sutherland
Marlene Dietrich
Katharine Hepburn
William Butler Yeats
John Malkovich
Terrence Malick
Glenn Close
David Bowie
Steven Patrick Morrissey
Vladimir Nabokov
John Bayley
Patricia Clarkson
Max Bruch
J.D. Salinger
Jeff Goldblum
Kristen Stewart
Herman Melville
Julian Hawthorne
Ralph Waldo Emerson
David Grossman
Daniele Groff

Michael Stipe
Meryl Streep
Luca Bernardini
Umberto Broccoli
Joan Crawford