Galaad Edizioni (clicca qui per tornare al sito)

"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 22/09/2008 @ 20:51:05, in Film, linkato 684 volte)


di Giulia Merisi

Con questo film prodotto scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen, si è aperta l’ultima edizione del Festival di Venezia. Degna conclusione, ha ironizzato Clooney in conferenza stampa, della “trilogia dell’idiota”; alludendo ai due film girati in precedenza con i fratelli Coen: nel primo era un novello Ulisse maniaco dei propri capelli, nel secondo un avvocato divorzista ossessionato dalla cura dei denti.
Stavolta ci sono tre storie dapprima parallele, poi che si intersecano. Si apre con l’agente della CIA Cox (Malkovich), rimosso dalla missione affidatagli nei Balcani perché dedito all’alcool; non soddisfatto dell’incarico che gli viene offerto in alternativa, preferisce andarsene. Ovviamente informa della decisione la moglie (Swinton) la quale, furente, comincia a organizzarsi in vista di un eventuale divorzio. E mentre lui è intento alla stesura delle sue memorie, lei prosegue nella relazione con l’altrettanto ammogliato agente federale Pfarrer (Clooney). Intanto in un centro fitness, l’impiegata Linda (McDormand) ha due uniche preoccupazioni: trovare un uomo tramite internet e trovare i soldi per sottoporsi a una serie di interventi di chirurgia estetica. E quando il collega e amico Chad (Pitt), si imbatte in un dischetto che sembra contenere informazioni riservate, pensa di aver risolto tutti i problemi: ricatteranno l’autore del CD e si procureranno i danari che occorrono a entrambi. Di qui una serie di inseguimenti ed equivoci.
Se in passato i Coen si erano divisi i compiti dedicandosi Joel alla sceneggiatura ed Ethan alla regia, in questo caso firmano a quattro mani sia l’una che l’altra. Il film è all’insegna di un’ironia leggera che tuttavia non graffia. E se non si ride, a stento si riesce a sorridere. Talvolta. Inoltre i passaggi troppo veloci, gli intrecci che spesso si affastellano, non giovano a una comprensione immediata della vicenda. Viceversa gli attori sono tutti, indistintamente, meritevoli solo di elogi. Ciascuno impegnato, con successo, a dare al proprio personaggio la giusta intensità.

BURN AFTER READING – A PROVA DI SPIA di Joel ed Ethan Coen, con George Clooney, Frances McDormand, John Malkovich, Tilda Swinton, Brad Pitt, USA 2008
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 Galaad Edizioni (del 21/09/2008 @ 19:17:13, in Nuvole, linkato 487 volte)

A un tratto, per un'improvvisa inclinazione del vento, alcuni ramoscelli bagnati colpirono i vetri della finestra, e il rumore sembrò come prodotto da qualcuno in pericolo che stesse cercando di entrare. Insieme alla gatta sobbalzai per lo spavento, ma la signora Todd continuò il suo lavoro a maglia senza neppure sollevare lo sguardo.

(Sarah Orne Jewett, La straniera, traduzione di Nadia Piloni, Tranchida, 1998)

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 Galaad Edizioni (del 19/09/2008 @ 23:00:01, in Video, linkato 467 volte)
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 Galaad Edizioni (del 18/09/2008 @ 20:34:54, in Poesia, linkato 465 volte)

Ah, se avessi il coraggio
di togliere la maschera
al tempo congelato
e respirare
di nuovo nel possibile
dell'infinito aperto in ogni istante.

Precipitare
nel silenzio del futuro.
Abbiamo il tempo chiuso nella carne.

(Roberto Michilli, da Quaderni di poesia contemporanea 2, Edizioni Orizzonti Meridionali, 2004)

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 Galaad Edizioni (del 17/09/2008 @ 18:03:27, in Nuvole, linkato 475 volte)

Tuttavia nonostante gli innumerevoli tentativi, non riusciva a disegnare il volto del bambino. Gesù Bambino e gli amorini che Otoko aveva studiato nei quadri occidentali avevano tutti contorni nitidi o erano soltanto figure in miniatura del volto d’un adulto, a volte con espressioni artificiose di santità. Il bambino nell’immaginazione di Otoko invece non aveva contorni né chiari né vigorosi. Era il volto di uno spirito, di un fantasma che, circondato di un alone nella luce vaga della visione onirica, non era di questo mondo ma neppure dell’altro, e doveva recare serenità e quiete all’anima di tutti quelli che lo guardassero da vicino. Nello stesso tempo, la figura doveva esprimere un’infinita e abissale tristezza. Nonostante tutto ciò, Otoko voleva evitare completamente le eccentricità che non è raro trovare nelle pitture astratte.

(Kawabata Yasunari, Bellezza e tristezza, traduzione di Atsuko Suga, Einaudi, 1993)


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 Galaad Edizioni (del 16/09/2008 @ 22:36:27, in Libri, linkato 433 volte)


di Daniela Di Pietrantonio

Non si può vincere il Premio Strega al romanzo d’esordio e convincere tutti. Ma non si può nemmeno vincerlo senza un motivo.
“La solitudine dei numeri primi” è un romanzo non usuale, opera letteraria di un fisico, indagine psicologica dell’inquietudine umana espressa in termini matematici. Forse questo spiega l’entusiasmo di molti e l’insofferenza di altri. D’altronde, un’opera insistentemente osannata impiega poco a diventare noiosa.
Il romanzo è la storia discontinua di pochi momenti nella vita di due anime, Alice e Mattia, segnate da cicatrici fisiche e interiori, non evidenti agli occhi del mondo ma eterne e dolorose, ferite così simili che non hanno bisogno di essere condivise per viversi accanto, comprendendo senza sapere, sfiorandosi senza compenetrarsi, come le coppie di numeri primi gemelli «che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perchè fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero». La trama è scarna, va avanti a bruschi scossoni di decennio in decennio ed è solo una scusa per rintracciare le tappe dell’inquietudine di Alice e Mattia, condannati dalle loro scelte di bambini a vivere vite anomale, che a tratti si incontrano e a tratti si allontanano, senza mai staccarsi davvero. Se i disagi dei protagonisti per qualcuno risultano basati su stereotipi troppo scontati, la loro analisi è invece efficace, affidata a descrizioni essenziali di gesti, sensazioni fisiche e pensieri. E Giordano non cede nemmeno alla tentazione del facile lieto fine, che ci fa intravedere, ma ricaccia subito per un finale aperto alla speranza e al cambiamento, ma non scritto. Lo stile è colloquiale: una narrazione scarna, che a qualcuno fa storcere il naso, alternata ad accenni di flusso di coscienza. E poi c’è quella particolarità che ha reso “La solitudine dei numeri primi” il caso letterario dell’anno: la capacità di descrivere e suscitare emozioni parlando anche di numeri, simboli razionali per eccellenza, che diventano metafora di sentimenti e vite nella mente di un ragazzo, Mattia, che non è capace di amare altro.

“La solitudine dei numeri primi”
Paolo Giordano
Mondadori
2008


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 Galaad Edizioni (del 15/09/2008 @ 21:23:53, in Nuvole, linkato 396 volte)

Il mio cuore è una buia foresta.
La parte di me stesso che conosco
non è più grande di una piccola radura,
in questa grande foresta.
Ci sono degli dei, degli strani dei
che escono dalla foresta
e vengono nella mia radura.

Poi tornano indietro, a nascondersi.

(D. H. Lawrence da Studies in Classic American Literature)


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 Galaad Edizioni (del 14/09/2008 @ 11:40:49, in Film, linkato 690 volte)


di Giulia Merisi

Presentato in concorso alla 65a Mostra d’arte cinematografica di Venezia, l’ultimo film di Ferzan Ozpetek è nelle sale già da alcuni giorni. Una scelta controcorrente per il cinema italiano che preferisce attendere la fine della manifestazione lagunare prima di proporre una pellicola al grande pubblico.
Tratta dall’omonimo romanzo di Melania Mazzucco, la vicenda si condensa nell’arco di ventiquattro ore. Al centro del racconto le vite di Emma e Antonio un tempo sposati e ora separati da circa un anno. Lui, poliziotto e caposcorta di un deputato, lei che si arrabatta tra vari lavori, tutti egualmente precari, per mantenersi e mantenere i due figli che le sono stati affidati e con i quali è tornata a vivere da sua madre. Il film si apre in un’atmosfera romana, cupa, già presaga della tragica fine verso cui si avvierà il “giorno perfetto” del titolo. Un giorno iniziato con una notte insonne, proseguito con il licenziamento dal call center presso cui lavorava e il tentativo di stupro da parte dell’ex-marito, poi denunciato ai Carabinieri. Così racconta Emma nel lungo incontro-confessione a Mara, professoressa d’italiano della figlia Valentina.

Un film quasi esclusivamente al femminile, che trae la sua maggior forza dalle interpretazioni delle attrici. Isabella Ferrari come Emma, usa gli occhi e un volto bagnato di dolore per dire di questa donna che un amore malato non smette di ferire. Monica Guerritore nella parte di Mara, è sguardo morbido e tagliente e una voce che sa di teatro. E se Nicole Grimaudo mostra una sicurezza che non ti aspetti, Stefania Sandrelli e Milena Vukotic si riconfermano per l’ennesima volta, “ splendide signore” della macchina da presa.
La mano amorevole di Ozpetek nella direzione degli attori c’è anche stavolta e si vede, ma non basta. Il film manca della necessaria compiutezza perché è la scrittura a non convincere. Mentre una particolare menzione merita la fotografia di Fabio Zamarion che illumina una Roma vista quasi sempre di notte, di luci nere e dure, facendone la cornice naturale del dramma.

UN GIORNO PERFETTO di Ferzan Ozpetek, con Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Monica Guerritore, Nicole Grimaudo, Valerio Binasco, Italia 2008.

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(Jane Eyre, Charlotte Bronte) 

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