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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 12/08/2008 @ 18:32:46, in Video, linkato 394 volte)

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 Galaad Edizioni (del 12/08/2008 @ 11:01:38, in Musica, linkato 631 volte)


di Daniela Di Pietrantonio

Alanis Morissette ha sempre e solo parlato di sé nei suoi album, ma mai come questa volta è stato facile cogliere il nesso tra la sua vita personale, e in particolar modo la fine della storia con Ryan Reynolds (ora tra le braccia di Scarlett Johansson), e i suoi pezzi. E così per molti “Flavors of entanglement” non è altro che il grido di rabbia e di dolore di una donna ferita, e il buco della serratura che permette a noi comuni mortali di spiare cosa accade dietro le quinte di una storia da jet set. Ma non è così. Non ci si può limitare all’interpretazione di questo lavoro come viaggio individuale attraverso le fasi del dolore (shock, contrattazione, rabbia, tristezza, rassegnazione e accettazione), suggerita da Alanis stessa. Perché lei non è mai stata capace di rimanere in superficie, nell’ordinario o nel personale. Quando parla di sé non ha paura di aprire davvero il cuore e la mente, e finisce sempre con lo svelare anche un pezzetto del mondo e dell’uomo. Sarà che i suoi pezzi non sono mai scontati e portano sempre un messaggio inconsueto, un’emozione intensa, una verità profonda dentro. Sarà che Alanis è complicata, un miscuglio intricato di sentimenti forti e opposti e visioni del mondo ferme e originali. Che non sia un’artista scontata lo si capisce già dai titoli degli album - mai banali, fortemente simbolici, sempre scelti all’interno del testo di una delle canzoni della tracklist - e dai testi - ricchi di termini ricercati e neologismi, di riferimenti culturali trasversali e immagini, a volte evidenti, a volte ermetiche.

Però la Alanis di “Flavors of entanglement” è qualcosa di strano, solita e nuova insieme. Ripropone temi fortemente suoi come il viaggio, fisico e interiore, che fa crescere e cura, e l’estraneità a confini ed etichettature di qualsiasi genere. Esplora sonorità nuove, abbandonando spesso l’acustica (conservata in una perla come “Not as we”) per l’elettronica (il rock orientaleggiante di “Citizen of the planet”, inattese svolte dance in “Straitjacket”). Ma in fondo anche in questo è sempre lei, sovrana di contraddizioni, tesi e antitesi di se stessa: delicata e brutale, profonda e alla disperata ricerca di libertà dalle inquietudini interiori (“Giggling again for no reason”), fragile e audace, insicura (“Tapes”) e consapevole, rabbiosa e indulgente, rassegnata (“Torch”) e fiduciosa (“Incomplete”). Certo, oggettivamente non sono molte, in questo album, le canzoni candidate al grande successo di pubblico, ma “Ironic” e “You oughta know” non torneranno più, non solo perché appartengono a un’altra vita dell’artista, ma soprattutto perché dopo un debutto sfolgorante si deve scegliere: essere originali o compiacere il mercato, seguire la propria evoluzione o restare intrappolati in un’etichetta. Questo non è l’album che riporterà Alanis alle cifre di “Jagged little pill” (trenta milioni di copie vendute) e non è l’album che convertirà i suoi detrattori. Forse non è nemmeno l’album che accontenterà tutti i fans storici. Ma è l’attuale espressione di un talento multiforme e mutevole e di un’anima incoerente e intensa, che non riescono mai a risultare insulsi o noiosi.

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 Galaad Edizioni (del 11/08/2008 @ 21:26:01, in Nuvole, linkato 330 volte)

Il parco era rigoglioso, un profumo agreste colmava l’ampia volta celeste. I fiori rossi brillavano come il fuoco, quelli bianchi scintillavano come la neve fresca. Amai subito quel giardino ricco e meraviglioso.
Al centro del parco c’era un lago, sulle cui rive uomini in allegre comitive ridevano, bevevano, mangiavano.
Lontano da tutti sedeva un giovanotto. Sembrava triste, chiuso in se stesso, come avesse l’animo gravato da un peso enorme.
Forse mancai di tatto, ma andai da lui, mi schiarii la voce e dissi: “Scusami, se ti disturbo, ma c’è qualcosa in te che m’attrae, forse è pura curiosità”.
Sembrò sorpreso e disse: “Ascolto”.
“Perché te ne stai appartato? Perché sei così sconvolto? Cosa ti ha tolto l’allegria: una paura, un dolore o un gioco perso?”
Il suo sguardo era triste e sconsolato. Così giovane. Pensai, e pare già così angustiato.
“Mi domando” disse dopo un po’, “se valgo qualcosa, come persona, come uomo; ma non trovo un metro di giudizio fidato e buono. Posso sentire e pensare, regalare o essere parsimonioso, debole oppure vigoroso, felice da scoppiare e disperato da morire. Conosco tutte le corde della vita, ma come posso capire il mio valore? Non è che tu me lo sai dire?”
“Perché ti poni domande così vane? Ognuno ha qualcosa da dire al mondo, altrimenti non vivrebbe. Ognuno dà e riceve qualcosa”.
“Non mi capisci” rispose, “ho il cuore così oppresso, che temo si spezzi”.
“Allora spiegami, fammi la tua confessione. Non andrò a raccontarla di porta in porta, voglio solo comprendere cos’è che ti sconforta”.

(Hans Kruppa, La casa dell’anima, traduzione di Loretta Trinei, Salani, 2002)
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 Galaad Edizioni (del 11/08/2008 @ 14:55:36, in Film, linkato 466 volte)
Lo scafandro e la farfalla


Da vedere perché...

Ci sono persone che riescono a emozionarsi alla vista di un battito di ciglia.

Quando il pensiero langue e il corpo offeso non reagisce agli stimoli, un atto creativo può restituirci all’originaria compiutezza. Ogni passo avanti nell’espressione di se stessi è una sfida alle leggi di gravità. Anche se il corpo è inchiodato al suolo, la mente può librarsi in volo con la leggerezza di una farfalla e condurci in luoghi che mai avremmo immaginato di poter raggiungere. Quanta fede, quanta immaginazione in quel primo battito d’ali; ma abbiamo trovato il coraggio di compierlo e ora un’energia nuova vibra in ogni cellula del nostro essere, rinnovandoci nel profondo. E’ l’incipit di ogni evoluzione.

Lo scafandro è l’involucro che ci avvolge quando ci facciamo vincere dalle nostre paure.

La farfalla è l’energia creativa, la vera essenza dell’uomo. 

Tre sequenze saranno eternamente presenti nella mia memoria:

1) L'occhio cucito.

2) Il fascino della ragazza bionda davanti al mare.

3) La mosca sul naso.

Paura. Bellezza. Ossessione.

Pensate che la maggior parte degli uomini riuscirà a cogliere il ruolo fondamentale delle donne in questo film? Tutto dipende da quanto saremo accorti nel guardare, e non solo con gli occhi.

Quando il cambiamento ci travolge una parte di noi muore; ma se si ha la capacità di trovare, nelle tenebre del dolore, un nucleo di luce pura, ecco che inaspettatamente nasce una persona nuova.

Il battito d’ali di una farfalla modifica l’universo.
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 Galaad Edizioni (del 10/08/2008 @ 20:35:25, in Video, linkato 292 volte)
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 Galaad Edizioni (del 08/08/2008 @ 14:56:41, in Orme sulla luna, linkato 501 volte)

(Wassilj Kandinskij, Composition VIII, 1923)

Straniero. Dallo Spazio, dallo Spazio, signor mio: e da dove, se no?
Io. Perdonatemi, Signore, ma non si trova nello Spazio anche adesso la Signoria Vostra, la Signoria Vostra come il suo umile servitore, in questo preciso momento?
Straniero. Bah! Che cosa ne sapete voi dello Spazio? Definitemelo, lo Spazio.
Io. Lo Spazio, mio Signore, è l’altezza e la larghezza prolungate all’infinito.
Straniero. Proprio così: vedete che voi non sapete che cosa sia, lo Spazio! Credete che consista di due sole Dimensioni; io, invece, sono venuto ad annunciarvene una Terza – altezza, larghezza, e lunghezza.

(Edwin A. Abbott, Flatlandia, traduzione di Masolino d’Amico, Adelphi, 1993)

Basta coi Pensieri, Filosofo;
troppo a lungo sei stato a sognare
senza luce, in questa camera tetra
mentre il sole estivo risplende –
anima che corri lo spazio, che triste canzone
conclude di nuovo il tuo meditare?

O venga il giorno quando cadrò nel sonno
e non sarò nessuno,
e la pioggia potrà macerarmi, la neve coprirmi
senza darmi fastidio!

(Emily Bronte, Poesie, n.28, a cura di Ginevra Bompiani, Einaudi, 1971)


(Jackson Pollock, Number 8, 1949)

Mi pare che, se ci fosse un uomo capace di afferrare, per esempio, una sbarra di ferro arroventata e di stringerla nella mano, allo scopo di misurare la propria fermezza, e se poi per dieci secondi vincesse l’intollerabile dolore e finisse col vincerlo, mi pare che quest’uomo sopporterebbe qualcosa di simile a ciò che provò allora, in quei dieci secondi, Nikolaj Vsevolodovic.

(Fedor Dostoevskij, I demoni, traduzione di Alfredo Polledro, Einaudi, 1982)

Gli Annegati formarono un cerchio intorno al ragazzo morto, pregando. Norjen gli afferrò le braccia e iniziò a muoverle avanti e indietro. Rus si inginocchiò accanto al corpo e gli compresse ritmicamente il torace. Ma all’apparire di Aeron tutti si scostarono. Aeron divaricò con le dita le labbra fredde di Emmond e gli diede il bacio della vita. Continuò fino a quando il mare non tornò a erompere dalla sua bocca. Il ragazzo iniziò a tossire e a sputare, i suoi occhi ammiccarono, pieni di paura.

"Un altro ha fatto ritorno."

(G.R.R. Martin, Il dominio della Regina, traduzione di S. Altieri e M. Benuzzi, Mondadori, 2006)
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 Galaad Edizioni (del 07/08/2008 @ 19:26:13, in Video, linkato 316 volte)
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 Galaad Edizioni (del 06/08/2008 @ 12:38:51, in News, linkato 472 volte)

Ridatemi mio padre, ridatemi mia madre
Ridatemi il nonno e la nonna
Restituitemi i miei figli e le mie figlie
Ridatemi me stesso
Ridatemi la razza umana.
 

(Poesia di Sankichi Toge, scolpita sulla sua tomba al Memoriale della Pace di Hiroshima)


Questi alberi (gli aogiri o alberi del parasole) crescevano nel giardino dell’Ufficio Poste e Telecomunicazioni di Hiroshima, a meno di un chilometro e mezzo dall’ipocentro. Furono investiti in pieno dall’esplosione atomica, persero in un istante rami e foglie e sulla corteccia si aprirono squarci profondi che non si rimarginarono mai più. Sembravano morti, ma la primavera successiva i loro rami si coprirono di gemme. La rinascita miracolosa degli aogiri fu un segnale di speranza e infuse nuovo coraggio ai giapponesi provati dalle terribili conseguenze dell’esplosione atomica e dalla guerra.

Nel maggio 1973, quando l’Ufficio Postale fu ricostruito, gli alberi furono spostati nel Parco della Pace di Hiroshima, dove tuttora si trovano, testimoni silenziosi dei danni provocati dalla bomba. La gente di Hiroshima temeva che una volta trapiantati gli alberi fenice si sarebbero seccati del tutto e sarebbero morti, ma non fu così. Ancora una volta gli aogiri sopravvissero e continuarono a germogliare, producendo ogni anno nuovi semi. Quei semi vengono offerti in dono sia in Giappone che negli altri paesi. I figli di questi alberi scampati alla distruzione crescono rigogliosi in tutto il mondo.

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