"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
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| Prima parlavate del senso della nostra vita, del disinteresse per l’arte. Ecco, per esempio, la musica. La musica è legata ben poco alla realtà, o meglio, anche se è legata lo è senza ideologie, meccanicamente, come un suono vuoto senza associazioni. E tuttavia la musica, per un qualche miracolo, penetra l’animo umano. Cosa risuona in noi in risposta al rumore elevato ad armonia. E come si trasforma per noi nella fonte di un immenso piacere, e unisce e commuove. A cosa serve questo. E soprattutto a chi. Risponderete: a nessuno e a nulla, così, disinteressatamente. Oh no, è improbabile perché tutto in fin dei conti ha un senso, un senso e una ragione. (Stalker, regia di Andrej Tarkovskij, 1979) |
03lug
![]() di Pietro Ruggieri |
| Giotto di Bondone. Quando, alcuni giorni fa, ho varcato la soglia del Complesso del Vittoriano, che in questo periodo ospita la mostra dedicata a Giotto (1266-1336) e ad altri artisti del Trecento che da lui furono ispirati, le mie aspettative di visitatore erano altissime, Purtroppo ho dovuto ricredermi, in quanto solo la sala centrale è stata allestita con una ventina di capolavori del maestro toscano, che sono comunque di fondamentale importanza nel suo percorso artistico. A ben riflettere, non poteva essere diversamente: l’allestimento, pur sempre di grande valore e interesse per chi voglia ripercorrere l’esperienza artistica di Giotto, è stato predisposto con le opere trasportabili. La produzione eccellente di Giotto è legata a opere stanziali, vale a dire agli affreschi di ampie dimensioni eseguiti direttamente sulle pareti di siti sacri e che possono quindi essere ammirati solo nelle sedi per le quali furono concepiti. Tale produzione, alla cui naturale assenza nella mostra il Vittoriano sopperisce con l’aiuto dei mezzi tecnologici multimediali, è legata a tre periodi fondamentali della carriera artistica di Giotto: il primo, tra il 1295 e il 1300, con il ciclo di affreschi delle Storie di S. Francesco della Basilica Superiore di Assisi; il secondo, tra il 1303 e il 1305, con i dipinti del programma iconografico ispirato alle Storie della Vergine e di Cristo e al Giudizio Universale nella Cappella dell’Arena a Padova (meglio conosciuta come Cappella degli Scrovegni); l’ultimo, tra il 1315 e il 1320, con gli affreschi che illustrano le Storie dei Santi Giovanni Battista e Evangelista (Cappella Peruzzi) e le Storie di S. Francesco (Cappella Bardi) nella Basilica di S. Croce a Firenze. |
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| La pittura di Giotto rappresenta una svolta fondamentale nella storia dell’arte italiana e occidentale, sia per l’influenza che esercitò sulla pittura, sulla miniatura dei manoscritti, sull’oreficeria, sia perché in essa si rinvengono gli elementi anticipatori dell’arte rinascimentale: il richiamo alla classicità, acquisito da Giotto nel corso del suo apprendistato a Roma, la naturalezza delle forme e delle figure, la tensione verso una rappresentazione aderente alla realtà, l’interesse per gli stati psicologici dei personaggi. Esempi mirabili di questa nuova concezione sono i Polittici esposti in mostra: è impossibile non essere catturati dall’espressività dei volti del Bambin Gesù, della Vergine e dei Santi; i loro sguardi e la loro mite gestualità contribuiscono a metterli in relazione gli uni con gli altri e con lo spettatore. Nelle opere esposte emergono le problematiche che Giotto si pose in relazione alla volumetria, alla tridimensionalità delle figure umane e alla prospettiva. In virtù di questa impostazione pittorica e del carattere nazionale della sua attività artistica, esercitata in ben otto regioni d’Italia, Giotto può essere considerato a tutti gli effetti il padre ante litteram della pittura del Rinascimento. Dopo di lui la pittura non sarà più la stessa. |
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| Giotto e il Trecento, Roma, Complesso del Vittoriano |
25giu
![]() (Edoard Manet, Interior in Arcachon, 1871) |
| Durante una delle solite cene a caffè e latte con la Lenormand uscii a dirle che su Parigi era disceso un freddo per me insopportabile fuori di casa, e che avevo intenzione di tornarmene in Italia, non fosse altro per provvedermi di un cappotto e degli abiti invernali.
La vedova aggrottò le sopracciglia. "Bene" - disse - "ve ne volete andare così, da un giorno all'altro? Per tornare sì e no magari in primavera? O forse mai più, se al vostro paese trovereste, come sarebbe giusto, un lavoro e magari una donna da sposare. Dopotutto, avete anche voi una madre che certo vi aspetterà. Andate, andate.". Non seppi cosa rispondere. "Tuttavia" - o meglio toutefois, come aveva l'abitudine di dire ogni tre o quattro parole - "se è solo per il freddo, vi posso venire incontro. Ho in serbo tre o quattro maglie di lana nuove che mio figlio ha abbandonato qui partendo, e se non volete disdegnarlo, anche un cappotto di astrakan nuovo fiammante, anch'esso abbandonato da Maurice, che in quei paesi caldi dell'Estremo Oriente non avrebbe saputo cosa farsene." Si alzò, mi portò le maglie ancora avvolte nelle carte trasparenti della fabbrica e le posò sul tavolo. Andò via un'altra volta e tornò reggendo un pesante cappotto di astrakan grigio che aveva l'aria di non essere stato mai portato o solo qualche volta, se ricordavo bene d'averle sentito dire che suo figlio era partito per l'Indocina nel novembre di due anni prima. A prima vista mi era parso una pelliccia della Lenormand, di breitschwanz o di karakul, ma la donna presentandomela disse che si trattava di un capo di gran valore fatto confezionare da suo figlio prima della partenza presso un grande sarto. "Fu" - disse - "un'idea di Maurice. Voleva un cappotto non con la pelliccia all'interno come si usa comunemente, ma all'esterno. Diceva che in Russia, al tempo degli zar, i signori portavano cappotti di quel tipo lunghi fino ai piedi. Però è un po' lungo… Andrebbe portato con un colbacco dello stello pelo in testa e un paio di stivali ai piedi". Mi vidi, quando avessi indossati quella pelliccia, simile a un Michgele Strogoff o a qualche personaggio di Tolstoi, ma non osai sorridere. Guardai bene il cappotto, che aveva una martingala sopra lo spacco posteriore e un colletto rialzato, come certi pastrani militari dell'epoca napoleonica. Era di colore grigio argento con riflessi quasi azzurri e una fodera di satin bleu all'interno, sulla quale spiccava l'etichetta di un sarto. Al mio paese, con un cappotto simile non sari mai comparso. Ma a Parigi si può portare di tutto, anche un elmo col pennacchio. Nessuno si sarebbe mai voltato a guardarmi per strada." (Piero Chiara, Il cappotto di Astrakan, Mondadori, 1999) |
![]() di Giulia Merisi |
| New York, estate 1942: si sta preparando uno di quei miracoli dell’arte capace di trasformare le sofferenze di un uomo in poesia. Antoine de Saint- Exupéry, esule volontario in terra d’America, è in guerra con i nemici di sempre, ovvero Solitudine e Disperazione. Ma stavolta c’è un’altra guerra al di là dell’Atlantico con la sua Francia occupata dai Tedeschi e lui si sente inutile in una città straniera, oltreché ingiustamente accusato dai surrealisti di essere, nel migliore dei casi, un simpatizzante della repubblica di Vichy. E allora come fare a volare lontano da quel pantano che rischia di soffocarlo? Forse un modo c'è... raccontare del magico incontro con il piccolo principe. Quando dopo un incidente aereo si era trovato solo in pieno deserto e un ometto dai capelli color del grano e una lunga sciarpa al collo gli si era avvicinato. Arrivava da lontano ed era in cerca di amici. Parlava la lingua semplice dei bambini e comprendeva la vita; così diverso dalle persone importanti che aveva incontrato nel mondo, troppo impegnate a correre dietro a sciocchezze quali il golf o le cravatte per poter capire che le gioie vere vengono da quelle “cose” che non si toccano né si comprano: avere qualcuno che ci capisce e ci vuole bene, ad esempio. Perciò il piccolo principe se ne era volato via, a ritrovare la sua rosa. “Non ho saputo capire niente allora! Avrei dovuto giudicarlo (il fiore) dagli atti, non dalle parole. Mi profumava e mi illuminava. Non avrei dovuto venirmene via! Avrei dovuto indovinare la sua tenerezza dietro le piccole astuzie. I fiori sono così contradditori! Ma ero troppo giovane per saperlo amare.”
Questo è “Il Piccolo principe”. Formalmente un racconto per bambini, in realtà una favola che non smette di comunicare voglia di amore a quei grandi che come i piccoli sanno ancora guardare con gli occhi del cuore. Un rifugio per il suo autore e per i lettori che conoscono o vorrebbero conoscere quanto dolce sia l’abbraccio dell’amicizia. Il piccolo principe Antoine de Saint-Exupéry traduzione di N. Bregoli Bompiani Fabbri, 2005 |
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Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro Muovesi l'acqua in un ritondo vaso, Secondo ch'è percossa fuori o dentro: Nella mia mente fè' subito caso Questo, ch'io dico, sì come si tacque La gloriosa vita di Tommaso, Per la similitudine, che nacque Del suo parlare e di quel di Beatrice, A cui sì cominciar, dopo lui, piacque: A costui fa mestieri, e nol vi dice, Né con la voce, né pensando ancora, D'un altro vero andare alla radice. (Dante, Paradiso, Canto XIV) |
29mag
![]() di Pietro Ruggieri |
| Ho aderito con curiosità alla nuova proposta dell’associazione culturale “Terracromata” (Roma) per la domenica del 20 maggio: una visita guidata al “Giardino dei Tarocchi”, situato nei pressi di Garavicchio, località a pochi chilometri da Capalbio (GR). In un parco di modeste dimensioni, dominato da una vegetazione a macchia mediterranea, rigogliosa e verdissima in questo periodo di primavera inoltrata e mossa a momenti da una leggera brezza dal profumo marino che non sempre è riuscita ad alleviare, nel corso della visita, la precoce calura che quest’anno ci ha colti di sorpresa, trovano singolare collocazione ventidue strutture scultoree monumentali di medie e grandi dimensioni ispirate agli Arcani maggiori dei Tarocchi. L’ideatrice di queste installazioni è Niki de Saint Phalle (1930-2002), artista francese dall’animo tormentato e sensibile, che lavorò per oltre venti anni al progetto del giardino insieme al marito, lo scultore Tinguely, e a vari collaboratori. L’artista si applicò alla realizzazione del giardino con un trasporto e una perseveranza non comuni, con l’intento di regalare a tutti un luogo magico lontano dal clamore e dalla confusione turistica, un luogo, come lei stessa scrisse sulle maioliche bianche poste all’inizio del percorso del parco, per la gioia della mente e del cuore. Le sculture, ispirate a Gaudí, dalle cui opere Niki rimase folgorata nel corso di un viaggio a Barcellona nel 1955, sono vere e proprie concretizzazioni dell’immaginario dell’artista, solidificazione di elementi originali emersi improvvisamente dalla terra come visioni rievocate dal subconscio. A una prima impressione le opere, inclini a predominare sul paesaggio, mal si sposano con gli elementi vegetali circostanti. In realtà, nulla è stato lasciato al caso: i sentieri e i gradini in pietra, la disposizione delle sculture, la loro collocazione all’interno del giardino, le forme tondeggianti e sinuose, gli automi e i meccanismi in movimento, tutto è stato attentamente studiato nei minimi dettagli. L’intensa policromia dei rivestimenti, eseguiti in ceramica dipinta e in frammenti di pasta vetrosa e specchio a mosaico, attrae immancabilmente i miei occhi, mi spinge a indugiare sui dettagli di ogni singola “scultura-struttura”, alla ricerca di simboli, numeri, parole, disegni e forme capaci di evocare una corrispondenza con i sensi e la memoria. La luce del sole accende le forme e si riflette sui mosaici a specchio, d’oro e d’argento, esaltandoli in mille bagliori e miraggi. In un singolare stato di abbacinamento infantile, continuo ad aggirarmi nel giardino, scoprendo a poco a poco che il sentiero segnato da queste sognanti interpretazioni dei Tarocchi cela un percorso più intimo e speciale. E’ il percorso dell’artista alla ricerca del senso della sua arte come rielaborazione dei momenti tragici della vita, delle decisioni da prendere, delle strade da scegliere ed esplorare. E’ il percorso di ciascuno di noi, il tragitto della mente e dell’anima timorose del futuro e desiderose di felicità. Realizzando questo giardino, Niki sperò di donare a tutti coloro che vogliono visitarlo un momento di riflessione e di pace. Il Giardino dei Tarocchi, Niki de Saint Phalle, Capalbio (GR), località Garavicchio. |
19mag
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Si accovacciò a terra tra le foglie secche, le ginocchia al petto, la testa appoggiata alle ginocchia, gli occhi chiusi, il cuore stretto in una morsa,le mani fredde.
Sentì gravare sulle sue spalle tutta la solitudine del mondo e pensò che non era giusto. Un nodo alla gola le impediva quasi di respirare, la testa pareva sul punto di andare in mille pezzi. E all’improvviso qualcosa di caldo le bagnò le guance. Erano lacrime. (Francesca Nava, La ragazza venuta dal mare, Galaad Edizioni, 2008) |

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