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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 06/02/2013 @ 17:28:10, in Articoli, linkato 36 volte)
di Alceo Lucidi

Chi ha paura di Denis Didérot? Non pochi oggigiorno se consideriamo che la sua contrastata pièce “Il Nipote di Rameau” torna in scena in Italia dopo circa 20 anni. Evidentemente il silenzio sull’opera dello scrittore francese nasconde un’evidente difficoltà ed imbarazzo nel trattare nodi tematici che, nella nostra società così come in quella francese dell’ultimo scorcio del Settecento, rimangono intatti nella loro irrisolta problematicità. E non tanto e non solo perché provengono da contesti civili fortemente minati nei loro fondamenti etici, ma perché insiti nella condizione umana più in generale e quindi destinati fatalmente a ripetersi. L’universalità della stingente critica di Diderot ai costumi di ogni tempo è solo una riconferma del fallace tentativo dell’uomo di redimere uno stato di manchevolezza, la cui apparente agnizione, tra l’altro, si rivela inevitabilmente come una nuova, deludente illusione riversata nel teatro della passioni e pagata al giuoco del ruoli. L’opera contiene tutto il rigore analitico e la secchezza argomentativa della “ragione” illuministica ed è impietosa nel suo intento di denuncia, reso maggiormente sferzante ed affilato dagli strumenti della satira, il genere meticcio per eccellenza, dall’antichità greco-latina in avanti, che permette di filtrare e mescolare i registri e gli stili più diversi. Lo spunto narrativo è dato da un incontro, al Cafè de la Régence vicino al Palias Royal a Parigi, tra Jean-François Rameau, nipote del più noto e raffinato musicista Jean-Philippe, libertino, licenzioso dissoluto, anch’egli artista come lo zio ma fallimentare, la cui vita è percorsa da un’amoralità di fondo, da un lato, e un filosofo retto, austero, integerrimo, in cui la critica ha lungamente adombrato la figura dello stesso Diderot, dall’altro. Da questa occasione di dibattito filosofico in cui i due si confrontano a tutto campo e senza esclusione di colpi sulla felicità, l’impegno in società, il rapporto tra arte e morale, emergono due punti di vista, sicuramente inconciliabili, diciamo pure dialetticamente contrapposti, eppure non così marcatamente distanti come potrebbe apparire. Il filosofo, riflesso della cultura intellettuale illuministica del tempo di Diderot, è bloccato in una sua aspirazione ideale che fatica a trovare spazio nel duro contatto con le cose del mondo, mentre l’impenitente e corrotto istrione non è poi così lontano dal richiamare il disordine interiore dell’uomo nel consorzio sociale, le latenti e sistematiche contraddizioni dello spirito, il caos “mefistofelico” del pensiero negato alle sue più rassicuranti certezze che tanto affascinavano Goethe ed Hegel. I conflitti dilanianti, le fenditure che percorrono la struttura della commedia sembrano riverberarsi continuamente all’interno di un congegno drammaturgico, certo ben oliato, ma parimenti complesso, dato si muove per una sommatoria di contrasti insanati e di linee narrative configgenti. La materia incandescente delle relazioni umani messe a nudo e scoperte nelle loro logiche spesso raggelanti, l’ipocrisia strisciante del potere e la maschera del perbenismo borghese da indossare all’occorrenza rendevano poi l’interpretazione e direi, prima ancora, l’investigazione critica del testo di Diderot difficile a chiunque gli si fosse accostato. Ecco anche spiegata la sua refrattarietà a messinscene accomandanti. Silvio Orlando, dall’alto del suo repertorio attoriale, invece, ha saputo approcciare con tatto e rispetto la commedia, dandone, assieme ad Edoardo Erba, con il quale ha curato la regia, una lettura teatrale pregnante e moderna al tempo stesso, senza cadere nell’eccessiva esemplificazione o la forzatura dei toni. Attraverso l’agilità di pantomime esilaranti e riuscendo a sostenere il ritmo serrato della recitazione, Orlando ha ridato vita all’anti-eroe Rameau, sorta di specchio della vane aspirazioni di quegli intellettuali che, oggi come ieri, non rinunciano alle lusinghe del compiacimento e del successo a buon mercato, anche senza meriti.
 
 Galaad Edizioni (del 27/01/2013 @ 08:05:30, in Articoli, linkato 8947 volte)
di Simone Gambacorta

Nemmeno «La Lettura», il bel supplemento domenicale del «Corriere della Sera», ha resistito alla tentazione delle pagelline. Cinque quadratini, in fondo a ogni recensione, per fornire un’indicazione sintetica sulla qualità di un’opera. Con tre si sta nella sufficienza, con due no, il resto è grasso che cola. Torna alla mente, con un piccolo brivido, la scena dell’“Attimo fuggente” di Peter Weir, quando il profe ssor Keating (interpretato dal buon Robin Williams) stupisce gli alunni dicendo loro di strappare la pagina di un libro. Si trattava in effetti di una pagina criminale, che recava le indicazioni per capire se un testo fosse o non fosse poesia e, nel caso, quanto e come lo fosse. C’era da fare un grafico, una specie di calcolo, e così si arrivava al verdetto. Cose strane, che però non accadono solo nei film. Per esempio, almeno fino a qualche anno fa, c’erano in circolazione nelle scuole superiori dei testi che, fra le altre cose, avevano l’ambizione di spiegare come si scrive la recensione di un libro. A parte il fatto che per capire come si fa una recensione non c’è altra possibilità che non sia la strada dell’apprendimento empirico (ma la regola vale per tutto quanto abbia a che fare con la carta stampata, con buona pace di ogni discorso contrario), quella specie di sussidiario adottava un criterio in fondo non troppo diverso da quello del manuale dell’“Attimo fuggente”: anche lì si parlava di calcoli. Di percentuali, per la precisione. La questione era posta più o meno in questi termini: un tot delle righe complessive doveva essere dedicata al riassunto della trama, un tot al giudizio e un altro paio di tot chi se lo ricorda a che cosa dovevano essere riservati. Chiaro: una recensione deve avere una sua struttura, ma prevedere in maniera dogmatica in che modo questa struttura debba articolarsi, e arrivare a indicare il tutto in quote percentuali, è forse un po’ troppo. Santo cielo, non si possono applicare criteri contabili a faccende collegate alla scrittura e alla letteratura. Il passo successivo è che arrivi un modello aggiornato del computer Hal 9000 di kubrikiana memoria e faccia tutto lui. Ma per tornare a bomba, il pagellinismo, in tutte le sue forme e derivazioni, è un morbo da evitarsi siccome si evita la peste. Tanto più che la peste, anche quando sembra essere stata debellata, può continuare a starsene in agguato per tempi lunghissimi nel cassetto di una camera da letto (Camus docet) ovvero in quelli di una cattedra o di una redazione. Questo per dire quanta cura si debba applicare alla profilassi preventiva. Ma poi: come mai gli inserti dedicati ai libri e alla cultura escono di solito nel fine settimana? Perché si presume che in quei giorni gli appassionati abbiano più tempo libero e quindi possano dedicarsi senza ansie da cronometro a informarsi al meglio. Questa constatazione fa venire meno una delle possibili giustificazioni al pagellinismo, ossia quella secondo cui le sintesi grafiche, i quadratini, i cerchietti, le stelline, gli asterischi, le faccine alla Brunetta, i cuoricini alla Moccia e compagnia contrassegnando servirebbero per aiutare chi legge a farsi un’idea in poco tempo. Tesi vana quant’altre mai: pure sul “Mereghetti”, sul “Farinotti” e sul “Morandini” ci sono i votini, ma si tratta di dizionari, ossia di strumenti pensati per una consultazione rapida. Il supplemento di un quotidiano non nasce per una consultazione rapida, nasce per essere letto con calma. È un’espansione, una filiazione specializzata del giornale di cui è parte. Per le cose veloci oramai c’è il web, ma comunque pure lì non mancano significative eccezioni. Il nodo sta allora in una contraddizione di base: si costruisce uno spazio giornalistico riservato all’approfondimento culturale, ma vi si inserisce un optional che applica un parametro sostanzialmente “commerciale”. C’è una parentela stretta con le raccapriccianti classifiche, la cui felice e lussureggiante diffusione conferma l’andazzo generale.
 
 Galaad Edizioni (del 03/09/2012 @ 16:16:20, in Articoli, linkato 325 volte)
Giulia Alberico

di Simone Gambacorta

A Giulia Alberico piace accompagnare gli altri con i libri. Quelli che scrive e quelli che consiglia. Lo so per esperienza diretta.
La prima volta che le parlai fu per telefono. Volevo invitarla a partecipare al Festival letterario Lib[e]ri, che allora dirigevo a Teramo e che stava per approdare alla sua terza (e ultima) edizione. Era il 2008. Non conoscevo Giulia di persona. Non sapevo come rintracciarla. Provai con Mondadori: mi dissero che me ne avrebbero fornito i recapiti. Dopo una settimana, nessuna notizia. Allora mi ricordai che di Giulia mi aveva parlato Massimo Pamio, un critico, un editore, un intellettuale che fa molto per la cultura in Abruzzo.
Gli scrissi una mail. Massimo rispose subito e mi diede il numero di Giulia. La chiamai. Tempo cinque minuti, Giulia aveva accettato l’invito a Teramo, dove poi venne, aveva imposto che ci dessimo del “tu” e mi aveva consigliato un libro. Era “L’offesa” di Ricardo Menéndez Salmón. «Ho appena finito di leggerlo, è bellissimo», disse. Aggiunse: «Se lo trovi compralo, così quando vengo al Festival ne parliamo».
Detto fatto. Uscii di casa e andai nella libreria di Massimiliano Orsini, che insieme con Stefano Gennarelli aveva ideato Lib[e]ri. Comperai “L’offesa” e cominciai a leggerlo quella sera stessa. Se non ricordo male, lo finii la mattina dopo. Poi con Giulia ne parlammo, e parlammo anche di molto altro. Perciò, quando ho detto che a Giulia piace accompagnare gli altri con i libri che scrive e con quelli che consiglia, mi riferivo a questo suo modo di fare.
Il punto è che Giulia parla di un romanzo o di un racconto con l’occhio di chi i romanzi e i racconti li scrive. Ti fa vedere cose diverse, con parole molto semplici e molto concrete, e non sa dimenticare il vibrare umano di una storia.
Se mi si chiedesse di fare il nome di una persona competente in letteratura, non esiterei a fare il suo. Di solito si è competenti in letteratura se lo si è della vita, se si vive una vita, se ci si prova. A me piace distinguere tra competenti e specialisti. Più passa il tempo, più gli specialisti mi spaventano: sempre mi spaventa chi non sa dirti nulla che non potresti trovare scritto in un manuale.
Conosco esimi studiosi che sanno a malapena cosa siano un bacio o un tradimento, una sconfitta o una malinconia: non perché non li abbiano vissuti, ma perché sono argomenti che a loro interessano fino a un certo punto. Perciò rispetto e tengo in gran conto le loro parole, le ascolto con attenzione, ma sono parole di cui so di non potermi “fidare”. Mi sono lontane, mi vanno larghe come un abito che non mi appartiene. Invece delle parole di Giulia mi fido: di quelle che dice a voce e di quelle che scrive nei libri, e di quelle che dice sui libri degli altri.

[Questo testo nasce da una revisione della Premessa firmata da Simone Gambacorta per la raccolta di interviste “Sicuramente ho rubato”, un volumetto scritto a quattro mani con Giulia Alberico e pubblicato nel 2011 dalla casa editrice Duende]
 
 Galaad Edizioni (del 13/08/2012 @ 17:09:17, in Articoli, linkato 276 volte)
R.L.Stevenson

Il più noioso tra i clown racconta, o cerca di raccontare, una storiella, come il più debole dei bambini mette qualcosa di suo nel gioco; e, proprio come la persona adulta dotata di immaginazione che si unisce al gioco lo arricchisce subito con molte liete situazioni, il grande scrittore creativo ci mostra la realizzazione e l’apoteosi dei sogni ad occhi aperti della gente comune. I suoi racconti possono nutrirsi della realtà della vita, ma il loro segno distintivo è quello di soddisfare gli indicibili desideri del lettore, obbedire alle leggi ideali del sogno ad occhi aperti. La cosa giusta deve accadere nel luogo giusto; deve essere seguita dalla cosa giusta; e non solo i personaggi devono parlare in maniera conveniente e pensare in modo naturale, ma tutte le circostanze di un racconto devono farsi eco l'una con l'altra; come le note nella musica. Le fila di un racconto devono riunirsi di quando in quando a formare un quadro nella tela; i personaggi devono assumere, di quando in quando, delle posizioni l'uno nei confronti dell'altro o della natura, cosa che darà al racconto un suo timbro caratteristico, come un'illustrazione. Crusoe che scappa di fronte all'impronta, Achille che insolentisce i Troiani, Ulisse che curva il grande arco, Cristiano che corre turandosi le orecchie, sono tutti momenti della leggenda e ciascuno di essi si è stampato in eterno nella memoria. Cose di altro genere possiamo dimenticarcele; possiamo dimenticarci le parole, anche se sono bellissime; possiamo dimenticarci il commento dell'autore, anche se forse era intelligente e sentito; ma queste scene che fanno epoca, che lasciano un marchio indelebile nel racconto e soddisfano, in un colpo solo, la nostra capacità di condividere un piacere, le teniamo così care nel cuore della nostra memoria che né il tempo né il gusto riusciranno ad affievolire la nostra impressione. Questa è dunque la parte plastica della letteratura: identificare il personaggio, il pensiero, o il sentimento in qualche gesto o atteggiamento che risulterà di particolare effetto per la memoria visiva. E’ la cosa più eccelsa e più difficile che si possa fare con le parole; la cosa che, una volta raggiunta, fa la felicità sia della studente che del sapiente e costituisce, di diritto, la qualità dell’epoca. Al suo confronto tutti gli altri scopi della letteratura, eccetto il lirico puro o il filosofico puro, hanno una natura bastarda, sono di facile esecuzione e dal risultato debole. Una cosa è scrivere della locanda di Burford, o descrivere uno scenario usando le parole come i pennelli; tutt’altra cosa è cogliere il nocciolo del suggerimento e rendere un paese famoso con una leggenda. Una cosa è annotare e sezionare, facendo uso della logica più tagliente, le complicazioni della vita e dello spirito umano; tutt’altra cosa è dar loro corpo e sangue con la storia di Aiace o di Amleto. La prima è letteratura, ma la seconda è qualcosa di più perché è anche arte.

(Robert Louis Stevenson, Romanzi, racconti e saggi, a cura di Attilio Brilli, Mondadori 1982)
 
 Galaad Edizioni (del 30/07/2012 @ 14:23:57, in Articoli, linkato 348 volte)
Gianni D'Elia

di Simone Gambacorta

Quando penso a Gianni D’Elia vorrei sapere dove va. Vorrei sapere dove va nei suoi cammini abituali, nelle sue passeggiate. Quando non è in giro per letture e conferenze, se ne sta a casa, nel suo studio. Lo studio si trova in una piccola mansarda ed è pieno di libri, di foto, di ricordi. Poi ci sono le carte, i lavori in cantiere: poesie, saggi, lettere, scritti di varia natura.
Gianni lavora molto. Fa strano dirlo di un poeta, ma è sempre lì seduto che scrive e riscrive, che prova e cancella fino a quando un verso non lo lascia tranquillo.
Il lavoro, per come siamo abituati a pensarlo in questa bassa stagione, ci addomestica sempre più all’idea di fine. Per chi ce l’ha, a fine mese arriva lo stipendio, una specie di salvezza. Ma oggi questa boccata d’ossigeno è più provvisoria di ieri, non si sa mai bene quanto ancora potrà durare, sempre più surrogata, sempre più compromessa. La generazione interinale ha sollievo quando chiude un periodo di vita, quando lo taglia via. La corsa a fine mese diventa un simulacro di morte: prima finisci, meglio è. A lungo andare, tra un mese e una vita, la differenza non sarà così grande. Sembra una strategia messa in piedi per instillare un disamore, un pensiero perverso che uccida pian piano le psicologie. Forse da sempre è così, ma da queste parti ora il morbo è più acuto.
In un momento storico in cui il lavoro fa tanto schifo, mi piace pensare al lavoro di un poeta. Un lavoro santo, una fatica senza ricatto. Senza paga. Non è santo solo per questo, ma anche per questo.
Gran parte del lavoro di Gianni sta nel camminare, nell’andare, nel concedersi uscite solitarie. C’è lo scrittoio e c’è il movimento. Si alternano in un ordine vario, diseguale. Ma io vorrei sapere dov’è che Gianni va quando cammina, quando prende congedo dalla vecchia Olivetti. Va bene: per strada, in riva al mare, su un colle, su uno scoglio, in un parco. Però non è questo. Vorrei sapere dove va con la testa, mentre osserva e pensa e cammina da solo in un’ora del giorno o della sera in cui pochi o nessuno camminano soli.
So che quando è freddo va sulla battigia a mettere in fila un passo dopo l’altro. Raccoglie una pietra, una conchiglia, un legnetto, e li riporta a casa. Vorrei sapere dov’è, dove va, mentre lo fa. Vorrei capire questo suo atto. Vorrei capire l’atto del portare con sé. Dell’osservare, dello scegliere, del trovare. Dell’accogliere un piccolo pezzo di mondo. Forse la risposta è già qui e forse spiega che cosa fa un poeta: va per portare con sé. Però non sono sicuro di dire il giusto, per quel poco di giusto, peraltro, che ci sarebbe nel dirlo. Un’altra ipotesi me la suggerisce la matita con cui sto scrivendo: mi viene in mente che un poeta cammina e raccoglie qualcosa quando deve di rifare la punta alla matita.
Le conchiglie, le pietre, i legnetti finiscono sul tavolo di lavoro di Gianni, in fila come i passi. Entrano in vicinanza con altre cose: le opere di Pasolini, i “Fiori del male”, lo “Zibaldone”, la foto con Franco Scataglini, quelle di Fabrizio Sclocchini. Se si possa fare amicizia con un sasso preso sulla sabbia bagnata, orfano chissà di chi e di che cosa, o se sulla riva di un qualche mare si arenino e rifioriscano le metafore, non lo so.
Potrei domandarlo a Gianni, ma penso che non saprebbe che cosa rispondermi: e avrebbe ragione, se non lo sapesse. Allora potrei domandarlo a un critico. Ma perché? Per sentirmi dire che a lui interessa l’opera e basta, e che è il caso di essere seri? A me invece interessa proprio il poeta, e cercare di comprendere per quale motivo fa quel che fa, quindi anche perché cammina e raccoglie qualcosa con le mani. Questa cosa mi interessa come potrebbe interessarmi se la leggessi in un romanzo: mi interessa tanto e mi interessa in questa esatta misura. Vorrei anche sapere quale sia la vela giusta per prendere il silenzio che porta sulle rotte di questa diversa solitudine, di questa notte privata.
Per questo avrei preferenza di non scomodare un critico; e comunque, qualora dovessi risolvermi a farlo, dovrei trovarne uno che almeno ogni tanto abbia dalla letteratura un moto di felicità. La soluzione più semplice sarebbe chiederlo a una persona comune, a un passante, al primo che capita. So cosa mi direbbe. Mi direbbe che è evidente, e che Gianni, quando va, va a fare quattro passi, come tutti. Ma l’evidenza è un modo per stancare la vita, per imparare a non portare niente con sé, nemmeno l’amore delle cose.
 
 Galaad Edizioni (del 24/07/2012 @ 18:37:55, in Articoli, linkato 354 volte)


di Simone Gambacorta

La mia amcizia con Giuseppe Rosato è nata grazie a Giammario Sgattoni. Fu lui che, nel 2003, senza che io lo sapessi, fece avere alla compianta Tonia Giansante una recensione che avevo scritto per “Dopotutto è favola”, un suo libro di poesie prefato da Giovanni Tesio. La recensione era stata pubblicata su un mensile teramano a diffusione gratuita ove curavo la rubrica dei libri. Tonia Giansante era la moglie di Giuseppe Rosato ed era una poetessa; scriveva anche racconti e bellissime favole: ne conservo due volumi, ciascuno con una dedica affettuosa.
Avuta la recensione, Tonia mi scrisse una lettera. Fu il nostro primo contatto. La lettera è datata 13 marzo 2003: è scritta a macchina, su un foglio non bianco ma verde acqua, e la tengo tra le cose più care. Dopo la mia risposta, ci fu una telefonata; e ne nacque un’amicizia: la cosa, com’era inevitabile, “coinvolse” anche Giuseppe.
Di letterati abruzzesi che nel corso di questi anni mi sono stati vicini, e anche molto vicini, e verso i quali sono assai riconoscente, ho avuto la fortuna di incontrane diversi: ma Tonia e Giuseppe dalla loro avevavano un modo tutto particolare di donarsi e offrirsi “insieme”, un modo speciale, delicatissimo, di esprimere l’affetto e la stima che nutrivano. Questi sentimenti poi li certificavano concretamente: nel mio caso, con l’invito a recensire libri per la rivista «Oggi e Domani», fondata e diretta da Edoardo Tiboni, oppure a dettare la prefazione a un altro libro di poesie di Tonia, “Geometrie”.
Quando ci conoscemmo di persona, a Lanciano, fu davvero come se ci conoscessimo da anni: so che lo si dice sempre, e che quasi sempre non è vero; ma in quel caso fu veramente così.
Quando Tonia scomparve, dedicai alla sua memoria un libro su Mario Pomilio: il volumetto, “Lo scrittore problematico”, raccoglie una serie di interviste a critici e studiosi sull’autore del “Quinto evangelio”; fra esse, anche quella a Peppino Rosato, che riappare qui. Per uno strano gioco del destino, per una coincidenza che più passa il tempo e meno mi appare casuale, il volume fu recapitato a Giuseppe nel giorno esatto dell’anniversario della scomparsa di Tonia: così mi confessò per telefono, una mattina, con una voce ferma e che però a tratti tradiva una commozione. Questo giusto per tentare di inquadrare il tipo di rapporto che mi legava a Tonia Giansante e che mi legava e mi lega a Peppino Rosato. Peppino l’ho anche intervistato diverse volte. La prima volta parlammo della sua scrittura; la seconda e la terza di Mario Pomilio ed Ennio Flaiano, grandi scrittori di origine abruzzese – e trapiantati l’uno a Napoli e l’altro a Roma – che conobbe e di cui fu amico («Sei nato per scrivere», gli disse Flaiano in una delle lettere che gli spedì).
Poter intervistare Rosato, potermi rapportare e, se posso dirlo, confrontare con lui, mi ha permesso di portare avanti il mio (ancor breve) tragitto nel giornalismo culturale, e mi ha permesso di portarlo avanti in quella chiave divulgativa e documentaria che proprio grazie allo strumento dell’intervista prende forma di “ingrandimenti” (non dirò “approfondimenti”) su certi autori o, in altro caso, su certe opere o su certe questioni.
Ma al di là del “movente” giornalistico – e mi riferisco a quel giornalismo culturale di cui c’è enorme bisogno anche in provincia (a condizione però che non indulga al provincialismo) e di cui Rosato è stato ed è, per quanto mi riguarda, un modello – debbo aggiungere che, di qualunque cosa parlassimo, su qualunque libro o autore dialogassimo, nelle sue parole, nelle sue risposte, ho sempre avvertito una vicinaza tutta umana, un mio riconoscermi, sia pure nella enorme disparità di statura che ci divide, nel timbro del suo pensiero, nel giro della sua frase, nel modo, insomma, di interpreatare e vivere un impegno intellettuale.
Una non diversa “vicinanza”, del resto, mi è sempre parso di captare nel leggerne le opere letterarie così come gli scritti sparsi, perché in queste e quelle ho sempre percepito un sentire e un vedere che, nel non disconoscere le ragioni dello stile (sia pur al di fuori di ogni maniera e di ogni calligrafia, e sia pure in base alle opzioni di caso in caso adottate e alle scelte volta per volta compiute), allo stesso modo non disconoscevano quelle della profondità e della precisione, della densità e dell’ironia, dello struggimento e della meditazione. Al di là dei romanzi e dei racconti, Rosato ha infatti spesso e felicemente scelto le forme brevi, quelle dell’appunto, dello spunto, del disappunto, dell’apologo, dell’epigramma, dello schizzo bruciante, della boutade abrasiva capace di cogliere costumi e malcostumi, vizi privati e pubbliche virtù del vivere italiano.
Rosato, sarà bene io lo dica prima che me ne dimentichi, è a mio avviso fra i maggiori esponenti dell’intellettualità abruzzese contemporanea; fra coloro che hanno deciso di “restare” nella propria terra e di non “emigrarne” fisicamente, è fra i pochissimi la cui intelligenza e la cui cultura si rivelano sempre cariche di un respiro che non scoscende nelle gratuità autoreferenziali del paesone o del salottino.
Già qualche anno addietro, nel recensire il suo spassoso “Diamoci da dire”, aprii la nota, poi ricompresa nel mio “Short reviews”, con queste parole: «Tra gli intellettuali abruzzesi della sua generazione, in particolare tra gli “operatori letterari” (come direbbe Giannangeli), Giuseppe Rosato è quello che ha dato più persuasiva prova di antiprovincialismo e libertà, l’uno e l’altra intesi anche quali attitudine ad essere “contemporaneo”. Come poeta (in lingua e in dialetto), come scrittore, come critico, come giornalista, Rosato ha agito sulla spinta di una capacità di pensiero tanto più preziosa quanto più lontana da quelle solitamente espresse dalle nostre parti. Se così possiamo dire, Rosato è stato in qualche modo il più intelligente, e sarebbe stato Rosato anche fuori Abruzzo».
Partecipe di una stagione durante la quale l’Abruzzo andava acquisendo una più definita coscienza culturale e provvedeva a dotarsi delle opportune “strutture”– fra le quali la rivista «Dimensioni», che lo vide condirettore con Giannangeli e Sgattoni; o quel Premio Flaiano di cui fu a lungo Segreatario, e che costituisce una realtà fondamentale della nostra regione, anche perché non da ieri la pone in un rapporto di continuo scambio e apertura verso il mondo – Rosato è stato anche, e per così dire “in proprio”, protagonista di un cammino letterario fecondissimo e inesausto, dove la poesia (sia in lingua che in dialetto) ha duettato brillantemente con la saggistica (letteraria e d’arte) e con la narrativa, ma anche, last but not least, con una galassia di scritture aforistiche e satiriche che lo collocano, ai miei occhi e non solo ai miei, fra i più sagaci e originali eredi della pur impareggiabile lectio flaianea. E qualora ve ne fosse bisogno, i diversi premi e riconoscimenti che si è visto assegnare sono lì ad assolvere la loro funzione di prova e testimonianza.

[Questo testo nasce da una revisione della Premessa firmata da Simone Gambacorta per la raccolta di interviste “Sempre più come un sogno”, un volumetto scritto a quattro mani con Giuseppe Rosato e pubblicato nel 2011 dalla casa editrice Duende]
 
 Galaad Edizioni (del 31/05/2012 @ 20:46:08, in Articoli, linkato 37278 volte)
di Giacomo D’Angelo

Nell’ottobre del 1957 la giuria del premio letterario “Marzotto” (composta da Carlo Bo, onnipresente nel brulicame italico dei tanti premi, Emilio Cecchi, Antonino Pagliaro, l’abruzzese Panfilo Gentile, Raffaele Soprano) assegnò la vittoria ex aequo a Mario Luzi e ad Umberto Saba dopo accese discussioni sul nome di Carlo Emilio Gadda, il cui Pasticciaccio era uscito a luglio dello stesso anno. Lo scrittore milanese, che aveva lasciato la carriera di ingegnere per af-frontare l’incerto destino della letteratura, ci rimase male e ne scrisse infuriatissimo al cugino Piero Gadda Conti il 10 dicembre ’57: « …Se non fosse per quei quattro soldi che rappresentano l’unica vera medicina di cui ho bisogno non avrei nemmeno concorso. Prendere un alloro zanelliano da ex-squadristi o da borsaneristi me ne frega un fico secco. Alla mia bocciatura formalmente, ha concorso la seriosità rondistico-accademico-meridionaldecorosa così tipica dell’anima italiana. I pretesti e le ragioni formali non mancano certo. Io sarei reo di ‘codardo oltraggio’ nei confronti del defunto mascalzone che ha rovinato l’Italia e ha infamato per sempre il nome italiano…». Ma, più di lui, s’adirò Emilio Cecchi, che istituì con polemico intento riparatore(insieme a Bo, Gianfranco Contini, Giuseppe De Robertis, Eugenio Montale) un “Premio degli Editori Italiani” da assegnare a Gadda. Per finanziare il premio, rimasto un unicum nella storia dei premi letterari italiani, si rivolse al principe dei mecenati : Raffaele Mattioli. Il banchiere-umanista di Vasto, dominus della Comit, promotore di iniziative culturali come pochi nel 900 italiano, era anche il point de repère e l’ancora di salvataggio di imprese artistiche e letterarie in difficoltà. Intervenne più volte per il Premio Bagutta su invito di Orio Vergani (che lo ricorda nel suo bellissimo diario postumo), salvò l’editrice Einaudi («…ha aiutato più volte a rimettere in sesto la baracca…», ricordò Giulio Einaudi a Severino Cesari), ”Il Mondo” di Mario Pannunzio, “Belfagor” di Luigi Russo, “La Cultura” di Cesare De Lollis, “La Nuova Europa”, “La Rivista Trimestrale” di Franco Rodano e Claudio Napoleoni. Don Raffaele accolse prontamente la richiesta di Emilio Cecchi, contribuendo in modo decisivo, alla sua maniera rinascimentale, elegante e schiva di clamore. La cerimonia del premio avvenne al Grand Hotel di Roma, il 21 di-cembre 1957. C’era tutta la Roma letteraria, cui fu offerta «una meraviglia di rinfresco», secondo il racconto di Giulio Cattaneo( Il gran lombardo, Einaudi edit.). Gadda , timido e impacciato, ringraziò i presenti, mentre intorno a lui fioriva il cicaleccio ostile dei pettegoli che consideravano «stravagante» la valutazione di un romanzo che era «filologia marcescente», ma nessuno o pochi lo avevano letto. Il giorno stesso Gadda inviò una lettera a Mattioli: «La premiazione è riuscita splendida, senza pedanterie, rapida, col più bello e fine pubblico di Roma. C’erano Schiaffini, Contini, Citati e io, oltre ad alcuni editori. Bo e De Robertis ammalati. Nessuno ha mai fatto segno che lei esistesse; ma nel cuore di alcuni di noi lei era il più presente di tutti. Lei può essere orgoglioso di aver messo in moto una macchina come questa!». Questa e altre lettere di Gadda all’«Illustre e caro dottor Mattioli» si possono ora leggere nel corposo primo numero di studi gaddiani, I quaderni dell’Ingegnere (Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli, 2001), ordinato in varie sezioni- testi, documenti e bibliografie-, a cura di Dante Isella, Liliano Orlando, Andrea Cortellessa, Claudio Vela. Godibilissimo il racconto inedito, Villa in Brianza , a cura di Emilio Manzotti. Con Gadda ingegnere, Mattioli aveva avuto un rapporto di collabo-razione professionale, mutatosi in cordiale amicizia, quando lo scrittore fu ospite più volte «nella fattoria di don Raffaele a Nozzole» (in Toscana), dove si potevano incontrare Riccardo Bacchelli, Curzio Malaparte , Piero Sraffa, o «nei quartieri romani», il grande filologo Gianfranco Contini , divertito fino alle lacrime dinanzi allo spettacolo di Mattioli che «si era accercinato in capo una sciarpa» e raccontava la sua avventura di Fiume con d’Annunzio, «tutta in dialetto aprutino». A Nozzole, Gadda assaporava l’olio e il vino che Mattioli produceva, ma anche le ghiottonerie che il banchiere si faceva inviare da suoi fidi corrispondenti, come le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio- «le più buone del mondo»-, la pastiera napoletana e i peperoncini, «lisci come maioliche», che un congiunto di Gaetano Afeltra(ne ha parlato in elzeviri, libri e interviste) gli preparava con cura meticolosa ad Amalfi. Il libro, Le novelle dal Ducato in fiamme, conteneva questa dedica dello scrittore al suo amico: «A Raffaele Mattioli, despota dei numeri veri, editore dei numeri e dei pensieri splendidi in segno di ammirata gratitudine». Ma il suo sentimento verso Mattioli, Gadda lo riversò nell’aulica dedica di Verso la Certosa, in cui si abbandona al rimpianto delle ore trascorse nella casa di Chiocchio, «profugo da cameretta nella immite primavera del ‘44»e ricorda l’episodio del premio: «Ben rammento che la sua liberale speranza e l’umanità di Emilio Cecchi vollero un giorno sovvenire al mio tormentato gribouillage quasi che il breve gioco del dolore fosse da reputarsi indizio d’una facoltà che non è mia ». Rimpianti e ricordi nitidi, nella stima che si accresce col tempo: «Devo a Lei conforto, ed esempio se pure inimitabile, minime agli anni in cui era difficile credere a un futuro e nemmeno riuscivami riguardare avanti al dipoi: esempio d’alacrità, di lucidità, d’impulso infaticato verso il lavoro…In fronte huius libelli ho ardito scrivere il Suo nome, conscio che negli atti cioè nelle opere Sue proprie esso è ben altramente inscritto di quanto neppur potrebbe nella prima pagina della mia gratitudine». Nello gliommero – difficile de’ sberrutà- dei suoi incubi ciclici(la vergo-gna di essere caduto prigioniero a Caporetto, la congiura nei suoi riguardi di tutta la società letteraria, il terrore di essere assassinato), delle ricorrenti ossessioni ( le tasse, gli editori, le telefonate, i parenti che lo spiavano e attentavano al suo stato di célibataire, i governi di centro-sinistra per via dei risparmi, che temeva di perdere come il tremebondo Céline), Carlo Emilio Gadda, «bipede finito», donabbondico e furente, bisognoso di vecchi amici che però teneva lontani, conservava questo filamento di amicizia verso quel genius loci abruzzese, un paterno Galiani redivivo, alla cui ombra manzonianamente protettiva medicava il tormento della cognizione del dolore. Povero e grande Gadda, «il migliore dei romanzieri italiani dopo Manzoni», secondo Ungaretti, «sfortunata e infelice creatura», secondo se stesso.
 
 Galaad Edizioni (del 05/12/2011 @ 11:30:27, in Articoli, linkato 1553 volte)


di Pietro Ruggieri

L’associazione Terracromata ha offerto una nuova e singolare sorpresa a coloro che nel mese di novembre hanno partecipato alla visita guidata alla Scarzuola, eremo tra il sacro e il profano progettato in Umbria, nei pressi di Montegiove, da Tomaso Buzzi, architetto, designer e artista di successo vissuto nel secolo scorso. Un sentiero sterrato, seminascosto da una fitta boscaglia, conduce all’ingresso della Scarzuola. Dopo aver parcheggiato le auto in un piccolo spiazzo ci troviamo di fronte a un muro, al centro del quale si apre un ampio portone di legno. Ci accoglie un signore magro, piuttosto alto, stempiato, viso scarno, occhi vispi, naso lungo e aquilino. L’abbigliamento semplice e un po’ logoro lo fa sembrare un guardiano della tenuta o un giardiniere addetto alla manutenzione delle piante. Si tratta in realtà di Marco Solari, il nipote di Tomaso Buzzi, che anni fa ha ereditato la Scarzuola e con coraggio e pazienza l’ha riportata in vita dopo anni di abbandono. È lui la nostra guida all’interno del comprensorio. La visita ha inizio nella parte sacra, dove sorge un piccolo convento fondato, secondo la tradizione, da San Francesco, che per qualche tempo dimorò in questo luogo e vi costruì una capanna, nei pressi della quale fece scaturire una fonte d’acqua. Non ci vuole molto per rimanere soggiogati dal fascino dell’eremo, mentre la guida cattura la nostra attenzione narrando, con il suo parlare acuto e rapido, la genesi della città metafisica. Dopo una breve sosta nell’area del convento Marco Solari ci introduce, attraverso strani corridoi di vegetazione, nei giardini progettati da Buzzi, all’interno dei quali si aprono ingressi che rappresentano le strade alternative che ciascun uomo può intraprendere nel corso della propria esistenza. Le sue spiegazioni, alternate a lunghe e inquietanti risate, ci accompagnano nel percorso per circa due ore collegando in modo apparentemente logico e razionale le più disparate nozioni esoteriche, spirituali, astrologiche, religiose, politiche. Restiamo quasi ipnotizzati dai suoi racconti mentre ci accompagna a visitare la città profana, nella quale Buzzi concretizzò la sua arte e gli studi che aveva compiuto, da uomo curioso quale era, nel corso della sua vita. Seguiamo questo novello pifferaio magico che intrattiene i suoi ospiti come un sapiente giullare. Rapiti dal suo oscillare tra ragione e sentimento, tra razionalità e immaginazione fantastica, attraversiamo teatri all’aperto che simboleggiano la vita come rappresentazione dell’uomo, entriamo nella bocca di una balena di pietra per percorrere i sentieri dell’interiorità, leggiamo simboli criptici che richiamano mondi paralleli e presagiscono realtà che coesistono senza sfiorarsi, ammiriamo un’acropoli ideale costruita con repliche di meraviglie architettoniche classiche. Un’imponente statua di donna nuda senza testa simboleggia Madre Natura, un albero di cui rimane solo lo scheletro bruciato ci ricorda che il mondo ruota attorno a chi rimane folgorato da una visione, ogni scala percorsa traccia un passaggio tra il mondo visibile e quello intangibile. Ogni manifestazione dell’arte è una creazione che ha in sé un’immagine rubata alla sfera ultramondana; l’artista è colui che riesce, attraverso un atto di fede e amore, a varcare la soglia delle sfere divine, a catturarne un frammento e a riportarlo sulla terra, segnando una tappa dell’evoluzione dell’umanità. Storditi dalle infinite suggestioni della Scarzuola, ci ritroviamo, quasi senza rendercene conto, al punto da cui eravamo partiti. Mentre ci saluta con la sua risata inquietante, la guida richiude il pesante portone di legno alle nostre spalle.
 
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"Nessuno può mai essere veramente ferito se non da ciò che altera la sua natura."
(Storia di una fattoria africana, Olive Schreiner)

"Nessuno sa quante ribellioni fermentano nelle masse di esseri viventi che popolano la terra."
(Jane Eyre, Charlotte Bronte) 

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