"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
26giu
| di Simone Gambacorta Il Cuiroso Di Turno incontra il Critico Presunto. I due scambiano qualche parola e decidono di prendere un caffè insieme. Si siedono al tavolino di un bar e cominciano a parlare. Ben presto il Curioso Di Turno dirotta la conversazione verso i libri. Il Critico Presunto, noto per la sua pigrizia e quanto mai incerto di sé, sulle prime cerca di schivare l’argomento, ma alla fine si lascia prendere la mano e risponde. CURIOSO DI TURNO - Che cosa hai letto di recente? CRITICO PRESUNTO - Mah, diversi libri. Per esempio “Da un capo all’altro della città”, una raccolta di racconti di Carlo Castellaneta. Non male. In un paio di casi ho notato che i finali sono appesantiti da qualche parola o riga di troppo. Forse una maggiore reticenza avrebbe giovato. La cosa conferma che non è bene “aggiungere” troppo e che, nei finali – ma non solo nei finali – è buona norma frenare al momento giusto. Un passo sbagliato in chiusura rischia di sciupare una corsa che sino a quel punto era andata bene. Dico questo perché penso che il narratore di una storia non debba imboccare il lettore. Ma è chiaro che non sta a me spiegare a Castellaneta come un autore debba gestire le varie voci narranti che sceglie. Stiamo comunque parlando di un buono scrittore: non credo di prima grandezza, né un maestro, ma un buono scrittore. Mi è capitato di leggere un paio dei suoi libri più recenti, “Polvere di stelle” e “Gridando: «Avanti Savoia!»”, che mi sono parsi due grossi flop. Il secondo, soprattutto: anche perché ha quel titolo lì... Molto meglio i racconti di “Da un capo all’altro della città”. CURIOSO DI TURNO - Di che cosa parlano questi racconti? CRITICO PRESUNTO - Storie di amori, per lo più. Di amori prima che d’amore. Amori spesso infelici, soffocati dal matrimonio, adulterini: ce n’è per tutti i gusti. Un tema ricorrente mi pare sia la codardia sentimentale degli uomini. Penso ai racconti che parlano di donne incinte e i cui compagni se la squagliano non appena vengono a sapere delle gravidanze. CURIOSO DI TURNO - Che tipo di personaggi si muovono nelle storie? CRITICO PRESUNTO - Direi gente comune, a volte capace di tutto, proprio come è capace di tutto la gente comune. Mi viene in mente la storia dei due fidanzati che uccidono per danaro la nonna di lei e poi cercano di fuggire. Sono due figure nelle quali convivono ingenuità e follia criminale. Quello è uno dei racconti più riusciti della raccolta. Un racconto che tiene, una bella prova. Ma, come dicevo, la donna è uno dei centri di gravità del libro. La donna considerata come mondo con cui l’uomo non riesce bene a comunicare. Sembra quasi ci sia un senso di colpa verso la donna, al fondo di questo libro. In generale non sono storie felici, sono storie ordinarie, storie di un’Italia d’oggi, anche se si tratta di un oggi che risale all’epoca dell’uscita del libro, che è del 1984. CURIOSO DI TURNO - Hai letto altro? CRITICO PRESUNTO - Ho letto un altro libro di racconti, bellissimi: “Tu, sanguinosa infanzia”, di Michele Mari. La parola chiave è nel titolo: infanzia. L’infanzia vista come «essenza»: è una parola che rubo a uno dei racconti. Dunque l’infanzia come «essenza» di quel che si è, come età cruciale e decisiva, come continente da non dimenticare, nel bene e nel male, e da conservare vivo nel mondo dei ricordi, della memoria, in una sorta di resistenza a quell’impoverimento a cui il presente e l’andare degli anni obbligano. CURIOSO DI TURNO - Ti piace, questo Mari. CRITICO PRESUNTO – Sì, mi piace. Ma devo dirti che uno scrittore così è uno scrittore al di là del fatto che piaccia a o meno. Mari è uno scrittore vero, e lo ha confermato anche in altre opere. Ed è il suo stile a essere straordinario: straordinario come tutto ciò che esula dall’ordinario, e che mostra un’originalità su cui non possono sussistere dubbi. Quando scrive, Mari usa spesso e volentieri parole e costrutti che oggi comunemente si direbbero “difficili”, desueti, ricercati. Ma più che scrivere una frase, Mari la monta, la assembla come assemblasse un congegno. E lo fa con un’esattezza, per l’appunto, straordinaria. CURIOSO DI TURNO - In che senso? CRITICO PRESUNTO - Mentre leggi le sue pagine, ti accorgi che la parola cosiddetta “difficile”, quella cioè che risulta tale se isolata e vista in sé e per sé, in verità viene come richiesta, come invocata dall’intelligenza stessa, dal bioritmo che il congengo di Mari esprime. Quando la leggi lì, fra le altre che formano quel certo periodo, e che sono le stesse che l’hanno convocata, perché quando consunano davvero le parole si convocano l’una con l’altra, come a rispettare una combinazione precisa, addirittura fisiologica, quando la leggì lì, dicevo, non solo ti appare chiara, cioè non solo la capisci o intuisci – perché può capitare che uno non conosca tutte le parole del mondo – ma scopri pure che si inserisce così bene, e con tale naturalezza, nell’organismo verbale che l’accoglie, e che essa stessa contribuisce a costituire, che ti sembra che un’altra parola avrebbe rotto quell’equilibrio, e che avrebbe stonato. Forse uno stile è proprio questo: ciò che non ammette deroghe, anche minime, alla veste, alla forma con cui si presenta. Salvo crinare l’equilibrio tra quel che lo scrittore inventa e la lingua che ricerca, e di cui quindi si dota al momento del narrare, per dirlo. Parlo di invenzione sia in senso lato che etimologico. CURIOSO DI TURNO - Quindi due libri di racconti, Castellaneta e Mari. CRITICO PRESUNTO - Sì, anche se, con tutto il rispetto per Castellaneta, credo che fra i due non esista paragone. Castellaneta è uno che sa il fatto suo, ma non ha la statura di Mari. E’ stato già detto, e credo a buona ragione, che “Tu, sanguinosa infanzia” è un piccolo classico. È uno di quei libri che possono non dico cambiarti la vita, ma incidere molto nella tua visone delle cose. È un libro pieno e anche complesso, ma non trovi una scivolata nell’ovvio o nel nostalgico da quattro soldi nemmeno a pagarla. I racconti Castellaneta sono buona narrativa, quelli di Mari sono letteratura. Fra cinquant’anni “Tu, sanguinosa infanzia” sarà ancora vivo, sarà ancora «vero», per rubare le parole a una bella recensione che Ferdinando Camon ha dedicato, di recente, alla ristampa del romanzo Il padrone di Parise. CURIOSO DI TURNO - Ma romanzi ne hai letti, ultimamente? CRITICO PRESUNTO - Ho letto "L’intagliatore di noccioli di pesca" di Nico Orengo. L’avevo comperato tempo fa, e stava lì, oramai impolverato, che aspettava una lettura. È un romanzo tragicomico, ma molto divertente e molto scorrevole. Ha alcuni punti deboli, in particolare certe frange della trama aggiungono poco o nulla al complesso della storia. Che è la storia di Pietro Scullino, professore di liceo in pensione e titolare, come critico letterario, della rubrica di narrativa italiana di un giornale ligure. Un intellettuale di provincia, un uomo colto, sposato, con un’amante, ma è anche uno un po’ fesso. S’atteggia, e però loda Baricco, Faletti e la Tamaro. Tanto che, quando rincasa, sua figlia gli tira in fronte i libri che lui le ha consigliato e che non le sono piaciuti. Devo dire che anche quel suo affannarsi a leggere gli inserti letterari dei quotidiani – che pure sono essenziali, per carità: la recensione di Camon che citavo prima è uscita su «Tuttolibri», per esempio – è piuttosto provinciale, nel senso che è provinciale, e anche un po’ patetico, quel suo non dichiarato confrontarsi, come fossero tra pari, con critici di assai più chiara fama. Tieno conto, per esempio, che di Citati, il quale compare solo semplice nome, ammira, o meglio, invidia, non tanto il pensiero critico, ma la capacità, dice lui, di scrivere articoli con dentro frasi che poi gli editori possono citare nella fascetta di un libro. Questo è un chiaro sintomo di una certa mentalità, di una certa idea, di fare critica. Il romanzo è ambientato nei giorni nostri, anche se è uscito qualche anno fa. Non è un caso. CURIOSO DI TURNO - Mi consigli questo libro? CRITICO PRESUNTO - Se cerchi una lettura divertente e distensiva, e che però ti offra anche uno spaccato fedele della vita culturale di provincia – con le piccole gelosie, i premi letterari e via dicendo – puoi leggerlo. È fluido nella scrittura e snello nella struttura, composta per l’appunto di capitoli brevi, ma ripeto, alcuni di essi potevano essere rimossi. Le vicende di certi personaggi minori rallentano la progressione di un romanzo che, se altrimenti orchestrato, avrebbe probabilmente avuto un ritmo migliore. Prendi la chioma di un albero: non è detto che quelli che potremmo chiamare sotto-rami giovino alla respirazione, alla vita di quelli maggiori, di quelli essenziali, anche se, in linea di principio, sono tutti parte dello stesso “corpo”. Qualunque fosse l’intento di Orengo, i sotto-rami che non ha potato appesantiscono la chioma, cioè la storia principale. Però non è un cattivo romanzo, anzi. E fa anche ridere, come dicevo. Sono esilaranti le reazioni, e per non scipuarti la sorpresa non te le anticipo, che da un certo punto in poi Scullino comincerà ad avere, involontariamente, tutte le volte che incontrerà Lilli Longoni-Piva, sua collega sul giornale come titolare della rubrica di narrativa straniera. Una potente pigiata sul pedale del tragico arriva nel finale. Ma anche qui non ti anticpo nulla. CURIOSO DI TURNO - Da come ne parli, sembra che tu lo abbia apprezzato. CRITICO PRESUNTO - Ho apprezzato la presa in giro che Orengo fa, attraverso il romanzo, della vita culturale di provincia. Prende in giro il suo protagonista, Scullino, non meno di se stesso, che compare di tanto in tanto fra le pagine nella sua veste reale di scrittore: ma non prende parte alla storia, è solo citato, come altri letterati. CURIOSO DI TURNO - Ma cos’era quel librino che avevi con te l’altra mattina? CRITICO PRESUNTO - Ah, quello era “Albergo a due stelle” di Renato Olivieri. Era un altro libro che avevo in casa da tempo, lo comprai non ricordo più dove qualche estate fa. Olivieri ha scritto bei libri gialli, e ha inventato la figura del Commissario Ambrosio, della Polizia. Ne è stata anche tratta una serie televisiva, anni fa, da questi libri. E’ stato anche direttore di «Milleibri», la rivista, purtroppo dismessa, che parlava, come è facile intuire, di libri. CURIOSO DI TURNO - Che te ne è parso di questo libro? CRITICO PRESUNTO - Sono raccontini ben compitati, tutti ordinati, ma disperatamente vuoti. Quando li leggi, te ne distrai facilmente, perché appunto mancano di mordente, di originalità. Penso che se ti capita di distrarti mentre leggi, specie se si tratta di narrativa, nove volte su dieci la colpa è di quel che leggi. Un conto è annoiarsi, un conto è distrarsi: un romanzo magari ti annoia perché è complesso, ma ne riconosci comunque la grandezza; se invece non riesce a catalizzare la tua attenzione, vuol dire che c’è qualcosa che non va all’origine. CURIOSO DI TURNO - Che vuoi dire? CRITICO PRESUNTO - Che sono racconti che non si ricordano. Lasciano il segno che potrebbe lasciare un fumetto trovato per caso in treno e letto per ammazzare il tempo. Non si può dire che siano brutti, sia chiaro, perché i racconti brutti sono brutti e basta. Questi sono racconti senza consistenza, anzi, hanno la consistenza del fumo, con buona pace di Perelà. Non ricordo quale critico accusava i racconti di Hemingway di essere simili alle sigarette, che te le dimentichi dopo averle spente. Ma a parte il fatto che questo giudizio è quantomeno discutibile, e a parte il rilievo che le sigarette danno dipendenza, direi che il giudizio sbagliato su Hemingway diventa calzante se, invece che a quel mostro sacro, lo si rifersisce ai racconti all’infinitamente più modesto Olivieri. CURIOSO DI TURNO - Adesso è più chiaro. Insomma, racconti un po’ debolucci. CRITICO PRESUNTO - Prima parlavamo dei racconti di Castellantea. Premesso che quelli, nel complesso, e nonostante taluni punti deboli, sono migliori di questi, c’è da dire che gli uni e gli altri hanno un grosso limite: se, per ipotesi, li prendessimo e li spaginassimo, e poi li mischiassimo fra loro e li leggessimo anonimi, sarebbe difficile dire quali siano di Castellaneta e quali di Olivieri: e non perché le storie e le scritture siano le stesse, sebbene sussistano alcune vicinanze, ma perché hanno la stessa medietà. Un racconto di Buzzati, di Moravia, della Ortese, o dello stesso Parise che prima citavo, senti subito che “ha” ed “è” qualcosa, e magari potresti anche riconoscerlo alla cieca, o comunque, a forza di leggerlo, potresti intuirne grosso modo la paternità. Questo perché un grande scrittore – con tutti i limiti che può avere, visto che non è detto che un grande scrittore ne sia immune – il mestiere lo reinventa, in primis stilisticamente, nel senso che instaura un rapporto “suo” con la lingua: penso di nuovo a Mari, ma non solo a Mari, perché poi ci sono mille modi per fare questo. Uno scrittore medio, invece, il mestiere lo conosce e basta. CURIOSO DI TURNO - Un giudizio un po’ severo… CRITICO PRESUNTO - Sincero, direi. Ma bisogna aggiungere una notazione di carattere culturale, per quanto concerne la scrittura di cui Olivieri dà saggio in queste sue non memorabili storie: e cioè il fatto che sotto le righe si individua il lettore accanito, l’uomo colto, e si sente che, nell’imbastire questi racconti, aveva a mente una costellazione di letture amorevolmente allestita negli anni, e che verosimilmente va da Borges a Flaubert fino a Proust. Però, almeno nel caso di cui stiamo parlando, è come se tutto questo bagaglio culturale non sia riuscito a infondere giovamenti ai suoi esercizi fabulatori. Come si vede, non è detto che la statura culturale di un autore si traduca automaticamente nella felicità della sua narrativa. CURIOSO DI TURNO - Ma non ne salvi proprio nessuno, di questi racconti? CRITICO PRESUNTO - Ma guarda, fra i nove che compongono questo volumetto di un centinaio di pagine, il migliore è quello eponimo, cioè quello che dà il titolo alla raccolta: ma vi riecheggia, schiacciante, l’ombra de Il vero Silvestri, uno dei più bei romanzi del grande Mario Soldati. È chiaro che non c’è partita. A fare i fiscali, si tratta di due storie diverse: ma a leggerle con un po’ di elasticità, si vede che esistono delle adiacenze. Nessun plagio, sia chiaro. |
01giu
| di Alceo Lucidi |
Alcide Pierantozzi: di lui finora si è scritto abbastanza e a ragion veduta. Ad esempio si è detto che è un giovane scrittore promettente e fertile, dall’alto dei suoi più che maturi 26 anni, e noi siamo con quella critica, anche ufficiale, che ne ha visto delle potenzialità incoraggianti, se per queste si intendono, oltre ad un’inusuale audacia inventiva, ad una spericolata forza immaginativa, che lo rendono estremamente attraente tanto agli occhi dei suoi coetanei quanto dei sostenitori di una letteratura dai toni slavati ed intransigenti, senza effusioni, pure la versatilità di uno stile magmatico, in continua evoluzione, sfaccettato ed articolato così come complessi e diversificati sono i punti di vista introdotti e gli interrogativi (irrisolti) suscitati dal suo acume analitico. E’ una lingua spasmodica che flettendo su se stessa trova sempre maggiore linfa per accrescersi in volute, che, pur assumendo forme rigogliose, non sono in realtà mai ingombranti, in quanto dense di una loro pensosa necessità che precisa uno sguardo, penetrante, imprevedibile ed impietoso insieme, il quale, cadendo di taglio sul mondo circostante, si incontra con quello disperato ed allucinato dei suoi personaggi, strappanti dall’infanzia e trascinati in una realtà di cui subiscono gli umori, le variazioni e le diminuzioni, costretti in un presente che sfugge alla loro umana comprensione, tanto le cose li fagocitano e li invischiano. Troppo ricompresi nel loro contesto d’appartenenza per poterlo guardare con il dovuto distacco critico, diremmo, e troppo umani e fragili per potere essere osservati senza una nota di indulgenza. Parliamo, come nel caso del suo secondo romanzo uscito nel 2008, “L’uomo ed il suo amore”, dell’imbianchino Eugenio, che sperimenta le aporie dei sentimenti, nell’insondabilità del loro mistero, attraverso il rapporto con tre donne diverse: Nila, la fidanzata, ribelle ed anticonformista, Siddartha, la prostituta ai margini della società e l’altra grande esclusa, Maria, una ragazza di grandi virtù, dall’enorme coraggio ed affetta da handicap. Ma anche nel suo primo romanzo, scritto poco più che diciottenne, “Uno indiviso”, i protagonisti, due gemelli intesi come immagini speculari di un mondo visto in tutta la sua contraddittorietà, sono bruciati da troppa speranza, da un desiderio irrisolto di “resurrezione”, di riscatto sociale, anche qui in uno spazio bloccato che irretisce le loro aspettative. Ecco allora il prepotente scoppio di un cinismo che sfoga nella violenza cieca, senza più una motivazione immediatamente tangibile, il suo delirio autodistruttivo e la sua libido nichilistica.
Ma si tratta solo di un carattere della scrittura di Pierantozzi, quello più appariscente e proprio per questo, forse, meno affascinante, in quanto lasciato all’evidenza dell’immagine brutale, alla grossolanità del numero, all’irruenza del dato di realtà reso in una narrazione serrata e cinematografica nei suoi continui scorrimenti temporali, nella sua anodina obiettività. L’altro polo, invece, quello sottaciuto e tutto intessuto nel pensiero e nello stile di questo possente scrittore, è fatto di rimandi, allusioni, citazioni filosofiche e letterarie, stratificazioni linguistiche, intersezioni anche ardite di registri espressivi sapientemente mescolati, che rendono la sua un’opera aperta e non conclusa per definizione. Per muoversi tra livelli di discorso così diversi e, per ceri aspetti non consonanti, (dal racconto, alla digressione filosofica, dalla tirata ironica alla metascrittura, ovvero un processo di autoriflessione sul romanzo che genera altre storie incastrate tra le linee narrative portanti della trama) ci vuole padrona di mezzi, chiarezza di intenti e, soprattutto, una cultura umanistica vasta e flessibile assieme per essere adattata continuamente alle movenze dell’invenzione letteraria. Tenere la barra dritta e non disperdere troppo il filo del discorso è un merito indiscutibile ed un’alchimia ben riuscita della scrittura di questo abruzzese. Ed è qui che entriamo nel vivo di quell’universo (è il proprio il caso di dirlo) di contaminazioni ed incroci, innesti e mescolanze che è l’opera di Alcide Pierantozzi, in cui la musica, per così dire, sgorga anche da accordi disarmonici, senza intaccare minimamente il rigore della trattazione o la progressione di un poderoso ragionamento. Qui sta anche il centro della bella conversazione che lo scrittore trapiantato a Milano, dove si è laureato in Filosofia teoretica alla Statale, ha tenuto a Colonnella (sua paese natale) con l’appassionato lettore Filippo Massacci, amabile conversatore ed ormai abile indagatore dell’anima più segreta degli autori. La conversazione ha avuto l’andamento di uno scambio leggero, informale, come quello di due amici che si rincontrano dopo tanto tempo e si risintonizzano sulle loro passioni con la stessa intensità del passato, eppure questo felice incontro non ha perso mai la misura ed il senso di un confronto, anche sostenuto ed ampio raggio, su vari temi: la narrativa di Alcide, il suo percorso di formazione letteraria, le memorie scolastiche, le tematiche sociali più strettamente connesse al modo di vedere le cose e al sentire del nostro autore. Si è parlato dei suoi capisaldi letterari per giustificare, o tentare comunque di far luce, sulla struttura dei suoi testi: dall’assenza di una linearità narrativa, alla dilatazione e alla frammentazioni dei tempi del racconto che aumentano lo smarrimento del lettore di fronte a costruzioni labirintiche eppure mai causali. Sono sfilati di fronte ai nostri occhi le immagini ed i pensieri suscitati dall’”Ulisse” di Joyce, dal “Petrolio” di Pasolini per arrivare al “Processo” di Kafka o ai “Demoni” di Dostoevskij. Tuttavia, nella sala del comune a costui dedicata aleggiava, probabilmente, anche lo spirito di un altro grande scrittore, anche lui abruzzese di nascita e dalla scrittura ardita e robustamente caustica, come quella di Alcide: Ennio Flaiano. Pensavo allora che l’Abruzzo è una terra solitaria ed aspra, meravigliosamente selvaggia e a tratti arcaica che tempra inesorabilmente il carattere degli uomini, anche quello dei suoi autori. L’indipendenza di un pensiero solitario ed anarchico, quel senso vivo di partecipazione generosa e virile insieme alla sofferta vicenda umana, lo spirito spiazzatamente critico adottato nei confronti del mondo, l’austero fatalismo mai redento sono forse i caratteri più comuni che ho trovato in molti di essi. Alcide non fa eccezione e mi chiedo allora se la sfida che lancia di volta al romanzo tradizionale non è forse già un primo richiamo alla carattere poliedrico ed indefinibile di una personalità scomoda ed irriverente come quella di Flaiano. Quel ribellismo, mai manierato, da cui la sua vocazione prende le mosse, lo porta poi a conversare con Filippo anche della scuola e dello svuotamento del suo ruolo di guida, dell’abdicazione alla sua funzione di formazione della personalità civile di giovani, che sono sempre meno portati ad identificarsi con un’istituzione di cui percepiscono tutta la lontananza dalle loro necessità, dai loro problemi, finanche dalle loro potenzialità di apprendimento. Non solo per una spesso cronica impreparazione degli insegnanti, sempre meno motivati a ricoprire una funzione socialmente svalutata e sempre più marginalizzata, ma per una volontà superiore, generale e complessiva, a più livelli, di comprimere le finalità dell’azione educativa. A conclusione della mia riflessione mi piacerebbe non proprio dare un consiglio al giovane Pierantozzi, ma lanciarli una provocazione o, comunque, uno spunto di riflessione. Riprendendo il suo amato Pasolini non ho potuto non ricondurmi alle parole utilizzate da Carlo Bo nei confronti dell’intellettuale friulano a proposito dell’uscita del romanzo “Una vita violenta”, accusato di immoralità dalla puritana società degli anni ’50 e per il quale lo stesso Bo testimoniò nel corso del processo intentato a carico del libro e da cui Pasolini uscì innocente. Queste parole mi servono per testimoniare ad Alcide tutto il mio affetto e per sottolineargli di non sentirsi mai troppo legato al dato di natura, alla rappresentazione impassibile e crudele degli oggetti di realtà, ma di applicarsi sempre ad interpretarli, direi ad interrogarli, facendo scaturire da essi le condizioni ontologiche e spirituali che covano dietro di essi e che danno loro uno spessore ed una profondità affatto nuovi. Buona fortuna Alcide. “Il giovane Pasolni è uno scrittore famoso, non c’è bisogno di presentarlo (…). E’ appena al suo secondo romanzo ed ecco che “Una vita violenta” rappresenta già un fatto, un piccolo avvenimento letterario. (…). Ci sono ragioni artistiche che vanno risolte senza polemica, senza irritazione di scandalo, beninteso quando sia palese la volontà di fare luce sulle cose e non già quella vergognosa di sfruttare la miseria della vita per invitare al vizio e alla degradazione morale. Il nuovo romanzo segna un piccolo punto di arrivo: l’ambiente è ancora lo stesso, gli uomini di Pasolini stanno sempre per affogare nello stesso lago di “fanga”, ma c’è un filo di speranza, c’è una luce che tocca il cuore di questi incredibili disgraziati. Diciamo che non tutto ci persuade di questa indiretta e minuscola conversione all’umano, ma valga l’intenzione dello scrittore di restituire a questa sottoumanità il segno del riscatto: non c’è riscatto, c’è però la sensazione che un giorno verrà per i diseredati una specie di piccola resurrezione (…). Perché questa è la condizione umana dei personaggi pasoliniani, di cui siamo i primi e diretti responsabili, quando il lettore è attanagliato dal disgusto e sente crescere dentro l’insofferenza per lo spettacolo di assoluta misera che gli viene offerto, quando è soffocato dallo schifo non deve limitarsi a condannare, a rifiutare: è opportuno che prima di tutto faccia un piccolo esame di coscienza. (…) In Pasolini l’eccesso, la minuzia, la passione scientifica per la realtà, non aggiungono nulla alla storia che racconta: un bubbone per quanto descritto, per quanto analizzato, non annulla il male, non ci porta avanti alla conoscenza della verità. Perché questo dovrebbe essere lo scopo di ogni scrittore e quindi anche di Pasolini: interpretare, capire, far capire e non soltanto presentare le cose allo stato minimo delle cognizioni umane”. Da “La Fanga di Pasolini” del 9 luglio 1959, tratto da “Diario Ininterrotto (1932-1991)”, in “Letteratura come vita”, antologia di scritti di Carlo Bo, a cura da Sergio Pautasso, Milano, Rizzoli,1994 (libro attualmente fuori catalogo). |
15mar
| di Simone Gambacorta Ho letto una breve recensione di Antonio Debenedetti pubblicata nelle pagine culturali del «Corriere della Sera» (13 agosto 2009). S’intitola “Thriller afoso a Ginevra” e riguarda la riproposizione, da parte della benemerita Sellerio, del romanzo “Il tè delle vecchie signore” di Friedrich Glauser. La recensione è davvero brevissima, sedici righe appena, e sappiamo tutti che simili misure riservano difficoltà anche alle penne più scaltrite: ma uno spazio tanto ristretto deve aver presentato a Debenedetti ostacoli insormontabili, a giudicare da quello che ha scritto. Al terzo rigo, il nostro dice che il libro di Glauser «è più impegnativo e meno divertente d’un giallo tradizionale»: caspita, questa sì che è una bella frase, un colpo di classe che lascia presagire un succoso prosieguo. Invece no. Debenedetti la molla lì come un cavolo a merenda, senza curarsi di unirvene un’altra che la esplichi e consenta al lettore di capire a pieno. Resta così, monca, impassibile e talare, chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. E tanti saluti a chi legge, che dovrà affannarsi a congetturare questo mondo e quell’altro per tentare di scoprire dove Debenedetti volesse andare a parare. Bisognerebbe ricordare al grande Debenedetti (figlio del grandissimo Debenedetti, cui peraltrò dedicò il piacevole libro di memorie “Giacomino”) che lui scrive per un giornale, e che chi legge un giornale, almeno fino a prova contraria, non è tenuto a fare l’esegesi del pensiero critico di Antonio Debenedetti, che appunto è un grande ma non un grandissimo come suo padre Giacomo. Subito dopo l’inciso di cui sopra, Debenedetti ne aggiunge un altro non meno gassoso e volatile: «A suo tempo Leonardo Sciascia, presentando con coinvolgente partecipazione l’autore al pubblico italiano, citava Simenon e Durenmatt. Nomi che valgono quali punti di riferimento nella geografia letteraria d’un romanziere come Glauser». Perché? In che senso? Niente da fare: sono domande che, per quanto lecite, non avranno risposta. Il lettore può attaccarsi al tram. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, anche quando è un lupo figlio di un grandissimo padre (qualcuno potrà pensare io stia peccando di irriverenza verso l’uno, semmai sto indulgendo in riverenza verso l’altro). Il fatto che Debenedetti conceda una recensione a un giornale, non significa che abbia tempo da perdere per spiegare a chi compra quel giornale che cosa precisamente intenda quando accenna a Sciascia, Simenon e Durenmatt a proposito di Glauser. Che s’arrangino, questi ignorantoni di lettori, par che dica Antonio: io quello che dovevo dire l’ho detto e non me ne importa un fico secco se qualche imbecille non riesce a capire perché l’ho detto. Repetita iuvant: mi permetto di insistere e far presente a Debenedetti (Antonio, non Giacomo, che immagino lo sapesse) che la recensione, anche se breve o brevissima, è pur sempre una recensione, e dunque non può risolversi in uno sterile e telegrafico sfoggio di culturina personale. La recensione, e lo scrivo speranzoso di non incorrere nel reato di lesa maestà, è un servizio con cui un giornale informa e indirizza i propri lettori riguardo le novità editoriali: dal che discende che una recensione che non sappia parlare a chi ne è il naturale destinatario, e che lo faccia con evidente difetto di chiarezza, è una recensione utile come una zattera nel deserto. Non finisce qui. C’è la terza parte, pure questa molto disinvolta nella sua dubbia comprensibilità. Debenedettino (lo chiamo così sebbene pure lui, non foss’altro che per anagrafe, è diventato un Debenedettone; però vice, o comunque in seconda, che non significa di seconda scelta) vi dà un micro sunto della trama e un minuto giudizio (minuto anche perché deve essere stato elaborato in un minuto, forse in due), senza però negarsi una chiusura indecisissima e fumosa nel suo poter significare vai a capire cosa. Eccola: «Un ambizioso cocktail narrativo dove l’omicidio, trattato con ironia e stravaganza dai risvolti persino onirici, finisce col mettere problematicamente in forse i dogmi d’una società conformista e puritana». E cioè? Leggiti il libro e capirai, potrebbe rispondermi Debenedettin Debenedetton. Al che io, umile ma stronzissimo scrivano d’una quanto mai remota (e purtroppo, in parte, terre-mota) contrada aprutina, a capo chino, e con il volto contrito eppure ignobilmente incapace di dissimulare uno sghignazzo anch’esso stronzissimo, sommessamente risponderei: va bene, Debenedettin Debenedetton, cento punti sono tuoi; ma una chiusa così non è una chiusa da recensione, è una chiusa da risvolto di copertina. Ma facciamo a capirci: una recensione breve è un’operazione di microchirurgia e, in qualto tale, richiede strumenti specifici: in questa rubrichetta, in passato ho parlato delle recensioni cinematografiche di Attilio Bertolucci, che erano brevissime, chiarissime e – quel che più conta – utilissime per il lettore. Perché? Perché Bertolucci sapeva trovare quello che mi piace definire il “giusto punto focale”, cioè sapeva capire “cosa” dire e “come” dirlo nei limiti di uno spazio determinato. Per chi scrive di libri sui giornali, l’individuazione del “giusto punto focale” è un aspetto basilare. Già che ci sono: oramai immagino lo sappiano anche i muri, ma visto e considerato che il mio altruismo è pari solo alla mia misericordia, lo ribadisco a giovamento dei più: sulla carta stampata, l’ampiezza di un “pezzo” è sempre – o quasi sempre – prefissata; questo significa che chi scrive sa in anticipo quale dimensione dare a un testo. Come? Ah, sì, c’è il solito saputello che alza la mano e dice che Bertolucci non può essere preso a esempio perché era Bertolucci, un fuoriclasse che, in quanto fuoriclasse, fa storia a sé. Sbagliato, non è così. Sarà vero per la poesia, non per l’artigianato della recensione giornalistica. E per dimostralo ne riporto qui di seguito una breve che Roberto Barbolini ha scritto in occasione dell’uscita di “Tutti i racconti” di Roald Dahl (20 agosto 2009). Mi sembra ottima e la riproduco per intero: «La donna che inghiottì un reverendo e quella che dimenticò il marito nell’ascensore; il libraio imbroglione di vedove, il gatto che amava la musica di Liszt e forse era Franz Liszt in persona; e poi il cosciotto di agnello omicida, il cervello con un occhio solo, il broker che punta la figlia su una bottiglia di Médoc e il ricco sudamericano che scommette una Cadillac contro un mignolo tagliato: a una semplice elencazione, il campionario di stranezze affiorante da questa benemerita raccolta di “Tutti i racconti” di Roald Dahl palesa un’eccentricità all’insegna dell’umor nero, davvero molto british. Ma non è questo a rendere Dahl inimitabile. È, piuttosto, il tocco felpato della scrittura, il modo leggero e inesorabile con cui rende plausibile il nostro orrore quotidiano, senza mai smettere di essere spassoso, per poi sorprenderci con quei suoi finali atroci e ineccepibili. Sì, aveva proprio ragione Giorgio Manganelli: Dahl è un malvagio, forse solo Evelyn Waugh lo batte in cattiveria. Ma scrittori così sono il sale della letteratura». Questo è quanto. Poco più di mille battute per dire tutto. Tutto quello che si può dire in una manciata di righe e tutto quello di cui il lettore di un giornale (un settimanale, in questo caso) ha bisogno di sapere. Tutto fila liscio, dalla prima all’ultima parola: non ci sono termini o espressioni oscure, non ci sono passaggi o snodi criptici. E la concisione non impedisce a Barbolini di offrire una prosa fluida e portatrice di un succo. Questa recensione ha una struttura tripartita. Per capirci: la parte uno va dall’inizio fino a «davvero molto british»; la parte due va da «Ma non è questo a rendere Dahl inimitabile» sino a «finali atroci e ineccepibili»; la parte tre, cioè l’ultima, è quella che si apre col riferimento a Manganelli. Vorrei però sottolineare che questa struttura tripartita non funziona per bellezza, funziona perché ha un meccanismo interno. Semplice, ma ce l’ha: e ce l’ha perché chi l’ha firmata ha dalla sua un mestiere collaudato. Diamole uno sguardo più da vicino. La prima parte condensa alcune trame e dà il sapore dei racconti: com’è evidente, le trame non sono state scelte a caso, sono state selezionate in base alla loro originalità e alla loro efficacia esplicativa. Col risultato che sin dalle prime righe capiamo che aria tira nelle storie di Dahl. La seconda parte riconosce un’unicità e attribuisce una statura letteraria («Dahl inimitabile»), e indica sinteticamente il modo di portare il racconto che lo scrittore britannico aveva. Questa seconda parte è il cuore della recensione: la modulazione lessicale e sintattica è efficace, e con poche ma ben scelte parole vi si definiscono senza banalità o reticenze alcune fra le peculiarità di un universo narrativo («Il tocco felpato della scrittura, il modo leggero e inesorabile con cui rende plausibile il nostro orrore quotidiano, senza mai smettere di essere spassoso, per poi sorprenderci con quei suoi finali atroci e ineccepibili»). Da non sottovalutare la funzione del possessivo «nostro», che pone il lettore sullo stesso piano del recensore (e che peraltro esprime il coinvolgimento di quest’ultimo), esattamente come avviene poco dopo con «sorprenderci». La terza parte è l’epilogo: con la sua chiusa, Barbolini stacca l’obiettivo dal libro in sé e lo sposta sull’autore, cui dedica un fulminante “primo piano” mettendolo in relazione (e spiegandone il perché) con altri due grandi scrittori: c’è un richiamo critico a Manganelli, citato come “fonte” di una definzione; e ce n’è uno alla Waugh, citata come elemento comparativo. Dettagli che in apparenza sembrano minimi, ma che in sostanza sono essenziali. Per scrivere quello che ha scritto, Barbolini aveva a disposizione poco più di mille battute. Se non avesse trovato il “giusto punto focale”, la recensione non sarebbe stata così buona. Ora, c’è da dire che, come insegnano molti, a cominciare dalla grandissima e compianta Grazia Cherchi (che infatti andava matta per Edmund Wilson, tanto da curarne il volume “Il cronista letterario”), in linea di massima una recensione dovrebbe includere tre elementi: un sunto della trama, un giudizio critico e una serie di citazioni testuali che dicano qualcosa sullo stile di un certo autore. Qualcuno potrebbe quindi rimproverare a Barbolini di aver omesso quest’ultimo elemento, la citazione testuale: ma è un peccato veniale quant’altri mai, lo spazio era quello che era e, tutto sommato, letta la recensione, non se ne sente la mancanza. l’idea ce la siamo già fatta, e piuttosto precisa, per giunta. Cosa che non avviene nel caso di Debenedetti. Concludendo. Quella di Debenedetti, così chiusa in se stessa, così incassata nel proprio mutismo, non è un buon esempio di recensione breve, mentre ne è uno ottimo quella di Barbolini. Me ne dolgo, magari Debenedetti teneva alla sua noticina, forse gliel’avranno tagliata in redazione (problema suo, nel caso) o forse l’avrà scritta di getto. Fatto è che non funziona. Le frasine che ha messo insieme un significato lo avranno certamente: ma è un significato tanto celato da far sospettare che sia rimasto nel taschino del nostro, vicino alla penna rossa. E uno – uno di noi, dico, un lettore qualunque, di quelli che vanno in edicola, prendono il giornale, lo pagano e poi lo leggono – non è che può mettersi a fare la caccia al tesoro soltanto perché Debenedetti non è riuscito a essere chiaro. Il gioco non varrebbe la candela. (11 settembre 2009) |
12mar
| di Simone Gambacorta Inizio a pensare che per essere editori occorra essere persone educate. Anni fa ordinai la “trilogia del Cairo” di Naghib Mahfuz dal sito della Tullio Pironti Editore. Giorni dopo mi furono recapitati tre tomi di seicento pagine l’uno. Nel plico c’era un biglietto dove era scritto che i volumi erano gli ultimi disponibili e, visto che non erano del tutto immacolati, ero pregato di considerarli un omaggio. Tutto avrei potuto immaginare, tranne che un normale ordine di libri potesse concludersi con un gesto così garbato, tanto più che le condizioni della “trilogia” del Nobel egiziano erano senz’altro accettabili, fatti salvi alcuni piccoli, trascurabili, addirittura piacevoli segni del tempo. Dopo Pironti, fu Alberto Gaffi a offrirmi un’altra dimostrazione di signorilità. Con l’editore romano avevo avuto un solo contatto telefonico, quando mi rilasciò un’intervista. Dopo più di un anno, ordinai tre libri dal sito della Alberto Gaffi Editore. Il giorno successivo trovai una mail, molto cortese e molto simpatica, nella quale Gaffi mi diceva che, leggendo il mio ordine, s’era ricordato dell’intervista e che avrebbe avuto piacere di farmi omaggio dei libri. I libri arrivarono: aprii il pacco e ce n’era uno in più, con un biglietto che mi spiegava che quello era l’omaggio dell’omaggio. Da allora, i nomi di Tullio Pironti e Alberto Gaffi corrispondono per me a un’idea di signorilità come non ne vedo molte altre in giro. I libri che mi hanno regalato, li richiesi con la bulimia del lettore compulsivo e non per recensione (non si trattava di novità) o per altre simili operazioni che potessero rappresentare, per loro, un qualsiasi tornaconto. Ma a passare dalle stelle alle stalle si fa presto. Giorni fa ho trovato nella cassetta della posta una busta a me indirizzata e intestata a un editore delle mie parti. Appena l’ho vista ho pensato alla solita copia omaggio inviata “con preghiera di recensione”. Noterò a margine che dubito esista una formula più controproducente con cui rivolgersi a un sia pur stolto manovale del giornalismo culturale, senza considerare il fatto che il libro in questione potrebbe anche farmi schifo, e che quindi, posto che non sono un jukebox contento di compiacere il primo che passa, potrei dirne malissimo (sarebbe il caso i recensori comprassero i libri di cui debbono scrivere, in modo da essere liberi di dire ciò che vogliono: pensino poi i giornali a rimborsarli). E aggiungerò questo: gli editori locali, che sono altra cosa rispetto agli editori che operano in loco e che però non vivono, e men che meno pensano, entro un depresso orizzonte localistico (vedi alla voce “provincialismo”), hanno il vizio di dare per scontate troppe cose, a cominciare da quella di essere editori. Comunque sia, mi sono seduto allo scrittoio, ho preso il tagliacarte e ho aperto la busta. Mi sbagliavo, non si trattava di un libro, ma del primo numero di una nuova rivista culturale. La sfoglio, cerco di farmene un’idea. Una rivista come tante, che lascia il tempo che trova, non priva però di un’aria pretenziosetta e velleitaria. Una di quelle che popolano il folto sottobosco delle riviste di serie b, un po’ tristi e cafonette. Ma io mi domando e dico: perché, invece di affannarvi con queste imprese inutili e pacchiane, non vi buttate nel web, dove tutto è certificato dai referti dei motori di ricerca, che ti dicono chiaro e tondo non solo quanti lettori hai, ma anche quali sono gli articoli più letti e qual è il tempo medio di permanenza dei visitatori su questo o quell’articolo? Così almeno si capisce se è il caso di andare avanti o no. A un certo punto saltano fuori dalla rivista un paio di fogli piegati. Il primo è una lettera a firma del mittente, che mi comunica di attendere «il mio contributo». Al che mi dico: che gentile, avrebbe piacere io scrivessi qualcosa per la sua rivistella (non l’avrei fatto, ma il pensiero andava apprezzato). È stata un’illusione di poco momento. Allegato alla lettera c’era un bollettino di conto corrente postale, simpaticamente già compilato a penna, per sottoscrivere l’abbonamento. Questo sperpero di eleganza mi ha portato a constatare che in Abruzzo, la cultura, una presunta cultura, una malintesa idea di cultura e del fare cultura, può riservare ancora simili sorprese. Purtroppo. (13 agosto 2009 ) |
09mar
| di Simone Gambacorta Nelle pagine culturali del «Resto del Carlino», la domenica, c’è la rubrica di libri “Quinta di copertina”, dove Rossella Martina pubblica tre brevissime recensioni. Sono note ben fatte, lisce e tonde, si leggono in un sol boccone e, al pari di quelle che compaiono in altre testate, sono diventate oramai per me un appuntamento fisso. Per ogni recensione, la Martina si muove tra le dieci e le dodici righe e tra le settanta e le ottanta parole (una più una meno) e perciò, a suo modo, è un esempio significativo di una rubrichista che scrive per i giornali e che per farlo spende meno di cento parole a “pezzo”. Credo chiunque intenda cimentarsi con la stesura di recensioni dovrebbe misurarsi con un simile esercizio. È una forma di microchirurgia che insegna a contemperare l’ottica del lettore di professione con le sacrosante esigenze del lettore comune. Il comandamento principe è uno: adottare una scrittura chiara e snella, badando però a “dire” qualcosa, foss’anche piccola piccola, che dia un’idea del libro di cui si sta parlando. Sembra facile e invece è difficilissimo, in particolar modo quando si è alle prime armi (ma non solo); e che in poco spazio non si possano fare miracoli va messo nel conto del mestiere, fermo restando, appunto, che per muoversi con efficacia e immediatezza in spazi ridotti (in un giornale, la recensione è un servizio), di mestiere ne occorre molto. Non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di ergermi a esempio, ma, a puro e semplice titolo di testimonianza, vorrei raccontare un’esperienza personale. La prima volta che misi piede in una redazione, lo feci per propormi come recensore di libri (era un free press di Teramo, esiste ancora, ma dopo tre anni ho traslocato e ho cambiato testata). Il direttore mi disse che la cosa si poteva fare, sebbene fossi un neofita, e che voleva cinque recensioni al mese che non eccedessero le dieci righe. Che ci vuole, sghignazzai fra me e me, e tornai di filato a casa pronto a mettermi al lavoro, anche perché avevo letto alcuni libri freschi di stampa e pensavo di avere bella e pronta la materia prima. Beata ingenuità. Dopo alcune ore di scrivania ero disperato. Non riuscivo a venirne a capo, mi sembrava di dover infilare la testa in un imbuto. Non ricordo quanti tentativi feci, ricordo che impiegai quindici giorni per mettere insieme quelle prime cinque note. Stesure, controstesure, aggiustamenti, piccole e continue modifiche, limature: fu una faticaccia, una faticaccia che mi avrebbe accompagnato (magari in modi diversi) anche in futuro, perché quello del recensore è un mestiere che s’impara facendolo e che forse non s’impara mai. La verità è che scrivere buone recensioni è difficile e scriverne di brevi non lo è meno, sempre che ci si proponga di mettere su carta qualcosa di sensato o che somigli a qualcosa di sensato. Ma al di là di me, ho citato il caso di Rossella Martina perché, per l’ennesima volta, ho cercato di leggere una rivista letteraria che con ciclicità monsonica mi ritrovo fra i piedi e che mi sono rassegnato a considerare un incubo, una sorta di nuvoletta fantozziana che mi perseguita. È una rivista magniloquente e pomposa, zeppa di articoli lunghi e pesantissimi che parlano solo ed esclusivamente dei massimi sistemi, tanto che mi rifuto categoricamente di dire quale essa sia. Basti sapere che è una rivista messa in piedi da un gruppo di giovani posseduti da un fervore autocelebrativo e autoreferenziale raggelante (parafrasi: il mondo infestato dai ragazzini), ed è drammaticamente, perversamente, oscenamente senile nell’impostazione e nell’anima (direi anche nell’alito). Mai visto nulla di tanto avulso dal tempo che l’accoglie, mai visto nulla con un così alto, empio e scemo tasso di disintersse per il lettore (una rivista che non si ponga il problema d’essere letta è una rivista suicida) e per qualsivoglia forma di apertura o influenza verso l’esterno. Nonostante i reiterati sforzi, in nessun caso sono riuscito a tenerla davanti agli occhi per più di tre minuti, e tuttavia, con la puntualità implacabile del sicario, quest’ammorbante teglia di intellettualità prêt-à-porter continua a pedinarmi per saltarmi addosso quando meno me l’aspetto. Ricordo un passo di “Un uomo finito” di Papini: «Ogni volta che una generazione s’affaccia alla terrazza della vita pare che la sinfonia del mondo debba attaccare un tempo nuovo. Sogni, speranze, piani d’attacco, estasi delle scoperte, scalate, sfide, superbie – e un giornale». La riflessione è giustissima e comprovata, ma credo Papini desse per scontate originalità e urgenza e non credo intendesse avallare o assolvere l’inutilità e tanto meno la stupidità (che non sarà una scelta, ma che è pur sempre una colpa). Per ciò, ogni qual volta cado vittima di un agguato che non so per quale arcano maleficio questa rivista insopportabile e tediosa riesce a tendermi, la mia mente corre a tutti coloro che, come Rossella Martina, scrivono sulla base della concretezza e della necessità di rispettare il lettore. E penso che tanti sapientelli della domenica, prima di lanciarsi in imprese improbabili (e che per paradosso li fanno sentire in diritto di considerare con sprezzo il giornalismo culturale), farebbero bene a pedalare in una redazione vera, o a collaborare con un giornale vero, a darsi da fare, insomma, presso realtà dove si lavora e dove, oltre a imparare qualcosa, ci si abitua – guarda un po’ – anche ad avere rispetto per quel livello ulteriore di scavo e approfondimento che s’incontra o dovrebbe incontrarsi nelle riviste letterarie. Il giornalismo culturale avrà mille difetti e milleuno effetti collaterali, ma aiuta a chiarirsi le idee e a stare al passo coi tempi, e soprattutto allontana dai riti puerili e un po’ circensi dell’onanismo di gruppo. Amen. (14 agosto 2009) |
28set
| Intervista di Simone Gambacorta Quarantaquattro anni, collaboratore di «Tuttolibri» e «L’osservatore romano», Stas’ Gawronski lavora alla Rai come autore e conduttore della fortunata trasmissione CultBook, il programma di Rai Educational che ha rinnovato il modo di parlare di libri in televisione e che è giunto oramai alla quinta edizione. Ma come si realizza una puntata di CultBooK? Che tipo di lavoro c’è dietro? E che cosa significa fare buona divulgazione culturale? Come si lavora in tv con gli scrittori e la letteratura? Sono queste alcune delle domande che gli abbiamo posto in questa intervista. Iniziamo da lei, dal suo percorso: com’è diventato critico letterario Stas’ Gawronski? «Non vengo da un percorso accademico, ma da un’esperienza intensa di letture e di confronto con critici (come Antonio Spadaro), scrittori (come Eraldo Affinati) e lettori fortemente motivati nella ricerca di uno sguardo profondo sulla letteratura e sulla vita. In questo senso l’esperienza vissuta all’interno della comunità virtuale e reale “BombaCarta” (www.bombacarta.com, un laboratorio sull’espressione creativa, ndr) è stata fondamentale. Sono un autodidatta mosso da una grande passione, ma anche un lettore che ha avuto la fortuna di trovarsi in contesti in cui la riflessione sull’esperienza della lettura e della scrittura era molto forte». Ecco, mi dica: che tipo di lettore è? «Un lettore molto selettivo che, però, una volta scelto il libro, ha molta fiducia nel mondo in cui è invitato a entrare attraverso la lettura. Un lettore che ha voglia di mangiare una parola che lo nutra pienamente e che detesta i McDonald della letteratura». Dieci libri che le sono entrati nel cuore? «Senza stilare alcuna classifica, ecco alcuni esempi: “L’isola del tesoro” di Stevenson, “Vita e destino” di Vasilj Grossman, “Camere separate” di Pier Vittorio Tondelli, “I racconti” di Katherine Mansfield, “I racconti” di Bernard Malamud, “Una questione privata” di Beppe Fenoglio, “La notte” di Elie Wiesel». Veniamo a CultBook, la trasmissione televisiva dedicata alla letteratura che conduce per Rai Educational: come è nata l’idea? «Dalla constatazione che in televisione i libri sono stati trattati nel tempo – fatta eccezione per le storiche trasmissioni di Baricco e amici – come spunto per una discussione tra intellettuali su temi di rilevanza sociale, culturale e politica. Un po’ quello che succede in molti festival della letteratura dove le opinioni dello scrittore contano più dei libri che ha scritto. CultBook, pertanto, è nata per far vivere allo spettatore un’emozione, un sapore, un’avventura e non per renderlo soggetto passivo di un talk-show in cui il libro serve solo a dare il la». Ma oltre che conduttore, di CultBook lei è anche autore: che tipo di lavoro c’è dietro ogni puntata? «C’è un grande lavoro di confronto e discussione in redazione. I libri vengono letti e filtrati attraverso la sensibilità di ciascuno nella ricerca delle immagini, delle musiche, delle letture e dei frammenti di intervista in grado di interpretare l’opera che CultBook intende presentare». Qual è il confine che divide la buona dalla cattiva divulgazione? «La divulgazione deve essere “esperienziale”. Lo spettatore non deve subire passivamente, ma essere coinvolto con la sua immaginazione, proprio come accade nella lettura di un libro. La divulgazione, in questo senso, deve essere creativa e non concettuale». Vorrei sapere qualcosa sulle vostre scelte di base. «Fino ad oggi CultBook è stata una trasmissione fondata su un insieme creativo e narrativo di elementi che concorrono a fare della televisione un mezzo che può stimolare la fantasia e l’immaginazione dei telespettori: ogni puntata è formata da una miscela di citazioni cinematografiche, letture, grafica delle parole dei brani letti in studio dal sottoscritto in sovrimpressione, rapide testimonianze di scrittori e critici, materiale di repertorio, il tutto miscelato con musica ad alto potenziale evocativo». La scelta dei testi e degli scrittori come avviene? «In questi cinque anni non abbiamo fatto distinzioni tra libri del presente o del passato. Un buon libro ha contenuti universali, che trascendono lo spazio e il tempo perché avvicinano il lettore al mistero dell’esistenza, la propria e quella dell’uomo di sempre. La scelta è fatta in base al gusto del sottoscritto e ai suggerimenti dei miei collaboratori in un’ottica di qualità e non di mercato, classifica o altri criteri che spesso non premiano la buona letteratura». Lei ha detto che il format di CultBook “nasce dalla convinzione che la migliore letteratura esprime la vita nelle sue tensioni più profonde e che la lettura di un buon libro può essere un’esperienza tanto coinvolgente da cambiare la percezione della realtà e della nostra storia”. La tv diventa allora un amplificatore… «La televisione è un medium come altri. L’obiettivo del servizio pubblico è quello di far crescere i cittadini italiani, soprattutto nella loro capacità di discernimento, ovvero di avere gli strumenti per sapere cosa fare della propria libertà. CultBook interpreta la grande letteratura per incuriosire, emozionare e suscitare domande in modo da stimolare la lettura di un libro o una discussione che non sia solo sul calcio, la politica o l’ultimo gossip». Oltre che “parlarne”, lei di libri ne scrive, e lo fa sul sito RaiLibro, Sulla «Stampa» e sull’ «Osservatore Romano». Se si visita il suo sito (www.stasgawronski.it), è possibile leggere le sue recensioni e le sue interviste. Quand’è che una recensione è una buona recensione? E quand’è che un’intervista è una buona intervista? «Una buona recensione indaga la capacità di un libro di mettere a fuoco le domande, le tensioni e i sentimenti essenziali della vita umana. Una buona recensione non è “estetica”, ma “morale”, nel senso che verifica come si comporta un libro nell’aiutare il lettore a mettere a fuoco le grandi questioni della vita. La letteratura non è un passatampo, ma un’arte che introduce il lettore nelle profondità di senso della vita attraverso una parola che non spiega (altrimenti sarebbe filosofia), ma immette il lettore in un mondo altro da cui può vedere più lucidamente e nel profondo il proprio. Anche l’intervista ad uno scrittore dovrebbe avere un simile approccio di ricerca della verità, indagine che intervistatore e intervistato compiono insieme a partire dall’opera dello scrittore». |
16set
| Intervista di Simone Gambacorta Luigi Mascheroni, classe 1967, scrive di cultura sul quotidiano «Il Giornale» ed è docente di “Teoria e tecnica del linguaggio giornalistico” all’Università Cattolica di Milano. Fra i suoi libri, “Gli anni del piombo. L’Italia fra cronaca e storia” (Mursia, 2009), scritto con Mario Cervi. In questa intervista, oltre che di Cervi, Montanelli e altri maestri, Mascheroni parla del giornalismo culturale e dice la sua sulla situazione delle terze pagine nei quotidiani di casa nostra. Sul quotidiano «Il Giornale» lei scrive di cultura. Come addetto ai lavori, qual è la sua opinione sullo stato delle nostre terze pagine? «Non molto positivo, pur lavorandoci. Oggi “fare cultura” nei giornali non solo è difficile ma è considerato una perdita di tempo e di denaro. Editori, direttori, molti degli stessi giornalisti si chiedono: ma chi le legge le pagine di cultura? E visto che non portano pubblicità né copie vendute: perché fare delle pagine di cultura? Le pagine culturali sono considerate alla stregua di cattedrali medievali in una metropoli degli anni Duemila: nessuno osa abbatterle per trasformale in più redditizi centri commerciali, ma di fatto nessuno ci entra, se non di passaggio per una visita veloce. Sono pagine che nessuno si azzarda a criticare o sopprimere per una sorta di sacro e malinteso rispetto nei confronti della parola “Cultura”, ma di fatto mal sopportate e lasciate a se stesse. Sono pagine che interessano davvero poco sia i lettori, sia gli stessi giornalisti, sia gli “intellettuali”, i quali infatti preferiscono firmare commenti in prima pagina mentre alla redazione cultura, semmai, rifilano le marchette. Una volta, ancora fino a qualche anno fa, il modo più semplice e naturale per far parlare di un libro era scriverne nelle pagine culturali dei giornali. Oggi è il modo migliore per ucciderlo. Gli uffici stampa lo sanno bene, e infatti cercano di fare passare i loro titoli in qualsiasi altra pagina, dalla cronaca agli spettacoli, dal costume agli esteri». Quali sono a suo giudizio le pagine culturali più curate? «Quelle che non si limitano a raccontare cosa succede nel mondo della letteratura, della filosofia, dell’università, della critica, dell’editoria, dell’arte, del dibattito storiografico – seppure riuscirne a darne conto in maniera onesta e il più possibile completa sarebbe già un risultato eccezionale – ma che tentano di offrire anche una “visione del mondo”, ovvero tracciano dei percorsi culturali, sono pagine “orientate”, hanno una linea precisa, senza paura di schierarsi: perché scandalizzarsi di fronte a chi dice che il lettore può e deve essere “guidato”? In questo la sezione culturale “Agorà” di «Avvenire» è un ottimo esempio, e a loro modo anche le pagine culturali di «Repubblica» o del «Secolo d’Italia», anche se in quest’ultimo caso spesso si finisce col fare i furbi, e affrontare alcuni temi con un certo “taglio” provocatorio e controcorrente solo per fare polemica e essere ripresi dagli altri giornali. Non mi piacciono invece le pagine che “vendono” quella cosa che io chiamo la “cultura light”, la cultura facile-facile, quella che non annoia, quella dis-impegnata, quella che rifiuta i temi forti della politica e della società, che taglia invece di sciogliere i nodi del dibattito filosofico, religioso, economico. Quella dei Moccia&Muccino; dei bestseller; dei Faletti e Dan Brown, dell’arte di massa, dei festival, delle antologie di poesie per gli innamorati… insomma le pagine culturali ridottesi a pura distrazione, semplice riempitivo, “zona morta”: la cultura come intrattenimento e tempo libero. Odio la discount-tizzazione della cultura». La terza pagina, o meglio, la Terza Pagina, è nata in Italia, come è noto: guardando un po’ al passato, quali sono i nomi che considera esemplari quanto a giornalismo culturale? «Ancora fino all’altroieri la pagina culturale era il punto nevralgico della stampa italiana, i giornali più prestigiosi si rubavano i bei nomi delle patrie lettere, la critica militante aveva nell’elzeviro il suo luogo d’elezione (da Cecchi a Pancrazi fino a Pampaloni) e nella carriera di un letterato scrivere sulla Terza era un punto d’onore. Bei tempi. Poi lentamente ma inesorabilmente tutto è cambiato. Il ruolo dell’intellettuale è passato in secondo piano e la Terza è scivolata – e non solo dal punto di vista della foliazione – in fondo al quotidiano. Tra gli “ultimi” grandi giornalisti culturali ancora in attività metto Armando Torno, già responsabile dell’inserto «Domenica» del «Sole24Ore», Paolo Mauri di «Repubblica» e Stenio Solinas del «Giornale». Lei ha avuto dei modelli, dei maestri? O è stato autodidatta? «Ho imparato moltissimo da Armando Torno, quando ho lavorato al «Sole24Ore», da Beppe Benvenuto, capocultura del «Foglio», e da Stenio Solinas qui al «Giornale»». Qual è la sua idea di giornalista culturale? Voglio dire: che cosa fa, e perché, un giornalista che scrive di cultura? «La mia idea di cultura? Da una parte una cultura che non solo sia capace di raccontare il mondo ma che voglia anche interpretarlo, dandone una visione e magari tentare addirittura di cambiarlo, con la forza delle idee e non dell’ideologia naturalmente; una cultura che tracci nuove linee, senza paura del nuovo, del diverso, di scombussolare le carte. Una cultura che sappia offrire chiavi di lettura, tentare risposte davanti ai grandi temi sociali, proporre interpretazioni di fronte ai fatti della Storia, azzardare giudizi rispetto ai “prodotti” della letteratura e dell’arte. Una cultura che abbia il coraggio, la capacità intellettuale e la forza morale di “fare delle battaglie”. Una volta si diceva “sporcarsi le mani”… Dall’altra parte, una cultura che non abbia timore delle scelte, dei giudizi chiari nel sì come nel no, delle “scoperte” come delle stroncature; che non si scandalizzi di fronte a chi vuole indirizzare, consigliare, guidare i lettori, gli spettatori, gli ascoltatori; che sappia lodare tra libri, film, spettacoli, opere d’arte, piani urbanistici, trasmissioni televisive, programmi politici, solo ciò che ha davvero un valore, un “senso”; una cultura che non viva chiusa dentro le tradizioni ma che, rispettandole, le reinventi; la cultura che sappia fare filtro, “decimare” senza esitazioni le migliaia di parole e immagini che si abbattono su di noi, perché la cultura è sì un patrimonio di conoscenze comuni ma è anche capacità di selezionare le informazioni fondamentali, scartando l’inutile e l’effimero. Tutto ciò, ovviamente, senza dimenticare che il giornalismo culturale è un servizio per il lettore, con tutto ciò che consegue: informazioni, cronache, interviste, segnalazioni» Piccola digressione sui giornali locali, dove spesso alligna la convinzione che il giornalista debba essere onniscente, una sorta di “narratore” capace di occuparsi di tutto. Personalmente credo il contrario: a ciascuno il suo settore… «Il giornalista, per sua natura, è e deve essere “generalista”, sa un po’ di tutto e tutto di niente, come si dice. Certo però che nel settore del giornalismo culturale è meglio, per l’autorevolezza e la completezza delle pagine, “usare” anche degli specialisti: secondo me, per fare delle buone pagine di cultura servono come collaboratori almeno un paio di buoni italianisti, un americanista, un francesista, tre o quattro storici, un antichista, almeno un vero critico letterario, un poeta, uno o due filosofi, uno storico dell’arte… Loro pensano alla parte “accademica” e di approfondimento, i giornalisti culturali alla parte “popolare” e divulgativa. Ovvio, è uno schema molto semplificato, bisogna lavorarci attorno a seconda delle disponibilità “professionali” ed economiche di cui dispone il giornale, però è una buona base da cui partire». L’intervista e la recensione sono due strumenti principi del giornalismo culturale, e certo non mancano nella foliazione delle testate nostrane: ma si parla sempre più spesso di “pubblicità culturale”… «Due strumenti ottimi, e utilissimi, che però bisogna maneggiare con cura. E centellinare. Soprattutto le interviste, spesso pilotate a proprio vantaggio dagli uffici stampa delle case editrici. Mai cedere ai ricatti dell’intervista, generalmente più veloce e meno impegnativa, a discapito della recensione. Già Giovanni Arpino diceva che “l’intervista è un articolo rubato”, e comunque, come ripete sempre Umberto Eco, peraltro autore intervistatissimo, dato che non c’è nessuno che ammetterebbe di aver scritto qualcosa di mediocre, ogni intervista si traduce quasi sempre in una pubblicità gratuita. Per quanto riguarda la recensione, invece, anche il critico più raffinato non dovrebbe dimenticare che la migliore, in fondo, è quella che racconta bene il libro di cui si sta parlando». Stroncatura sì o stroncatura no? «La vecchia regola vuole che si stronchi solo il libro del grande autore, senza accanirsi inutilmente sui “piccoli”. Insomma, la si deve riservare ai giganti: per i nani meglio il silenzio. Comunque, mai stroncare per il gusto della provocazione, usando la battuta ad effetto invece che il discorso critico, cadendo così nella stessa presunzione e superficialità del libro o dell’autore che si pretende di condannare. E per il resto, valga per tutti il consiglio di Indro Montanelli il quale, alla domanda di un collega se si dovesse scrivere o no di un certo libro, rispose: “Questo libro non vale niente. Se ne può anche parlare bene”». Nel libro “Il clan dei milanesi” (Book Time, 2007), lei ha raccolto una serie di interviste a figli di grandi milanesi del passato: com’è nato quel libro, perché, come l’ha “costruito”? «Nel 2006 le pagine milanesi del quotidiano per cui lavoro, «Il Giornale», volevano una serie di “pezzi” per l’estate, molto di lettura, staccati dalla cronaca spicciola. Io proposi di farsi raccontare la Milano di una volta dai figli dei grandi milanesi, dello spettacolo, della cultura, della politica, dell’industria, dello sport… La serie, partita per durare un paio di mesi, visto che piaceva fu prolungata fino all’inizio dell’anno successivo: un ritratto-intervista ogni settimana. Alla fine, ho deciso di riprendere in mano quelle interviste e farne un libro. Se l’idea è piaciuta ai lettori del «Giornale», ho pensato, può piacere a qualcun altro… I trenta “figli di Milano raccontati dai loro figli” sono attori, cantanti, comici, scrittori, editori, calciatori, ciclisti, industriali… tutti insieme, in un arco di tempo che va dal secondo dopoguerra alla fine del Novecento, dipingono una Milano dalle mille facce: quella delle periferie, quella dello spettacolo, della cultura, del boom economico, della Milano da bere… E raccontano anche i vizi e le virtù della città: cioè l’aspetto che questi personaggi più a amavano o meno sopportavano di Milano: come Gaber, che si scopre amava proprio l’aspetto metropolitano di Milano: il traffico, il caos, le mille luci della città, o Mondadori che aveva i suoi ristorantini preferiti, o Bramieri che, da vero elegantone, aveva i suoi sarti e suoi negozi d’abbigliamento di fiducia». Più recente è invece il volume “Gli anni del piombo” (Mursia, 2009), scritto con Mario Cervi per raccontare “L’Italia fra cronaca e storia”. Chi ha avuto l’idea di questo libro? «Ovviamente Mario Cervi. Era da poco uscito un libro sul giornalismo, scritto da un nostro collega, Michele Brambilla, intitolato “Sempre meglio che lavorare”. Una sera a cena, io e Cervi ne stavamo parlando, quando lui mi disse: “E’ un bel libro, pieno di storie. Ma anch’io ne avrei di storie da raccontare sul giornalismo”. “Ci credo” dissi io, pensando alla sua lunghissima carriera: aveva lavorato nei giornali più importanti, conosciuto tutto il giornalismo che conta, girato il mondo. Una miniera di notizie e giudizi. Poi lui disse: “Però, alla mia età, mettermi da solo a scrivere un libro, non so se ne ho voglia. Certo… ci fosse un giornalista giovane, che avesse voglia di intervistarmi…”. La mattina dopo ero nel suo ufficio con un taccuino nuovo. E iniziai a farmi raccontare». Cos’è “Gli anni del piombo”? «Un libro di storia, di memoria, di giornalismo. Un libro dove il lettore trova una storia sui generis del nostro Paese nel corso degli ultimi sessant’anni. Attraverso il racconto della vita professionale di Mario Cervi, uno degli ultimi “grandi vecchi” della stampa italiana insieme Giorgio Bocca, Eugenio Scalari, Gianpaolo Pansa e pochi altri, il libro è un modo per tentare di capire prima di tutto com’era il giornalismo di “una volta”, con i suoi vizi, i suoi eroismi, le grandi firme, qualche grande scrittore e molti tromboni. Racconta cioè come si “facevano” i giornali negli anni del piombo, ossia ancora in tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, quando Cervi lavorava al «Corriere» della sera insieme a gente come Buzzati, Afeltra, Vergani… e nello stesso tempo il libro è un modo per tentare di capire cosa significò fare giornalismo negli anni di piombo, cioè gli anni Settanta del terrorismo, quando Cervi seguì Indro Montanelli nell’avventura della fondazione del «Giornale», nel 1974, per fare un’informazione controcorrente rispetto al cosiddetto pensiero dominate, conformista e di sinistra». Un ritratto di Cervi in poche battute? «E’ un maestro. Uno dei pochi grandi giornalisti italiani capace di “salire” con la forza del talento, le grandi capacità di scrittura e insieme una coerenza esemplare rispetto alle sue idee, tutti i gradini della carriera giornalistica: da giovane reporter entrato al «Corriere della sera» nel 1945, a cronista giudiziario, inviato, editorialista fino a sedere sulla poltrona di direttore del «Giornale»; senza mai invidie e gelosie rispetto al “principe” del giornalismo italiano, Indro Montanelli, con il quale Cervi divise lavoro, amicizia e stanza per lunghi anni; e senza mai svendere le sue idee e le sue convinzioni al potente di turno. Anzi, le sue battaglie giornalistiche, i suoi reportage in giro per il mondo, le sue prese di posizione politiche – anche in conflitto con il suo vecchio amico Indro quando questi passò al fronte anti-berlusconiano – dimostrano il suo coraggio e la sua integrità. E’ un maestro per questo: non solo per come scrive, ma per quello che ha scritto». Dal punto di vista professionale, e anche da quello umano, che cosa ha “significato” per lei fare questo libro? «Ho imparato moltissimo. Dal punto di vista professionale, oltre a darmi visibilità, mi ha insegnato – nonostante ormai anch’io faccia questo mestiere da un po’ di anni – a scrivere: Cervi mi correggeva frasi, aggettivi, verbi, tagliava, sfumava, sistemava la punteggiatura, aggiungeva la battuta, sceglieva il termine più tecnico, o più “parlato” a seconda del contesto… E dal punto di vista umano Cervi mi ha dimostrato come si possa arrivare a ottantotto anni, con il nome che porta, continuando a lavorare con semplicità e passione, senza spocchia né divismi». Per chiudere, e anche per provare a tirare un po’ le somme: in una nota bio-bibliografica che la riguarda, vedo annunciato un suo libro, “Alfabeto culturale”, un volume sui “luoghi comuni culturali”. Qual è la responsabilità della carta stampata riguarda la diffusione di questi luoghi comuni? «Enorme. Tanto che sto scrivendo un libro usando solo ritagli, titoli e frasi fatte. Basta sfogliare un giornale e si riempie un archivio». |
25mag
| di Simone Gambacorta Tutto inizia con una telefonata per stabilire dove e quando incontrarci. Il numero, gli squilli, poi la voce di borotalco di Raymond André: i saluti, qualche battuta, alla fine decidiamo di vederci il pomeriggio successivo a casa sua, a Torricella Sicura, il paese vicino Teramo dove vive con la moglie e la figlia. Alle quattro del giorno dopo siamo nel suo salotto, davanti a un camino che conforta dal freddo di un febbraio rigido e nevoso, per parlare del suo mestiere di poeta e dei suoi due libri, “Segnali d’ombra” (Andromeda 1999) e “Le vetrate di Saint Denis” (Manni 2004). Il tavolino è coperto da libri, riviste e giornali. L’occhio cade sui due tomi di “Una sola moltitudine” di Pessoa, e fatalmente le nostre parole prendono a incrociarsi intorno a quelle pagine meravigliose e inesauribili: quasi all’unisono benediciamo Antonio Tabucchi, che ha avuto la pazienza di curarle, e così scopriamo di aver letto entrambi il bellissimo “Sostiene Pereira”. La suggestione è forte, e allora sì, questo incontro con Raymond André possiamo raccontarlo sulla scia di quel romanzo. Sostiene Andrè che il suo è un felice sradicamento, perché è nato in Belgio (dove ha compiuto i primi studi), vive in Italia (insegna lettere al Liceo Artistico di Teramo) e si è formato con i grandi romanzieri mittelleuropei e russi, pur avendo sempre per compagni di viaggio Dante, Baudelaire, Leopardi, Pascoli e Milosz. André sostiene anche che la vocazione alla poesia non esiste, perché la poesia è un mestiere, con tutta la disciplina, la fatica e la sofferenza che un mestiere comporta e impone. L’elemento poetico non è né triste né gioioso, ma è, per l’appunto, il frutto di un mestiere che si impara con pazienza andando a bottega dai grandi maestri: occorre studiarne i versi al di là delle categorie manualistice, bisogna suggerli, rifletterci sopra fin quando non si giunge al momento del disvelamento, ossia al momento della comprensione. Se sei un ebanista, sostiene André, e vedi un altro ebanista che riesce a torcere un pezzo di legno in un modo più efficace del tuo, devi imparare a farlo anche tu, devi romperti la testa fino a quando non scovi il suo segreto: poi, una volta scoperta quell’incognita, non riuscirai forse a farla tua, ma quel che conta è averci pensato a fondo, è averla masticata e resa oggetto di cimento. Perché la scrittura consapevole studia e penetra il testo altrui, e non è l’ispirazione a essere decisiva, ma il grande lavoro che si compie con l’esperienza della lettura e della meditazione. Questo è lo snodo cruciale che consente a un poeta di scavare in se stesso per riversare il proprio magma informe nella forma del verso. La poesia non va cercata, sostiene André, va aspettata, e il momento della scrittura lo si riconosce come fosse un messaggero. È una questione di onestà di sguardo, di verità di sguardo, in definitiva è una questione etica, di sincerità: perché se menti nella poesia puoi stare tranquillo che si vede e che ti fanno tana. Quando la si sa attendere, la poesia a un certo punto appare, bussa alla porta, chiede a te di te: arriva come per caso, e quel caso si fa poi urgenza, necessità, un po’ come “Il caso e la necessità” di Monod. Per esempio Montale, dice André, scriveva spesso versi sulle confezioni di fiammiferi Minerva, perché quando la poesia gli diceva “eccomi”, lui doveva aprirle, ovunque si trovasse e qualunque cosa stesse facendo. Per ciò, sostiene André, non è possibile credere ai poeti che scrivono poesie a getto continuo, non solo perché la poesia richiede tempo, ma anche perchè l’enorme lavoro che ogni singolo verso estorce non basta a garantirne la bontà, e quindi può succedere che dopo esserti rotto la schiena su una manciata di parole, ti accorgi che il loro destino è di restare nel cassetto. Il poeta, sostiene André, piega le parole, mira alla loro esatta curvatura, ne ricerca l’arco tensivo: ogni buon verso è una costellazione di parole, e ciascuna attua una complicità con quella che è la parola portante. La parola portante è la parola centrale, la parola nevralgica e uterina, madre e regina delle altre che le gravitano attorno. E scovarla è sempre un problema, perchè le parole sono l’enigma dell’essere umano e, volendo, della divinità (in principio era il verbo). André sostiene pure che il poeta debba rinunciare al narcisismo e a ogni ambizione di protagonismo, perché è l’amanuense di uno spirito più grande, una sorta di medium che capta frequenze universali: è importante lo sguardo interiore, quello grazie al quale il Leopardi de “L’infinito”, «sedendo e mirando», poteva oltrepassare la siepe. Ma per ottenere una capacità di sguardo, o meglio, una possibilità di sguardo che ti consenta di scavalcare una siepe di fronte alla quale te ne stai seduto, ce ne vuole ce ne vuole anche se non sei e sai di non poter essere Leopardi. André sostiene peraltro che nello spossessarsi di sé, e nello spossarsi a individuare la parola viva e centrale, il poeta debba scrollarsi di dosso le pastoie biografiche e gli egocentrismi, e sulla spinta di questo sforzo debba tendere a depositare i propri versi in un altrove d’universalità, un altrove che per ciò stesso si rivelerà profondamente etico: il poeta ha sempre una tensione metafisica, verso l’oltre e l’altro, verso il limite che si supera ogni volta constatandone l’insormontabilità. Col suo secondo libro, “Le vetrate di Saint Denis” (che è stato definito un microromanzo in versi e con struttura a spirale), André sostiene d’aver voluto dar voce a un coro muto, ai dimenticati, alle bricole della Storia, alle biografie cancellate che dalla Storia sono escluse e che tuttavia nella Storia sono presenti: i minatori, i senza terra, i non protagonisti, costoro Andrè ha voluto rendere protagonisti di una polifonia esistenziale dal respiro universale. A quattro ore dall’inizio del nostro incontro, i rumori e i profumi che annunciano il rito domestico del pasto serale ci distraggono e ci suggeriscono di interrompere, ed è davvero un rammarico non poter accettare l’invito a restare per parlare di quegli amici in comune – Antonio Alleva, Leandro di Donato, Roberto Michilli, Fausto Cheng (con i primi tre ha partecipato all’antologia “4 poeti abruzzesi”, pubblicata nel 2004 dalle Edizioni Orizzonti Meridonali) – su cui pure ci eravamo promessi di tornare, dopo gli accenni inziali. Ma tant’è, e ci salutiamo mentre il nevischio di nuovo sfiora le finestre. |

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