"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
19dic
![]() di Daniela Di Pietrantonio |
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È ancora in corso il tour dei Take That, che il 23 e 24 ottobre ha toccato anche Bologna e Milano, riportando nel nostro paese, dopo dodici anni, il gruppo europeo più famoso degli anni ’90, tornato inaspettatamente sulla scena musicale l’autunno scorso. I Take That hanno sempre fatto degli show live un punto di forza, basato su coreografie sensuali, giochi di luci e costumi particolarissimi. E come negli anni ’90, anche stavolta Mark Owen, Gary Barlow, Howard Donald e Jason Orange hanno regalato ai fans non solo un concerto, ma un vero e proprio spettacolo. Sul palco è un susseguirsi di scenografie interattive. Tra tutte spicca quella di “Never Forget ”, con i quattro che camminano all’infinito su un tapis roulant, mentre sul pannello alle loro spalle viene proiettata una strada, lungo la quale passeggiano insieme a importanti personaggi del passato (Charlie Chaplin, Audrey Hepburn), creando illusioni di continuità tra palco e schermo. I balletti sono provocanti e spettacolari, con Howard e Jason che, a quasi quarant’ anni, si lanciano in una lap dance acrobatica che lascia il pubblico senza fiato! Il palco si affolla di numerose figure: ballerini, musicisti e l’ottimo cantante Lloyd Wade, che interviene nella nuova versione di “Relight My Fire”, remixata con “Crazy” di Gnarls Barkley e illuminata da veri fuochi accesi sul palco e maneggiati dagli stessi Take That. L’elemento più spettacolare, però, è il secondo palco, posizionato proprio in mezzo alla folla, a cui si accede attraverso una lunga passerella sospesa: di volta in volta lascia spuntare un pianoforte dal centro o si innalza per sospendere a tre metri d’altezza ballerine in tutù che lanciano fiori. Ma luci e acrobazie non offuscano, semmai esaltano, la centralità della musica. Le canzoni dell’ultimo album, più maturo e melodico, si mescolano con quelle storiche, quasi tutte cantate a squarciagola dal pubblico: dal nuovo singolo “Rule the world”, magico sotto la luce dei laser, alla classica “Back For Good”, che davvero tutti conoscono a memoria. Le storiche coreografie di “Sure” e “Pray” affiancano nuove versioni di vecchi successi: la ritmata “Could It Be Magic” diventa un lento toccante suonato da Gary al pianoforte e anche le canzoni meno esaltanti dei primi album trovano il loro perchè, come "Give Good Feeling", preceduta da un potente pezzo house proposto da Howard in veste di deejay. Come dodici anni fa la folla canta ogni canzone, urla e si emoziona, ma senza le scene di isteria di allora. In platea ci sono le fans di ieri, con qualche anno e molta maturità in più, i loro mariti e i loro figli, ma anche le ragazze di oggi, che hanno scoperto i Take That solo l’anno scorso. Il pubblico è parte integrante dello show, dato che il colpo d’occhio di ventimila mani alzate e il suono di diecimila voci che cantano insieme “Never Forget” o “Patience” non possono lasciare indifferenti. E poi ci sono quei quattro ragazzini diventati uomini, che scherzano, giocano e duettano con una platea che li segue da anni e ha vissuto questo show come un vero evento, un regalo inaspettato e impensabile fino a due anni fa, quando l’avventura Take That sembrava definitivamente archiviata. Alla fine negli occhi rimangono le luci, nelle orecchie i cori e nell’animo la convinzione che anche la carriera di una ex boy-band può ricominciare a quarant’anni. Meglio che a venti. |

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