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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 05/02/2010 @ 08:53:32, in Film, linkato 369 volte)


di Giulia Merisi

Gli amici trentenni de L’ultimo bacio sono tornati: adesso hanno quarant’anni e una vita che non ha visto realizzarsi i loro sogni di felicità. Dopo alcuni reciproci tradimenti Carlo e Giulia si sono separati. Entrambi hanno un compagno cui li lega un affetto (non un amore) e la paura di rimanere soli, anche se continuano a incontrarsi per via di Sveva, la figlioletta ormai decenne. Marco vive da anni una crisi coniugale, in parte dovuta al desiderio insoddisfatto di maternità della moglie che non esita a lasciarlo per andare a convivere con un ragazzo più giovane di lei e del quale rimane ben presto incinta. Livia, abbandonata da Adriano, si è ricostruita una vita attorno al figlio e all’amore di Paolo che invece si dibatte tra una depressione mai sconfitta e l’impegno nel negozio di oggetti sacri che ha sempre detestato. Dal canto suo Alberto si accontenta di un lavoro in un supermercato e delle solite storie di sesso che durano una notte o anche meno. In tutto ciò ricompare Adriano, dopo due anni passati in una prigione colombiana per aver tentato di imbarcarsi su un aereo con due chili di cocaina. E così l’avventura ricomincia, con esiti finali in bianco e nero. Dopo i due film “americani”, Muccino torna a raccontarci nel suo stile migliore, fatto di delicata crudezza, il mondo di questi uomini e queste donne che non hanno saputo coltivare il loro sogno e ora si trovano, ancora confusi, a fare i conti con i rispettivi fallimenti. Autore anche stavolta di soggetto sceneggiatura e regia, Muccino indaga, scopre e scarnifica i sentimenti con una scrittura scabra, diretta ed efficacissima. Si affida alla fotografia di un Arnaldo Catinari sempre più maestro dell’immagine e al montaggio dominato e scandito di Claudio Di Mauro, oltre che alla stessa squadra di attori dell’Ultimo bacio (a parte la Puccini). Oggi come allora ciascuno riesce a dare corpo e anima al proprio personaggio. Il risultato è un film di pregio illuminato dall’ironia dolente di chi vuol credere in un domani migliore. Unica pecca: un finale troppo “allungato”.

BACIAMI ANCORA di Gabriele Muccino, con Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pier Francesco Favino, Claudio Santamaria. ITALIA 2010.
 
 Galaad Edizioni (del 06/10/2009 @ 17:49:45, in Film, linkato 426 volte)


di Giulia Merisi
Settembre in Italia è il mese in cui i cinema sono solitamente “occupati” dalle pellicole presentate al Festival di Venezia e così anche quest’anno Il grande sogno e Baaria, supportati da una pubblicità ossessiva, hanno lasciato poco spazio agli altri film, tra cui l’ ultimo di Woody Allen, uscito quasi in sordina. Ad accoglierci il consueto ambiente della medio - alta borghesia newyorkese. Il protagonista, Boris, è un professore di fisica dal passato glorioso che un giorno decide di abbandonare tutto, moglie e figlia comprese, per trasferirsi in un quartiere “alternativo”, vivacchiando con i soldi che racimola dando lezioni di scacchi ai bambini nel parco. Finché una sera, nel rincasare, incontra Melodie, una ragazza appena arrivata in città dal Mississippi in cerca di fortuna. Sebbene controvoglia, Boris l’accoglie in casa e inizia così un’improbabile convivenza che porterà ben presto al matrimonio il professore ipocondriaco, pessimista fino al nichilismo e sprezzante verso un’umanità stolta e ignorante, e la giovane donna, che ne sopporta con affettuosa pazienza le bizze e spesso anche le offese. Ciononostante s’instaura tra i due un rapporto che arricchirà entrambi. E anche se l’arrivo della madre e poi del padre di Melodie incrinerà questo strano equilibrio, nel finale si ritroveranno tutti uniti nel coraggio (e nel piacere) di imparare a vivere senza soggiacere alle convenzioni. Dopo un paio di prove francamente grigie, Woody Allen torna allo stile che più gli si confà: torna a girare in quello che per lui è il set “naturale” dei suoi film, New York, e torna alla commedia esistenzialista dai toni pastello tendenti al nero. Affida a Boris le sue invettive contro la vanità del mondo e il suo invito ad afferrare quei pochi granelli di felicità che la vita ci concede. La regia non delude, viceversa la sceneggiatura avrebbe avuto bisogno di qualche sforbiciata qua e là per evitare di appesantire i dialoghi che gli interpreti però (“le” interpreti in particolare), “maneggiano”con brillantissima nonchalance. Non sarà il miglior Allen, ma un Allen d’annata decisamente sì. Per amanti di un cinema fatto bene.

BASTA CHE FUNZIONI di Woody Allen, con Larry David, Patricia Clarkson, Evan Rachel Wood, Micheal Mc Kean, USA 2009.
 
 Galaad Edizioni (del 12/02/2009 @ 18:43:19, in Film, linkato 459 volte)


di Giulia Merisi

Chi si aspetta il classico kolossal americano adatto a un pubblico sempliciotto e poco acculturato rimarrà deluso, giacché Operazione Valchiria è la felice dimostrazione di come si possano usare i potenti mezzi di una major (in questo caso la MGM) per realizzare un progetto di spessore.
Il film narra del più noto, e anch’esso fallito, attentato ad Adolf Hitler. L’ azione prende l’avvio nel 1943 in Tunisia, dove il colonnello Claus Von Stauffenberg è     stato trasferito dopo aver combattuto da valoroso sul fronte europeo. Ferito gravemente durante un attacco aereo perde un occhio, la mano destra e due dita della sinistra, ma sopravvive. Al suo rientro a Berlino viene avvicinato da alcuni alti ufficiali, convinti che l’unica via d’uscita da una guerra ormai persa sia uccidere il Fuhrer, e a tal fine gli chiedono di unirsi a loro in quella che diventerà “Operazione Valchiria”. Von Stauffenberg, che tra l’ altro è sposo pacatamente felice e padre di quattro figli, sulle prime è incerto; teme infatti non solo che la soluzione propostagli possa non andare a buon fine, ma anche che in caso di fallimento possa causare la tragica fine dei suoi cari. Poi però accetta e diventa il vero artefice di ogni decisione, l’unico mai davvero sfiorato dal dubbio.
Il film è solido, ben girato. Del resto Singer è regista che conosce l’uso intelligente della macchina da presa, e la sceneggiatura giustamente asciutta del duo McQuarrie-Alexander lo aiuta non poco. Allo stesso modo il montaggio e la musica, entrambi di John Ottman, contribuiscono a dare il ritmo della suspense e rendono benissimo il clima di sospetto e di paura generalizzata che dominava una Berlino prossima alla catastrofe. Per quanto concerne gli attori, Tom Cruise si dimostra per l’ennesima volta privo di sfumature espressive, a differenza del trio inglese Branagh–Stamp-Wilkinson, che dà lezioni di recitazione ad ogni sguardo. Ma nonostante ciò, nonostante i succitati meriti, il film rimane ben lontano dal cuore dello spettatore.
Una postilla. Anche se solitamente i critici non lo fanno, io vorrei spendere una parola a favore dei doppiatori. Bravi. Stavolta, più di altre.

OPERAZIONE VALCHIRIA di Bryan Singer, con Tom Cruise, Kenneth Branagh, Tom Wilkinson, Terence Stamp, USA 2008.

 
 Galaad Edizioni (del 31/10/2008 @ 16:59:58, in Film, linkato 627 volte)


di Giulia Merisi

All’amore, o meglio alla fine di un amore, è dedicata quest’opera di Maria Sole Tognazzi presentata con grande pompa al terzo Festival Internazionale del Film di Roma.
Siamo a Torino. Il protagonista è Roberto, trentenne che di professione fa il farmacista. All’inizio lo troviamo dolcemente perso in quel mare di emozioni che è l’innamoramento, quando si guarda alla persona amata come fosse il sole, la luna e l’ universo intero e averla accanto significa godere di una felicità piena. Tutto sembra procedere per il meglio, anche perché dopo qualche mese di frequentazione Roberto ha chiesto a Sara di andare a vivere insieme e lei ha accettato. Ma all’improvviso le cose cambiano e lui viene abbandonato. Il motivo è di una semplicità disarmante: Sara non lo ama più. Alla felicità allora si sostituisce la disperazione, giacché il pensiero di una vita senza di lei gli è insopportabile. Poi, un brusco passo indietro, a quando qualche mese prima era stato lui a lasciare Alba (la donna con cui viveva da tre anni) con la stessa motivazione, perché aveva smesso di amarla.
Orbene: il tema scelto è sconfinato, sfuggente, insidioso. Per chiunque. A maggior ragione per chi è sprovvisto della necessaria leggerezza di scrittura, come lo sono evidentemente Tognazzi e Cotroneo, coautori di soggetto e sceneggiatura. Con la conseguenza che i dialoghi sembrano spesso fredde didascalie a margine di un film che non coinvolge. Neppure le musiche di Carmen Consoli (di solito dotate di ben altra forza) riescono a dargli un po’ di vivezza, nonostante qualche vigorosa sottolineatura qua e là. Passando agli interpreti, Favino ormai non ha nulla da dimostrare, è un attore maturo e completo; la Rappoport conferma, qualora ce ne fosse bisogno, le sue notevoli doti attoriali, e per quanto riguarda la Bellucci, che sia una donna splendida è sotto gli occhi di tutti, che sia un’attrice dai limitati mezzi espressivi è altrettanto chiaro a chi sa un po’ di cinema.

In conclusione, un film sostanzialmente deludente se si eccettua la fotografia di Arnaldo Catinari. Splendida nei suoi toni d’un grigio cristallino.

L’UOMO CHE AMA, di Maria Sole Tognazzi, con Pierfrancesco Favino, Ksenia Rappoport, Monica Bellucci, Italia 2008.

 
 Galaad Edizioni (del 07/10/2008 @ 11:47:24, in Film, linkato 701 volte)


di Giulia Merisi

Finalmente! Finalmente un film che non ripropone lo stereotipo stanco di un’umanità che corre, parla (di sciocchezze varie) al cellulare,mangia cibi surgelati a pranzo e cena. Finalmente un film scritto con l’intelligenza attenta per nulla accondiscendente tipica della miglior commedia all’italiana, guardando alla vecchiaia per quella che è: un’età senza un vero futuro, ma meno amara se nutrita di piccole gioie.
Il protagonista Gianni, è un cinquantenne che vive con la madre vedova. Tutto ha inizio alla vigilia di Ferragosto in una Roma bollente e semideserta. Quando l’amministratore del condominio in cui i due abitano propone a Gianni di tenergli per un paio di giorni la madre, in cambio gli scalerà alcune delle molte spese condominiali non ancora pagate. Seppure a malincuore lui accetta. Sennonché, approfittando della situazione, l’amministratore oltre alla madre porta anche la zia, e per tacitare le giustificate obiezioni di Gianni gli offre in aggiunta del danaro. Alla simpatica compagnia si aggrega in extremis anche la madre di un amico di Gianni, che gliela affida tra mille raccomandazioni. Ma i caratteri delle donne sono spigolosi e organizzare una tranquilla convivenza non sarà facile. Finché la voglia di parlare e la buona tavola frequentata con sana lentezza le avvicineranno. Aprendo a un finale che sa di dolceamaro.
Gianni Di Gregorio, già sceneggiatore di Garrone (qui in veste di produttore), esordisce con questo film che è un esempio di perfetta autarchia: suoi sono infatti soggetto, sceneggiatura e regia, oltreché la parte del protagonista. Non solo, all’ultimo Festival di Venezia arriva e vince il premio Luigi De Laurentiis per la miglior opera prima. Della serie “Quando le idee e il saper lavorare pagano”. All’esordiente stagionato, così si è autodefinito quando ha ritirato il premio, un grande applauso. A lui, come pure alle quattro protagoniste, tutte rigorosamente ultrasettantenni, e tutte alla loro prima esperienza cinematografica. Senza di loro il film non avrebbe quel brio canagliesco che incanta.

PRANZO DI FERRAGOSTO, di Gianni Di Gregorio, con Gianni Di Gregorio, Valeria De Franciscis, Marina Cacciotti, Maria Calì, Grazia Cesarini Sforza, Italia 2008.

 
 Galaad Edizioni (del 22/09/2008 @ 20:51:05, in Film, linkato 686 volte)


di Giulia Merisi

Con questo film prodotto scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen, si è aperta l’ultima edizione del Festival di Venezia. Degna conclusione, ha ironizzato Clooney in conferenza stampa, della “trilogia dell’idiota”; alludendo ai due film girati in precedenza con i fratelli Coen: nel primo era un novello Ulisse maniaco dei propri capelli, nel secondo un avvocato divorzista ossessionato dalla cura dei denti.
Stavolta ci sono tre storie dapprima parallele, poi che si intersecano. Si apre con l’agente della CIA Cox (Malkovich), rimosso dalla missione affidatagli nei Balcani perché dedito all’alcool; non soddisfatto dell’incarico che gli viene offerto in alternativa, preferisce andarsene. Ovviamente informa della decisione la moglie (Swinton) la quale, furente, comincia a organizzarsi in vista di un eventuale divorzio. E mentre lui è intento alla stesura delle sue memorie, lei prosegue nella relazione con l’altrettanto ammogliato agente federale Pfarrer (Clooney). Intanto in un centro fitness, l’impiegata Linda (McDormand) ha due uniche preoccupazioni: trovare un uomo tramite internet e trovare i soldi per sottoporsi a una serie di interventi di chirurgia estetica. E quando il collega e amico Chad (Pitt), si imbatte in un dischetto che sembra contenere informazioni riservate, pensa di aver risolto tutti i problemi: ricatteranno l’autore del CD e si procureranno i danari che occorrono a entrambi. Di qui una serie di inseguimenti ed equivoci.
Se in passato i Coen si erano divisi i compiti dedicandosi Joel alla sceneggiatura ed Ethan alla regia, in questo caso firmano a quattro mani sia l’una che l’altra. Il film è all’insegna di un’ironia leggera che tuttavia non graffia. E se non si ride, a stento si riesce a sorridere. Talvolta. Inoltre i passaggi troppo veloci, gli intrecci che spesso si affastellano, non giovano a una comprensione immediata della vicenda. Viceversa gli attori sono tutti, indistintamente, meritevoli solo di elogi. Ciascuno impegnato, con successo, a dare al proprio personaggio la giusta intensità.

BURN AFTER READING – A PROVA DI SPIA di Joel ed Ethan Coen, con George Clooney, Frances McDormand, John Malkovich, Tilda Swinton, Brad Pitt, USA 2008
 
 Galaad Edizioni (del 14/09/2008 @ 11:40:49, in Film, linkato 691 volte)


di Giulia Merisi

Presentato in concorso alla 65a Mostra d’arte cinematografica di Venezia, l’ultimo film di Ferzan Ozpetek è nelle sale già da alcuni giorni. Una scelta controcorrente per il cinema italiano che preferisce attendere la fine della manifestazione lagunare prima di proporre una pellicola al grande pubblico.
Tratta dall’omonimo romanzo di Melania Mazzucco, la vicenda si condensa nell’arco di ventiquattro ore. Al centro del racconto le vite di Emma e Antonio un tempo sposati e ora separati da circa un anno. Lui, poliziotto e caposcorta di un deputato, lei che si arrabatta tra vari lavori, tutti egualmente precari, per mantenersi e mantenere i due figli che le sono stati affidati e con i quali è tornata a vivere da sua madre. Il film si apre in un’atmosfera romana, cupa, già presaga della tragica fine verso cui si avvierà il “giorno perfetto” del titolo. Un giorno iniziato con una notte insonne, proseguito con il licenziamento dal call center presso cui lavorava e il tentativo di stupro da parte dell’ex-marito, poi denunciato ai Carabinieri. Così racconta Emma nel lungo incontro-confessione a Mara, professoressa d’italiano della figlia Valentina.

Un film quasi esclusivamente al femminile, che trae la sua maggior forza dalle interpretazioni delle attrici. Isabella Ferrari come Emma, usa gli occhi e un volto bagnato di dolore per dire di questa donna che un amore malato non smette di ferire. Monica Guerritore nella parte di Mara, è sguardo morbido e tagliente e una voce che sa di teatro. E se Nicole Grimaudo mostra una sicurezza che non ti aspetti, Stefania Sandrelli e Milena Vukotic si riconfermano per l’ennesima volta, “ splendide signore” della macchina da presa.
La mano amorevole di Ozpetek nella direzione degli attori c’è anche stavolta e si vede, ma non basta. Il film manca della necessaria compiutezza perché è la scrittura a non convincere. Mentre una particolare menzione merita la fotografia di Fabio Zamarion che illumina una Roma vista quasi sempre di notte, di luci nere e dure, facendone la cornice naturale del dramma.

UN GIORNO PERFETTO di Ferzan Ozpetek, con Valerio Mastandrea, Isabella Ferrari, Monica Guerritore, Nicole Grimaudo, Valerio Binasco, Italia 2008.

 
 Galaad Edizioni (del 11/08/2008 @ 14:55:36, in Film, linkato 467 volte)
Lo scafandro e la farfalla


Da vedere perché...

Ci sono persone che riescono a emozionarsi alla vista di un battito di ciglia.

Quando il pensiero langue e il corpo offeso non reagisce agli stimoli, un atto creativo può restituirci all’originaria compiutezza. Ogni passo avanti nell’espressione di se stessi è una sfida alle leggi di gravità. Anche se il corpo è inchiodato al suolo, la mente può librarsi in volo con la leggerezza di una farfalla e condurci in luoghi che mai avremmo immaginato di poter raggiungere. Quanta fede, quanta immaginazione in quel primo battito d’ali; ma abbiamo trovato il coraggio di compierlo e ora un’energia nuova vibra in ogni cellula del nostro essere, rinnovandoci nel profondo. E’ l’incipit di ogni evoluzione.

Lo scafandro è l’involucro che ci avvolge quando ci facciamo vincere dalle nostre paure.

La farfalla è l’energia creativa, la vera essenza dell’uomo. 

Tre sequenze saranno eternamente presenti nella mia memoria:

1) L'occhio cucito.

2) Il fascino della ragazza bionda davanti al mare.

3) La mosca sul naso.

Paura. Bellezza. Ossessione.

Pensate che la maggior parte degli uomini riuscirà a cogliere il ruolo fondamentale delle donne in questo film? Tutto dipende da quanto saremo accorti nel guardare, e non solo con gli occhi.

Quando il cambiamento ci travolge una parte di noi muore; ma se si ha la capacità di trovare, nelle tenebre del dolore, un nucleo di luce pura, ecco che inaspettatamente nasce una persona nuova.

Il battito d’ali di una farfalla modifica l’universo.
 
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"Nessuno può mai essere veramente ferito se non da ciò che altera la sua natura."
(Storia di una fattoria africana, Olive Schreiner)

"Nessuno sa quante ribellioni fermentano nelle masse di esseri viventi che popolano la terra."
(Jane Eyre, Charlotte Bronte) 

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