"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
![]() di Giulia Merisi |
Gli amici trentenni de L’ultimo bacio sono tornati: adesso hanno quarant’anni e una vita che non ha visto realizzarsi i loro sogni di felicità. Dopo alcuni reciproci tradimenti Carlo e Giulia si sono separati. Entrambi hanno un compagno cui li lega un affetto (non un amore) e la paura di rimanere soli, anche se continuano a incontrarsi per via di Sveva, la figlioletta ormai decenne. Marco vive da anni una crisi coniugale, in parte dovuta al desiderio insoddisfatto di maternità della moglie che non esita a lasciarlo per andare a convivere con un ragazzo più giovane di lei e del quale rimane ben presto incinta. Livia, abbandonata da Adriano, si è ricostruita una vita attorno al figlio e all’amore di Paolo che invece si dibatte tra una depressione mai sconfitta e l’impegno nel negozio di oggetti sacri che ha sempre detestato. Dal canto suo Alberto si accontenta di un lavoro in un supermercato e delle solite storie di sesso che durano una notte o anche meno. In tutto ciò ricompare Adriano, dopo due anni passati in una prigione colombiana per aver tentato di imbarcarsi su un aereo con due chili di cocaina. E così l’avventura ricomincia, con esiti finali in bianco e nero. Dopo i due film “americani”, Muccino torna a raccontarci nel suo stile migliore, fatto di delicata crudezza, il mondo di questi uomini e queste donne che non hanno saputo coltivare il loro sogno e ora si trovano, ancora confusi, a fare i conti con i rispettivi fallimenti. Autore anche stavolta di soggetto sceneggiatura e regia, Muccino indaga, scopre e scarnifica i sentimenti con una scrittura scabra, diretta ed efficacissima. Si affida alla fotografia di un Arnaldo Catinari sempre più maestro dell’immagine e al montaggio dominato e scandito di Claudio Di Mauro, oltre che alla stessa squadra di attori dell’Ultimo bacio (a parte la Puccini). Oggi come allora ciascuno riesce a dare corpo e anima al proprio personaggio. Il risultato è un film di pregio illuminato dall’ironia dolente di chi vuol credere in un domani migliore. Unica pecca: un finale troppo “allungato”. BACIAMI ANCORA di Gabriele Muccino, con Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pier Francesco Favino, Claudio Santamaria. ITALIA 2010. |
![]() di Giulia Merisi |
| Settembre in Italia è il mese in cui i cinema sono solitamente “occupati” dalle pellicole presentate al Festival di Venezia e così anche quest’anno Il grande sogno e Baaria, supportati da una pubblicità ossessiva, hanno lasciato poco spazio agli altri film, tra cui l’ ultimo di Woody Allen, uscito quasi in sordina. Ad accoglierci il consueto ambiente della medio - alta borghesia newyorkese. Il protagonista, Boris, è un professore di fisica dal passato glorioso che un giorno decide di abbandonare tutto, moglie e figlia comprese, per trasferirsi in un quartiere “alternativo”, vivacchiando con i soldi che racimola dando lezioni di scacchi ai bambini nel parco. Finché una sera, nel rincasare, incontra Melodie, una ragazza appena arrivata in città dal Mississippi in cerca di fortuna. Sebbene controvoglia, Boris l’accoglie in casa e inizia così un’improbabile convivenza che porterà ben presto al matrimonio il professore ipocondriaco, pessimista fino al nichilismo e sprezzante verso un’umanità stolta e ignorante, e la giovane donna, che ne sopporta con affettuosa pazienza le bizze e spesso anche le offese. Ciononostante s’instaura tra i due un rapporto che arricchirà entrambi. E anche se l’arrivo della madre e poi del padre di Melodie incrinerà questo strano equilibrio, nel finale si ritroveranno tutti uniti nel coraggio (e nel piacere) di imparare a vivere senza soggiacere alle convenzioni. Dopo un paio di prove francamente grigie, Woody Allen torna allo stile che più gli si confà: torna a girare in quello che per lui è il set “naturale” dei suoi film, New York, e torna alla commedia esistenzialista dai toni pastello tendenti al nero. Affida a Boris le sue invettive contro la vanità del mondo e il suo invito ad afferrare quei pochi granelli di felicità che la vita ci concede. La regia non delude, viceversa la sceneggiatura avrebbe avuto bisogno di qualche sforbiciata qua e là per evitare di appesantire i dialoghi che gli interpreti però (“le” interpreti in particolare), “maneggiano”con brillantissima nonchalance. Non sarà il miglior Allen, ma un Allen d’annata decisamente sì. Per amanti di un cinema fatto bene. BASTA CHE FUNZIONI di Woody Allen, con Larry David, Patricia Clarkson, Evan Rachel Wood, Micheal Mc Kean, USA 2009. |
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Chi si aspetta il classico kolossal americano adatto a un pubblico sempliciotto e poco acculturato rimarrà deluso, giacché Operazione Valchiria è la felice dimostrazione di come si possano usare i potenti mezzi di una major (in questo caso la MGM) per realizzare un progetto di spessore. |
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All’amore, o meglio alla fine di un amore, è dedicata quest’opera di Maria Sole Tognazzi presentata con grande pompa al terzo Festival Internazionale del Film di Roma. |
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Finalmente! Finalmente un film che non ripropone lo stereotipo stanco di un’umanità che corre, parla (di sciocchezze varie) al cellulare,mangia cibi surgelati a pranzo e cena. Finalmente un film scritto con l’intelligenza attenta per nulla accondiscendente tipica della miglior commedia all’italiana, guardando alla vecchiaia per quella che è: un’età senza un vero futuro, ma meno amara se nutrita di piccole gioie. |
![]() di Giulia Merisi |
Con questo film prodotto scritto e diretto da Joel ed Ethan Coen, si è aperta l’ultima edizione del Festival di Venezia. Degna conclusione, ha ironizzato Clooney in conferenza stampa, della “trilogia dell’idiota”; alludendo ai due film girati in precedenza con i fratelli Coen: nel primo era un novello Ulisse maniaco dei propri capelli, nel secondo un avvocato divorzista ossessionato dalla cura dei denti. BURN AFTER READING – A PROVA DI SPIA di Joel ed Ethan Coen, con George Clooney, Frances McDormand, John Malkovich, Tilda Swinton, Brad Pitt, USA 2008
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![]() di Giulia Merisi |
Presentato in concorso alla 65a Mostra d’arte cinematografica di Venezia, l’ultimo film di Ferzan Ozpetek è nelle sale già da alcuni giorni. Una scelta controcorrente per il cinema italiano che preferisce attendere la fine della manifestazione lagunare prima di proporre una pellicola al grande pubblico. |
| Lo scafandro e la farfalla |
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| Da vedere perché... Ci sono persone che riescono a emozionarsi alla vista di un battito di ciglia. Quando il pensiero langue e il corpo offeso non reagisce agli stimoli, un atto creativo può restituirci all’originaria compiutezza. Ogni passo avanti nell’espressione di se stessi è una sfida alle leggi di gravità. Anche se il corpo è inchiodato al suolo, la mente può librarsi in volo con la leggerezza di una farfalla e condurci in luoghi che mai avremmo immaginato di poter raggiungere. Quanta fede, quanta immaginazione in quel primo battito d’ali; ma abbiamo trovato il coraggio di compierlo e ora un’energia nuova vibra in ogni cellula del nostro essere, rinnovandoci nel profondo. E’ l’incipit di ogni evoluzione. Lo scafandro è l’involucro che ci avvolge quando ci facciamo vincere dalle nostre paure. La farfalla è l’energia creativa, la vera essenza dell’uomo. Tre sequenze saranno eternamente presenti nella mia memoria: 1) L'occhio cucito. 2) Il fascino della ragazza bionda davanti al mare. 3) La mosca sul naso. Paura. Bellezza. Ossessione. Pensate che la maggior parte degli uomini riuscirà a cogliere il ruolo fondamentale delle donne in questo film? Tutto dipende da quanto saremo accorti nel guardare, e non solo con gli occhi. Quando il cambiamento ci travolge una parte di noi muore; ma se si ha la capacità di trovare, nelle tenebre del dolore, un nucleo di luce pura, ecco che inaspettatamente nasce una persona nuova. Il battito d’ali di una farfalla modifica l’universo.
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