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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 19/04/2011 @ 11:41:00, in Interviste, linkato 515 volte)


intervista di Simone Gambacorta
Chi lavora dietro le quinte, lì dove lo sguardo dei molti non arriva o arriva di sfuggita, impara ad amare il sapore dell’operosità silenziosa e a compiere i mille gesti che preludono alla nascita di qualcosa. Un regista, uno sceneggiatore, un editore hanno lo sguardo dei padri che osservano i figli camminare da soli. E quando le cose vanno bene, quando i traguardi iniziano pian piano ad essere raggiunti, chi lavora dietro le quinte torna a tessere nuove idee, iniziando da capo, ancora una volta, col sostegno di un entusiasmo rinnovato. Tullio Pironti è un editore che ha fatto del proprio lavoro una scelta e una scommessa: entrambe vinte, come dimostra la sua storia professionale. In questa intervista, Pironti parla di sé e della propria esperienza, senza tralasciare chiose sullo stato attuale dell’editoria italiana e sul suo rapporto con Napoli.

Nel leggere il Suo “Libri e cazzotti” (Pironti, Napoli 2005) ho avuto l’impressione che Lei abbia in qualche modo assimilato l’editoria, la Sua editoria, al pugilato. Visto che nel libro parla anche di momenti difficili della sua esperienza di editore, vorrei sapere se dall’esperienza pugilistica ha ricavato strumenti “teorici” che le hanno giovato nell’ambito editoriale.
«Il pugilato mi ha insegnato a stringere i denti, a reagire nei momenti difficili, ma mi ha insegnato anche la lealtà e la semplicità, due punti di forza nel rapporto con gli altri».

I Suoi libri hanno spesso riscosso ampio successo. Tuttavia, Lei non ha mai ceduto a una strategia commerciale, piuttosto mi pare si sia sempre fidato del suo istinto, o di quello di alcuni amici, come Giuseppe Marrazzo, Silvia Kramar e Francesco Durante. Qual è stata e qual è la politica editoriale di Tullio Pironti?
«Fare l’editore a Napoli è difficile, ed io, come tanti napoletani, mi sono “inventato” questo mestiere, senza mezzi e senza progetti. Sin dall’inizio la mia politica editoriale è stata caratterizzata dalla pubblicazione di libri di denuncia e, successivamente, scommettendo con me stesso, ho portato in Italia autori allora sconosciuti ma entrati poi nei cataloghi dei grandi editori. Devo riconoscere, comunque, che ho avuto la fortuna di conoscere persone giuste che mi hanno dato consigli giusti».

Un libro di Valentino Bompiani s’intitola “Il mestiere dell’editore” (Longanesi, Milano 1988). Cos’è per Lei “il mestiere dell’editore”? E quali prospettive ha, oggi, in Italia, questo mestiere?
«Il “mestiere dell’editore” dovrebbe essere quello di capire prima degli altri come si sta orientando il gusto dei lettori. Anche se i primi ad avvertire il cambiamento degli interessi del pubblico sono i librai. Chi in Italia è riuscito ad essere grande editore e a fare dell’editoria un mestiere, ha basato la sua editoria sulle tendenze del momento. Il piccolo editore, invece, spesso si muove in modo diverso: è lui che propone un percorso culturale, a volte senza tener conto del mercato».

Ma il “mestiere dell’editore” si impara sul campo o si può apprendere anche all’Università, come suggerirebbero i master e corsi sull’argomento?
«L’Università certamente permette di acquisire il metodo e gli strumenti teorici per avvicinarsi a questo mondo, ma non possiamo dimenticare che i grandi editori, quelli che hanno fatto la storia dell’editoria in Italia, sono diventati tali grazie alle esperienze dirette e all’intuito, per me un elemento fondamentale in questo campo».

Qual era il panorama editoriale italiano quando iniziò a fare l’editore?
«Era un momento in cui, oltre al potere editoriale di Mondadori ed Einaudi, esisteva la grande realtà di Editori Riuniti. A quell’epoca i giovani erano molto impegnati politicamente. Poi d’un tratto il vento cambiò, le ideologie iniziarono a tramontare, e fu anche l’inizio del ridimensionamento di Editori Riuniti. A quel punto cominciò la scalata editoriale dell’Adelphi».

Ha avuto degli editori modello o è stato autodidatta?
«Sono stato autodidatta, forse anche per la mia megalomania»

Come ritiene sia cambiata l’editoria italiana da allora ad oggi?
«Dopo l’uscita di scena di Giulio Einaudi, che guidava la più grande casa editrice italiana, il nostro orgoglio nazionale, anche questa – come altre – iniziò a svolgere una politica editoriale in cui l’aspetto commerciale cominciava a prevalere sui contenuti culturali. Questo nuovo orientamento ha via via caratterizzato quasi tutto il mondo dell’editoria».

Nel saggio “Il lavoro editoriale”, Dario Moretti ha scritto: “il lavoro culturale di un editore consiste nel capire per tempo la cultura dei lettori, anche quando essa non si evolve nella direzione che l’editore, come uomo di cultura, preferirebbe”. Vorrei una Sua riflessione su questo punto.
«Indipendentemente dalla cultura dei lettori, ritengo che uno dei compiti di un editore, come di ogni intellettuale, dovrebbe essere quello di denunciare tutto quello che può danneggiare la società in cui vive. Chi non lo fa, tradisce il proprio ruolo. Anche attraverso i libri di narrativa si possono proporre o suggerire delle riflessioni etiche, politiche».

In quel libro Moretti evidenzia il fatto che l’editoria è oggi un’industria. Perciò le pongo tre domande? Primo, concorda con quell’opinione? Secondo, un’impostazione industriale dell’editoria (marketing, esternalizzazione del lavoro editoriale, ridistribuzione dei ruoli) è un’occasione da cogliere o una minaccia da evitare? Terzo, fino a che punto è disposto a considerare un libro come un mero prodotto da immettere nel circuito commerciale?
«Purtroppo devo ammettere che l’editoria oggi è un’industria. Per quanto riguarda la seconda domanda, penso che considerare l’editoria un’industria significa accettare, inevitabilmente, tutto ciò che concerne un’impostazione industriale. Per quanto riguarda la terza domanda, ammetto che a volte ho pubblicato libri in cui non credevo, ma che mi hanno garantito delle vendite discrete. Grazie a questi guadagni, ho poi potuto pubblicare libri che mi piacevano maggiormente, ma che avevano meno mercato. In questo senso un libro diventa per me un mero prodotto commerciale».

Lei è napoletano e da sempre lavora a Napoli. Quali sono stati i Suoi rapporti con gli scrittori e gli intellettuali napoletani?
«Sono stati rapporti fatti di incontri e scontri. In quello con Marcello d’Orta, ad esempio, c’è un po’ di rammarico. Ricordo che mi spedì il suo primo dattiloscritto, una descrizione di Napoli di appena trenta pagine. Era un lavoro, a prima vista, inconsistente, e non gli diedi nessuna risposta. Poco tempo dopo, lo stesso autore mandò un nuovo libro a tutti gli editori napoletani tranne che a me – lui, che era un mio ammiratore – perché ero stato così scortese da non rispondergli. Il nuovo libro era “Io speriamo che me la cavo”, che ha venduto milioni di copie ed è stato tradotto in circa venti Paesi. Quello con Peppe Lanzetta, invece, è stato un incontro più fortunato, anche se non fino in fondo. Pubblicai il suo primo libro, “Una vita postdatata”, che ebbe grande riscontro di pubblico, ma poi l’autore decise di “emigrare” da un grande editore, Feltrinelli. Voglio ricordare, infine, la mia grande amicizia con Joe Marrazzo. È con lui che è nata la mia casa editrice. Buona parte di quello che ho fatto, la devo a lui».

E fra gli intellettuali e gli scrittori italiani, a chi si è sentito più vicino?
«Non è che mi sia sentito particolarmente vicino a qualcuno, ma fra quelli che ho ammirato di più, oltre a Fernanda Pivano, c’è sicuramente Guido Ceronetti».

E con Napoli, intendo Napoli come città, quale rapporto ha, o quale avrebbe sperato di avere?
«Nel mio lavoro editoriale non ho mai perso di vista la mia città. Sognavo di dare a Napoli una casa editrice di importanza nazionale, ma realizzare questo progetto da solo era troppo difficile. Forse le istituzioni avrebbero potuto aiutarmi – sia dal punto di vista materiale che morale – come è stato fatto per la Sellerio dalla Regione Sicilia. Ma i rappresentati delle istituzioni napoletane forse nemmeno conoscevano autori come Raymond Carver, Naghib Mahfuz, Bret Easton Ellis, Philippe Sollers, Edmond Jabès: scrittori che per primo, con tanti sforzi, sono riuscito a portare in Italia».

A proposito di questi scrittori. Nella “Storia dell’editoria letteraria in Italia. 1945-2003”, Gian Carlo Ferretti afferma che Lei svolse “un ruolo significativo attraverso gli anni ottanta nell’esplorazione della nuova narrativa americana, muovendosi per primo o tra i primi verso autori come Don DeLillo e Bret Easton Ellis”. Come reagì il tessuto dei lettori e dei critici italiani alla diffusione di quei nomi?
«Così bene che ancora oggi devo la mia popolarità alla pubblicazione di questi straordinari autori».

Ma Lei ha anche pubblicato opere di Luzi, Spaziani, Sanguineti, Giuliani e Pivano. Cosa ha significato pubblicare nomi di quel calibro?
«Pubblicare libri di poesia è stato per me motivo di grande orgoglio. Una sfida, potrei dire, soprattutto perché è risaputo che la poesia non ha mercato».

Che rapporto sviluppa con i Suoi libri? Un rapporto paterno? Un rapporto sentimentale?
«E’ un rapporto basato sull’innamoramento, ed è proprio per questo che ho avuto diverse delusioni».

Cos’è che cambia, nell’interiorità e nella visione generale delle cose, ogni qual volta un editore vede un proprio libro venire alla luce?
«Ogni libro che viene alla luce è una nuova speranza, ci si augura sempre che venga accolto con favore, e tutta la fase preparatoria a questa uscita contribuisce ad alimentare questa speranza».

A questo punto, una domanda inevitabile: cos’è per invece per lei un libro?
«Un libro allena la mente, ti aiuta a pensare, a riflettere e a capire cose su cui prima magari non avevi mai posto la tua attenzione».

Nella penultima pagina di “Libri e cazzotti” Lei parla di una «sensazione» che si porta «appresso», cioè di «aver mancato l’ultimo traguardo». Qual è quest’ultimo traguardo?
«Spesso ho avuto la sensazione di essere sul punto di raggiungere quello cui ambivo. Ero pugile nella nazionale italiana insieme a Benvenuti, speravo di diventare un campione, ma un terribile ko distrusse il mio sogno. In campo editoriale, negli anni ’80, ero la grande speranza dell’editoria campana, ma anche questa è rimasta solo una speranza. I presupposti c’erano tutti, ma anche questa volta un terribile ko distrusse i miei sogni. Anche questo episodio è raccontato ampiamente nel mio libro, ma posso sintetizzarlo con il titolo di un articolo de “Il Manifesto” pubblicato il 16 luglio 1987: “P2, camorra, Vaticano. In molti contro Pironti, arrestato per poche lire”».

Come vede il futuro dei cosiddetti “piccoli editori”?
«Nero».

Ultima domanda: qual è stato, secondo Lei, il tratto più originale e distintivo della Sua Casa editrice?
«L’incoscienza».

[Intervista già pubblicata su «Sìlarus», a. XLVI (2006), n. 245-246, pp. 31-35]
 
 Galaad Edizioni (del 13/04/2011 @ 14:43:29, in Interviste, linkato 579 volte)


intervista di Simone Gambacorta
Alcide Pierantozzi, classe 1985, nato a San Benedetto del Tronto ma di famiglia abruzzese, vive e lavora a Milano. Ha pubblicato due romanzi: “Uno in diviso” (Hacca, 2006) e “L’Uomo e il suo amore” (Rizzoli, 2008), sul quale ha voluto rilasciarci questa intervista.

Vorrei iniziare dalle tue letture. Quali sono, fra gli ultimi che hai letto, i libri che ti sono piaciuti?
«Tra le ultime cose, quelle che tengo ancora affastellate sul comodino, c’è “negromante” di William Gibson, che avevo già letto un paio di anni fa. Poi “Un pollastro a Hollywood” di David Henry Sterry. Ho letto anche “Kammerspiel” di Paolo Colagrande, tra gli italiani, e svariati manoscritti di amici o persone incontrate in giro».

Parliamo invece delle letture fondanti, quelle che negli anni hai fatto “tue”: quali sono e cosa ti hanno dato?
«Le letture cosiddette fondanti, alla fine, sono davvero poche. Nel mio caso ci sono Dostoevskij e Pasolini prima di tutto e tutti, ma potrei dire anche Joyce e Carlo Emilio Gadda. Anche Burroughs, Bernhard, Collins, Parks, la Ortese, Ellis, Arbasino… In genere ho gusti abbastanza difficili, mi piacciono i libri la cui scrittura ha richiesto all’autore una fatica incalcolabile. Perché la letteratura è così: richiede una fatica incalcolabile».

Hai scritto due romanzi, e ne parleremo più avanti. Intanto vorrei chiederti questo: quando hai iniziato ad avvicinarti alla scrittura?
«Da bambino, a casa di mia nonna prendevo le sue agende, che spesso erano agende della Tercas (Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo, ndr), e scrivevo dei piccoli racconti o semplici pensieri. Il primo romanzo vero l’ho scritto a dodici anni, ma l’ho cestinato subito senza farlo leggere a nessuno. Prima di pubblicare un libro è necessario distruggerne un paio, che sono serviti da vaccino a molti errori di sostegno e linguistici. D’altra parte esordire non significa scrivere un primo libro e darlo alle stampe, ma significa anzitutto esordire con se stessi, e strappare da se stessi qualcosa di molto profondo che ci lega alla realtà. E’ difficile, e molti scrittori esordiscono al decimo, al ventesimo libro».

Come si è sviluppato negli anni, e in cosa si è precisato, il tuo rapporto con la scrittura, con l’atto dello scrivere?
«Con tanta fatica e determinazione, ogni giorno. Diciamo che a un certo punto, verso i quindici anni, ho proprio deciso che sarei diventato uno scrittore, e ho incanalato verso questa scelta tutta la mia vita, fino a escludere la scuola. Leggevo, leggevo, soprattutto molti testi di italianistica, grammatica e logica del linguaggio. Poi leggevo gli autori contemporanei per capire che cosa mi circondava».

La scrittura ha – per così dire, e perdona la semplificazione un po’ brutale – due dimensioni: una mentale, ossia il pensiero, e una materiale, ossia il riversare nero su bianco quanto elaborato col pensiero. Come convivono in te queste dimensioni? Vanno di pari passo? Oppure trascorre del tempo fra l’una e l’altra?
«Io sono uno scrittore molto prolifico, scrivo dalle venti alle trenta pagine al giorno, anche perché non lavoro mai meno di sette ore. Se scrivo di pomeriggio, la sera la dedico allo studio di alcune cose che mi servono per il romanzo. Riempio quaderni e file di schemi, tracce, testi, citazioni, appunti. Ho un metodo molto rigido e spesso uso delle sveglie per costringermi a non interrompere la scrittura prima che suonino. Rileggo e correggo tutto giornalmente, e anche dopo aver mandato il materiale al mio agente o agli editor intervengo nuovamente sul testo. In genere intervengo fino a poche ore prima di andare in stampa. A questo punto, date le ore che dedico al mio lavoro, non trascorre molto tempo – a volte una notte – tra l’elaborazione del pensiero e la stesura del testo».

Qual è la tua idea di romanzo? O meglio: qual è l’idea di romanzo che ritieni archetipica e qual è, invece, quella che tu ritieni oggi più capace di profondità?
«E’ difficile rispondere a questa domanda dopo il Novecento. C’è chi crede che la cosa migliore sia scrivere delle belle storie pulite e cinematografiche e chi tenta di rileggere la fine di tutta una tradizione per raccontare, o almeno tentare di farlo, il futuro che si prospetta per l’umanità. Io sono convinto di non poter scrivere più un libro come questo, dove ho svuotato perlomeno la mia giovinezza. Quindi non so rispondere, anche per un certo interesse verso altre forme romanzesche, più facili e tradizionali, che ho intenzione di sperimentare adesso».

“L’uomo e il suo amore” ti è costato tre anni di intenso lavoro: quando è partito tutto?
«È partito tutto a una piccola fiera dell’editoria a Belgioioso, dov’ero andato a presentare il mio romanzo precedente (“Uno in diviso”, Hacca, 2006, ndr). Ho visto una ragazzina che girava attorno a una fontana dalla mattina alla sera, e che era la figlia di uno degli editori che esponevano. Mi colpì molto. Di lì a poco sarebbe diventata Maria, la protagonista femminile del romanzo».

Nel romanzo c’è tutta una nervatura di citazioni e omaggi: da Joyce a Pasolini, da Parise a Lucrezio…Ma quante altre letture ci sono dentro? Anche non specificamente letterarie.
«Non sono neppure in grado di ricordarmele, perché lo studio per questo romanzo è stato “matto e disperatissimo”. Sicuramente c’è molta filosofia del ‘900, mediata e tradotta, quella che si intuisce dalle parti più complesse del testo».

Quali criticità hai voluto indagare con “L’Uomo e il suo amore”?
«Quattro. Il senso del morire per un uomo così vicino e così lontano alla cultura greco-cristiana, appunto Eugenio, che è albanese. Poi l’errore del niente, concetto sempre mediato dalla Grecia antica. Infine la lingua: dove può arrivare? Fino a che punto può dilatare un’immagine? E l’amore, ovviamente, che racchiude e lascia ancora una volta in sospeso tutte queste criticità».

Il romanzo è ancora capace di una “totalità”?
«Il romanzo è soprattutto adesso, in questo momento storico, capace di una totalità. Il progresso scientifico, promettendoci la felicità, apre alla letteratura un enorme interrogativo da risolvere: che cosa ti succederà quando sarai felice? Il terrore di perdere la felicità non sarà il tuo dolore più grande? Siamo punto a capo».

Conta più la trama o lo stile? Al di là del fatto che sia o meno un “grande stile”.
«La trama è lo stile. Quindi conta più lo stile, anche se per stile non intendo una ricercatezza studiata a tavolino, ma quello che viene fuori quando si è dato il meglio di sé. Nel senso che questa ricercatezza, che poi è davvero, ironicamente, studiata a tavolino (perché è al tavolo che si lavora ore ed ore di lima e cesello) ha dovuto fare i conti con quello che lo scrittore che è in noi ha tutte le intenzioni di raggiungere: magnetismi, lessici, plagi, toni e sospensioni».

Con la contemporaneità che attraversi, invece, come ti relazioni?
«Mi ci relaziono bene, ma la vivo con molto distacco quando cerca di promettermi l’impossibile. E non perché l’impossibile sia irrealizzabile, ma perché nasconde inquietudini ben più profonde».

(Intervista rilasciata il 9 giugno 2008 in occasione della presentazione del romanzo al Festival letterario Lib[e]ri di Teramo)
 
 Galaad Edizioni (del 02/04/2011 @ 09:40:10, in Interviste, linkato 647 volte)
Massimo Raffaeli

intervista di Simone Gambacorta

Massimo Raffaeli è uno dei più noti critici letetrari italiani. Collaboratore del quotidiano «Il manifesto» e di altre testate, ha pubblicato numerosi libri, fra i quali sono almeno da ricordare “Novecento italiano” (Sossella 2001), “Don Chisciotte e le macchine. Scritti su Paolo Volponi” (peQuod 2007) e “Compito d’italiano. Ricordi e letteratura” (Affinità Elettive 2007). In questa intervistaRaffaeli parla di sè, del suo modo di scrivere e soprattutto di pensare la critica letteraria.

Ne “L’infanzia di un critico”, primo scritto del suo “Compito di italiano”, lei scrive che i primi critici che ha davvero letto – “o tentato di decifrare” – sono stati Gianni Brera e Giulio Signori. Iniziamo da questo punto, che mi pare interessantissimo.
«La passione per lo sport è venuta prima della letteratura. Amavo il calcio, da bambino, il mio campione era Omar Sivori, ma mi piaceva anche la boxe, che poi ho praticato. Non ricordo il perché ma intorno ai tredici anni ho cominciato a leggere sul “Giorno” gli articoli di Brera e Signori: lì ho capito che si poteva raccontare lo sport ma anche discuterlo senza doverlo subire come fosse la religione – di tipo fondamentalista, oltretutto – che purtroppo oggi è. Anche se allora non lo sapevo, per me lo sport era letteratura. Guardavo le partite di calcio come stessi leggendo un romanzo, o viceversa. Il tifo, invece, mi è sempre parso il contrario della critica, perché è un credo idolatrico: mi faceva orrore e continua a farmelo. La critica è ironia, in senso etimologico, cioè giusto distacco, riflessione e relativo giudizio: in questo, il vecchio Montaigne penso resti insuperabile».

Quand’è stato che ha “capito” di dover fare il critico letterario?
«Lo sono diventato senza rendermene conto, o quasi. Quando hanno ammazzato Pasolini ho scritto una specie di articolo per il giornalino del liceo di Ancona: quello è stato un po’ il discrimine tra l’adolescenza (un periodo di letture molto fervide ma anche disordinate) e l’età adulta. Due anni dopo, mentre frequentavo l’università di Bologna, grazie al poeta Roberto Roversi che andavo a trovare alla Libreria “Palmaverde”, ho avuto la possibilità di scrivere un articolo sul “manifesto”: il pezzo non è dispiaciuto … fatto sta che sono passati trent’anni e ancora ci scrivo».

A parte Brera e Signori, ha avuto altri modelli?
«Quelli sono stati più che altro degli stimoli. Quanto ai “modelli”, non so proprio, la parola non mi piace. E’ vero invece che ho avuto dei maestri e, aggiungo, dei grandi maestri. All’università Fiorenzo Forti, un filologo di stile asciutto e quasi reticente che però mi ha messo in mano i ferri del mestiere; poi senz’altro Pier Vincenzo Mengaldo, vale a dire la connessione di filologia e critica condotta ai massimi livelli. Aggiungerei, tra quanti scrivevano sui giornali, Cesare Cases e Luigi Baldacci, di temperamento opposto ma entrambi portati sia al giudizio di valore sia a una grande chiarezza espositiva. Ma si tratta di fuoriclasse, inimitabili, fra i quali includo certamente Franco Fortini».

Viceversa, qualche esempio di come “non” si fa critica?
«Non si fa critica quando ci si dimentica che la parola significa, all’origine, “distinguere, valutare, giudicare”. Non è critica la scienza della letteratura e cioè la semplice decodifica, o trattamento formale, di un testo, come non è critica la scommessa infondata su di esso. La critica non è filologia né giornalismo, che ne sono dei prerequisiti: la critica è il cortocircuito tra i due elementi. Non è facile, perciò i critici sono pochi mentre i filologi sono molti, e così i giornalisti».

Cosa significa per lei essere un critico militante?
«Significa fare opera di mediazione, cercare di restituire, ogni volta, l’esperienza complessa di un testo. Cioè fare a me stesso e a chi legge delle domande: cosa effettivamente sto leggendo? Quale verità mi si manifesta, o meno? Una volta si diceva distinguere fra valore d’uso e di scambio. Oggi direi provare a distinguere tra ciò che è reperto o merce (Museo e Mercato) da ciò che è altro e li contraddice. Fosse facile. La cosiddetta età postmoderna è un’immensa discarica di merci e di reperti: “distinguere”, quando tutto è gettato e mescolato in un enorme pantano, è ancora più impervio del “giudicare”».

«Il saggio disteso e ripensato non è la mia misura», ha scritto nella premessa al suo libro. Perché?
«Per diversi motivi. Non ho mai sentito naturale lo scrivere, io scrivo lentamente, anche se scrivo molto, e mi costa fatica. Sono più portato alla sintesi che non all’analisi e prediligo la brevitas. Poi, paradossalmente, non ho mai avuto molto tempo a disposizione: leggo e scrivo non dico nei ritagli ma comunque in spazi-tempi sempre abbastanza compressi. Scrivo prevalentemente su un giornale e ciò comporta ritmi veloci. Sono per forza uno scrittore di note, di articoli, di pre- e post-fazioni, insomma di quelli che Gérard Genette, in “Soglie”, definisce “paratesti».

In quelle stesse pagine, qualche riga dopo, dichiara di non sentirsi un accademico: un’affermazione che – almeno a mio avviso – vale come una garanzia. La critica accademica è così arenata sulle proprie secche, così distante dalla “carne e il sangue” dei libri o degli autori…
«Non so se vale una garanzia. I difetti degli universitari (reclusione, filologismo) sono complementari a quelli degli altri (superficialità, trasandato giornalismo). Non è questione di un “ruolo”, ma della “funzione”. Oggi il ruolo direi che è ipertrofico, mentre la funzione è deficitaria»

Meglio, insomma, lo sdegno per la «monografia rotonda» a vantaggio di una «trattazione densa ed ellittica», come faceva Guido Guglielmi…
«Nessuno sdegno, ma la coscienza di una mia privata condizione. Guido Guglielmi, invece, non scriveva recensioni ma piuttosto dei saggi, talvolta stupendi. E’ stato un altro professore della mia università, poi un amico dal carattere astrale. Prima di morire ha scritto un libro su Leopardi, “L’infinito terreno”: ecco, quella è critica».

Ma cos’è la recensione, per lei?
«Qui mi vieto di rispondere. Direi, e non potrebbe essere altrimenti, che sono tutte quelle che ho scritto, tante e troppe oramai. Diffido delle considerazioni generali. “Non fa i vasi chi è vasaio ma, al contrario, è vasaio chi fa i vasi”, diceva Socrate. Cioè contano i fatti, non la volontà di fare, conta la funzione, non il ruolo, ancora una volta. Non si può dargli torto: se Montaigne è il padre della critica moderna, Socrate ne è l’antenato assoluto».

E un articolo su uno scrittore, lei come lo concepisce? E soprattutto, come lo costruisce? In “Compito di italiano” ho letto scritti su Pavese e Moravia che mi paiono dotati d’una profondità di visione che non ci si aspetterebbe da un articolo pensato per un giornale o per una rivista.
«C’è molta gentilezza nella sua domanda. Procedo semplicemente: leggo, prendo degli appunti, faccio una scaletta, poi mi metto a scrivere il pezzo dal principio alla fine. Tutto qui».

Parliamo di tempi: quanto ne impiega a scrivere una recensione? Va di getto? Oppure torna sulla pagina, fa varie stesure e alla fine licenzia?
«Ho detto prima che scrivo lentamente ma devo aggiungere che da quando ho abbandonato la vecchia Olivetti “lettera 35” per il computer sono anche diventato più veloce. Per un articolo di un’ intera pagina – grosso modo settemilacinquecento battute – mi occorre un pomeriggio, cioè quattro o cinque ore. La lentezza, relativa, sta nel fatto che non ritorno sulla frase o sul periodo ma vado avanti correggendo frase per frase, periodo per periodo. Certe volte è una lotta contro il tempo: l’altra settimana ho scritto il necrologio di Dante Isella – forse il più grande tra i filologi tout court – e ho dovuto farlo in tre ore, a memoria… lei capisce, è qualcosa di molto rischioso, persino di incosciente e temerario. Alcuni dicono di avere “il dono” della scrittura: io non ce l’ho mai avuto, continuo a fare molta fatica e, senza la brutta copia, non saprei scrivere nemmeno un biglietto di auguri».

Cos’è che “cerca” in un libro? Cos’è che un libro “deve darle” per convincerla?
«Ovviamente deve innanzitutto sorprendermi e colpirmi, a qualunque livello – emotivo o razionale che sia – cioè violare quegli automatismi percettivi che in chiunque faccia il mio mestiere sono molto consolidati»

E per conquistarla?
«E’ una parola grossa. Non so se dire purtroppo o per fortuna, ma capita molto di rado. Succede coi libri che ti segnano per sempre: nel mio caso, ad esempio, il “Diario” di Anne Frank, “Martin Eden” di Jack London, “Viaggio al termine della notte” di Céline, i “Canti” di Leopardi, le “Lettere dal carcere” di Gramsci, “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Ma si tratta, appunto, di classici».

Nel suo libro ricorrono alcuni nomi, sui quali dopo ci soffermeremo: tra di essi, quello di Francesco Scarabicchi. Scarabicchi, tra l’altro, pubblicò un volume intitolato “Il gioco, la pista e il segno”, una raccolta di “conversazioni critiche”. Ecco, a mio avviso l’intervista a uno scrittore è un genere saggistico. È d’accordo?
«Francesco Scarabicchi è un amico fraterno, oltre che un poeta di grande valore, e non è affatto un caso che “Compito di italiano” sia dedicato a lui. Quanto al genere dell’intervista, penso che, a suo modo, rientri nella saggistica. Qui riescono meglio le donne, ho notato: mi vengono in mente i libri di Grazia Cherchi – “Scompartimento per lettori e taciturni” – e di Francesca Borrelli – “Biografi del possibile” – forse perché le donne hanno maggiore interesse, rispetto agli uomini, verso gli esseri umani in carne ed ossa che si propongono di intervistare».

E di Franco Scataglini che mi dice?
«Dico che la sua è stata una presenza essenziale nella mia formazione. Continuo ad averne nostalgia. Non solo perché è stato fra i poeti più grandi del secolo scorso ma perché mi ha insegnato che o la letteratura è ricerca di una verità, una testimonianza integrale, oppure essa non è nulla, anzi è un’ambigua decorazione, un alibi o un falso».

Un altro rapporto importante mi pare sia stato quello con Pier Vincenzo Mengaldo…
«Cosa posso dire che non sia già stato detto? Chi non ha imparato dal suo grande ciclo saggistico “La tradizione del Novecento”? Mengaldo è da almeno vent’anni, per tutti noi, quello che sono stati per le generazioni precedenti Benedetto Croce, Gianfranco Contini, Giacomo Debenedetti, cioè i massimi esempi della critica, senza aggettivi».

C’è anche Luigi Pintor, grande giornalista e direi anche grande scrittore: “Il nespolo”, “Servabo”, “I luoghi del delitto”…
«Amava ripetere che su due cartelle dattiloscritte ce n’è sempre una di troppo. La sua era una scrittura classica, limpida, anche quando era costretto ad occuparsi di politica italiana, una materia sordida. Si è poi visto tutto il valore di Pintor nei libri di ricordi, così originali da costituire un genere a sé».

Come non parlare, a questo punto, del grandissimo Paolo Volponi: il suo scritto “I pensieri di Paolo” ha un finale commovente. Mi parla un po’ di lui?
«Non aveva un carattere facile ma era un uomo generoso, molto passionale. La sua era un’idea “politica” della letteratura, nel senso che la animava un interesse totale per la Polis e per lo stato di cose presenti. Non l’engagement, la letteratura di partito, ma la passione per il vivere e il lavorare dentro una comunità, questo gli premeva più di qualsiasi altra cosa».

A Volponi lei ha dedicato anche un raccolta di saggi. Che scrittore è stato, Volponi?
«Caso unico fra i nostri scrittori, Volponi ha raccontato l’Italia del dopoguerra nei suoi conflitti e nelle sue contraddizioni, nelle sue lacerazioni fra centro e periferia, industria e mondo agricolo-pastorale, Ivrea e Urbino. Penso a libri come “Memoriale”, “La macchina mondiale”, “Le mosche del capitale”: costituiscono nel loro insieme ciò che Franco Moretti ha chiamato, anni fa, “Opera-mondo”. Volponi è della schiatta dei Garcia Marquez, Philip Roth, Vargas Llosa, Uwe Johnson, Don DeLillo, ma la cultura italiana stenta a riconoscerlo».

Ha amato tanto anche Beppe Fenoglio…
«Sì, anche se devo confessare che l’ho letto molto tardi, grazie alle sollecitazioni di due critici più giovani di me, Gabriele Pedullà e Roberto Galaverni».

Abbiamo accennato a Pavese e Moravia, a Fenoglio e Volponi: cosa rappresentano questi nomi nel Novecento italiano?
«Aggiungerei uno scrittore che amo da sempre, Giorgio Bassani, insieme con Mario Soldati ma anche, specie per le pagine di memoria, Enzo Siciliano. Non so se costoro formino un Canone, parola dalla quale ci si dovrebbe astenere, dato l’abuso: per me incarnano un’etica, una civiltà della letteratura che oggi è inevitabile rimpiangere».

La sua è una bibliografia corposa. Immaginiamo lei si soffermi un attimo a riflettere su tutto quel che ha scritto: quali sono “le costanti” che crede emergano? Voglio dire: c’è un punto che le è sempre stato a cuore nel suo lavoro di critico letterario? Una “finalità”, per così dire.
«Un secolo fa Umberto Saba disse che “ai poeti resta da fare la poesia onesta”. Presumo sia così anche per la critica. “Onesta” vuol dire fondata, motivata: mi piacerebbe che prendere la parola, continuare a farlo, fosse da parte mia un atto di vera necessità, non solo di vanità».

Lei è anche traduttore. Cosa rappresenta per lei questo mestiere?
«Mi è già stato chiesto e ho risposto che lo faccio per non cadere in tentazione, cioè per impedirmi di scrivere i libri che in realtà non so scrivere, come succede a certi critici che di punto in bianco pubblicano un loro romanzo o una raccolta di poesie: con risultati, di solito, decisamente mediocri. Tradurre è un atto di grande complessità, è un cimento che ha dell’ossessivo: devi stare sulla pagina, confrontarti col testo originale parola per parola, e intanto guardare all’insieme, ad ogni riga devi “scegliere, valutare, giudicare”. Vede, siamo alla critica, da capo».

Quali sono i francesi che più ha amato?
«Quelli che ho tradotto o tentato di tradurre, i francesi della linea anti-cartesiana, da Céline e Genet a Raymond Queneau, Roger Nimier e Tony Duvert. Certo, adoro Marcel Proust ma lì non saprei proprio dove mettere le mani, quella per me è una parete troppo liscia: per fortuna a tradurlo ha già provveduto, anche se a rischio della sua stessa vita, Giovanni Raboni».

La narrativa italiana d’oggi come le sembra?
«Credo che l’ultimo grande romanzo italiano l’abbia scritto Franco Cordelli, “Un inchino a terra”, un’opera davvero magnanima, un libro che sul serio parla al nostro presente. La narrativa in questo paese vive da sempre di eccezioni, sia pure di vistose eccezioni: a differenza di altre letterature, è lo standard del romanzo che risulta carente o inadeguato. Tuttavia fra i miei coetanei, o all’incirca, ci sono fisionomie di rilievo: penso a un libro bellissimo come “Luisa e il silenzio” di Claudio Piersanti, a “Maggio selvaggio” di Edoardo Albinati, a “Campo del sangue” di Eraldo Affinati, ai libri di scrittori geograficamente laterali ma di notevole spessore come Gilberto Severini, Francesco Permunian, Angelo Ferracuti».

Quali sono gli autori d’altre letterature – sudamericana, americana – che le piacciono?
«Pur essendo tutt’altro che un lettore onnivoro, non saprei da dove cominciare. Avessi la bacchetta magica, mi piacerebbe avere scritto io “The Assistant” di Bernard Malamud, voglio dire un’opera che abbia quella intensità e, insieme, quella esattezza. Invecchiando qualunque critico corre il rischio di diventare come un vecchio cuoco che non sente più i sapori. Tuttavia l’estate scorsa sono stato in vacanza nelle Fiandre e ho scoperto, per puro caso, i romanzi di Hugo Claus, “La sofferenza del Belgio” e “Corrono voci”, in Italia pubblicati da Feltrinelli: mi hanno colpito, anzi stupito, nel senso primordiale di cui dicevo prima a proposito di critica».
 
 Galaad Edizioni (del 28/03/2011 @ 09:24:15, in Interviste, linkato 403 volte)
Davide Rondoni

intervista di Simone Gambacorta

Davide Rondoni è autore di diversi libri di poesia - "Il bar del tempo" (Guanda, 1999) "Non sei morto, amore" (I quaderni del Battello Ebbro, 2001) "Avrebbe amato chiunque" (Guanda, 2003), "Apocalisse amore" (Mondadori 2008) - e di saggistica, fra cui "Non una vita soltanto" (Marietti, 2002), "Il fuoco della poesia" (Rizzoli, 2008) e "Contro la letteratura" (Il saggiatore, 2010). Insieme con Franco Loi ha inoltre curato l'antologia della poesia italiana contemporanea, "Il pensiero dominante" (Garzanti, 2001).

Lei ha detto che la poesia non è esito di abilità, ma di obbedienza all’ascolto dell’alterità. Vorrei cominciare da qui, da una sua riflessione su questo punto…
«La poesia, come spiego nel mio libro “La parola accesa”, è innanzitutto una faccenda di visione nell’esperienza della realtà. Ognuno di noi mentre vive e svolge le sue attività, se è un poco attento, fa una certa esperienza della realtà – nel bene come nel dolore – e coglie un’evidenza per nominare la quale non c’è bisogno di “essere poeti”. Per spiegare cosa sia la poesia e l’uso poetico delle parole, faccio sempre questo esempio. Il primo “poeta” che ho conosciuto da vicino fu un tal Enea Gardini. Chi era? Era mio nonno, uno che faceva il contadino. Cosa c’entra un contadino con la poesia? Un giorno mentre uscivamo da un ristorante, in ascensore, lo vedo che accarezza mia nonna sulla nuca, con le sue mani ruvide, e le dice nel suo dialetto: “’e mi galett” (il mio galletto). Ecco, l’uso di questa parola mi ha reso evidente cosa sia la poesia nei termini di ascolto dell’alterità. Lui, in quel gesto garbato e dolce, pur nella sua ruvidezza, con una parola ha colto ed espresso l’essenza della personalità di mia nonna e del suo rapporto con lei. Il galletto per il contadino che ha un pollaio è una cosa molto preziosa e allo stesso tempo un qualcosa che ti si può anche rivoltare conto, beccandoti… così era mia nonna per mio nonno. Non è che mio nonno fosse un poeta, ma era un tipo attento alla realtà, alla sua esperienza, era obbediente ad essa, nel senso più strettamente etimologico (Ob-audire come ascoltare molto), obbediente a quel che c’era e che riconosceva, nominandolo a modo suo. Mario Luzi, il mio grande maestro, nel saggio sulla naturalezza del poeta diceva, in altre parole, che la poesia rende onore a quel che c’è, perché c’è».

La tristezza, come il dolore, è il momento in cui il poeta incontra una situazione di limite; ma questo vale anche per la gioia, anche la conoscenza della gioia costituisce l’approdo a un limite: quindi che “cos’è”, e quanto “vale”, questo limite?
«Il limite non è un’esperienza solo del poeta. E’ un’esperienza dell’uomo in quanto uomo. E si comprende più facilmente nel male, nel dolore, per il senso di impotenza che provoca, ma anche nel bene, perché nell’esperienza della bellezza o dell’amore ti rendi conto che sono fenomeni che in qualche modo non durano, quanto meno sono destinati a un declino. Allora il limite va riconosciuto e vale, nella misura in cui ti fa capire che da solo non sei niente, che hai bisogno di altro, che travalichi il tuo merito o capacità umana, per essere quel che sei, per continuare a consistere in qualcosa. C’è bisogno di qualcosa che superi il tuo limite e lo vinca, altrimenti non saresti nulla. Qualcosa come un dono grande, un super-dono, un Per-dono, che viene da fuori di te e che ti rialza… il riconoscimento del limite è all’inizio della domanda ad altro, l’inizio della preghiera e anche l’inizio del guardare fuori da sé, magari del rialzarsi in piedi dopo una caduta».

In che senso la poesia, a livello antropologico, tocca l’area religiosa dell’uomo?
«Se la poesia è un modo di nominare la realtà e il suo modo manifestarsi in relazione alla propria sensibilità e non una questione da “addetti ai lavori”, come ho detto nella prima risposta, e se, come nella seconda, il limite apre a qualcosa fuori da sé per non soccombervi, allora uno può poi nominare questo qualcosa fuori da sé genericamente come mistero oppure più specificamente come il Dio che fa tutte le cose. Dipende dalla profondità con la quale si è educati a prendere in considerazione le proprie domande esistenziali, che caratterizzano l’umanità di ciascuno di noi, la sua “area religiosa”».

Quali sono i poeti che sente più intimamente vicini e affini?
«Diciamo che devo molto a Caproni che mi lesse agli esordi del mio percorso letterario e mi esortò a continuare; a Giovanni Testori e Mario Luzi che in diversa maniera hanno seguito questo mio proseguire la strada. Questo per restare in tempi per così dire più vicini a noi. Ma anche Dante e Leopardi, Baudelaire, Péguy, Eliot stati essenziali per farmi fare esperienza di poesia. Ogni volta che li rileggo trovo consonanze nuove o mi si chiariscono quelle precedentemente intuite. Tant’è vero che ultimamente sto lavorando ad una traduzione de “Les fleurs du mal” di Baudelaire, per la seconda volta, e ciò proprio a conferma del fatto che il rapporto col testo poetico, se questo è di sostanza, non si esaurisce in una prima per quanto approfondita unica lettura, ma è un rapporto che evolve. Poi c’è il grande Ungaretti».

Come lettore, cosa pretende da una poesia altrui? Cosa esige?
«Non pretendo nulla di particolare, proprio perché mi aspetto tutto. Ovvero un modo più profondo e tendenzialmente devoto (per usare un concetto di Auden o di Célan) a tutta l’esistenza».

E da una poesia sua? Quand’è che, dopo averla letta, dice “va bene così”?
«Anche dalla mia poesia non pretendo, ma spero che sia come, parafrasando Becket, un “latrato alla provvidenza”».

Vorrei mi raccontasse come lavora alla scrittura. Voglio dire: dalla scintilla iniziale all’ultima stesura, quali e quante sono le fasi di lavoro?
«Infinite fasi di lavoro, in parte occasionali e in parte legate a un’obbedienza di lavoro».

All’inizio parlavamo d’obbedienza all’ascolto dell’alterità: lei come l’ha imparata, quest’obbedienza?
«Imparare è un verbo che mal sopporta il passato. Si impara sempre, da maestri e compagni di viaggio, poeti e non».

Ultima domanda: qual è l’aspetto che considera più indispensabile, più prezioso, più fondativo nella sua esperienza di uomo e poeta?
«Occorre essere vivi, vivaci, vitali. E curiosi. Se a uno gli basta quel che la routine quotidiana gli passa, e non è curioso di sapere, meglio, di capire di più cosa si cela dietro ai misteri che la realtà gli porge, la visione che gli si offre inaspettata come la coglierà? Dunque: avere cuore ed occhi aperti, giudicando tutto. E questo va nei contenuti della poesia. Per il lavoro della scrittura è indispensabile leggere, tanto e di tutto, confrontarsi con le altre voci. Basta essere uomini veri per essere poeti. Uomini liberi».
 
 Galaad Edizioni (del 13/02/2011 @ 11:26:55, in Interviste, linkato 291 volte)


di Simone Gambacorta

Intervista a Federico Premi, autore del saggio “Fabrizio De André, un’ombra inquieta. Ritratto di un pensatore anarchico” Federico Premi (Verona, 1983) è laureato in Filosofia e si occupa di comunicazione ambientale. Collaboratore di diverse riviste, fra cui il periodico «A» e i mensili «Il Margine» e «Il Momento», è autore del bel saggio “Fabrizio De André, un’ombra inquieta. Ritratto di un pensatore anarchico” (Il Margine, pp. 200, Euro 18).

Quand’è avvenuto il primo “incontro” con De André e quando hai deciso di cimentarti con un libro sul suo pensiero anarchico?
«Il primo incontro è stato a dir poco disonorevole, e oggi lo ricordo con un po’ di vergogna. È entrato nella mia vita solo dopo il ’99, o nel Duemila, sulle profane note di una musica da discoteca. Allora ero ancora un eracliteo “dormiente”, e frequentavo luoghi insalubri. Era un remix di “Geordie”. Strano! Una musica e un testo così “forte”… Un pomeriggio canticchiavo quelle parole e mia mamma mi portò un disco dimenticato in cui c’era la canzone nell’originale. Ho messo su il disco, è partita “La guerra di Piero”, “La ballata dell’eroe”, “Fila la lana” e infine “La canzone di Marinella”. Ricordo che guardavo fuori dalla finestra ed ero completamente pieno, assorto, consolato, finalmente “non solo”. Ecco, Fabrizio è entrato così, circa undici anni fa. Da quel pomeriggio abbiamo sempre convissuto. Era ciò di cui avevo bisogno. Di qui una sempre più morbosa conoscenza, fino a che ho avvertito la necessità di capire meglio, più a fondo da dove De André facesse nascere questa libertà che riusciva e riesce tuttora a donarci col balsamo della sua voce. “Che connessione – mi chiedevo – c’è con questa grande madre che è l’anarchia?”, la stessa che, fra l’altro, proprio, come Fabrizio, mi ha posseduto per non lasciarmi mai più? Finalmente due anni fa ho deciso di “restituire” il favore a De André. Toccando con mano e con emozione i suoi testi, i suoi libri, le sue carte oggi conservate in piccolissima parte all’archivio di Siena, mi sono messo sulle tracce del suo pensiero anarchico, nell’intimità delle sue scritture. Se poi da questo favore “personale” anche altri lettori trarranno un beneficio, beh, tutto di guadagnato».

In quali e quante fasi di lavoro si è articolata la ricerca che ha portato alla pubblicazione del libro?
«Ho fatto esplodere – anarchicamente – tutto il suo canzoniere, ad ogni livello di senso. Questo significa che prendevo un album e cercavo – ascoltandolo e riascoltandolo invece che leggerlo, proprio per non perdere nemmeno una nota, un giro armonico o una traccia melodica – di capirne il senso; poi scendevo di “livello”, e scomponevo le sette-dieci canzoni nel tentativo di cogliere il perché della disposizione, il perché di quella canzone in quell’album; infine – terza e ultima fase decostruttiva – smontavo verso per verso ogni canzone, per vedere l’autosufficienza della frase. Autosufficienza testimoniata, tra l’altro dall’uso di singoli versi che continua a fare, imperterrita e anche con successo, la letteratura secondaria su De Andrè. Questo il primo atto: con il bagaglio prodotto da questa prassi critica sono andato su e giù come un pendolo da Verona a Siena, da Trento a Siena, per vedere “se tutto tornava”. Ho passato in rassegna tutti i libri di De Andrè allora consultabili – oggi sono di più, ma spero il prodotto del mio libro non sia ancora avariato – cercando nei suoi appunti, nei suoi aforismi, nelle sue lunghe riflessioni a margine dei libri e su fogli sparsi, una linea comune che collegasse un dato verso – includente un sempre dissimulato significato anarchico – con una sua riflessione. E pian piano si è costruita una vera e propria storia interrotta, fatta di versi e di poesia, che racconta proprio l’anarchia. Mi si passi la rima».

Hai parlato di testi “a più strati”…
«Appunto: una bella poesia si appoggia ad una bella musica che a sua volta serve a richiamare l’attenzione, ad av-vincere l’ascoltatore portandolo verso lidi di profondità che altrimenti – soffocati dal rumore quotidiano – rimarrebbero insondati. Chi oggi può cantare la morte rendendo estremamente suadente questo atto?».

Dietro le parole che De André ha scritte, hai individuato un’enorme ricerca sia in ambito linguistico che in ambito letterario…
«C’è più letteratura nelle cento canzoni di De André che in un antologia di scuola superiore. Ogni verso richiama un autore, un passo, un libro. Da Omero a Calvino nelle canzoni di Fabrizio trovano spazio davvero tanti nomi (dai più famosi a quelli più improbabili e locali)».

Nel complesso, quanto tempo hai lavorato al libro?
«Non più di due anni. Il vero sacrificio è stato non poter mettere nel libro tutto quello che ho trovato. Per motivi anche di spazio».

Una delle prime cose che mi ha colpito del libro è stata una parola del sottotitolo: “pensatore”. Mi ha colpito perché hai riconosciuto a De André un ruolo specifico, diverso da quello di cantautore come da quello di intellettuale o di – come dicono tutti – poeta…
«Sì, la ritrita affermazione secondo la quale De André non si può classificare sta diventando ormai una frase di circostanza. Il problema di Fabrizio è semmai il fatto di essere “classificabilissimo” in categorie talvolta distanti tra loro. Non esiterei, dopo aver visto con quale padronanza e sistematicità ha affrontato determinate tematiche esistenziali, a definirlo un filosofo anarchico. L’idea di anarchia che De André ha in mente, racchiude anche, a livello teoretico, la modalità di trasmissione di questo stesso concetto. È una visione sopraffina. Il fatto che l’estetica – frutto ultimo della sua visione anarchica – non sia per De André solo una forma posticcia, ma svolga – per usare forse le sue parole, ora non ricordo – la funzione del barocco borrominiano, in cui gli ornamenti svolgono funzioni portanti, quindi un ruolo inscritto nell’economia del tutto, è davvero impressionante. De André ha pensato davvero tanto a cosa, come e quando dirlo. Ha letto, vissuto, studiato, fatto rifatto trascritto e riscritto. Ha “lavorato” davvero assiduamente con la sua “ragione sentimentale”. Non una parola, una nota o un colore sono a caso nelle sue opere. Dal piccolo al grande. E questo perché le canzoni non sono altro che la sintesi compiuta di un pensiero anarchico sotteso a tutta la sua attività di libero pensatore: uno che ha scelto di prendere in mano una chitarra invece che vomitare pagine e pagine di teoresi che sarebbero arrivate solo ad una cerchia ristretta di “onanisti culturali”, per usare sempre un quadro lessicale deandreiano».

Nel titolo parli anche di “inquietudine”: qual era l’inquietudine di De André?
«Credo quella di non riuscire a dare tutto il “donabile”; il fatto che qualche parola, che qualche canzone, che qualcosa, insomma, per un determinato motivo non riuscisse a prendere forma e poter quindi lenire dell’altro dolore, o semplicemente riempire qualche vuoto di senso. Traspare appunto un’insicurezza riguardo il “non detto”, riguardo quello che “ancora” rimane da dire, e l’inquietudine derivata dal fatto di sapere di doverlo dire ad ogni costo. Il come e il quando, poi, sono variabili di una dimensione prettamente artistica».

Dovendolo riassumere, come condenseresti il pensiero anarchico di De André? Te lo chiedo appunto perché troppo spesso la parola “anarchia” viene letta in maniera semplificatoria.
«De André ha il merito di mostrarci un’anarchia del tutto priva di connotati banali o ideologici, un’anarchia che si inscrive, molto praticamente, nella quotidianità. Un’anarchia che è scelta di vita, modo di pensare, stile di esistenza. Un’anarchia che, secondo l’etimologia della parola, mette il soggetto in un certo rapporto – di negazione – con ogni fondamento, ogni dogma, ogni morale prefissa, ogni arché a sua volta fondante: ora una tradizione, ora una religione, ora semplicemente un’idea. Fabrizio intreccia le grandi tematiche che coinvolgono la nostra vita – l’esperienza della morte e del dolore, dell’amore e dell’invidia, della solitudine e del sentimento della Natura – con una prospettiva che cerca di trovare sempre, in queste “situazioni-limite” da tutti, prima o poi, vissute, un lato autentico, vero, sincero. De André canta, di fatto, un continuo invito all’onestà verso se stessi e gli altri, al di fuori degli schemi rassicuranti, dei ruoli vincolanti, delle ossessioni paralizzanti. Cosa ci dice il pensiero anarchico di De André? Una cosa vecchia come il mondo: conosci te stesso. “Prinzesa”, “Sally”, “Andrea”, il “Suonatore Jones” che tutti li racchiude, sono personaggi al massimo grado anarchici, che hanno avuto il coraggio di “rassomigliare” a se stessi. È questo il punto d’arrivo del pensiero del Faber che metto in luce nel mio libro. L’etica – il “vestito” per dirlo alla greca – che noi scegliamo per noi stessi è anche la nostra estetica. Dobbiamo rassomigliarci per salvarci. Divenire anime salve. Quella di De André è un’anarchia dell’esistenza».

Dicevi del rapporto tra etica ed estetica.
«Colgo l’occasione per puntualizzare come sia proprio l’artista, in senso lato, l’artista di se stesso, colui che della sua vita fa un’opera d’arte, ad essere l’esito naturale per chi sceglie la via dell’anarchia. Forma e contenuto stanno in un rapporto che va ben oltre uno sterile dualismo. Ciò che siamo e che diciamo di essere, ciò che sosteniamo in una canzone e il modo in cui lo diciamo… togliamo dal canzoniere di De André il lavoro sulle armonie, sul tono della voce, o sulla scelta della rima, e ora non starei nemmeno facendo questa intervista. La tensione verso la bellezza è massima. La verità, ci fa intendere Fabrizio, muore di freddo se non sceglie la via del bello. Ecco perché non sfornava un album dietro l’altro e ciò che abbiamo è poco – relativamente, poi – ma estremamente buono. Nessuno impersona tante qualità – poetica, musicale, filosofica – come De André».

Un altro aspetto importante è la “malattia borghese”…
«Bisogna introdurre il concetto di malattia. Se vogliamo diventare anime salve, il cammino verso l’anarchia – che è conoscenza di sé e quindi cessazione dell’invidia e della violenza verso l’Altro – è un cammino di guarigione. La vicinanza con la tematica stoica è presente in Fabrizio. Se non direttamente, di riflesso, visto che era molto legato ai classici. Tutti noi, ci dice, nasciamo borghesi, perché nasciamo in un determinato momento storico, con determinati valori, con determinati linguaggi e orizzonti di senso. Il nostro è il borgo: un sistema storico complesso in cui tutto è mediato, niente più naturale, e in cui il denaro, il successo, il mercato e l’apparenza hanno soppiantato valori fisiologicamente più sani per l’uomo, come l’amicizia, la solitudine, la conoscenza. La borghesite, autentica «malattia dello spirito», come si legge negli appunti autografi, va curata. Tutto sta nel riconoscere in noi i sintomi – descritti nelle sue canzoni – di questa malattia».

Parliamo del rapporto di De André con i Rom, con i nomadi…
«I Rom sono esempi di persone appartenenti ad un popolo che scappa dalla «paranoia sedentaria»– così leggiamo in un appunto su “La provincia dell’uomo” di Elias Canetti – e che quindi evita il contagio della borghesite. Il rom è il viandante nietzschano che, cambiando nel mondo, cambia in sé stesso. Il viaggio di Ulisse che attraversa «il mare scuro come vino» non perché vuole essere un eroe, come Achille, ma perché vuole semplicemente conoscersi come uomo. Il rom, in De André, impersona l’altra faccia del marinaio, vite sulla soglia».

Scrivendo questo libro, hai “scoperto” qualcosa su De André che ti ha sorpreso?
«Sì: che per quanto fosse un lettore onnivoro di grande cultura, ha piantato lì a metà un gran numero di libri! E non tutti gli autori gli andavano poi così a genio (è il caso dell’ultimo Pasolini)».

Secondo te qual è il motivo per cui più o meno a tutti, giovani e meno giovani, piace De André?
«Perché tocca tematiche universali dell’umano, e nel momento in cui queste tematiche, a tutti noi vicine, ci parlano la lingua della bellezza, il tempo dell’ascoltatore scompare».

Sono costretto a scadere nel peggiore fra i luoghi comuni: vuol dire che De André è assolutamente attuale?
«È attuale nella misura in cui se ne sente il bisogno. Mi sembra dunque avere tutte le caratteristiche del classico, attuale in ogni presente. Evidentemente il nostro presente, o noi, non siamo poi così distanti dalle storie, dalle prospettive e dalle verità che lui raccontava. O forse è lui che si è spinto di molto oltre il suo presente».

Se dovessi descrivere a un bambino chi era Fabrizio De André, che diresti?
«Che è stata una persona in grado di ristabilire in questo mondo un po’ di quella giustizia di cui tanto si parla ma che quasi mai incontriamo per via. Una persona che, nel rincorrere l’utopia di un mondo più giusto, ha usato la bellezza per consolare, per dare un senso e per aiutare nel fondo dell’anima chi ne ha avuto bisogno».
 
 Galaad Edizioni (del 08/02/2011 @ 15:31:52, in Interviste, linkato 277 volte)


intervista di Simone Gambacorta

Intervista all’autore del libro che racconta come i corrispondenti dei giornali stranieri vedono il Belpaese.

Mariano Sabatini, giornalista e critico televisivo per il quotidiano «Metro» e per il portale «Tiscali Notizie», ha appena pubblicato un nuovo libro. Dopo essersi occupato degli scrittori italiani con i volumi “Trucchi d’autore” e “Altri trucchi d’autore”, e dopo aver firmato quel bellissimo viaggio nel giornalismo nostrano che è “Ci metto la firma”, questa volta ha voluto dedicarsi ai corrispondenti dei giornali stranieri che vivono e lavorano in Italia. “L’Italia s’è mesta” (Giulio Perrone Editore, pp. 175, Euro 15) è il racconto di quel che pensano coloro che scrivono del Belpaese nel mondo.

Quand’è che hai pensato di scrivere “L’Italia s’è mesta”? E’ stata un’idea improvvisa oppure la risposta a un improvviso bisogno di chiarezza?
La seconda che hai detto. Lo considero un libro dovuto, in primo luogo a me stesso e dopo a questa Italia malandata. Io credo che in un paese in cui il premier invita a non leggere i giornali sia una bella provocazione ideare e poi scrivere e poi dare alle stampe un libro che analizza e propone un coro di voci straniere dissonanti rispetto al pensiero unico.

Come hai impostato il lavoro? Voglio dire: come lo hai progettato, come lo hai pensato?
Il lavoro è stato giornalistico nella progettazzione e raccolta del materiale, nel senso che ho letto molto e intervistato i colleghi che mi hanno dato la loro disponibilità di tempo, poi ho sbobinato e trascritto. E poi ho cercato di dare una struttura narrativa al tutto, dividendo per capitoli che toccassero i temi sensibili di questo Paese: il belusconismo, la libertà, la figura di Fini, la condizione delle donne, l’invadenza della Chiesa e via dicendo.

Che cosa ha significato lavorare a questo libro quanto a ore di scrivania?
È il mio quinto libro ed è stato il più faticoso da condurre fino alla stampa. Diciamo un paio di mesi di stesura e quattro di preparazione, ma intensissimi. L’editore è stato comprensivo, nell’accettare il continuo dilatarsi dei tempi di consegna.

Con quale criterio hai selezionato i corrispondenti da passare in ricognizione?
Nessuno, per scelta precisa. Non volevo che il libro avesse una tesi precostituita, non volevo che qualcuno mi accusasse di aver elaborato chissà quali strategie. Ho ascoltato chi mi accordava il suo tempo, in molti casi senza neppure sapere quale fosse la linea editoriale della testata di riferimento di questo o quel collega estero. Perciò ho letto con piacere la recensione positiva di Stefano Giani del “Giornale”, che ha definito L’Italia s’è mesta un libro “non impietoso a prescindere”.

Per quanto riguarda quello dei corrispondenti stranieri, hai parlato di «un mondo parallelo». In che senso?
Loro sono italiani per scelta, potrebbero vivere e lavorare ovunque, invece rimangono qui, ci vivono accanto, per lo più silenti. Dal loro mondo parallelo, ci arriva il riverbero di quello che scrivono di tanto in tanto, quando serv tirarli o di qua o di là, a seconda delle convenienze politiche del momento. A questo popolo di quasi invisibili, come li ho definiti, ho voluto offrire una modesta occasione di visibilità organica, attraverso la sistematizzazione offerta dal libro.

Per te che cosa ha significato “raccontare” quel che vedono e dicono di noi in questo «mondo parallelo»?
Il privilegio di poter guardare all’Italia e agli italiani con gli occhi degli altri italiani d’eccezione, intellettuali, professionisti capaci e vivaci che hanno nei nostri confronti, nonostante tutto, sentimenti di simpatia e ammirazione. Se poi si parla di cultura e storia arrivano alla venerazione.

Nel complesso, che Italia ne viene fuori?
Lo dice il titolo, un’Italia che purtroppo non è più desta, perché abbiamo demandato all’uomo forte del momento i destini del Paese e lui ci sta conducendo in fondo al baratro. Siamo lo zimbello del mondo, viviamo un degrado morale e di cultura senza precedenti, non si vede luce. Sembra di vivere in un reality show e ci sentiamo continuamente “nominati”.

Fra i vari corrispondenti, chi è che ci vede meglio e chi peggio?
Bisogna vedere di quale ambito parliamo. Comunque, solo Constanze Reuscher, firma di “Zdf” e “Arte”, ammette che i tedeschi hanno nei nostri confronti dei pregiudizi negativi.

Nello specifico, come valutano l’andazzo nostrano circa – nell’ordine – la politica, l’economia e la cultura?
Ti farò degli esempi, tra le cose mi hanno colpito. Marcelle Padovani del “Nouvel Observateur” ammira la nostra Costituzione, per averla studiata all’università, e non capisce perché questa nostra ‘democratura” – un po’ democrazia e un po’ dittatura – si ostini a volerla cambiare. Richard Heuzé, corrispondente di “Le Figarò”, dice che la nostra economia va meglio di tante altre. Per quanto riguarda la cultura, tutti riconoscono che il governo la trascura. Margaret Stenhouse, che scrive per lo scozzese “The Herald”, mi ha addirittura preconizzato la rovina di Pompei ben prima che crollasse la palestra dei gladiatori.

Scendiamo ancor più nello specifico: parlami degli aspetti che più ti hanno sorpreso e che proprio non ti aspettavi in bene, in male e – se possibile – in peggio…
Un’affermazione di Irene Hernandez, giornalista del “Mundo”, per lei il modello iniquo rappresentato da Berlusconi potrebbe fungere da paradigma per altre democrazie occidentali, perché alla fin fine funziona… ecco, questa è una cosa che, se accadesse, gli italiani non potrebbero perdonarsi.

Tu, che sei giornalista, che cosa pensi di questo responso?
Ritengo che non dobbiamo smettere di fare il nostro mestiere, di mettere il dito nelle piaghe, di disturbare i manovratori. E i giornalisti che hai passato in rassegna, come li valuti? Hanno la giusta distanza dalle cose, dagli accadimenti, dai personaggi e dunque godono di una visione d’insieme migliore della nostra. Come li valuto? Con grande attenzione ed umiltà, perché mi hanno dato tanti spunti di riflessione, e li daranno ai lettori.

Giornalisticamente parlando, che cosa possiamo insegnare noi a loro e cosa loro a noi?
Noi a loro… non mi viene in mente, sinceramente. Se poi penso all’intervista di Renzulli a Berlusconi per il Tg1, vorrei nascondermi. Loro a noi, a trattare i politici da pari a pari, non accettando l’anomalia tutta italiana di un premier che sussume in sé troppi poteri, da quello politico-economico a quello mediatico.

Ma questo “ascolto” di voci così lontane e così vicine – e scusa la goffa citazione – che cosa ti ha “insegnato” come giornalista?
Che si può fare un giro del mondo virtuale spostandosi di poco o semplicemente alzando il telefono e scoprire realtà inimmaginabili. In generale mi piace fare domande ed ascoltare risposte, è questo lo specifico del mestiere di giornalista. Se poi genera anche dei libri, che spero rimarranno, tanto meglio.

L’Italia è un Paese particolare e complesso. Parte del suo fascino direi che sta proprio nella sua complessità, che è prima di tutto una complessità culturale e anche antropologica. Insomma, secondo me l’Italia possono capirla davvero soltanto gli italiani. Hai riscontrato, in questo senso, delle “impossibilità” nei corrispondenti che si occupano di noi?
Non sono d’accordo, quando il ceco Josef Kaspar mi spiega che Berlusconi mira a tenere l’Italia divisa perché lui ne trae imaggiori vantaggi, essend una specie di mago della campagna elettorale, io trasecolo. E capisco perché gli italiani continuano a votarlo, nonostante i tanti motivi per non farlo più. Berlusconi è l’arcitaliano.

Come giornalista, credo che tu sia uno di quelli che oggi tenti di restituire una certa quale dignità culturale al lavoro giornalistico. Penso ai tuoi libri, al tuo ruolo di critico televisivo… ecco, quanto bisogno c’è di un recupero di “cultura”, sulla nostra carta stampata?
Bisogna infatti accordarsi sull’idea di cultura. La tv ad esempio è per me cultura popolare, ed è pedagogica anche quando dis-educa, soprattutto direi, considerata la facilità con cui impone i modelli negativi. Scrivendo di tv, denunciandone quotidianamente abusi e mostruosità, cerco di dare ai lettori degli strumenti per decrittare un medium pervasivo e male utilizzato. I libri sono tutt’altra storia, si rivolgono a un numero molto più esiguo di persone, a un ristretto numero di eletti.

[Intervista parzialmente pubblicata sul quotidiano «La Città» di Teramo il 5 febbraio 2011]
 
 Galaad Edizioni (del 06/02/2011 @ 17:24:13, in Interviste, linkato 959 volte)
Il mestiere dell’editore
Intervista a Michele Toniolo

di Simone Gambacorta

A colloquio con Michele Toniolo, “anima” della Amos Edizioni (www.amosedizioni.it), che parla del suo modo di fare l’editore e di cosa significa lavorare per far vivere i libri degli altri.

Mi racconta quand'è che ha cominciato a fare l'editore?
«Più di dieci anni fa, un tempo troppo lungo, se penso ai pochi libri che ho pubblicato».

Sembra che per lei il fatto di aver pubblicato pochi libri sia un rammarico…
«Ogni libro che pubblichi come editore è l’esito di un viaggio, anche se piccolo e “da scrivania”. Meno viaggi, in questi casi, e più rimpiangi».

Qual è stata la sua "scuola"?
«Ho iniziato a leggere con Steinbeck, Hemingway, Faulkner; poi ho continuato con altri autori. Non credo che avrei mai letto letteratura senza quegli autori americani; almeno a leggerla con piacere e poi a innamorarmene. Questa è stata la mia scuola: quella di lettore. Se non si legge, se non si amano i libri, non credo si possa fare questo mestiere. Ma lei, probabilmente, si aspetta una risposta diversa, eccola: ho fatto il commesso di libreria, poi iniziato a lavorare in una piccola casa editrice facendo un po’ di tutto. Ma sto imparando ancora il mestiere di editore – dovrei dire: di piccolo editore – e sono spesso in imbarazzo quando mi chiedono: che lavoro fai?».

La storia dell'editoria italiana, e in particolare di quella letteraria, è ricca e folta di nomi: quali citerebbe se dovesse ricordare quelli che secondo lei hanno segnato la scena editoriale di casa nostra?
«Non ho mai pensato in modo diretto alla storia dell’editoria italiana; né faccio l‘editore per inserirmi in un preciso contesto culturale. I nomi che saprei fare sarebbero i soliti: preferisco qui ricordare una casa editrice degli anni ’90: Anabasi».

Cosa le piaceva di Anabasi?
«Aveva pubblicato Paul Auster quando nessuno in Italia lo conosceva, e Marie NDiaye. Ma ha pubblicato anche Ballard e Paul Bowles. Mi colpivano le copertine, anche se mi stranivano con tutto quel nero. Almeno questo è quello che ricordo adesso».

Veniamo al nome della sua casa editrice: perchè Amos?
«La spiegazione è forse banale: non volevo usare il mio nome. Un editore è preferibile che stia nascosto dietro i libri che pubblica, almeno finché riesce a farlo. Amos è uno dei profeti minori della Bibbia; il suo libro è breve e molto bello».

Com'è strutturata la sua casa editrice?
«In modo semplice: ci sono solo io».

Quindi fa tutto lei, dall’inizio alla fine…
«Per forza di cose. Ma è solo così che posso fare questo mestiere».

Che cosa significa oggi per un "piccolo" editore ritagliarsi uno spazio di esistenza fra i colossi che la fanno da padroni?
«Differenziarsi, credo. Cerchi la qualità, non i numeri, che poi possono venire, come è accaduto, di recente, a quel bravissimo piccolo editore di nome Roberto Keller, che ha pubblicato, sconosciuta in Italia, Herta Müller. Pubblichi quello in cui credi. Ci sono molti piccoli editori che si comportano così: Zandonai ad esempio, che sta prendendo parte del posto che ha lasciato la casa editrice e/o; Galaad Edizioni che pubblica anche inediti di Kipling, James, Twain; Ibis Edizioni; Gran via. Si potrebbe dire che un piccolo editore vive delle briciole che lasciano i grandi: ben venga, ce ne sono molte».

Un libro postumo di Sciascia s'intitola "La felicità di far libri" e riguarda l'esperienza editoriale del maestro di Racalmuto: per lei in che cosa consiste questa felicità?
«Felicità? Pubblicare libri, poter scegliere quelli che ti piacciono, non ha a che fare con la felicità, ma con il privilegio».

Privilegio in che senso?
«In una intervista che pubblicherò fra pochi mesi, all’interno dell’opera poetica completa di Julio Llamazares, lo scrittore spagnolo risponde: “In ogni caso uno scrittore è un privilegiato. Potersi esprimere e vivere di questo è uno dei maggiori privilegi cui possa aspirare una persona”. Credo che lo stesso si debba dire di qualunque editore o, meglio, di quei momenti nei quali un editore riesce a pubblicare i libri che vuole».

Un pò come gli esseri umani, i libri non vedono la luce all'improvviso: hanno un loro concepimento, una loro gestazione, e poi nascono e se ne vanno per il mondo. Sono curioso di conoscere le fasi in cui si articola la nascita di un libro pubblicato dalla sua casa editrice.
«Lei parla di concepimento e di gestazione, nella sua domanda. Ha ragione, anche se non l’ho mai vista in questo modo. Spesso, non sempre, un libro mi viene proposto da amici, persone delle quali mi fido. Se mi piace, decido di pubblicarlo. In genere, il traduttore o il curatore del libro è chi me l’ha proposto. E con questa persona cerco di fare il libro. Una cosa mi è stata chiara fin dall’inizio: editore e autore – o curatore e/o traduttore – devono essere entrambi convinti del libro: che sia giusto pubblicarlo, che la veste grafica piaccia a entrambi, etc. Il libro che si fa uscire dalle macchine del tipografo deve piacere a quelli che vi hanno lavorato. Quando pubblichi un libro, mostri agli altri una parte di te. Esci a incontrare chi non conosci, e come ti presenti? “Con questo non pretendo / indulgenza, però… / oggi ho soltanto questi pomodori. // Ma sono saporiti, e sono i miei”. Cito qui i bei versi finali del libro di Tiziano Scarpa, “Discorso di una guida turistica di fronte al tramonto”.
»

Ma cos'è che le dice che un libro è un libro che fa per lei?ì
«Se mi piace e se mi sento in grado di farlo. Cerco di non pubblicare un libro se so che non sono in grado di farlo conoscere. Meglio lasciarlo ad altri editori, che si sanno muovere meglio di me. Il lavoro dell’editore è un lavoro sociale, prima che culturale».

Cioè?
«Sociale, l’aggettivo umano sarebbe forse fuorviante, perché è alle persone che si rivolge il lavoro di un editore. Ogni editore mette a disposizione di persone che neppure conosce idee nuove o letture nuove delle solite idee; oppure analisi diverse di sentimenti ed emozioni. In sostanza, quella che per lui è una comprensione “altra” dell’uomo. Editori, librai, scrittori li chiamano lettori, ma sono persone quelle con le quali hanno a che fare. E un libro entra fisicamente nel mondo, viene mosso all’interno di un mercato, entra nelle librerie, nelle biblioteche, nelle case, nelle scuole, a volte anche nei bar. Entra nei luoghi della società. Perché il lavoro di editore non dovrebbe definirsi “sociale” innanzitutto?».

Un aspetto a mio avviso molto importante è la componente "autoriale" di un editore, il grande libro che scrive con i libri che pubblica. Quanto conta questo "disegno" in una casa editrice? E quanto conta per lei?
«La letteratura è fatta di molte cose, che vengono chiamate in modo diverso: romanzo, racconto, poesia, saggio, poema, etc. In realtà, la letteratura potrebbe avere un nome solo – poesia? – che raccolga tutti gli altri. Borges, nel Novecento, lo ha spiegato molto chiaramente. Un casa editrice non credo possa essere diversa, se si occupa di letteratura. Deve accogliere il saggio come il verso. Ma io non ho un disegno, né grande né piccolo. Questo è un difetto, ma forse è utile: è lo stupore che fa la conoscenza. Perché non accogliere in casa mia un libro che mi colpisce? Forse, piacerà anche al lettore».

Non l’avrei pensato…
«Come ho detto, non ho un disegno editoriale. Ma anche l’assenza, dice non a torto qualche filosofo, è presenza. Allora è meglio dire che il mio disegno nasce in un luogo: la letteratura; e poi lascio che mi venga incontro. Come camminare per Manhattan: puoi andare solo su e giù, perché a destra e sinistra hai due fiumi. Ma basta: prima o poi inizi a sentire».

In quali collane è organizzato il suo catalogo?
«I librai, spesso, non capiscono perché si facciano collane e formati diversi: il loro problema è come metterli negli scaffali. E’ un’incomprensione che mi ha sempre stupito. Credo che a un certo punto ci si stanchi: della stessa collana, dello stesso formato. Ne ho quattro di collane, in catalogo, ma potrei qui ridurle a due. Una – ma sono due: Calibano e Poetiche – che accoglie testi di scrittori italiani e stranieri: e a volte è bilingue, altre volte in sola lingua straniera, l’inglese, altre ancora solo in italiano. L’altra collana si chiama Mercanti nel tempio e pubblica testi che rileggono, attualizzandolo, il passo evangelico della cacciata dei mercanti dal tempio; se l’autore è straniero, la collana ha il testo a fronte, anche se è prosa».

Come si orienta per le traduzioni? Come sceglie i suoi traduttori?
«Sono fortunato: ho alcuni amici – poeti, scrittori e traduttori – che sono molto bravi. E che mi aiutano. Non potrò ripagare l’amicizia che mi dimostrano».

Mi sembra che per lei la veste grafica di un volume non sia meno importante del contenuto: c'è molta cura, nelle sue edizioni; molta sobrietà, molta eleganza...
«In letteratura, lo dico da lettore, la parola conta quanto la storia che viene raccontata. Se c’è uno sbilanciamento verso una delle due – scrittura o storia – il libro, a mio avviso, s’impoverisce; si perde l’uomo che si nasconde nella parola o nella storia. Lo stesso accade in editoria. Se pubblichi un testo che consideri buono, non puoi dargli la prima veste che trovi, devi rispettare il libro. Se chi ami si veste male, non glielo dici?».
 
 Galaad Edizioni (del 25/01/2011 @ 17:23:45, in Interviste, linkato 280 volte)
Giulia Alberico parla dei giovani, dei libri e della scuola

di Simone Gambacorta


Giulia Alberico è nata a San Vito Chietino e vive a Roma. Ha esordito con la raccolta di racconti “Madrigale” (Sellerio) e ha firmato i romanzi “Il gioco della sorte” (Sellerio), “Come Sheherazade” (Rizzoli) e “Il vento caldo del Garbino” (Mondadori). Ha pubblicato anche “I libri sono timidi” (Filema), che parla dell’amore per la lettura, e “Cuanta pasión!” (Mondadori), il cui sottotiolo recita “Storie di fatica, d'avventura e d'amore nella scuola pubblica italiana”. Nessuno meglio di lei, che ha insegnato per trent’anni Lettere alle superiori, poteva parlarci dei giovani e la lettura.

La tua esperienza di insegnante si allaccia a quella di scrittrice. Come vedi il rapporto tra i giovani e la lettura?
«Per la maggioranza è inesistente o casuale. Faticoso da costruire se non si è partiti per tempo. Leggere è un piacere, una avventura della mente e se non c’é confidenza col libro fin da bambini è molto difficile crearla nell’adolescenza. In isolate occasioni – come per Moccia – leggere “quel” libro è un rito generazionale, una “moda” che, purtroppo, non ha seguito. Guardo con favore a questi fenomeni indotti dal mercato se offrono occasioni per entrare nel mondo della lettura. Ma quasi sempre restano episodi isolati».

Quanti problemi dietro questo problema?
«Tanti: insegnanti frustrati, famiglie distratte, case dove non entra un libro, l’idea diffusa che leggere sia superfluo, quasi da perditempo».

Quali sono le responsabilità della scuola?
«Insegnanti che leggono poco o niente, biblioteche museo, scarsa appetibilità dei testi proposti, spesso troppo distanti dal tipo di mondo e di vissuto dei ragazzi. Andrebbe fatto un lavoro lento e sistematico, anche utilizzando del buon cinema, che è un modo come un altro per raccontare delle storie».

Nel provocatorio pamphlet “Contro la letteratura”, Davide Rondoni se la prende con gli insegnanti di lettere, preoccupati di tutto fuorché della forza e della bellezza della letteratura allo stato puro, cioè depurata dalle contestualizzazioni storiche e dalle domandine da antologia.
«Ci sono professori e professori. Talvolta modesti, talvolta eruditi ma non colti, in generale sfiancati da un sistema che chiede loro troppo e allora il lavoro può divenire meccanico. Credo che il professore di Lettere riesca ad essere un buon piazzista della sua merce, la Letteratura, se la ama e la pratica in prima persona. I ragazzi lo sentono e, allora, anche il “racconto” del quadro storico e le “domandine” saranno un esercizio dignitoso. Se c’è passione per ciò che si propone, tra trenta allievi stai certo che l’entusiasmo dell’insegnante, spesso il suo carisma, accenderanno in più d’uno il desiderio di leggere».

In un’intervista che mi ha rilasciato giorni fa sul suo libro “Asino chi legge”, circa le responsabilità della scuola Anonella Cilento ha detto questo: «La scuola ha molte responsabilità: il rapporto non sempre felice fra adulti e ragazzi, l’assenza di emozione o di piacere verso i prodotti d’arte che pure a scuola si studiano, ma che vengono messi sul tavolo operatorio dell’analisi del testo troppo presto, prima cioè che i ragazzi possano identificarsi nella verità di romanzi, racconti e poesie». Che ne dici?
«Anche a scuola ci sono delle “mode” e, per anni, una eccessiva segmentazione del testo ha ingabbiato l’approccio più immediato, emotivo. Credo che una analisi delle strutture vada proposta nella scuola superiore, cum grano salis. Adeguatamente usata, l’analisi avvicina al testo in modo più profondo e consapevole, porta al di là del “mi piace / non mi piace”».

«Ho capito che la poesia poteva arrivare dove la narrativa, la saggistica, il giornale non arrivano». Lo scrive Marco Lodoli ne “Il rosso e il blu”, un libro sulla scuola, a proposito di una classe di scalmanati che, incredibile ma vero, si mostrò d’improvviso sensibile ai versi dei poeti italiani contemporanei. Solo la poesia ha questa virtù?
«Non solo. Quel che arriva, se arriva, è la potenza folgorante della parola, anche di un solo aggettivo; la bellezza o l’efficacia di un’immagine; l’autenticità di una scrittura. In questo senso la prosa è valida quanto un verso. Naturalmente va scelta narrativa che, per temi e scrittura, possa intercettare i gusti dei ragazzi. Uscendo, spesso, dalle proposte dei libri di testo».

Nel tuo bellissimo “I libri sono timidi”, racconti la tua formazione letteraria, parli delle pagine amate, degli scrittori più “tuoi”, delle gioie e delle scoperte della lettura. Parli della letteratura come scoperta, come nutrimento che ricerca sempre se stesso. Quel libro dimostra come, per poter scrivere, per poter raccontare, occorra prima leggere.
«E’ una condizione indispensabile che, purtroppo, mi pare poco seguita. Mi capita sovente che persone che vogliono assolutamente pubblicare mi chiedano giudizi su manoscritti. Si sente, quasi sempre, che non sono dei lettori forti, appassionati. E la loro scrittura è autoreferenziale, anche se pulita, non vola, non accende».

Come vedi il mondo delle scuole di scrittura?
«Dipende da cosa ci si aspetta. La fioritura di tante scuole può essere un gran commercio e un’illusione per molti. Possono emegere dei talenti, ma a patto di essere già talentuosi. Uno, il talento per la scrittura, o lo ha o non lo conquista con una scuola. Lì può imparare delle tecniche utilissime, soprattutto per leggere in modo più scaltrito e consapevole».

(intervista pubblicata sul quotidiano «La Città» di Teramo il 23 novembre 2010)
 
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