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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 27/08/2010 @ 17:25:22, in Libri, linkato 27 volte)



di Simone Gambacorta

Nel pamphlet "Scritture a perdere", Giulio Ferroni rimprovera ai romanzi italiani di non «corrodere criticamente il presente». Ma se la letteratura italiana langue, e che langua è appurato, la saggistica riserva sorprese, anche molto corrosive. Ce n’è in particolare una di inchiesta che, in chiave di inchiesta giornalistica e senza stupide dietrologie, analizza pagine oscure dell’Italia repubblicana: a questo filone è ascrivibile "Profondo nero" di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza. Il libro rovista nel torbido dei delitti eccellenti di Enrico Mattei, Pier Paolo Pasolini e Mauro De Mauro, sulla base di una tesi che li vorrebbe legati da un filo “petrolifero” ed eversivo. Movendo da un famoso assunto di Carlo Ginzburg, gli autori illustrano il loro metodo di indagine con questa avvertenza: se il giudice «giudica sulla base di prove e indizi», lo storico «ricostruisce anche sulla base di ipotesi». Cioè a dire: «Lo storico (e, nel nostro caso, anche il giornalista) procede (…) per deduzioni, ed è legittimato a sottolineare le contraddizioni e le smagliature delle ricostruzioni ufficiali, purchè le sue ipotesi e i suoi interrogativi vengano onestamente presentati come tali». Ma veniamo ai fatti. Enrico Mattei era il Presidente dell’Eni e voleva rendere l’Italia autonoma sotto il profilo della produzione energetica. Il suo progetto era grandioso, ma avrebbe scontentato un enorme sistema di interessi politici ed economici. E infatti nel 1962 un ordigno disintegrò l’aereo privato su cui viaggiava (col pilota e un reporter americano). Nel 1970, un giornalista palermitano del quotidiano «L’Ora», Mauro De Mauro, venne rapito e se ne persero per sempre le tracce: solo dopo si seppe che aveva scoperto qualcosa di grosso sugli ultimi giorni di vita di Mattei. A livello giudiziario, i responsabili dei due casi non sono stati individuati. Un altro che di questa faccenda, e di molto altro, aveva capito troppo per continuare a vivere era Pasolini («Io so», scrisse), e pure i muri sanno che la versione ufficiale del suo assassinio (1975) non tiene (si veda l’intervista inedita a Pelosi in appendice). La ricostruzione di Lo Bianco e Rizza prende spunto dal saggio pasoliniano “Il petrolio delle stragi” di Gianni D’Elia ed è ampia e documentata, e si fa apprezzare per la buona scrittura e per la qualità del racconto. Risposte definitive, è chiaro, non ne dà: ma a quanto pare i tre furono condannati a morte e i loro omicidi furono esecuzioni ordinate dall’alto; e c’è un nome che ritorna come un incubo, quello dell’eminenza grigia Eugenio Cefis, fra i più bui e sfuggenti uomini di potere che la scena italiana abbia conosciuto in tempi recenti. Il risultato è un “romanzo” tragico e pieno di dramatis personae sull’Italia gommosa del complotto, del depistaggio, della strategia della tensione e del golpismo; il miserere di verità censurate da sabbie dove si scorgono le orme dei servizi segreti, di parti di Stato e di poteri occulti sia finanziari che politici (per restare in certi climi e in certe tetre atmosfere, rileggiamoci la “Troga” di Rugarli). Sciascia diceva che il potere non era nelle istituzioni, ma altrove. Nel “paese senza” in cui viviamo, lo stesso di Ustica, di Giorgio Ambrosoli, di Piazza Fontana, dell’affaire Moro, viene da pensare che non solo il potere, ma anche la verità, anche la libertà, siano spesso altrove: e cioè lontano dai cittadini, dalla democrazia, dalla Costituzione, e da una bandiera che ogni tanto, con estenuazione, con rassegnazione, saremmo tentati di vedere come un tappeto, tanta la polvere, tanto il non detto che vi sono stati nascosti sotto. “Profondo nero” è un libro che, foss’anche per contestarlo, per correggerlo, per confutarlo, costringe a porsi il problema civico ed etico di vederci chiaro.

(Giuseppe Lo Bianco, Sandra Rizza, “Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di Stato”, chiarelettere, pp. 300, Euro 14,60)
 
 Galaad Edizioni (del 19/08/2010 @ 18:41:53, in Libri, linkato 53 volte)


di Simone Gambacorta

Chissà con questo caldo dove sarà andato a rinfrescarsi Stevenson. Vorremmo parlargli perché ci siamo imbattuti in un caso in stile dottor Jekyll e signor Hyde. È successo che abbiamo letto “Ennio Flaiano. Hanno detto e scritto di lui”, una raccolta di testi e interviste sull’autore di “Tempo di uccidere”, e l’abbiamo trovata mediocre e sconclusionata. Con una ciliegina sulla torta, cioè il curatore: che c’è e non c’è. In questo senso: sebbene nessuno sia formalmente indicato come tale, abbiamo dedotto che a curare il libro, di fatto, sia stato Augusto Ferrara, che ne è l’editore e che ha firmato una nota dove dice e non dice. Perciò andiamo cercando Stevenson. Vorremmo chiedergli: chi è chi? Intanto ricordiamo a Ferrara che il curatore non è un addobbo, ma colui che assume la responsabilità di una pubblicazione, ne detta i criteri e ne illustra le ragioni. Però o fai il curatore o fai l’editore. Hai scelto il mestiere di stampare libri? Benissimo. Ma abbi la buona creanza, quando necessario, di trovarti curatori capaci di fare un buon lavoro. Il concetto non è così difficile da comprendere: o no? Se fai tutto da solo, rischi di sbagliare. E infatti il libro è raffazzonato e semplicione. I testi della prima parte, quelli “su” Flaiano, denunciano una disposizione casuale e persino illogica. Si parte con uno di Giovanni Russo, “Il mio Flaiano”, ove si ripete il già detto e si cita la citatissima lettera in cui Flaiano parla della sua “abruzzesità” (Russo omette il nome del destinatario, il giornalista Pasquale Scarpitti, che quella lettera pubblicò poi nel suo “Discanto”). Segue un intervento sul “Fondo Flaiano” a firma di Diana Rüesch, conservatrice dell’Archivio Prezzolini alla Biblioteca di Lugano. Nulla da ridire (per un lapsus calami avevamo scritto: nulla da ridere), ma che c’entra? Più pertinente è invece la nota “Flaiano, i suoi libri, le sue letture, gli anni Trenta e Quaranta”, di Rosetta Rota (la vedova dello scrittore scomparsa nel 2003), mentre non si capisce cosa ci stia a fare quel ricordo dove la Rüesch, di nuovo lei, spiega “Chi era la signora Flaiano?” (stiamo parlando di Ennio o della moglie?). Subito dopo c’è un ottimo saggio del compianto Francesco Desiderio sull’antitesi tra Flaiano e D’Annunzio, ma a conferma dell’andamento casciarone delle pagine, ecco saltare fuori un testo di Flaiano, “Io, D’Annunzio, la nostra Pescara”: una testimonianza preziosa, ma se non abbiamo frainteso, il titolo del libro recita “Ennio Flaiano. Hanno detto e scritto di lui”, non “Ennio Flaiano. Ha detto e scritto di sè”. Il problema non è il valore dei singoli contributi (Russo a parte), il problema è che sono stati assemblati senza criterio (ne manca uno anche per le norme redazionali, e lasciamo perdere le scelte grafiche). Dopo questo minestrone approntato alla bell’e meglio, il menù prevede il fritto misto delle interviste (realizzate tra il ’94 e il 2009) a “famosi” che hanno conosciuto Flaiano. A rispondere a Russo, Mario Pandolfo, Giulietta Rovera e Francesco Totoro (per quella a Biagi) sono stati in tanti, da Vaime a Costanzo, da Monicelli a Guerra, da Risi a Zeffirelli, da Proietti alla Lollobrigida (che parla di sé). A parte alcune domande imbarazzanti (a Lattuada viene chiesto se frequentasse con Flaiano «i bar romani»; non i caffè, i bar: come due avvinazzati), queste interviste suonano superficiali e confermano che a domanda approssimativa segue risposta approssimativa. La somma di due approssimazioni dà per risultato l’inutilità. Inutilità che, in questo caso, ha le fattezze di un coretto aneddotico (noi siamo del tutto contro Sainte-Beuve, ma un conto è parlare dell’uomo nella prospettiva dell’opera, un conto è parlare dell’uomo e basta). Dopo le interviste, c’è una paginetta sul Teatro Flaiano di Roma, alcune lettere tratte “Dall’espistolario” del Satiro e, dulcis in fundo, un spazio dedicato alle “Curiosità”, con disegni, schizzi e caricature. Poi basta. E meno male.

(“Ennio Flaiano. Hanno detto e scritto di lui”, Augusto Ferrara Editore, pp. 190, Euro 26)
 
 Galaad Edizioni (del 04/08/2010 @ 14:28:55, in Libri, linkato 105 volte)


di Simone Gambacorta

Siamo ai primi del Novecento. I fratelli Homer e Langley sono di famiglia agiata, vivono in un palazzetto a New York e il loro cognome è Collyer. Sono i protagonisti del nuovo romanzo del grande Doctorow e hanno una particolarità: sono matti. Homer è cieco e sarà la sua voce ad accompagnarci nella storia, che inizia proprio col racconto della perdita della vista (diverrà anche sordo). Un giorno Langley parte per la Grande Guerra e Homer resta a casa con i genitori: due persone eleganti che però, nel giro di poco tempo, muoiono d’influenza spagnola. Quando Langley torna non è più lo stesso e lui e Homer sono ormai soli (domestici a parte). Langley, che è il vero protagonista e che «non faceva mai le cose come tutti gli altri», ha smanie filosofiche, ha coniato la Teoria del rimpiazzo («Nella vita tutto viene rimpiazzato», i genitori dai figli e via dicendo) e ha un pallino che, se non fosse un delirio, sembrerebbe un sogno: realizzare un giornale «eternamente attuale» per fissare «la vita americana in un’unica edizione». Così, è sempre Homer a dircelo (l’io narrante è lui perché si rivolge a Jacqueline: e leggendo capiremo), Langley si dà all’acquisto forsennato di quotidiani. Suddivide le notizie in categorie e le archivia per estrarne statistiche allo scopo di creare un numero unico che vada bene «per qualsiasi giorno». Ed eccoci a un’altra stranezza dei Collyer, l’accumulo. Langley conserva tutti i giornali che compra e col passare del tempo, complice l’avallo di Homer, conserverà di tutto e trasformerà la casa, una volta bella e finemente ammobiliata, in un sempre più caotico e decadente «labirinto di viottoli pericolosi, pieno di ostacoli e vicoli ciechi», un magazzino stipato di materiali di ogni tipo, compresa un’autombibile («Tutti sembravano interpretare la sua tendenza all’accumulo come un ethos»). Ma mentre accumulano roba e gli anni passano, ne combinano di tutti i colori: fra l’altro hanno amorazzi (qualcuno più duraturo), organizzano tè danzanti, vengono arrestati, danno asilo a un gangster, ospitano un gruppo di hippy, rischiano un incendio, si beccano un’ipoteca, subiscono il taglio dell’acqua e della luce. I Collyer se ne stanno sempre ficcati in casa e diventano leggenda, ma nella misura in cui diventano bersaglio delle sassate dei ragazzini. La stampa parla della loro folle e anarchica originalità, e intanto sullo schermo del globo sfilano la seconda guerra mondiale, lo sbarco sulla luna e altri eventi. Sin dal ritorno di Langley, i due si sono sempre più isolati dal mondo, in un distacco progressivo e costante. Anche l’ironia, che puntolina soprattutto le pagine inziali, scemerà e sarà risucchiata dal senso tragico di queste due vite. Langley è pazzo, non ci piove, ma Homer è suo sodale e non ne respinge le trovate: perciò il matto non è uno, sono due. Tobino diceva che i «matti sono ombre con le radici al di fuori della realtà»: e infatti Homer e Langley stanno fuori dalla realtà degli altri perché sono conficcati nella loro (la casa). Il libro è ispirato a una storia vera: i Collyer sono esistiti e naturalmente, per romanzarne la vicenda, Doctorow si è concesso tutta una serie di licenze. Il romanzo finisce quando Homer sente un boato e una forte vibrazione dell’edificio, come una scossa di terremoto, ed è con questa sospensione improvvisa ma non brusca che cala il sipario (nella realtà furono ritrovati cadaveri: Langley schiacciato da una valanga di carta, Homer morto di stenti perché bloccato da cataste di roba). Forte di una narrazione trainata da una scrittura sempre fragrante, “Homer & Langley” fa rimpiangere di interrompere la lettura per rispondere al telefono o per accendere una sigaretta. E Doctorow dimostra che una vita, anche la più eccentrica, anche la più solitaria, può parlare a qualsiasi lettore, anche il più ordinario, anche il più normale: sempre che la si sappia inventare e raccontare.

(Edgard Laurence Doctorow, “Homer & Langley”, traduzione di Silvia Pareschi, Mondadori, pp. 215, Euro 19,50)
 
 Galaad Edizioni (del 26/07/2010 @ 16:57:36, in Libri, linkato 47 volte)


di Consuelo Calcagno

“Un re è l’uomo quando sogna, un mendicante quando veglia”

In questo racconto, tanto breve quanto intenso, Dostoevskij scardina la filosofica asserzione in epigrafe e attacca il mito del sognatore schilleriano. I sognatori sono per Dostoevskij uomini che, consapevoli dell’impossibilità di far coincidere l’arte con la vita, decidono di staccarsi dalla vita stessa. Il protagonista del racconto è per l’appunto un sognatore, un giovane uomo che vive esclusivamente in contatto con se stesso. Ciononostante, Dostoevskij non ce lo presenta come un infelice ma come un uomo che, cosciente della propria condizione di “sognatore”, accetta la solitudine come corollario del sogno. Le lacrime di una ragazza (sconosciuta e al contempo nota) faranno sì che il sognatore decida di rischiare a viversi. Le conseguenze di questa scelta saranno molto amare per il protagonista, ma Dostoevskij ci fa capire che vale comunque la pena di vivere, amare, aprirsi all’altro, rompere il guscio del sogno precipitandosi nella vita. Perché “un minuto intero di beatitudine può ben colmare tutta la vita di un uomo”.

(Fedor Dostoevskij, Le notti bianche, a cura di G.Spendel, Mondadori, 2003)
 
 Galaad Edizioni (del 12/07/2010 @ 09:30:14, in Libri, linkato 57 volte)


di Simone Gambacorta

La cattedra no. A Giancarlo Vigorelli una carriera da professore universitario sarebbe andata stretta. E dire che le porte erano aperte. Assistente di Filologia romanza nel ‘38 alla Cattolica (vi si era laureato con una tesi su Gide) e poi Preside di Liceo a Lecco, ben presto fu mandato a casa per via del suo antifascismo. Ma dopo la guerra, che fra l’altro lo portò ad aderire alla Resistenza e a riparare in Svizzera, avrebbe avuto agio nel dedicarsi a lezioni, esami e tesi. Non lo fece. La sua vocazione di uomo di lettere, per trovare compimento, doveva esprimersi fuori da un’aula, a contatto con la gente e col mondo, in un combaciare di letteratura e vita. A patto, però, che il contatto fosse concreto, costruttivo e finalizzato a una crescita collettiva che ponesse l’uomo al centro. In questo senso, fu davvero un militante. Per Vigorelli la cultura era “rapporto” (una parola per lui fondamentale), connessione, creazione di situazioni, scambi e confronti. La sua esistenza fu costellata di incontri (e scontri: aveva un caratterino niente male) e amicizie con artisti, scrittori e intellettuali. Impossibile elencare tutto quel che fece. Giovanissimo, collaborava già con importanti riviste. Poi fondò e diresse giornali, creò premi letterari (tra cui il Taormina, dove, fra gli altri, fu accolta Anna Akmatova, da vent’anni privata del passaporto e “detenuta” in patria), organizzò mostre e convegni, firmò libri (l’impegno pubblico non ne inficiò mai la qualità, basti pensare al bellissimo “Carte d’identità”). Fece pubblicare “Il male oscuro” di Berto da Rizzoli, portò Sartre da Mondadori, fece tradurre i giapponesi Mishima e Tanizachi e fu tra i primi a valorizzare Pasolini. Il critico come motore, insomma, come fluidificante, come snodo, come propulsore. L’opposto, per capirci, del pensatore isolato. Fieramente lombardo (nacque a Milano nel 1913, si è spento nel 2005), fine italianista (oltre a tanti interventi e saggi dati alle stampe, fu Presidente del Centro Nazionale di Studi Manzoniani), questo imprenditore con l’hobby della letteratura (si definiva così, scherzosamente: sapeva di essere un abile organizzatore con doti di politico) visse l’intera sua esperienza intellettuale in una dimensione europea, perché solo un’Europa della cultura avrebbe sconfitto l’Europa delle ideologie (Cortina di ferro e affini). Da qui la fondazione, nel 1958, insieme con Angioletti, della Comunità Europea degli scrittori, e da qui la nascita della rivista «L’Europa letteraria» (poi «Nuova Rivista Europea»). Per la cura di Carla Tolomeo, Gian Paolo Serino e Lorenzo Butti è uscito “Così tante vite. Il Novecento di Giancarlo Vigorelli”, una bellissima biografia per immagini che, grazie a molte fotografie tratte dall’archivio privato del critico, ce ne racconta il percorso (con interventi di Claudio Magris, che ne sottolinea la «nota cristiano-cattolica», Josep Maria Castellet, Thor Vilhjálmsson e la stessa Tolomeo). Un percorso portato avanti gomito a gomito con grandi nomi. Proviamo a farne alcuni, consci delle inevitabili omissioni: Patti, Bassani, Flaiano, Piovene e Foucault. Oppure Moravia, Parise e Ungaretti. E ancora Ionesco, Borges, Montale, Pound, Bufalino e Buzzati. E poi Sciascia, Zavattini, Luzi, Chiara, Sereni e Malraux. Non è finita: Bacchelli, Steinbek e la Duras. Senza dimenticare Picasso e De Chirico, Manzù e Balla, Guttuso e Bianciardi, Quasimodo e Carlo Levi, Calvino ed Evtuchenko (Vigorelli respirò anche tanto cinema, con Antonioni, Fellini e quel Rossellini di cui fu collaboratore). In questo volume ci sono volti sorridenti, volti assorti, volti che parlano o che ascoltano. Il bianco e nero diventa una musica di gesti e sguardi che dà forma a questo “romanzo” postumo che è il libro più bello che Vigorelli abbia scritto.

(“Così tante vite. Il Novecento di Giancarlo Vigorelli”, a cura di Carla Tolomeo, Gian Paolo Serino, Lorenzo Butti, prefazione di Caludio Magris, Mattioli 1885, pp. 335, Euro 33)

Questa recensione è stata scritta alcuni anni fa in occasione della pubblicazione del libro cui si riferisce. Era destinata a una rivista che poi, per disguidi redazionali, non ebbe modo di pubblicarla. Viene perciò riproposta ora, “ritardataria” ma almeno inedita.
 
 Galaad Edizioni (del 27/06/2010 @ 14:46:15, in Libri, linkato 105 volte)


di Simone Gambacorta

Dopo il caso scoppiato con “Un’educazione siberiana”, Nicolai Lilin torna alla ribalta con “Caduta libera”, un libro che racconta la guerra cecena. Nato in Transnistria nel 1980, Lilin vive in Italia dal 2003 e, stando a quanto è dato sapere, avrebbe combattuto come cecchino in un corpo speciale dell’esercito russo, una squadra di killer spietati e autorizzati ad agire al di fuori dei regolamenti e delle gerarchie militari. Lilin premette che il suo è un «racconto costruito con particolari veri, un riflesso storto della realtà vissuta»; aggiunge di aver cambiato «i nomi dei personaggi e dei reparti», di aver «omesso i nomi dei luoghi» e di aver «confuso anche i tempi durante i quali sono accaduti gli eventi». Dovrebbe quindi trattarsi di un libro autobiografico e “ritoccato” nel senso chiarito dall’autore, e lo confermerebbe anche il risvolto di copertina: «Chi ha scritto queste pagine, raccontando ciò che ha vissuto, non è un cecchino. Ma ha fatto il cecchino per due anni di servizio militare in un gruppo d’assalto dell’esercito russo durante la seconda campagna cecena». Però queste avvertenze dicono tutto e dicono nulla e continua a non essere chiaro se il racconto di Lilin, al di là di quel make-up per così dire di facciata, sia nella sostanza veramente autobiografico o se, piuttosto, sia il risultato di una libera rielaborazione di tracce autobiografiche (vedi alla voce autofiction). Non lo diciamo per romepre le scatole, ma solo perché, come lettori, ci sarebbe piaciuto sapere per bene di che pasta sia fatto il libro. Comunque sia, “Caduta libera” punta tutto sulla bruttezza di cui è impastato e sulla durezza di una scrittura che si sforza di far scorrere nudi e crudi l’orrore e la terribilità della guerra: e infatti è tutto un uccidere, tutto uno sparare, tutto un morire. Il piatto vuol essere indigesto e ributtante, un rosario di scene cruente che vorrebbero catapultarci dentro un «enorme tritacarne» dove «nessuno più capisce cosa fa». Un saggio sull’andazzo generale lo offre uno stralcio di un ordine operativo (a quanto pare vero) diffuso ai reparti russi e riprodotto nelle pagine: «Tutte le unità umane che nel momento dello scontro diretto rappresenteranno una minaccia o causeranno difficoltà all’adempimento dell’ordine, devono essere liquidate fisicamente». E ancora: «Di fronte a eventuali richieste da parte dei terroristi di soccorsi medici, trattative, colloqui, o offerte spontanee di consegnarsi alla legge della Federazione Russa, rispondere impegnando le armi da fuoco». Cioè a dire: non si fanno prigionieri, ammazzateli tutti e addio ai diritti umani. In un altro passaggio si spiega come i soldati appena reclutati, per essere trasformati in assassini duri e puri, venissero incaricati di rimuovere come monatti i cadaveri dei colleghi, in modo da divenire indifferenti alla morte: trascinate i corpi per le gambe – ordinavano i superiori – e state attenti, «dentro sono pieni di topi» che ne mangiano le interiora. Il problema di “Caduta libera” è che è cronachistico e ripetitivo, e i vari capitoli non dicono nulla di “davvero” diverso l’uno rispetto all’altro. Sempre la stessa solfa, tutto un po’ uguale, tutto un po’ monocorde. Quello che uccide questo libro pieno di uccisi è la mancanza di mordente e alla fine tutta questa violenza suona perdente, inefficace e a suo modo compiaciuta.

(Nicolai Lilin, “Caduta libera”, Einaudi, pp. 326, Euro 21)
 
 Galaad Edizioni (del 18/06/2010 @ 11:01:38, in Libri, linkato 80 volte)


di Consuelo Calcagno

Saramago costruisce di solito i suoi romanzi partendo da situazioni apocalittiche ("cecità"), paradossali ("le intermittenze della morte", surreali ("la zattera di pietra") assurde ("l'uomo duplicato"). Questo romanzo trae invece spunto da una situazione di perfetta normalità: un uomo che lavora nella conservatoria generale dell'anagrafe. Ma da questa esistenza scandita dai ritmi di entrata-uscita del posto di lavoro scaturiscono un'angoscia e una solitudine così potenti e assolute che nulla hanno da invidiare alle atmosfere claustrofobiche di Cecità. Il signor Josè è un uomo così solo da intrattenere dialoghi metafisici con il soffitto della propria stanza, senza una donna, senza un amico, impolverato e grigio come le scartoffie di nascita e morte con cui ha ogni giorno a che fare (ma come sarebbe piaciuto questo sig. Josè a Italo Svevo!). La descrizione della conservatoria come un monolite che troneggia sull'esistenza del sig. Josè fino a burocratizzargli l'anima avrebbe invece fatto impazzire di gioia Kafka. Da una vita così, soltanto un’ossessione (la passione non sarebbe infatti abbastanza) può salvarti. E’ cosi che il sig. Josè si lascia consapevolmente ossessionare da una donna la cui ricerca diventerà lo scopo della sua esistenza. Per la ricerca di questa donna (o forse per la ricerca di un altro sé?) il sig. Josè infrangerà (con l’aiuto non troppo inaspettato di un capo orwelliano) tutte le regole che gli sono state imposte e anche altre, quelle che separano i vivi dai morti. In un gesto estremo d’amore o piuttosto di pietà.

(José Saramago, "Tutti i nomi", traduzione di Rita Desti, Einaudi, pp. 252, Euro 12,00)
 
 Galaad Edizioni (del 13/06/2010 @ 08:38:54, in Libri, linkato 101 volte)


di Simone Gambacorta

Un giorno la vita di Roland Barthes si spezzò. Successe quando morì sua madre. Fu un colpo di scure che portò la notte, perché certi dolori uccidono ma lasciano in vita chi li prova. Era il 25 ottobre 1977. Il giorno successivo, Barthes prese a scrivere un diario. Lo tenne per due anni. Era dilaniato, ma si ripiegò su quelle pagine in cui registrò il crollo di una centralità: «Che cosa ho da perdere, ora che ho perso la Ragione della mia vita – la Ragione d’aver paura per qualcuno?». Un amore totale era stato amputato e lui era rimasto solo, era rimasto “mezzo”, sconvolto dal freddo improvviso tra un prima e un dopo che lo condannava a una diversa stagione di vita, quella “Dove lei non è”. Tutto quel dolore prese corpo nei frammenti brevissimi, terrei e poetici che compongono questo “Diario di lutto”, un quaderno trafitto e sospeso nel quale «non leggiamo un libro concluso dal suo autore, ma l’ipotesi di un libro da lui desiderato» (così la curatrice Nathalie Leger). Questo diario di Barthes è tante cose: è il libro di una disperazione, ossia la reazione “normale” alla spietatezza naturale ma inammissibile della perdita; è il tentativo di decifrare e descrivere diaristicamente uno sconosciuto chiamato lutto, gemello diverso di quell’altro sconosciuto chiamato morte; è il “racconto” dell’impatto con riflessioni e interrogativi devastanti, ma arginati e contenuti dall’ansia di un’analisi intellettuale. Il trauma e il dissesto di cui le pagine ci mettono a parte, sebbene enormi e abnormi, non sfogano in una lacrimosa teoria di doglianze, diventano un umanissimo tragitto esplorativo, lo sguardo su una tomba da cui dipartono spifferi che toccano il volto di una madre, il rapporto tra una madre e un figlio e il reducismo di quel figlio. L’immagine che ne emerge è quella di un uomo straziato e attonito, ma dedito al sacerdozio di una scrittura dove si coagula il dramma di chi sopravvive. C’è un passo che dice tutto, quanto a smarrimento: «Nella frase «Lei non soffre più», a cosa, a chi rinvia «lei»? Cosa vuol dire questo presente?». Il punto è che la morte, quando passa, quando accade, costringe chi resta a osservarla: e quali altri mezzi ha l’uomo per farlo, se non le parole? Ma le parole, per quanto dilaniate, per quanto sincere, e per quanto ansiose di essere fedeli a una lacerazione («Una ferita, qualcosa che fa male nel cuore dell’amore»), sono quelle che sono, non possono dire tutto, non sempre si riesce a condurle dove si vorrebbe, perché certe zone sono impossibili: «Tutti calcolano, lo sento, il grado d’intensità di un lutto. Eppure è impossibile (segni derisori, contraddittori) misurare davvero quanto si raggiunge». Ma «il lutto peggiora, si approfondisce», impone scoperte che, anche a distanza di tempo, spargono sale sugli sbreghi: «Imparare la (terribile) separazione fra l’emotività (che si calma) e il lutto, la tristezza (che è presente)». La morte della madre inchiodò Barthes in una sorta di segregazione psicologica («Tutto ciò che mi impedisce di abitare la mia tristezza, mi è insopportabile»), un’erranza tremula e impotente nel deserto di una domanda: «Che senso, ormai, per la mia vita?». Il tempo dello stare “insieme” si era accartocciato, si era surrogato in un impedimento, un’infermità, un’irrevocabilità. E il senso di quella improvvisa distanza diventa tanto più forte quando capita di leggere le parti sul dialogo tra madre e figlio, che per Barthes non è soltanto parola detta a voce, ma anche gesto, vicinanza di ore, condivisione d’abitudini, spazi e silenzi. Grazie alla traduzione di Valerio Magrelli, “Dove lei non è” immette il lettore in una camera oscurata da una sottrazione, apre le stanze di una casa diroccata dall’orfanezza. Quella morte fu un boato e fece schizzare via i frammenti di un discorso interrotto che adesso arrivano a noi.

(Roland Barthes, “Dove lei non è. Diario di lutto. 26 ottobre 1977-15 settembre 1979”, a cura di Nathalie Leger, traduzione di Valerio Magrelli, Einaudi, pp. VI-260, Euro 18)
 
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"Nessuno può mai essere veramente ferito se non da ciò che altera la sua natura."
(Storia di una fattoria africana, Olive Schreiner)

"Nessuno sa quante ribellioni fermentano nelle masse di esseri viventi che popolano la terra."
(Jane Eyre, Charlotte Bronte) 

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