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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 04/01/2012 @ 11:23:34, in Libri, linkato 350 volte)


di Leandro Di Donato

Il romanzo ha un incipit fulminante “Mi chiamo Viviana e sto per morire” a cui fa seguito l’abbassamento della tensione narrativa, che trova subito una nuova misura nella voce della protagonista che diventa piana, sussurro, melodia che predispone all’ascolto. Il racconto incanta, scivola lento dando il tempo di assorbire atmosfere, ritmi e accadimenti. Questa narrazione non potrebbe avere altra cifra: lo stile aderisce al racconto come un guanto alla mano. La prima sfida vinta è la plausibilità della voce. Durante la lettura ci si dimentica che il romanzo, svolto da un io narrante femminile, è opera di uno scrittore. L’Autore riesce con grande maestria a dar conto delle emozioni, dei colori e dei toni del sentire al femminile, fino alla descrizione del desiderio sessuale. Una grande prova di scrittura e di controllo della materia narrativa. Il romanzo prende le mosse dalla volontà della protagonista, malata terminale di tumore, di raccontare la propria vita, di lasciare la propria traccia. Viviana comincia a scrivere la storia della sua vita, domenica 10 ottobre 1999 - anno di fine secolo e fine millennio, anno simbolico che segna un passaggio, un prima e un dopo - e conclude la sua fatica sette giorni dopo, la domenica 17 ottobre. Una vita che da ordinaria diventa, ad un certo punto, straordinaria. E questa dinamica ordinario/straordinario è il vero cuore del romanzo, il motore generativo della narrativa di Roberto Michilli. Ma per chi scrivere la propria vita, si chiede Viviana? In fondo è la domanda che accompagna ogni scrittore. La risposta è una splendida definizione di letteratura, una delle più profonde e vere che mi sia capitato di leggere: “Forse nessuno leggerà, ma quello che importa è che ce ne sia la possibilità”, perché la vita raccontata con “sincerità ed onestà sarebbe la memoria vera dell’umanità”. Una definizione che richiama la lezione del filosofo Jacques Derrida sulla relazione vita/morte e sulla funzione della scrittura. C’è un’altra riflessione di Viviana che contiene una verità generale, quasi un epitaffio di questi tempi avvitatisi sui canoni delle apparenze e sul primato della superficialità: “la bellezza è una malattia mortale”. Qui Michilli ci consegna una pagina che, al di là del romanzo, ci aiuta a riflettere su una parte della nostra, non del tutto trascorsa, storia recente che ha alimentato miti, sia pure di cartapesta, e nutrito sogni e ambizioni di troppi giovani che hanno creduto e ceduto alle lusinghe delle apparenze e delle scorciatoie facili e leggere per arrivare al successo, o a quel che per tale veniva e viene spacciato. Le notizie del mondo e dal mondo arrivano a Viviana, come echi lontani, scorrono come sottotitoli. Basso controcanto, colonna sonora intermittente di un piano posto al di sopra o su un piano sempre più altro, il piano di fuori, l’altrove senza più il suo dove. Altro elemento caratteristico della scrittura di Michilli è l’attenzione agli odori, l’attestazione dell’esistenza di altre piste che non incrociamo. Una labile presenza che arriva come onda, poi sfugge, poi ritorna come bava di vento, presagio delle tante presenze che ci sfuggono, che non vediamo, che non conosciamo. Attenzione agli odori che, per contro, ci ricorda la nostra distratta acquiescenza ad una terribile assenza: ci siamo condannati a regalarci fiori che non odorano più. La banda musicale che suscita echi d’infanzia, di una allegria semplice e piena, totale, che non ha increspature, che vive il tempo dell’esecuzione, che riempie le pieghe delle ore e gli echi quelle degli anni, è un’altra presenza importante nelle pagine di Michilli. Altro elemento caratteristico è il microcosmo dell’ufficio, già raccontato in Desideri e ora indagato con gli “occhi” e la psicologia di una donna. Un nuovo racconto, uno sguardo d’angolo, diverso, una posizione altra che offre una diversa visione. Il marito di Viviana, Ivan, è una figura defilata ma precisa, che non scompare mai. Le sue vicende fanno da contrappunto a quelle di Viviana. Il loro filo, cambia diversi colori e vibra con diverse forze di tensione, ma non si spezza mai. Una presenza, che sotto le apparenze dimesse, ha una sua forza e ed esprime la necessità della sua presenza. Una metafora delle seconde possibilità della vita, l’occasione colta di un riscatto che ricostruisce la trama delle relazioni e delle opportunità. Viviana ascoltando Violetta cantare nella Traviata la celebre aria che inizia con “ E’strano” scopre che il centro dell’amore, il solo vero grande amore è quello in cui si ama e si è amati. Amare amando è il cerchio magico che riunisce le due unità esatte, la vera sezione aurea della vita, il ricongiungimento delle due grammatiche del vivere, la sintesi dell’ordinario e dello straordinario. Questa notazione ci conduce al centro del lavoro di Roberto Michilli, a quella che a me pare la sua tematica d’elezione, il suo terreno d’analisi, il suo punto d’osservazione e cioè la dinamica ordinario straordinario. Queste sono infatti le due logiche, le due grammatiche che convivono in una danza senza fine, cedendosi reciprocamente il passo nelle scelte che determinano le vicende della vita. L’onda degli avvenimenti sale, si increspa la superficie, si flettono gli archi delle stabilità la cui rottura annuncia il cambiamento, l’emergere di un desiderio che impone la sua urgenza, la sua logica, il suo equilibrio (perché c’è un equilibrio dei desideri e nei desideri), i suoi tempi. Il desiderio sovverte l’ordine costituito, rompe le forme e gli assetti precedenti, sconvolge la gerarchie consolidate e si prepara a costruire un nuovo (provvisorio) equilibrio. Così il soprannaturale sovverte il naturale, lo straordinario sovverte l’ordinario; l’irrazionale, il non detto o il non dicibile conquista la sua lingua. Il continente ribollente- come la pentola della maga- dei sentimenti trova lo sguardo che li rivela. Il racconto accelera, cambia passo, si ribaltano gli assi che sorreggono le prospettive, si impone l’altra faccia della vita. La lingua dei sentimenti che diventano dicibili è la cerniera, il confine tra i due emisferi. Questo andamento- che evoca la teoria piagettiana dello sviluppo psicologico e l’alternanza delle modalità di assimilazione e accomodamento- caratterizza tutto il romanzo e regala spesso delle sorprese, come quando scopriamo che il socio di un club privè è un impresario di pompe funebri. Ma non si tratta della riproposizione dell’abusato duello Eros Thanatos, quanto di uno scarto della narrazione dai binari prevedibili, l’elemento straordinario che rompe lo schema atteso. Un’altra delle caratteristiche importanti della narrativa di Michilli è la scelta di ambientare i suoi romanzi in una piccola città di provincia. Scelta felice questa perché, lungi da ogni enfasi provincialistica o compiacimento localistico, permette di tratteggiare il particolare affresco sociale che restituisce le grandi coordinate generali e di leggere, in filigrana, i segni del tempo storico nella mentalità, nelle motivazioni dei comportamenti e nelle scelte dei personaggi del romanzo, tutti peraltro ben definiti e la cui comparsa nelle pagine dipana con coerenza il disegno complessivo del romanzo. La parte finale, il congedo della protagonista ci consegna una grande domanda, che ha alimentato e alimenta fiumi dì’inchiostro: la morte è ordinaria o straordinaria? La risposta, non filosofica né trascendente è affidata ad una splendida poesia i cui ultimi tre versi lasciano alla umanissima ricerca del nome delle cose il solo filo possibile della memoria. Il libro ha una chiusura bellissima, degna dell’incipit: un ultimo sussulto d’amore, il piccolo attimo che fissa la sola eternità per noi possibile, la sola che possiamo pensare e perciò dire. La lettura ci chiede un po’ di quella ricchezza finita, quella fonte non rinnovabile di vita che è il nostro tempo. Ricchezza limitata e perciò preziosa. La letteratura ci chiede vita, ma restituisce vita: quella dei personaggi che diventano amici - a volte amici veri e reali più di altri in carne ed ossa - e quella di luoghi e tempi che diventano anche nostri. La letteratura, quella vera e necessaria perché rispetta questo patto etico, ci chiede tempo e ci regala tempo; ci chiede un po’ della nostra vita, ci regala un po’ di vita per la nostra vita. Un buon libro rompe l’equilibrio preesistente e, a lettura finita, lo ricompone con l’apporto di una nuova presenza. Il romanzo La più bella del reame fa proprio questo e per questo, come tutti i libri di Roberto Michilli, onora il patto etico fra scrittori e lettori.

(Roberto Michilli, La più bella del reame, Galaad Edizioni)
 
 Galaad Edizioni (del 31/12/2011 @ 11:09:16, in Libri, linkato 524 volte)


di Simone Gambacorta

C’era qualcosa di profondamente etico nella scelta di Niccolò Gallo. Una scelta di letteratura e vita su cui può aiutarci uno scritto che Renato Minore ha inserito nel suo “Intellettuali, mass-media, società”, apparso nel 1976. Ne “Il silenzio di Niccolò Gallo”, infatti, Minore fra l’altro dice questo: «Gallo, “critico” per eccellenza di un’intera generazione, scrisse assai poco. Se non di malavoglia, comunque con “rassegnazione”. Saltuariamente, fino alle soglie degli Anni Sessanta accettò la mediazione della scrittura per riviste (…) Poi il silenzio si fece tenace. Rimase la presenza affidata alla consulenza da sempre prestata agli amici scrittori nella casa di piazza Ungheria». Un giorno Gallo fece un passo indietro, si mise da parte, accantonò la propria scrittura e si aprì del tutto a quelle altrui. Come dire: dal protagonismo critico all’altruismo critico, con l’intervento recensorio che arretra dinanzi al desiderio di servire altrimenti la creatività letteraria. Alla base di tutto c’era, plausibilmente, una rinnovata esigenza, questa sì tutta critica e tutta criticamente intesa, di ascolto. Ascoltare la letteratura per comprenderla e instradarla, ascoltare le differenti istanze narrative per accudirle, per incoraggiarle o scoraggiarle, per correggerle. Ascoltare. Come un monaco che accoglie una confessione, come uno psicanalista che interpreta un sogno, come un padre di mille e nessun figlio che assiste chi ne invoca l’aiuto. Nella scelta di Gallo c’era la volontà di mettersi al servizio di chi voleva raccontare, la volontà di lavorare “con” e “per” i libri ascoltando chi a quei libri dedicava l’esistenza. Una scelta tanto etica quanto estrema, e infatti nessuno dice che tutti i critici debbano fare come lui, né che la sua sua “lezione” debba conoscere repliche pedisseque. Ma una maggiore cura per l’ascolto degli scrittori, specie in un tempo come il presente di critica vivacchiante e di narrativa in cerca d’aiuto, non giocherebbe a scapito del mestiere di chi lavora con i “libri degli altri”. Per il semplice fatto, e questo al di là di Gallo, che l’ascolto presuppone un’apertura, non un Muro di Berlino tra chi pubblica e chi giudica; un’apertura che è anche sinonimo di nutrimento, di delucidazione, e premessa per più avvedute valutazioni. Sarà allora chiara l’utilità “critica” di uno strumento di natura giornalistica qual è l’intervista, a condizione la si intenda come la conversazione tra uno scrittore e un “lettore” finalizzata a divenire un documento che, grazie a un movente di ascolto, e sia pure in forma divulgativa, contribuisca a illustrare le specificità di un impegno letterario. È perciò una bellssima sorpresa “Dentro la letteratura” di Enzo Golino, una raccolta di ventuno conversazioni che questo mastodonte della nostra critica (se ne ricordino almeno “Sottotiro” e il monumentale “Madame Storia & Lady Scrittura”) ha realizzato, a suo tempo, con un manipolo di signori i cui nomi, letti col senno del poi, ossia con cognizione dell’oggi, suonano come quelli di una formazione che in passato abbia vinto i mondiali di calcio, tanto risultano svettanti rispetto alle ristrettezze odierne. Diamone elenco: Balestrini, Bassani, Benedetti, Bernari, Bertolucci, Bilenchi, Buttitta, Cassola, De Mauro, Eco, Fortini, La Capria, Malerba, Mastronardi, Moravia, Ottieri, Pasolini, Pratolini, Rea, Romano e Volponi. Il volume è suddiviso in cinque sezioni (“Scuola”, “Natura”, “Operai”, “Lingua e dialetto” e “Storia”), e a voler segnalare i passaggi migliori c’è il rischio di ingolfarsi, visto che stimoli il volume davvero non ne lesina. Basti dire che una buona intervista si riconosce almeno per due requisiti: per la non invasività dell’intervistatore, che deve gestire la “scena” senza occuparla, come un regista; e per il coefficiente di sostanza e non corrività delle risposte, direttamente connesso, vien da sé, con quello delle domande. Questi requisiti, inutile dirlo, non latitano nelle pagine di Golino, che per di più hanno la qualità di mettere in relazione il punto di vista degli interpellati con problematiche e temi culturali della realtà italiana: evviva la concretezza, altro che letterati con la testa tra le nuvole. Tutti sono interrogati su un argomento di cui hanno esperienza diretta, o di cui possono parlare con cognizione di causa, e tutti trovano in Golino una sponda vigile e discreta. È vero: si può stare “Dentro la letteratura” anche ascoltandola dalla voce di chi la fa e la “esiste”.

(Enzo Golino, “Dentro la letteratura. Ventuno scrittori parlano di scuola, natura, operai, lingua e dialetto, storia”, Bompiani, pp. 181, Euro 9,90)
 
 Galaad Edizioni (del 16/12/2011 @ 16:10:47, in Libri, linkato 214 volte)


di Alceo Lucidi

Avevamo lasciato Eugenio De Signoribus, nella penultima sua raccolta, dal titolo Soste ai margini (2005-2007), in un contrastato intreccio di sentimenti irretiti dalla morsa “stretta” di un mondo afflitto nella diffusa incapacità di generare credibili e sensibili scatti verso una possibile riabilitazione della condizione umana. Ovvero con il senso, non ancora pienamente fermentato, tutto in potenza, di una necessaria speranza costretta nelle maglie di un presente indistinto, in cui anche la formulazione letteraria, e con essa lo statuto dell’intellettuale, stentavano a trovare un reciproco riconoscimento nella potenza liberatoria del testo. Lo ritroviamo oggi, con il suo ultimo lavoro intitolato Trinità dell’Esodo, apparso per i tipi della Garzanti, alle prese con un’inalterata, e solo parzialmente risolta, tensione morale che lo porta, in una versificazione precisa, scarnita e pungente, dalle intense rese espressive, a esplorare il terreno spoliato del nostro commercio sociale. Riesce facile immaginare quali siano le tematiche a cui la poetica slavata, folgorata, condensata, assertiva di De Signoribus puntualmente riporta: l’abuso dell’uomo sull’uomo, un certo “imperdono” e corposo malcostume elevati a sistema, l’arte dell’astuzia come metro di valutazione delle relazioni interpersonali, l’egoismo che si fa incomunicabilità dilagante e rende le coscienze vulnerabili ai pregiudizi e alle massificazioni di un pensiero pre-dominante. E si intuisce anche, tra le righe, attorno a quale sofisticata rete di manipolazioni, sottili perversioni, avvilenti compromessi e insondabili abiezioni il bestiario delle grossolane tare del genere umano vortichi paurosamente. (E’l’era melmosa/ della memoria./ E’l’era della ressa/ impietosa) De Signoribus ha il dono del dettato poetico scandito e variegato assieme, lirico e discorsivo a un tratto, capace di fondere in una sintesi piena la necessità del doloroso grido di angoscia con un’aspirazione di riscatto che, se pur latente, cova ed è pronta ad esplodere a ogni pagina. Le figure dimesse della sua poetica non devono confondere perché riportano tutte a un rigoroso disegno unitario, più ancora a una ponderosa riflessione che, soprattutto in quest’ultimo libro, è tutta concentrata e caricata nelle parole, pregne di senso e quasi puntate, tanto sono affilate da una penetrante forza raziocinante, da una loro pervadente e operosa spiritualità, contro il mediocre mercimonio o l’abnorme permissivismo a cui non solo il linguaggio ma la nostra stessa coscienza critica risultano immancabilmente sottoposti. Innanzitutto, il titolo insiste su un dualismo ontologico che, poggiando sui fondamenti della meditazione del poeta e, per converso, su una più generale comprensione della natura umana, coinvolge, da un lato, il richiamo all’unità dell’essere (simboleggiato dalla trinità e riecheggiato in una dimensione religiosa), con il suo ritorno alle fonti della purezza originaria e, dall’altro, l’esodo, nella sua componente fluida di ricerca e di risposta a domande etiche urgenti e, in quanto tali, non più differibili, direttamente ascrivibili a un rovello esistenziale posto al centro di un dinamismo gnoseologico inconcluso. L’estetica di De Signoribus si oggettiva allora in un’argomentazione sottesa e commista al verso, che nella sua curvilinea e flessibile direzione accoglie in sé le sinuosità di un pensiero che si snoda, come linfa vitale, attraverso le vibranti e trancianti ramificazioni delle cadenze liriche. Il ritmo spezzato e non compiaciuto è sinonimo di una poesia che cerca, lontana da riconfortanti estetismi o divagazioni intellettualistiche, un rigore morale da applicare all’intero suo dettato, perché la parola scandita, o isolata in sua autonoma precisa attribuzione di senso, possa scuotere e suscitare interrogativi. «Una ferma assertività governa il testo, in tono grave e asciutto», precisa giustamente Luca Lenzini in un’illuminante critica prodotta in occasione dell’uscita della raccolta di De Signoribus, come se la triade (o la Trinità) del negativo, corrispondente ai termini “ male”, “cenere” e morte” volesse essere ricondotta, attraverso l’ostinata mediazione del verbo scritto, all’altro polo ricostituivo delle relazione umane (ossia “Verità”, Grazia”, “Semina”) o anche, per dirla con De Signoribus, al “controcanto” della mente di fronte alle devastazioni dell’ovvietà e dell’egoismo. E’una versificazione che lavora in maniera costante per affinare le strutture che la sorreggono, tanto formali quanto semantiche, e che si approfondisce proprio nell’atto di rarefarsi in una lingua asciutta e raggrumata, introflessa eppure miracolosamente aperta agli apporti esterni, a una collaborazione e uno sforzo di aggiustamento e consolidamento del messaggio di cui si fa portatrice. L’addensarsi di significati ultimativi e categorici, in un orizzonte di conoscenza e di ricerca inglobato negli apodi irriducibili del Bene e del Male, in un viaggio metafisico e reale, personale e collettivo assieme, ci dischiude la misura e la portata delle potenzialità nascoste e sorprendenti del poetare di De Signoribus, il quale racchiude una sofferta appartenenza alla realtà in un’impalcatura metrica ipertrofica e prosciugata che, per il fatto di circoscrivere enormi contenuti e irrisolti problemi etico-sociali in un felice condensato di immagini e trasfigurazioni allegoriche, ci ricorda la migliore lirica di matrice primonoventesca, legata a figure memorabili come quelle di Ungaretti, Rebora, Sbarbaro, fino a toccare le più drastiche parabole montaliane, dove il disagio esistenziale si è già drammaticamente fissato. A ogni modo lo slancio poetico di De Signoribus, in luogo di isterilirsi in una cifra stilistica o in un malessere insoddisfatto, cerca sempre di tradursi in un afflato più alto, in un’idea di dialogo che, allargando i confini del testo poetico, trasportano la trattazione lirica verso una maggiorazione di significati e di aperture. (Oh soffio espanso, rua / dello Spirito, ruaaaaaah!... / da una riposta retrovia / da una riposta bolla / che nell’accumulo dei dì / pare sotto una montagna / risale invece, e forse dice / - io sto con te da sempre - / e sembra d’udire, / - aprimi una buona volta!...). Il verso, dunque, che preme per una dilatazione dei confini epistemologici, nei quali si vede normalmente costretto, è fecondato da una spiritualità che, a voler riprendere le parole di Carlo Bo a proposito di François Mauriac, assume le forme di un sentire inquieto e travagliato, lontano da una “comoda morale” e permeato invece da un senso di “confronto attivo” con la realtà. Tra le dilanianti contraddizioni del nostro tempo, nelle viscosità di una storia che non tarda a rivelare il suo consueto volto di devastazioni e sofferenze, trascorre allora la ferma indagine del poeta che, oltre a puntare il dito contro il cumulo di orrori ricorrenti, come ha ben detto Emanuele Zinato, “nomina e invoca con fierezza un nucleo ereditabile e trasmissibile di socialità solidale”. Ciò implica una palingenesi complessiva, una rinascita consapevole, tanto fedele alle radici dell’uomo quanto in grado di annettersi a un riaccesso orizzonte di futuro e una sostanziale riabilitazione di speranze in cui si ritrovino le ragioni di un’Utopia che, in quanto tale, si faccia sospirata premessa di una società di là da venire, conciliata e maggiormente desiderabile, in un oltre ancora tutto da costruire. Nelle misure calanti di testimonianze poetiche ferme sulla soglia di un dire indistinto, De Signoribus si accredita con una riconfermata sicurezza di tono e di velata denuncia che non tradisce in alcun modo le aspettative. “Ecco, utopia, nel quotidiano stento / il tuo volto nell’oltre mi traduce / in quel corso ogni vero ritraluce / prima del chiaro o prima che sia spento”.
 
 Galaad Edizioni (del 27/11/2011 @ 08:40:08, in Libri, linkato 359 volte)


di Simone Gambacorta

È sorprendente come in un libro su Pasolini, in un libro che dichiara di voler raccontare Pasolini ai ragazzi, di Pasolini, di Pasolini in sé, si parli a spizzichi e bocconi. Qualche accenno, qualche riferimento quasi casuale: per il resto un continuo rinviare l’incontro, un continuo assecondare il vezzo elusivo di una scrittura che cresce su se stessa e corre verso nessun dove. Bisogna attendere duecentocinquanta pagine per leggere qualcosa che non sia un semplice sfiorare Pasolini. E duecentocinquanta pagine, in un libro di trecentootto (“Ringraziamenti e nota” compresi), sono un po’ troppe. Dannatamente troppe, o dannatamente poche: dipende, al solito, dal punto di vista. Non è invece questione di punti di vista la sensazione che il lettore ha d’aver frainteso, d’aver sbagliato l’ora e il luogo di un appuntamento al quale Godot “continua” a non arrivare. Ma siccome Godot è sempre Godot, il lettore non se la sente di tornare a casa e prosegue la lettura. Nel frattempo pensa al “fascino discreto della borghesia”, un serpentello che sghignazza per i dispetti che può infliggere anche a uno scrittore che il fatto suo lo sa e non per modo di dire, visto che a Fulvio Abbate dobbiamo almeno due romanzi belli e convincenti, cioè “Zero maggio a Palermo” e “Quando è la rivoluzione”. Ma questo Pasolini che non arriva mai, questo libro che a Pasolini non arriva mai, ricorda tanto la cena impossibile del film di Buñuel. A pagina novantanove, a dire il vero, spuntano fuori Furio Colombo e l’intervista che il poeta gli rilasciò poche ore prima di essere ucciso. Per ironia della sorte, quell’intervista, che è stata ripubblicata in un volumetto da Avagliano, è la dimostrazione che un pezzo giornalistico può essere un documento di eccezionale interesse nonostante la sua brevità. Né va dimenticato che di interviste illuminanti, sul nostro, ce ne sono diverse: da quella di Massimo Fini approdata negli “Scritti corsari” fino a quella che Enzo Golino ha appena riproposto in “Dentro la letteratura”. E peraltro la brevità del faccia a faccia tra Pasolini e Colombo fa il paio con quella del testo di Gian Carlo Ferretti, che nel librino avaglianeo introduce la conversazione e che conferma come poche pagine possano valere più di centinaia di cartelle. Ad ogni modo, dopo questo sprazzo, in “Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi” si parla, nell’ordine, di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, di Ficarra e Picone, di Mario Schifano, dell’eskimo, di Laura Betti («vedova Pasolini»), di Pelosi, Bertolucci, Bellezza e Naldini. Intanto il corsaro arriva sempre di sbieco, due parole ogni cento anni. Sembra di essere alla ricerca di un nuovo “fantasma dell’opera”, un ectoplasma autoriale che non c’è così come non c’è un discorso che ne illustri scritti e pensiero. Per carità, a pagina duecentoquarantotto un periodo più diretto fa capolino: «Pasolini non si è mai mostrato incline verso la modernità, al contrario ha sostenuto una propria fede verso il mondo arcaico, o se non proprio tale, verso quel mondo nel quale Totò e Ninetto, vestiti di un umile saio francescano, scacciano i mercanti dal tempio di “Uccellacci e uccellini”». Un altro concetto forte è a pagina duecentocinquantaquattro: «Forse occorrerebbe parlare soprattutto del coraggio di Pier Paolo Pasolini». Quel Pasolini che, lo si legge quattro pagine dopo a proposito della sua morte, «era entrato in possesso di qualcosa in più dei semplici misfatti. Aveva, insomma, dati, elementi, prove. Sì, prove. Prove esatte, prove incontrovertibili. Prove così acuminate da mandare in carcere alcuni intoccabili. Forse, l’uomo possedeva davvero la miccia che illumina la verità sui misteri e i misfatti del potere». Forse il contenuto di questo libro non è esattamente fedele al titolo.

(Fulvio Abbate, “Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi”, Dalai Editore, pp. 308, Euro 17)
 
 Galaad Edizioni (del 25/10/2011 @ 15:04:17, in Libri, linkato 996 volte)


di Simone Gambacorta

“Montale e la Volpe” è un libro di poesia non perché raccolga versi, ma perché racconta l’amicizia di due poeti, Maria Luisa Spaziani e Eugenio Montale. Poeti, manco a dirlo, di non eguale, anzi di diversissima statura, ma uniti, nel privato, da un’amorevole, delicata vicinanza. La Volpe del titolo è la stessa Spaziani, che con quel nomignolo fu citata nella “Bufera”, ed è proprio la Volpe a mettere in moto questo racconto. E che cosa viene fuori? Che “tipo” di Montale c’è dentro? Tanto per cominciare, un uomo anziano che può essere il padre della ragazza che per caso incontra e subito “corteggia”. Vengono presentati nel gennaio del 1949 e lui, che la conosce di fama, le chiede a bruciapelo come mai non l’abbia invitato a collaborare alla rivista «Il Dado». La Volpe racconta la nascita di un legame forte, durato quindici anni, al quale fanno da collante l’amore per la letteraura, un’affettuosità particolarissima e soprattutto, strano ma vero, ma in fondo poi neppure così strano, le risate: «Ecco il punto fondamentale: le risate. Raramente mi sono divertita e ho riso come con Montale. In lui l’umorismo, il comico andavano in profondo, anche quando si incarnavano in piccole situazioni o minimi personaggi». Il Montale che ci viene raccontato dalla voce della Volpe è un po’ diverso dall’icona di poeta sommo e austero che siamo “scolasticamente” abituati a pensare. Un uomo dallo «spirito caustico», con le sue stranezze e con le sue contraddizoni, goffo e pungente, distratto e attento, geloso di una gelosia tutta sua, e che ogni tanto soffre «di violente antipatie in gran parte inspiegabili». Non sa andare in bicicletta, però nuota. Nei mattini d’estate arriva in spiaggia vestito di tutto punto, come per una conferenza («Era sempre il primo a giungere in giacca e cravatta, scarpe e calze al nostro ombrellone»), salvo poi indossare un costume davvero troppo simile a una maschera di carnevale: «Un costume da bagno completo, blu scuro con un grosso Topolino a strisce bianche e rosse». Ma quanto a timore di apparire una caricatura di se stesso, zero assoluto. Il «Corriere della Sera» gli da’ il primo stipendio fisso della sua vita, con un «contratto stabile». Della cosa è felice, anche se qualche volta deve occuparsi di argomenti che sente lontani. Certo è che il lavoro giornalistico va in stallo se di mezzo c’è la poesia. Succede prima dell’uscita della “Bufera”, con Mondadori che preme e con lui che, «assalito da continui dubbi e ripensamenti» sui suoi versi, non riesce a scrivere nemmeno un rigo per le colonne del quotidiano. Gli piacciono le sigarette Giubek, e anche quando soffia via il fumo si capisce che è di «una razza diversa da tutti gli altri». Ogni tanto, molto di rado, piange, ma non piange quando Gadda lo strattona per il bavero della giacca, imbufalito per una brutta figura a suo parere causata dal futuro senatore a vita. A proposito di Senato, la Volpe racconta un loro gioco, «inventare proposte istituzionali da trasformare urgentemente in legge», come gli sgravi fiscali in premio per un corretto uso del congiuntivo oppure l’ostracismo verso le merci pubblicizzate in televisione. Il Montale di questo libro, inoltre, non gradisce battute o allusioni alla sua presunta avarizia. Buon sangue non mente, lascia intuire la Volpe, visto che il padre, a suo tempo, non acquistò la copia di “Ossi di seppia”, edita da Gobbetti, per via del costo di cinque lire, che gli sembravano troppe («Né il figlio, a dire il vero, aveva pensato di regalargliela»). Ma la parsimonia, non solo pecuniaria, è un suo punto debole, fatica a mettersi nei panni degli altri, salvo qualche rara, significativa eccezione. Sognava di diventare baritono e si ritorva invece Premio Nobel, però concorda con Gide su Simenon, che da «maestro dello stile» è diventato scrittore di «famosissime storie gialle di delitti e tribunali» per amore del successo. “Montale e la Volpe” è un libretto divertito e leggero, che brucia veloce e allegro come un fiammifero, anche se qualche venatura di cupezza ce l’ha. Niente a che fare, è chiaro, cone la pagine “montaliane” che un inarrivabile Silvio Guarnieri (scomodato dalla Volpe con una citazione) ci ha lasciato nel suo “L’ultimo testimone”, né con testi di impegno più saggistico, per esempio “Montale e altro Novecento” di Ettore Bonora. Questa che abbiamo per le mani è una buona prova di scrittura sgrassata e light, dove però, un po’ comicamente, in definitiva è Montale a brillare della luce riflessa della Volpe.

(Maria Luisa Spaziani, “Montale e la Volpe”, Mondadori, pp. 114, Euro 12)
 
 Galaad Edizioni (del 28/09/2011 @ 20:49:39, in Libri, linkato 228 volte)


di Simone Gambacorta

Una delle vicende più torbide della storia dell’Italia unita è lo scandalo della Banca Romana, una brutta faccenda di corruttela, impicci e imbrogli dove politica e malaffare misero in piedi una premiata ditta che era un bijoux. Successe tra il 1889 e il 1894, c’erano di mezzo una grossa speculazione edilizia, buchi milionari, prestiti a deputati e ministri e persino banconote false (non esisteva la Banca d’Italia e la Romana, che era l’ex Banca dello Stato Pontificio, era tra le sei che potevano emettere cartamoneta). Quer pasticciaccio brutto coinvolse un bel po’ di notabili, compresi Crispi e Giolitti (che ci rimise un Governo), ma poi, con una delle tante magie che negli anni avrebbero riempito lo Stivale, alcuni documenti scottanti sparirono, si passò una bella mano di bianco col pennello dell’assoluzione e tanti saluti a inchieste e controinchieste. Altro che questione morale. Però il lupo perde il pelo ma non il vizio, e tra il fattaccio di fine Ottocento, che è uno dei momenti davvero fondativi del Paese, e altre amene pagine italiane, tutto autorizza a leggere un ambiguo, grottesco, fetido rapporto di parentela: e di parentela intesa come discendenza, come asse ereditario, come trasmissione di dote da padre a figlio. Tra gli esponenti più illustri della stirpe fraudolenta di casa nostra, c’è Michele Sindona. Siciliano, classe 1920, era un finanziere e costruì un impero che lo catapultò alla ribalta internazionale, ma era anche un truffatore, un Diabolik che maneggiava società e banche come un prestigiatore, e infatti un giorno il suo bel castello di carte (truccate) crollò. Nell’elenco delle sue amicizie ce n’erano davvero di particolari: mafia, politica, P2 (Licio Gelli) e Vaticano (Ior). Nel suo curriculum, invece, c’è anche un omicidio: quello di Giorgio Ambrosoli, l’“eroe borghese” raccontato da Corrado Stajano e ucciso nel luglio 1979 solo perché aveva adempiuto con coscienza l’incarico di commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, una delle principali creature di Sindona. Per l’assassinio di Ambrosoli, Sindona fu condannato all’ergastolo come mandante e fu rinchiuso nel carcere di Voghera, dove morì bevendo un caffé avvelenato (era il 1986; era stato processato e condannato anche in America per bancarotta fraudolenta). All’epoca si parlò di omicidio, di strana morte, la versione ufficiale del suicidio non convinceva. Gianni Simoni e Giuliano Turone, che sono due ex magistrati, attorno a questa morte hanno scritto “Il caffé di Sindona”, e la loro tesi, esposta con argomentazioni che si direbbero documentate e persuasive, è che Sindona, al netto di ogni apparenza e ipotesi, si sia in effetti tolto la vita da solo. Il punto su cui gli autori si concentrano è anche un altro, ed è riassumibile in una domanda: perché Sindona decise morire in quel modo? Risposta: per inscenare un omicidio. Secondo Simoni e Turone, Sindona era «un grande virtuoso della simulazione», e difatti anni prima aveva simulato un improbabile rapimento. La soluzione che scelse «fu una teatrale e maliziosa uscita di scena e, al tempo stesso, una beffa giocata ai suoi giudici con l’unica carta che gli era rimasta»: quella della spregiudicatezza e dell’attorialità da Tartufo. Non c’era però solo voglia di beffa, nel gesto ultimo di “un finanziare di antica potenza caduto in disgrazia, trasformatosi in bancarottiere sulle due rive dell’Atlantico e, infine, in mandante di un efferato omicidio”. C’era anche il desiderio di liberare i familiari, cui era legatissimo, da una gogna di cui era e si sapeva responsabile. E c’era la volontà della stoccata finale, del colpo di coda dello scorpione che si suicida recitando un omicidio per far ricadere sui suoi nemici ombre e sospetti, e per creare confusione e instabilità fra i molti che, a tutti i livelli, gli erano stati vicini un tempo e dai quali, al tramonto, s’era sentito abbandonato. C’è anche chi si vendica così.

(Gianni Simoni e Giuliano Turone, “Il caffé di Sindona. Un finanziere d’avventura tra politica, Vaticano e mafia” [2009], Garzanti, 2011, pp. 200, Euro 10,90)
 
 Galaad Edizioni (del 27/07/2011 @ 17:12:30, in Libri, linkato 233 volte)


di Marco Pavoni

Tra cantabilità del testo e tensione espressiva, Benito Sablone ci introduce nel suo mondo poetico di cui il libro “Ciò che non accade” rappresenta la sintesi non ultima, ma senza dubbio più matura. Con virtuosismi non manieristici, il poeta sfoggia davanti ai nostri occhi una sensibilità davvero unica, capace di auscultare se stessa in tutte le sue stratificazioni per meglio indagarsi, con accenti che si richiamano alla migliore tradizione lirica italiana moderna e contemporanea. Ciò è favorito dall’assimilazione di letture che permettono all’autore di proiettare le proprie creazioni liriche nell’ambito di una tessitura simbolica che accetta senza mezzi termini il corpo a corpo con la realtà fenomenica e il contatto con spazi in cui l’essere umano tende ad annullarsi e a diventare un vero e proprio strumento dell’infinito. È quanto si può ricavare dalla lettura della poesia “Entrato nel paese” in cui si nota che la corporeità e la materialità del reale sono temperati da un persistente anelito verso l’infinito. Il tempo qui sembra quasi smaterializzarsi per divenire funzionale alla volontà del protagonista della lirica di rivestirsi “d’altre cose e di puro pensiero”. È proprio il tempo il problema principale che emerge dalle poesie di Sablone. In particolare, la lotta perduta in anticipo contro il tempo che riesce a scalfire sentimenti, ricordi e perfino il presente stesso non è vana, ma è resa più stimolante e coinvolgente da una speranza che fra nascondimenti, disvelamenti, affermazioni e negazioni, non cessa di recitare il suo ruolo di trampolino di lancio verso la speculazione sulla storia dell’uomo e sul suo futuro. La riflessione sul contrasto tra divenuto e divenire è altresì corroborata da folgoranti intuizioni sul destino dell’uomo e dell’universo, come si evince dalla lirica “Tutto è come sempre”. La scoperta originale di Sablone è che il tempo ha in sé una componente di ripetizione, come è possibile riscontrare nella lirica “Sempre una diversa preda”. Tale ripetizione sfocia in un panismo puro in cui lo spettro della caducità, pur essendo eterno, viene esorcizzato dalla fiducia in ciò che può accadere sotto ogni cielo e a qualunque latitudine. Talvolta misteriose presenze sembrano arricchire il carnet esperienziale di Sablone. L’io lirico mentre da una parte trova con la sua singolarità il proprio ubi consistam nel mito, nell’ascesi mistica, nella storia, nel sogno sospeso tra la limpida trasparenza del reale e l’estatica visione del possibile, dall’altra non è mai solo nella ricerca del senso della vita. Questo è possibile dedurre dalla poesia “Una doppia ombra”. Nelle sue liriche, Sablone è quindi fortemente interessato al dialogo con se stesso e anche al rapporto con l’altro che viene talvolta interrotto quando si tratta di approfondire concetti che possono trascendere la communis opinio e incanalarsi nel flusso di una sapienza mai scontata, ma frutto di un lungo e paziente labor limae empirico non avulso dal contatto con il raziocinio (si veda a tal proposito la lirica “Il gran mandriano”). È infine importante riflettere sul fatto che il raziocinio illumina di sé anche l’esortazione conclusiva dove la fiducia nella visione oltreumana non diventa certezza assoluta motivata da una passiva acquisizione di dati riguardanti esperienze pre-morte compiute da altri esseri umani, ma meditata e ponderata compenetrazione in quel mistero finale che è l’essenza più pura della vita e della poesia.
 
 Galaad Edizioni (del 22/07/2011 @ 11:19:53, in Libri, linkato 348 volte)
di Lucilla Sergiacomo

In una sua lettera pubblicata nel 1998 sulla “Nuova Tribuna Letteraria” Anna Ventura rivelava la sua concezione sacrale della letteratura ed esprimeva in poche parole il senso del suo lavoro di scrittrice:

Penso alla cella della monaca di clausura. All’orticello del frate operoso, alla nicchia dell’amanuense medievale: perché così mi sento, nell’esercizio della mia attività di scrittrice. E, come me, molti altri: sacerdoti di una religione laica, credenti nel dio della carta.

E’ un discorso essenziale e lucido, rivolto più a se stessa che al lettore dei suoi scritti, è un’autodefinizione in prima persona che ribadisce il senso del suo impegno creativo, svolto tenacemente in una sfera di appartatezza per dare voce in tante sue raccolte di versi, a tematiche precise, quali la simbiosi tra elementi naturali e creature umane, la centralità della memoria e della storia, il viaggio e il bisogno di spazi liberi, l’inquietudine che dà vita a percorsi metaforici e fantastici, il dolore dell’assenza, la potenza salvifica della parola e della letteratura come rimedio alla solitudine.
Sono le tematiche centrali anche di questa ultima silloge, Mostri gentili, il cui titolo è un ossimoro che suona come un’ammonizione e un avviso a chi legge. I mostri fanno pensare alla testa della Medusa, l’orrida creatura mitologica che tutto pietrificava con il suo sguardo e che metaforicamente sta a indicare “la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo”, come scrive Calvino nelle sue Lezioni americane, avvertendo il pericolo che questi elementi della realtà rappresentano per ogni scrittore, perché rischiano di soffocare la scrittura, se non si trova il modo di sfuggirli.
I “mostri” di Anna Ventura sono tangibili e ineluttabili. Disseminati nel corso dei suoi versi, prendono le sembianze delle “stanze abbandonate e fredde” della sua casa aquilana squassata dal terremoto, dove sono rimasti “troppi libri”. Prendono le sembianze del “lutto” che bussa alla sua porta con “le sue garze nere e tremule, percorse / dalla polvere degli astri ostili” e la rende all’improvviso “sorda, muta, assente” mentre intorno gli altri ridono, parlano, ascoltano (Nere e tremule). Prendono le sembianze della morte che ha creato assenze troppo vicine alla sua vita, o della solitudine che “è un abito da monaca, / indossato con leggerezza, mentre / è pesante il bagaglio del passato, / stipato in pesanti bauli, / il cui fondo sarà sempre da esplorare” (saluto e fiori).
Sono “mostri” che, come Medusa, possono produrre una lenta pietrificazione del mondo e dell’anima, che può estendersi a ogni aspetto dell’esistenza, senza risparmiare persone, luoghi oggetti, ricordi, speranze.
Ma nel mito Medusa fu sconfitta e uccisa da Perseo, l’eroe dotato di sandali alati, agile e leggero, l’unico che fu capace di tagliare la testa al mostro, e dal sangue di Medusa nacque un cavallo alato, Pegaso, che con un colpo di zoccolo dalla roccia del monte Elicona fece scaturire la fonte da cui bevono le Muse protettrici della poesia e delle arti.
Nel mito la leggerezza alata di Perseo e di Pegaso sconfigge quindi la pesantezza delle pietre prodotte dalla metamorfosi degli esseri viventi su cui Medusa fissava il suo terribile sguardo. Insiste su questo mito Italo Calvino, vedendovi un’allegoria del rapporto tra il poeta e il mondo perché il poeta, pur dovendo misurarsi con la pesante gravità dei mali del mondo non può farsene annichilire, ma deve anzi conquistare la capacità di rappresentarli con un linguaggio di consistenza rarefatta, con descrizioni astratte e con immagini di leggerezza. E la teoria letteraria di Calvino ben si presta a spiegare perché i “mostri” della silloge siano “gentili”.
La pesantezza maligna dei mostri si sconfigge infatti con l’agilità scattante della leggerezza e della gentilezza, che è l’emblema della poesia di Anna Ventura. E’ una leggerezza pensosa, non superficiale né frivola, che si associa con la precisione e la determinazione del ritmo prosastico dei suoi versi sciolti e alimenta nuove visioni e immagini poetiche capaci di esorcizzare i “mostri” con l’arma delicata della gentilezza, quasi dimostrando che nella gravità del mondo c’è anche il segreto della sua grazia.
Un’immagine figurale di leggerezza è la lirica d’apertura, Doni del mare, che dà il titolo alla prima sezione della raccolta. E’ un quadro idillico, quasi un bozzetto marinaro animato da personaggi umani e da relitti abbandonati dal mare sulla spiaggia, che da muta e passiva distesa si anima nei “vispi ricordi” della vecchina sulla carrozzella spinta dalla badante nera.
Fiabesca e onirica è la seconda lirica, Nell’Acqua, in cui appare una sirena magica e affascinante che ammalia un pescatore. E sempre nel segno del mare, nuovo scenario poetico di questa raccolta, si colloca la triade dei componimenti dedicati alla polena, anch’essa, come la sirena, creatura misteriosa e immensa, incontrata in viaggio in un alberghetto di Monte Saint Michel e oggetto di curiosità di una signora, nella quale si scorge la proiezione della stessa poetessa, che intuisce quante storie potrebbe raccontare la polena, che ha tanto navigato. Di ritmo narrativo è la seconda poesia, La polena Rita, dove la protagonista parla invece di sé in prima persona e narra di come venne fuori bellissima, di sua volontà, dal legno grossolano scolpito da un maldestro marinaio di cui divenne compagna di viaggi. Sempre in forma di poesia racconto è Polena nobile, in cui la polena è un pezzo di antichità conservato da un antiquario nel suo negozio e gli ricorda una donna amata. Tra i due, l’uomo e la statua, c’è una muta intesa e la polena dallo sguardo bovino, durante la notte, unisce la sua solitudine a quella dell’uomo tramite la luce di una lampada accesa.
Immagini di lieve gentilezza compaiono in apertura della seconda sezione, Il giardino dei diecimila fiori, con l’affacciarsi della luna che, come sempre nei versi dei poeti, ha il potere di comunicare levità, sospensione, silenzioso incantesimo. Sono questi gli effetti dei raggi lunari nel giardino cinese dove in autunno si celebra la Festa della Luna che si specchia nelle facce rotonde dei cinesi e nelle corolle dei fiori, stringendoli in unico abbraccio.
Un ritorno alla vitalità e alla gioia si coglie nella poesia Il vino, dove la poetessa parte da uno spunto umoristico, l’ “estetista anoressica” che le vieta anche un mezzo bicchiere di vino ai pasti, per celebrare, sull’onda dei versi di Orazio, l’allegria e la festosità che al vino si accompagnano. Nella medesima atmosfera si inseriscono altre poesie, Le feste, un’autentica dichiarazione d’amore alle occasioni liete della vita, e l’esotica poesia Wadi Rum, un omaggio al deserto amato da Lawrence d’Arabia, che “è un luogo arido / che accende il cuore”.
Poesie racconto che si aprono a tempi e scenari diversi sono raccolte nell’ultima sezione, Mostri gentili. Un tratto gentile le accomuna e alleggerisce il peso della sofferenza che vi compare. E’ quel che avviene nella lirica di apertura, La nana, in cui la protagonista si presenta come una creatura gioiosa e ridente, che ha il compito di divertire gli altri. Quando volteggia e rotea in mezzo alla pista del circo come una trottola l’applauso del pubblico l’aiuta a sentirsi speciale, ma quando torna nella vita vera è solo una nana che si chiama Rosa. Ne Il dono, l’atto gentile è la carezza di un bambino ad una mummia umana esposta in un museo. I guardiani lo rimproverano di aver toccato il sarcofago, ma il bambino ha capito che in quell’involucro c’è un uomo e l’anima della mummia millenaria è felice di quel gesto. In Santiago, un pellegrino in cammino verso il santuario sta per morire di freddo e viene salvato da un altro pellegrino che lo aiuta ad arrivare alla meta. Qui l’uomo scopre che la statua argentea del santo ha le sembianze del suo salvatore e la abbraccia per ringraziarlo. Al tempo antico delle crociate ci porta L’inferriata, dove un cavaliere attraverso una grata coglie la gentile visione di una monaca che dorme in una stanza di un monastero. Anche la monaca lo vede allontanarsi nella notte e ambedue, pur se sconosciuti, portano per sempre nel cuore l’immagine dell’altro. Lei prega per lui, pur sapendo che seminerà morte e distruzione, lui, tra gli orrori della guerra, prova conforto ricordando la dolcezza di quella apparizione femminile notturna.
Queste citazioni esemplificative dimostrano come l’ossimoro del titolo Mostri gentili sia un segnale preciso e come anticipi lo sviluppo di procedimenti antitetici nelle liriche, dove coesistono mostruosità e gentilezza, traducibili nell’opposizione metaforica tra pesantezza e levità.
Altra componente della raccolta Mostri gentili è l’interesse per il mondo femminile, che è una costante dell’intera opera di Anna Ventura, dove la presenza e il protagonismo delle figure femminili e l’indagine sul loro vissuto viene filtrata attraverso la lente visionaria e deformante del linguaggio letterario.
Presenze femminili fiabesche sono introdotte nei versi dedicati alla sirena e alle polene, altre figure di fantasia e di magia sono le streghe e le fate, che compaiono ne Il bambino rapito dalle fate e ne Il breve, mentre una vera e propria galleria di ritratti di donne si snoda attraverso le tre sezioni della raccolta. Sono donne speciali, come la guardiana del faro, che scandisce le sue giornate “con la precisione delle monache” e che è grata alla sorte per averle fatto vincere il concorso che le ha dato quel lavoro, o come Grazia, l’ermafrodito della marina di Pescara il cui nome stride con la corporatura e l’atteggiamento mascolino, o come l’amica Alberta, che compie ottant’anni, ha vissuto con coraggio il suo lungo tempo e ancora ha coraggio per affrontare quello che le resta, o come la brigantessa, vissuta all’ombra del maschio brigante, sua serva ma capace di atrocità orribili eppure simbolo di avventura e libertà, o come la bambina dalle mani malformate, con dodici dita, che pure ha seguito la sua vocazione ed è diventata una scrittrice, o ancora come la badessa di un convento, che si definisce “una macchina / per operare, organizzare, dirigere”, e di notte si sente appagata di essere una piccola parte dei giri misteriosi dell’universo.
In questa galleria di tipi e storie femminili entra anche una vecchina confinata dal figlio ingrato nel capanno per gli attrezzi in giardino, paga del poco che ha e in attesa della morte, che lei pensa sia “la perfetta letizia”. A questo personaggio, simbolo di sottomissione femminile al volere della famiglia, si contrappone la figura della zia della poetessa, donna di grande intelligenza e generosità, troppo superiore a tutti per essere amata, “passata attraverso il coacervo / di pazzi e imbecilli che- / comunemente – va sotto il nome solenne / di famiglia”.
La difficoltà della condizione femminile e la necessità di uscire dalla subalternità cercando un spazio legittimo per esprimere le proprie esigenze e capacità, tema che è sempre stato al centro della riflessione teorica di Anna Ventura e della sua scrittura creativa e critica, trova espressione in due poesie, L’ora del cucù e Il cercatore d’oro. La prima, anch’essa di valore allegorico, dà la parola alla donnina del cucù, prima paga del suo piccolo guscio di mondo da condividere con l’omino suo compagno e disinteressata al fuori, ma poi divenuta ansiosa di vedere nuove meraviglie, dopo la rivelazione dell’esistenza del mondo esterno apparsale vedendo nella stanza un bimbo nella culla. La seconda poesia, Il cercatore d’oro, ha il tono di una confessione autobiografica che parte dall’ambiente della casa più tradizionalmente femminile per concludersi nell’immagine della scoperta straordinaria di un cercatore d’oro, simbolo della conquista e dell’esercizio della parola, paragonata a una pepita d’oro in mezzo alla melma:

Non sono sola,
nella mia cucina. Con me
si aggirano, coi grembiuli lunghi,
le tante donne della mia famiglia, fatte
con la stessa creta
con cui io sono stata modellata. Creta
intrisa di ubbidienza, di fedeltà,
di rassegnazione. Se una fiamma eversiva,
l’uso della parola,
mi ha data la forza di uscire,
è come quando il filo d’oro
compresso nel materiale grigio
si svena: sono il cercatore che,
nel setaccio melmoso,
ha trovato una pepita
grande come un uovo.
 
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(Storia di una fattoria africana, Olive Schreiner)

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