"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
26mag
![]() di Simone Gambacorta |
Si chiama Grigorij Michajlovič Pas'ko, è nato in Ucraina nel 1962, ha imparato il mestiere di giornalista alla scuola militare di Lemberg e, tanto per gradire, ha passato qualche anno in carcere per aver denunciato un caso di inquinamento nucleare. L’accusa, niente poco di meno, era di tradimento e spionaggio. Questa esperienza Pas'ko la racconta in un breve volume il cui titolo è tutto un programma: “Come sopravvivere alle prigioni in Russia”. L’incipit è un pugno: «Te lo dico subito: molto di quello che ora verrai a sapere non ti piacerà. Non importa, è meglio che ti abitui. Non piaceva neanche a me, ma come vedi sono sopravvissuto. L’essenziale è non cedere al panico e non mollare, anche se ti prenderanno a bastonate sulla schiena. Ti do del «tu» perché in prigione si dà del tu a tutti». Il gioco è fatto, hai appena cominciato a leggere e hai già fame di arrivare in fondo. Però non hai tempo per pensare, dopo il diretto arriva il montante: «Gli abitanti della Russia si dividono in due categorie: chi sta in galera e chi si prepara ad andarci». A questo punto vacilli, sgrani gli occhi, cerchi di capire, ma ecco un gancio che ti stende senza se e senza ma: «Se aspetti verranno senz’altro. Anche se non aspetti verranno senz’altro, però all’improvviso. E questo è peggio. Ma non è mortale. Sii pronto al fatto che ti prenderanno di notte buttandoti giù dal letto, a casa di amici, vicino a un chiosco mentre stai comprando le sigarette, alla scaletta dell’aereo (come è successo a me) o da qualche altra parte. Loro per queste cose hanno fantasia da vendere». Ko, tappeto: e poi solo un sibilio kafkiano tra le pagine. La scrittura di Pas’ko è asciutta, non rifugge punte di amarissima ironia e, nel suo rivolgersi direttamente a quel lettore cui da subito dà del tu, si trasforma in una voce che descrive lo Stato e le forze di polizia russe come forme di antagonismo e minaccia per la vita di un individuo qualunque, di quelli che conducono un’esistenza come tante e che, da un momento all’altro, possono ritrovarsi prede di un “sorvegliare e punire” capace di portare il buio in un qualsiasi mezzogiorno. Mentre parla delle prigioni del suo Paese (vasto ma non «Grande», come specifica), Pas’ko parla di una società dove i diritti umani non sono certo una priorità e anzi paiono confinati in un’isola di disconoscimento: e tutto diventa più drammatico quando Thomas Roth, nella postfazione, ci ricorda che questo libro, ancor prima che un «documento storico e letterario», «è il resoconto di ciò che accade oggi». Ma ciò che del volume più colpisce, e il verbo “colpire” è d’obbligo, è che vi aleggia quella particolare forma di sopruso che è lo svilimento del fattore umano, della persona, a mero oggetto di controllo, a capo di bestiame da sbattere nel recinto del mutismo e della rassegnazione, tanto che l’autore sottolinea come, per i detenuti, i rischi della pazzia e del suicidio siano sempre in agguato. Così si arriva al paradosso che un criminale, vero o presunto, finisce per essere rinchiuso in un’istituzione più criminale di lui, un “mostro” la cui prepotenza sfocia nel «disprezzo dell’individuo» e nella «violazione dei suoi diritti tramite un sistema giudiziario corrotto e connivente» (Roth). Torna alla mente lo scarto micidiale tra la «lotta per non morire» e la «lotta per vivere» di malapartiana memoria, scarto che, nella sua violenza cruda e ineluttabile, si ripropone ogni qual volta si sia soggiogati al ricatto di un dominio esterno. Il libro è certo una testimonianza, ma anche il grottesco vedemecum per un girone infero, una guida per sopravvivere, in primis dal punto di vista psicologico e morale, ai codici, ivi compresi quelli linguistici, che vigono nel ventre di una balena sorda e affamata. Quel che ha da dire, Pas'ko lo scrive senza enfasi, come se mostrasse un tatuaggio, un marchio sulla pelle che è memoria di dignità offesa.
(Grigorij Michajlovič Pas'ko, “Come sopravvivere alle prigioni in Russia”, postfaz. di Thomas Roth, trad. dal russo di Maria Giuseppina Cavallo e Ljudmila Grieco, trad. della postfaz. di Aglae Pizzone, Bollati Boringhieri, pp. 81, Euro 9) |
18mag
![]() di Simone Gambacorta |
Immaginiamo un uomo giovane, nemmeno cinquantenne, con alle spalle un rapporto conflittuale con la madre. Supponiamo che quest’uomo abbia un lavoro che lo appassiona ma non lo gratifica, che soffra per i successi altrui e che covi un sovraccarico di bile che lo ha portato a farsi terra bruciata intorno. Supponiamo che quest’uomo infelicissimo e vero (immaginario, vien da sé: ma ne esistono tanti così) abbia scovato un modo per sopravvivere alle proprie frustazioni convincendosi di essere l’incompreso depositario di una verità ignota agli altri, a suo dire sempre beneficati dalla fortuna o dal clientelismo. Supponiamo che quest’uomo, aduso a discutere se stesso solo in linea assolutoria, sia arrivato a confondere la propria esistenza con una segreta battaglia col mondo (del tipo: “sono tutti cattivi”) e col prossimo (del tipo: “non puoi essere sincero con nessuno”) e che tenti di combatterla col sistematico ricorso alla simulazione e alla dissimulazione. Supponiamo, ancora, che costui si sia assuefatto a rielaborare la realtà in un’ottica che ne corrompe i dati per confermargli che la sua non riuscita dipende “comunque” del sistema. Senza incomodare la psicologia, è chiaro che un simile vizio distorsivo provochi null’altro che il malessere, il disagio e l’instabilità di quest’individuo. Ebbene, stando a quanto sostiene Vito Mancuso nel saggio “La vita autentica”, libro splendidamente scritto e orchestrato, il problema dell’uomo in questione nasce dalla inautenticità del suo sentire. Secondo Mancuso, l’uomo autentico è l’uomo libero, e libero anzitutto da se stesso («Dall’interno di sé nascono le cause dell’inautenticità»), l’uomo, cioè, che compie lo sforzo quotidiano dell’onestà morale e intellettuale, che non rifugge la «necessaria esperienza di superarsi» per valicare il proprio particolare e per tendere al bene, al vero e al giusto. L’uomo autentico è insomma l’uomo che non (si) mente. Per inciso: che si possa riuscire in toto in una simile impresa, è improbabile (abbiamo parlato di “tensione”), ma il discorso di Mancuso, ben più articolato del nostro riassuntino, propone un paradigma fondamentale, al contempo semplice e complessissimo da applicarsi. «Per essere autentici occorre essere fedeli a se stessi ma, nello stesso tempo, diffidare di sé», sforzarsi di uscire da sé per attuare una «interpretazione onesta della realtà». L’inautenticità è un problema di linguaggio, dipende dal tipo di «affermazioni» che facciamo sullo «stato» della nostra esistenza: il punto è non raccontarsi bugie, non raccontarle agli altri, non rendersi vittime di mistificazioni falsificanti. Ma perché gli uomini («il fenomeno mediante il quale la vita diviene consapevole di sé») dovrebbero scegliere la via della autenticità? Perché «l’uomo compie la sua vita» quando esce «dalle trappole dell’Io» e «vive per una speranza più grande di lui» (il bene, il vero, il giusto). Da qui la possibilità del rapporto col divino: «Sperare in un senso complessivo dell’essere che si dice come vita e come bene significa avere fede in un Dio», laddove l’articolo indeterminativo chiarisce che non ci si riferisce necessariamente al Dio della Chiesa, ma che «la dimensione etica, in quanto anelito al bene e alla giustizia», è «il fondamento autentico del pensiero del divino» (un “oltre” che consente di confrontarsi con «l’essenza» dell’«essere uomo»). La dissertazione di Mancuso, serratissima e quanto mai affrancata dalle secche del buonismo e della semplificazione, e intrisa com’è di sostrati filosofici, tocca zone di inusuale profondità; e al di là del pur capitale tema che prende in esame, offre il destro per cavare, di riflesso, persino spunti per considerazioni sulla creatività letteraria: magari partendo, tra le opzioni possibili, dalle lettere di Rilke al giovane poeta Kappus, nelle quali tutto, a conti fatti, verte attorno al problema dell’autenticità.
(Vito Mancuso, “La vita autentica”, Raffaello Cortina Editore, pp. 171, Euro 13,50) |
11mag
![]() di Simone Gambacorta |
Avete presente una leccornia? Bene, allora non vi sarà difficile capire cosa sia “Mutandine di chiffon”, il nuovo libro autobiografico di Carlo Fruttero. Ma perché questo sottotitolo, “Memorie retribuite”? È proprio l’autore a svelarci l’arcano: «Perché, salvo due o tre eccezioni, sono state scritte su richiesta di vari giornali, settimanali, riviste, libri bisognosi di prefazioni, e naturalmente pagate». Giusto un paio di tocchi per soffiare via gli incensi autocelebrativi e per sottolineare la composizione fortuita e l’anima tutt’altro che retorica del libro. Fruttero ne ha viste e vissute tante, ma non vuole essere considerato un maestro, un punto di riferimento, una memoria storica, e lo dice senza peli sulla lingua. Va bene, non forzeremo la mano. Resta però un fatto: queste pagine sono bellissime. Nel vero senso della parola. E infatti la ripetiamo: bellissime. «Lo stile è l’uomo», diceva Buffon, e qui di stile ce n’è a iosa. A proposito: nel pamphlet “Scritture a perdere”, Giulio Ferroni ha detto che teme la nostra sia l’epoca della «fine dello stile», e purtroppo tutto sembra dargli ragione. Per fortuna ogni tanto capita di incontrare libri di maestri, no, maestri no, Fruttero non vuole lo si chiami così, diciamo veterani, ecco, veterani sì, che entusiasmano e lasciano tirare un respiro di sollievo. Quella di Fruttero è una scrittura saporosa, suadente, briosa; vi convivono un’ironia e un’autoironia mai forzate, sottili, elegantissime, e vi scorre un’intelligenza fabulatoria che declina se stessa nelle forme dell’aneddoto fulminante, del ricordo, del ritratto. Basti citare, per esempio, i primi piani su Luciano Foà, Pietro Citati, Mario Soldati, Italo Calvino e Giulio Einaudi, scatti che fanno colpo in un batter d’occhio, giusto il tempo di “accadere”, come quei pallonetti morbidi e imprevisti che appena te ne accorgi già sono diventati gol. Tra i tanti “pezzi” raccolti nel libro, vanno assolutamente segnalate due autentiche chicche di memoria, cioè “Vita di castello”, un racconto d’infanzia, guerra e iniziazione alla lettura che andrebbe incorniciato, e quell’altro piccolo capolavoro che è “Night of Telegram”, spassoso a più non posso. Molto belle anche le pagine su Lucentini (nessuna lacrima, niente lacrimoni, solo sobrietà e rispetto), sulla famiglia e sul mestiere di genitore e di nonno. Però che grande equilibrio, quanto lavoro di bilancia e bulino, e quanta naturalezza, in questa scrittura che sa essere bella senza ricorrere a bellurie, e quanta sapienza nella costruzione, nel montaggio di ogni testo, dove le parti consuonano, dialogano, si legano con grazia e, a ogni voltar di pagina, mostrano la stessa felicità di passo e tenuta. Un giro di frase, un tratto, una pennellata, restituiscono per intero il sapore di un’immagine, di un volto, di una scena di vita: ne discende una fragranza evocativa tutta particolare, che affascina e sollecita il palato del lettore con una prosa da cui zampillano verve ed eleganza. Le parole di Fruttero sanno trovare da sole la temperatura per lasciarsi sorbire, e poi c’è quell’aura che le avvolge, che le allarga, che le porta a dire sempre un po’ oltre quello che dicono. Queste memorie retribuite retribuiscono chi le ascolta con un piacere di lettura rispetto al quale è impossibile sentirsi estranei. Poche volte capita di poter leggere gli uomini e le cose in una chiave tanto vivida, e così lesta e lieve nel rifiutarsi d’esibire quello spessore culturale e quel valore letterario che pure racchiude.
(Carlo Fruttero: “Mutandine di chiffon. Memorie retribuite”, Mondadori, pp. 240, Euro 18,50) |
04mag
![]() di Simone Gambacorta |
Giulio Ferroni è molto deluso per «l’orizzonte culturale italiano». Troppa roba in giro, troppe parole inutili. E lo dice chiaro e tondo nel velenoso e avvelenato pamphlet “Scritture a perdere”. Punto uno: urge «un’ecologia della comunicazione» che «liberi le nostre menti dagli scarti infiniti che le tengono in ogni momento sotto assedio». L’antipasto è servito. Punto due: serve «un’ecologia del libro e della lettura» che consenta di «operare distinzioni nell’immenso accumulo del materiale librario prodotto». Punto tre: «Sulla scena culturale si impone sempre più il modello del mercato: si diffonde in ogni settore il presupposto che la validità dei prodotti artistici e degli sviluppi teorici sia determinata dal loro successo, dal volume di vendite». Diciamolo: tutto chiaro, tutto giusto, tutto, purtroppo, condivisibile. E se la cultura italiana sembra «assiderata» in una «subalternità acritica verso i modelli dominanti della comunicazione», la critica militante «si concepisce solo come propaganda editoriale». Prendi, incarta e porta a casa: e quanto aveva ragione Berardinelli quando parlava di «pubblicità culturale» (sia gloria al suo “L’eroe che pensa”). A proposito: pubblicità e televisione dominano «tutto il nostro essere» e stanno «minando le basi antropologiche del nostro paese»: toh, si rivede il Sartori di “Homo videns”, gira e rigira torniamo sempre lì, e nei paraggi popperiani della “cattiveria” della tv. In questa situazione di dissesto generale, il romanzo soffre. Soffre molto. Peggio: soffre da morire. In effetti non c’è solo la supervalutazione del noir, filone dove dominano «emozioni già previste da schemi narrativi seriali, che si specchiano continuamente in modelli cinematografici o televisivi» (e dove tutto sembra risolversi in una sorta di televisionabilità del racconto), ma passano per letteratura romanzi che letteratura secondo Ferroni non sono manco per sogno, per esempio “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano e “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini. Il primo, abitato da una «scrittura neutra e plastificata», ha un titolo che con «la scienza non c’entra nulla» perché «non diventa in nessun modo principio di organizzazione del racconto»; nel secondo, invece, «la dimessa velocità di una scrittura del tutto neutra e grigia tende a uscire da se stessa con un vario erompere di metafore che vogliono colpire il lettore come forzando i limiti delle cose, ma sempre in forme rozze, eccessive banalmente caricate» (ma il buon Giulio non lesina mazzate niente male a “Stabat mater” di Scarpa e all’improbabilissimo “Noi” di Veltroni). Perciò “scritture a pedere”: perchè, «per i loro caratteri e per il loro stesso successo», questi romanzi «ci portano lontano da quella ricerca dell’essenzialità che sola può garantire una pur problematica sopravvivenza della letteratura». In pratica, roba che, nella sua magredine, nella sua sostanziale esilità, si rivela commestibile per un pubblico ghiotto di merce ad alto grado di consumabilità. La nostra sarebbe perciò l’epoca della «fine dello stile», quella della «evaporazione della scrittura», con pochissimi autori capaci di «corrodere criticamente il presente». Da qui lo sguardo pacatamente ottimista, e che in parte risolleva un po’ il tono plumbeo e aduggiato del libro, su Carraro, Lagioia, Saviano, Siti e diversi altri. Ma forse Ferroni ha ragione, «forse non è più il tempo del romanzo, è piuttosto il tempo del racconto o del falso romanzo, sospeso tra saggistica, documento storico, cronaca, autobiografia e autofiction, digressione, intreccio di aforismi e altre forme brevi».
(Giulio Ferroni, “Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero”, Laterza, pp. 110, Euro 9) |
19apr
![]() di Simone Gambacorta
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Uno scrittore sta per morire e non lo sa. Non sa che i tre romanzi che sta per pubblicare, e che riscuoteranno un successo mondiale soltanto postumi, non farà in tempo a vederli in forma di libro. Mentre scrive al suo editore mail che parlano di editing e revisioni, di scrittura e di storie, Stieg Larsson non sa che la vita sta per lasciarlo. Ecco allora la sua vicenda umana farsi davvero toccante e divenire persino più significativa, e assai più letteraria, della sua esperienza di narratore: perché l’uomo che “non sa” è semplicemente l’uomo che vive, e che prima o poi muore. Siamo sempre lì, o non si sa “per niente”, o si sa “troppo”: come succede all’Antonius Bloch del “Settimo sigillo”, o in una straziante sequenza di “Nosferatu”, quando gli appestati ballano una danza macabra e disperata, anticamera di una morte già raccontata nel “De pestilentia” di Federico Borromeo (e nelle pagine “infami” di Manzoni). E tanto per restare in tema, buttiamo un occhio all’explicit della “Peste”, dove Camus ci ha lasciato una memoranda e immonda pagina (perché spaventevole, perché inquietante, perché minatoria) che dice di come la morte abbia pazienza, di come sappia spiarci e di come sappia scegliere da sola il proprio tempo. Nel volumetto “Le ultime lettere”, volumetto di recente diffuso in edizione non venale, compare parte del “carteggio” mail tra Larsson e il suo editore svedese. Per inciso: parlare di un carteggio a proposito di una manciata di mail suona strano, ma è un segno (virtuale fino a un certo punto) dell’epoca informatizzata e globale in cui viviamo; epoca, si passi la sottolineatura nostalgica, che comincia a dimenticare i fogli e le buste un tempo spediti e ricevuti da redattori come Calvino o Pavese. Ma tant’è. Il carteggio va dal 28 aprile al 28 ottobre 2004 (Larsson è morto il 9 novembre dello stesso anno) e si riferisce alla “Millennium Trilogy”, ossia i romanzi “Uomini che odiano le donne”, “La ragazza che giocava con il fuoco” e “La regina dei castelli di carta”, che hanno decretato l’enorme successo di Larsson e dai quali sono stati tratti film. Da queste mail, brevi ma interessanti, è possibile estrarre alcuni passaggi sullo scrivere, con l’avvertenza, però, che proprio di estrazione si tratta, poiché l’argomento, più che affrontato, è lambito e accennato, com’è normale in uno scambio di stringate comunicazioni di servizio. Ecco, per esempio, che cosa dice Larsson a proposito dei suoi protagonisti: «Ho cercato di creare dei protagonisti che si distinguessero radicalmente dai soliti personaggi dei gialli. Perciò Mikael Blomkvist non ha né l’ulcera, né problemi di alcolismo o di angoscia esistenziale. Non ascolta l’opera né si dedica a qualche strano hobby come i modellini di aereoplani o cose simili». Non mancano però considerazioni sulle figure minori, che «spesso possono essere molto più interessanti del protagonista». E se il nostro dice di aver «costruito il serial killer mescolando tre casi autentici», aggiunge di aver «voluto evitare che le vittime fossero persone anonime», ragione per la quale ha dedicato «molto tempo a presentare Dag Svensson & Mila Bergman prima dell’omicidio». Nella loro brevità di semplici incisi, queste parole possono offrire spunti di riflessione a chi si cimenti o voglia cimentarsi con la scrittura creativa. Ma la frase che colpisce di più è quella in cui Larsson confessa dubbi sul proprio talento: «Non ho una particolare fiducia nelle mie capacità di scrittura». A fronte di tanta umiltà, viene da sorridere pensando a quanto essa sia rara, come ben sa chi è avvezzo a frequentarli per dovere e mestiere, fra gli aspiranti scrittori e sedicenti tali. E chiunque abbia occupato un posto nella giuria di un qualsiasi premio letterario, non durerà fatica a convenirne.
(Stieg Larsson, “Le ultime lettere”, traduzione di Carmen Giorgetti Cima, Marsilio, pp. 56, edizione non venale) |
16mar
![]() di Roberto Ruggieri |
Un ossimoro. Ecco cos’è Zia Mame: un ossimoro. Per chi non lo sapesse o non lo ricordasse l’ossimoro è una figura retorica che consiste nell’accostare due termini di significato diametralmente opposto. Come ad esempio brivido caldo o i più aulici “O viva morte, o dilettoso male” (dal sonetto di Petrarca “S’amor non è”). Questa definizione rende perfettamente l’idea del personaggio Zia Mame. Lei è tutto e il contrario di tutto, è la simpatia e l’antipatia, è il bene e il male, è la saggezza e la follia. Per questi motivi induce il lettore a subirla, con irritazione e con piacere; induce a provare nei suoi confronti i sentimenti e le emozioni più contrastanti: quando sembri essere convinto di odiarla, nella pagina successiva ti spiazza in maniera assolutamente imprevista e cominci ad adorarla; quando pensi, ad un certo punto, che nulla potrebbe scalfire l’immagine positiva e accattivante che si è conquistata all’interno del tuo cuore, la scure si abbatte improvvisamente sulle tue convinzioni e torni a detestarla. È proprio questo il bello di Zia Mame (sia il romanzo che il personaggio): non ti dà tregua. Ma ogni trauma, che sconvolge le tue precedenti convinzioni, ti consente di delineare in modo sempre più vivido la complessa struttura psicologica della protagonista e la ricca alternanza di emozioni e di rapporti interpersonali tra i vari personaggi. Inizi, cioè, ad apprezzare l’arte dell’ossimoro che è in lei e che traspare continuamente in ogni episodio. Il romanzo, in realtà, non è un vero e proprio romanzo perché era, in origine, una raccolta di racconti. E ciò emerge chiaramente nella suddivisione dei capitoli, che narrano, incastonata nella new york tra gli anni ’30 e gli anni ‘50, la vita della protagonista in alcuni episodi, spesso esilaranti, che la descrivono, nonostante la sua esasperata poliedricità, prevalentemente come “zia”. Sì, perché questo romanzo non sarebbe ciò che è, cioè una geniale commedia, senza la determinante presenza del nipote Patrick, la spalla ideale per una prima donna tanto stravagante, ma soprattutto una figura necessaria per far innescare la miccia e far esplodere la potenza del personaggio principale. Senza l’incursione di Patrick, nessun racconto sarebbe potuto nascere. Senza Patrick l’ossimoro non si sarebbe generato. Zia Mame sarebbe rimasta la signora Dennis o, al massimo, solo “Mame”. Invece è “Zia Mame”, un ossimoro anche nel nome. Lei, infatti, è innanzitutto una zia e, come tale, non si dimostra eccessivamente protettiva nei confronti del nipote, ma desiderosa di essere sua complice e di coinvolgerlo, spesso invano per sfortuna e per fortuna, nelle sue interminabili sequele di eccentricità, che la rendono affascinante, odiosa, seducente, irritante, amabile, pericolosa, comica, ridicola ma mai spenta, noiosa, “sotto le righe”. Lei, d’altra parte, è anche una mamma (quasi banale è l’assonanza di “Mame” con i termini inglesi “mum” o “mam”); deve forzatamente essere una mamma, per suo nipote, rimasto orfano e affidato alle proprie cure per volere del fratello che la nomina, nel testamento, tutrice del piccolo Patrick. È un ruolo imposto, a cui la protagonista non si rassegna mai, fino alla fine. Ma non è il ruolo di madre in sé e per sé che Zia Mame disdegna (anzi è convinta di esserne l’esemplare perfetto), piuttosto ne detesta il significato tradizionale e conformista che gran parte della società americana bigotta del suo tempo pretende che lei incarni. Zia Mame, però, resiste, e non si piega a questo cliché. Tutto, tranne che uno stereotipo, vive la sua vita senza limitazioni e tabù: da giapponesina a moglie sudista, da improvvisata teatrante ad eccentrica scrittrice, veste ruoli mai scontati, mai incasellati in ciò che può essere definito tradizionale. Ma tutto ciò non le impedisce di insegnare, di riffa o di raffa, valori e princìpi a Patrick, che probabilmente solo da adulto riuscirà a comprendere in modo completo quale fortuna abbia avuto ad aver intrecciato la propria vita con quella di sua zia. Infine, un dettaglio, una curiosità: Edward Everett Tanner III è il vero nome dell’autore di questo romanzo, e non Patrick Dennis che è anche il nome del nipote di Zia Mame. Insomma, lo scrittore usa uno pseudonimo omonimo di uno dei suoi personaggi. Mi chiedo se avrò altre occasioni per poter utilizzare di nuovo queste due parole nella medesima frase… |
07mar
![]() di Simone Gambacorta |
“Riscritti corsari”, il libro più pasoliniano di Gianni D’Elia, quello che ne raccoglie gli interventi politici e culturali apparsi sull’«Unità» tra il 2001 e il 2006, nasce dal nume tutelare Leopardi, più precisamente il Leopardi di “All’Italia”, del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani” e di alcune pagine dello “Zibaldone” (del resto, anche il recente “Coro dei fiori”, pubblicato insieme con Fabrizio Sclocchini per le Edizioni della Banca di Teramo, “cita” il “Coro dei morti” dei “Canti”). In che modo D’Elia giunga a Pasolini via Recanati, è lo stesso poeta pesarese a dircelo: «Pasolini, a rileggerlo, parla a noi contemporanei, italiani, nati nel dopoguerra, con un accento di disperazione e di esagerazione, che già fu di Leopardi». Da un lato c’è Pier Paolo, il fratello morto e (non) sepolto, la voce senza requie “dannata” da una censura che l’ha uccisa, il destinatario di una fedeltà che consiste nel pensarne e ripensarne il magistero come quando ci si consacra a un lutto, o come quando uno sbrego lascia sulla pelle di chi è rimasto una cicatrice di vita e letteratura, di letteratura di vita, d’umanità e d’umanesimo. Dall’altro lato c’è Giacomo, padre non biologico né adottivo ma elettivo («Siamo stati figliastri, rifiutati e ignorati, non figli», dice D’Elia a proposito della sua generazione) e modello infallito attraverso cui, fra l’altro, approfondire la comunione con l’autore degli “Scritti corsari”. Con gli articoli riuniti in questo nuovo volume, D’Elia se la prende, e prende in sé e su di sé, come una sofferenza, la vicenda politica e sociale italiana di questi anni, vicenda che considera lo specchio di una società patinata ma infera, dominata da un «Nuovo Potere» ansioso di «riprodurre all’infinito la consumazione di beni superflui e spettacolari» e forgiare «un’umanità di tipo nuovo, non più distinguibile per classi o unità storica», ma omologata «dai consumi e dagli stili di vita smerciati e propagandati dal Grande Magazzino Televisivo» (torna l’“Homo videns” di Sartori). Stringi stringi, il nocciolo del problema D’Elia lo individua nello scadimento della «qualità del conoscere» e del sentire: la condizione politica italiana deriverebbe da una diffusa e trasversale crisi di coscienza, e le responsabilità, oltre che a un'anestesia collettiva, sarebbero da ascriversi alla repubblica intellettuale prima ancora che a quella parlamentare (è vero che Berlusconi è il bersaglio principale, ma lo è quale sintomo, quale sineddoche di un più vasto stallo). La parola di D’Elia possiede un nitore sorgivo e ruscellare, e con tenace delicatezza descrive un pensiero appassionato e passionale, fieramente “di parte”, disobbediente e “non zitto”, percorso e percosso dal perdurare di una “bassa stagione”. D’Elia è “agito” dalla congiuntura di matrici politiche ed esistenziali, ed è tutto avvolto dal bozzolo drammatico di chi avverte il dovere civile e letterario di «interrogarsi sugli usi e costumi della società e della politica italiane in termini di antropologia culturale”», come giustamente sottolinea il curatore Davide Nota. Queste “riscritti” sono incapaci di non ribadire il primato della poesia, intesa come “religione del proprio tempo” e unica via per leggere (reggere?) il mondo: da qui la necessità di una «opposizione poetica», il «piccolo diario critico» racchiuso nel volume e gli “Epigrammi” che ne costituiscono la seconda parte. Si può essere o non essere in sintonia con quanto D'Elia sostiene, ma chiunque sia dotato di un minimo d'onestà intellettuale non può non riconoscere l'acume e l'intelligenza di questo libro. (Gianni D’Elia, “Riscritti corsari. Scritti per l’«Unità» 2001-2006. Epigrammi 2007-2009”, a cura di Davide Nota, con una premessa di Furio Colombo, Effigie, pp. 172, Euro 15) |
20feb
![]() di Simone Gambacorta |
È una baracca di legno quella dove è in corso una riunione tra Hitler e i suoi più fidati tirapiedi. È il 20 luglio 1944, siamo nella “Tana del lupo”, il quartier generale del Führer nella foresta prussiana. È estate, fa caldo, e a incorniciare un tavolo pieno di mappe sono le divise degli ufficiali di un Reich sulla via della disfatta. Nessuno nota una valigetta vicina alla sedia di Hitler. Nessuno immagina vi sia nascosta una carica esplosiva, né che a portarla fin là sia stato un uomo al di sopra di ogni sospetto, il colonnello Claus von Stauffenberg. E nessuno sospetta che Stauffenberg sia una delle menti del Piano Valchiria, un progetto di colpo di stato per neutralizzare il regime di Hitler e salvare il salvabile di una Germania oramai tragicamente compromessa. Fatto è che a un certo punto, e prendendo a pretesto una scusa, Stauffenberg esce dalla baracca. Pochi minuti dopo, alle 12:30, l’ordigno detona e investe i presenti (alcuni moriranno successivamente a causa delle lesioni subite). Hitler, sino ad allora fortunosamente scampato a diversi altri attentati, riporta solo ferite, e per una ragione che ha dell’incredibile: se la deflagrazione fosse avvenuta in un locale in muratura, l’onda d’urto avrebbe schiacciato tutti; le pareti della stanza erano invece di legno, e questo fece sì che gran parte della spinta distruttiva si disperdesse verso l’esterno. Risultato: un piano elaborato in ogni particolare era fallito per un dettaglio minimo ma decisivo. La reazione di Hitler non si fece attendere: Stauffenberg e i suoi furono scoperti e giustiziati e i loro familiari arrestati. A un passo dalla meta, il Piano Valchiria era fallito, così com’era fallito il gesto “morale” di quegli uomini che, pur di obbedire alla propria coscienza, avevano tentato uno scacco matto al di là di ogni azzardo. A raccontarci questa storia, che davvero vale più di un romanzo (non solo per la terribilità che evoca, ma anche perché ribadisce che certe sorprese, tanto più se cruciali e “improbabili”, può permettersele solo la realtà), è Ian Kershaw, esperto di nazismo, professore all’Università di Sheffield e saggista capace di coniugare divulgazione e puntualità in una scrittura fluida e accessibile. Ma “Operazione Valchiria” non è solo un buon libro. C’è altro. Perché all’ombra delle parole vive qualcosa di invisibile, qualcosa che sa di incubo, una specie di serpente che scivola tra le righe e sussurra che il male, quando è assoluto, è immune dagli agguati del bene. Lo si può combattere, lo si può colpire, lo si può fiaccare, ma non lo si può vincere. Svanisce solo se soccombe a se stesso, se collassa, se implode. Non finisce perché lo si uccide, finisce perché si suicida. E forse nessuno può farci niente. (Ian Kershaw, “Operazione Valchiria”, trad. di Alessio Catania, trad. delle Appendici di Andrea Silvestri, Bompiani, pp. 170, Euro 10) |

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