"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
![]() di Roberto Michilli |
Sono ormai più di quarant’anni che ad ogni inizio d’estate rileggo lo stesso libro. Si tratta di Le Trombe, di Giuseppe Cassieri, uscito da Bompiani nell’anno 65 del secolo scorso. La vicenda è racchiusa nello spazio di un’estate al mare. I protagonisti sono i componenti di una famiglia borghese - padre ex ammiraglio, madre casalinga, figlia nullafacente e genero giornalista - che seguiamo dal loro arrivo nella villa di famiglia, sul Golfo di Gaeta, fino alla tragicomica conclusione dovuta a una tromba d’aria. È un libro compatto e divertente, ricco di ironia, scritto con una lingua inventiva e trascinante, ma a me è caro soprattutto perché riesce ad evocare certe lunghissime, pigre e quiete estati lontane, quando ero molto giovane e tutto doveva ancora accadere.
Ne ho diversi altri, di questi libri che non appartengono al numero di Quelli Che Bisogna Leggere Assolutamente e tuttavia mi sono molto cari, al punto che li considero alla stregua di vecchi amici. Li rileggo a intervalli più o meno regolari, senza mai stancarmi. Anzi: spesso, in passato, mi sono rifugiato nelle loro pagine nei non rari momenti difficili della vita, e sempre ne ho ricavato gioia e conforto. C’è, per esempio, Il numero uno, di Hans Ruesch (quello di Paese dalle ombre lunghe e Imperatrice nuda). Il protagonista, Erwin Lester, è un campione automobilistico degli anni trenta. Tra corse, amori, incidenti e tradimenti, ne seguiamo le imprese dalle prime vittorie fino alla definitiva consacrazione, che coincide con il momento in cui, a partire dal 1934, irrompono sulla scena automobilistica fino allora terreno di lotta della triade Alfa Romeo, Bugatti e Maserati, le argentee vetture della Mercedes Benz e della Auto Union. Le macchine tedesche domineranno poi, quasi incontrastate, fino alle soglie della seconda guerra mondiale. Altro che la minestrina riscaldata della Formula 1 odierna! Qui i bolidi, simili a grossi siluri, senza limiti di cilindrata, sono veloci come e più di quelli d’oggi, ma in ogni gara corrono per almeno 310 miglia sulle loro ruote alte più d’un metro, e i piloti le guidano in tuta e cuffia di lino bianco e scarpe da passeggio. C’è il resoconto delle ultime fasi di una Mille Miglia, nelle pagine iniziali, che ti porta il rombo dei motori e l’odore inebriante della benzina fin dentro la stanza, e devi fare una fatica boia per controllare in curva la poltrona sulla quale sei seduto a leggere. Co-protagonisti, adombrati da nomi di fantasia epperò perfettamente riconoscibili, sono i grandi campioni di quell’epoca eroica, da Nuvolari (Dell’Oro) che Ferdinand Porsche definì "Il più grande pilota del passato, del presente e del futuro" a Stuck, da Varzi a Rosemeyer. Ne hanno anche fatto un film, Destino sull’asfalto (1955), diretto da Henry Hataway e interpretato da Kirk Douglas. Non ho mai avuto occasione di vederlo, ma non devo essermi perso granché, a giudicare dalla recensione che c’è sulla guida di Morandini. C’è poi La nuvola nera, un classico della fantascienza, (1958, apparso in Italia nel ’59 tradotto da Luciano Bianciardi), scritto da Fred Hoyle, uno dei più grandi astrofisici di tutti i tempi, fiero avversario dell’ormai imperante teoria del Big Bang, alla quale contrappone la sua idea di un universo stazionario nel quale si opera una creazione continua, che forse non sarà vera, ma meriterebbe di esserlo per quanto è fascinosa. Secondo Hoyle, il Big Bang riguarderebbe soltanto il nostro angolino del cosmo, potrebbe essere magari solo uno di tanti “grandi botti" dispersi in una specie di super-universo perfettamente stazionario. Per colmo d’ironia, fu proprio Sir Fred a coniare il termine Big Bang, per confutare scherzosamente la teoria dell’universo evolutivo. Non lo convinceva nemmeno l’evoluzionismo darwiniano. Diceva che la vita non può essere nata sulla Terra perché la storia del nostro pianeta è troppo breve, e che il darwinismo non riesce a spiegare quei salti evolutivi di cui non esiste documentazione nei fossili. Per questo lui era convinto che la Terra fosse soltanto una “catena di montaggio” della vita, la cui origine va cercata invece nello spazio. A “colonizzare” i pianeti, tra cui il nostro, provvederebbero poi le molecole organiche presenti nelle code delle comete, in una sorta di "inseminazione spaziale" nota come "panspermia". Negli ultimi tempi, la scoperta che sia le comete sia la polvere interstellare pullulano davvero di molecole organiche ha ridato credito alla teoria. Hoyle è stato sempre una voce fuori del coro, un cane sciolto osteggiato e spesso boicottato dall’establishment scientifico. In molti casi, ha affidato ai libri di divulgazione (e ai romanzi di fantascienza) quelle idee eterodosse che non avrebbero trovato accoglienza sulle prudenti riviste scientifiche. Anche se prove sperimentali sembrerebbero confermare l’idea di una esplosione originaria e di un universo in espansione, le teorie di Hoyle continuano a tenere in agitazione la comunità degli astrofisici e dei biochimici, ed è giusto così, perché di eretici come Fred Hoyle la scienza ha sempre bisogno per evitare di crogiolarsi in troppe sicurezze. Peccato che sia scomparso. Il mondo sarà più triste senza Sir Fred. Nel romanzo di cui parlo, una nuvola cosmica intelligente, che ama l’Op. 106 di Beethoven, oscura il sole causando sulla Terra un'era glaciale. Mi piace molto anche un altro libro di Hoyle, A come Andromeda (1962), dal quale fu tratto negli anni settanta un famoso sceneggiato con Luigi Vannucchi e Paola Pitagora. Vi si ipotizza la ricezione di un messaggio radio proveniente da una civiltà extraterrestre contenente le istruzioni per costruire un grande calcolatore. Idea ripresa da Carl Sagan, altro astronomo di fama internazionale, convinto assertore dell’idea che non siamo soli nell’universo, nel suo romanzo Contact, dal quale nel 1997 è stato tratto un discreto film con Jodie Foster. C’è ancora 84 Charing Cross Road, di Helene Hanff, nel quale, attraverso una corrispondenza ventennale, si racconta la storia vera dell’amicizia tra una scrittrice americana e l’impiegato di una libreria londinese specializzata in libri usati. Grazie al comune amore per i libri e pur non incontrandosi mai, i due finiscono per vivere buona parte della loro vita in una profonda intimità, fatta di reciproci racconti, esperienze di lettura, discrete confessioni e, all’occasione, aiuto concreto. Il libro mi affascina perché parla di libri e di amore per i libri; perché la Hanff è una tipa tosta, abituata a lottare, e la sua America è quella del 1949, e ci si può ancora credere; perché in librerie come quelle io non ci sono mai entrato ma l’ho sempre sognato; perché ne hanno fatto un film molto bello, interpretato da una bravissima Anne Bancroft e da un grande Anthony Hopkins. E infine c’è Whisky e gloria, di James Kennaway, che ci porta nella caserma scozzese dove è di stanza un battaglione del glorioso reggimento Highlanders, al cui comando è il vecchio Jock Sinclair, un militare venuto dalla gavetta, umano, generoso e amante del buon whisky. Jock ha condotto eroicamente i suoi uomini in guerra e incarna per tutti storia e leggenda del reggimento, eppure si vede ora sostituire da un damerino più giovane, fanatico della disciplina, che ha studiato a Eton e a Oxford e ha fatto le migliori accademie, ma non ha mai combattuto. Jock sarà anche tradito dagli amici e dalla donna che ama, ma alla fine, pur sbiellando un poco, si rivelerà centomila volte meglio di tutti i puzzoni che gli stanno intorno. Il suono struggente delle cornamuse, il whisky a fiumi, i tilt, le giacche cremisi, il gelo dell’inverno scozzese, la tradizione, l’amicizia… Buon Dio, che goduria. Nel 1960 ne hanno tratto un film, un bel film, anche in questo caso, che rende bene lo spirito del libro, interpretato da un superlativo Sir Alec Guinnes (ah, i grandi attori inglesi!) |
07feb
![]() di Simone Gambacorta |
A prima vista sembra un nonno come tanti, di quelli che non aspettano altro che raccontare le favole ai nipotini. Poi però, a guardarlo meglio, ti accorgi che non è così. Scopri che sì, è del 1922, ma scopri anche che di nome fa José e di cognome Saramago e che nel 1998 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. E poi ti accorgi che questo signore portoghese ha un blog sul quale scrive di cose che gli stanno a cuore. Se ti chiami Pinco Pallino e hai un blog dove ti piace parlare di questo e quello, ciò che scrivi potrà anche suonare banale o stupido. Se invece ti chiami Saramago e decidi di aprirti una finestra nel web per affrontare argomenti che ritieni importanti, stai sicuro che dirai cose che gli altri troveranno quanto meno utili e stimolanti: magari qualcuno concorderà e qualcun altro no, ma alla fine chi se ne importa, è normale, anzi è meglio così. “Il Quaderno” raccoglie i “Testi scritti per il blog” che Saramago ha pubblicati tra il settembre 2008 e il marzo 2009, testi che formano un libro veemente e risentito, vera e propria trincea virtuale dalla quale il nostro, grazie alla fionda della scrittura, scaglia parole a destra e sinistra (ce n’è per tutti, e di ogni dove). Ma quali sono i bersagli delle sassate che costellano questo diario pubblico di un contemporaneo? Semplice: la società in cui viviamo e i problemi del potere e del mercato, con tutti gli annessi e connessi. Siamo dinanzi a un libro “politico” nell’accezione più ampia. I diritti dell’uomo, la giustizia sociale, l’etica, la verità, la libertà qui non sono ameni enunciati, ma parole attraverso cui una coscienza critica sottolinea storture e problemi oramai tanto grandi da passare quasi inosservati. È soprattutto a questo che Saramago si oppone: all’indifferenza, al venir meno, negli altri, di quell’assillo cui lui non riesce a sottrarsi e che lo porta a gridare e a puntare i piedi. Altro che nonno, altro che favole. Comunista, ateo, pessimista, al nostro non vanno bene un mucchio di cose: è uno che non riesce a far finta di niente e che tenta, se non di ribellarsi, di opporsi. Però attenzione: nelle sue parole (che danno vita a “pagine” concentrate, chiare, immediate) non c’è niente di gratuito, non è uno che gioca a fare il predicatore, non ha la voluttà pedante e piagnona dello scontento professionista. Saramago è sinceramente preoccupato per lo stato delle cose, e sebbene non si faccia illusioni, e anzi possegga una lucida coscienza sui limiti di gittata della sua voce («Mi amareggia la certezza che alcune cose sensate che ho detto nella mia vita non avranno, in fin dei conti, alcuna importanza»), resta un combattente che non vuole rinunziare alla speranza. La speranza, in questo caso, è anzitutto quella di ottenere un ascolto. Qualcuno potrebbe considerare “Il Quaderno” il libro di uno sconfitto (cioè di uno che ha assistito al crollo di un “sogno”), ma certo nessuno può considerarlo il libro di un vinto (cioè di uno che si è rassegnato): è una reazione, un colpo di reni, il riflesso web di un impegno intellettuale e morale portato avanti con la perseveranza della sentinella. C’è però altro, in queste pagine: per esempio le belle note su scrittori come Pessoa, Fuentes, Amado, Borges e il nostro Saviano, o riflessioni sulla vita e sullo scorrere del tempo. E su tutto, lo slancio di una voce ansiosa di aprirsi al mondo. (José Saramago, “Il Quaderno. Testi scritti per il blog. Settembre 2008-marzo2009”, prefazione di Umberto Eco, Bollati Boringhieri, pp. 171, Euro 15) |
27gen
![]() di Simone Gambacorta |
Possiamo metterla come vogliamo, ma c’è un punto che rimane fermo: una narrativa che includa un dolore, e che scelga di orientarsi verso un confronto vero con una latitudine tanto impalpabile e liminare, è una narrativa che “arriva” e che “tocca”, e talvolta è una narrativa che “resta”. A patto, beninteso, che questo dolore non lo si confonda con qualcosa di gonfio e posticcio, come il «dolorismo» di saviniana memoria della “Nuova enciclopedia”. Il segreto sta nell’accogliere la sfida di un enzima etico, non già morale o moralistico, che imprima alla parola una reale coscienza veritativa: una spinta d’introflessione, insomma, che sappia restituire scopertamente, o che sappia trasfigurare e trascendere nella finzione, gli echi e le temperature delle regioni interiori (“On entering these regions”, direbbe Masters) e il peso specifico delle verità intime. Questo è quel che accade ne “L’amore nuovo” di Philippe Forest, romanzo autobiografico dotato di una prensilità davvero capace di “dire” la vita e di destinare alla pagina l’universalità delle dinamiche che, in maniera per tutti uguale e per tutti diversa, plasmano e contorcono i nostri sentimenti. “L’amore nuovo” si apre con la cronaca della devastazione causata dalla morte di una figlia, una bambina: la voce di un padre, che narra in prima persona, fa toccare con mano lo strazio e lo smarrimento provocati da una perdita che sembra riassorbire in sé tutto il dolore del mondo. Sarà poi nell’attrazione per due donne – Alice e Lou, la moglie e la nuova compagna – che quest’uomo continuerà a dibattersi, raccontando, come nella minuta rendicontazione di un auto-ascolto, il rapporto travagliatissimo con le ragioni di un mondo emotivo frastagliato e pregno di criticità. Toccato dalla grigia grazia di una intensa poesia del profondo, e mai smaccato nel contenere il magma che pure ingloba, “L’amore nuovo” è il referto dilaniato (letteralmente e letterariamente, non si sviscera senza squartare) di un sentire che, per comprendere e comprendersi, ha voluto affidarsi alle mediazioni della scrittura. Come per una necessità, come per un’urgenza. Come quando si deve dire una verità.
(Philippe Forest, “L’amore nuovo”, trad. Gabriella Bosco, Alet, pp. 152, Euro 15) |
23gen
![]() di Simone Gambacorta |
“Riflessi da un paradiso” raccoglie gli “Scritti sul cinema” – per lo più recensioni brevi o brevissime – che Attilio Bertolucci firmò tra il 1945 e il 1953 per la «Gazzetta di Parma» e altre testate. Il volume, ottimamente curato da Gabriella Palli Baroni e pubblicato da Moretti & Vitali, è una lettura che si consiglia non solo ai cinefili e a coloro che si occupano di cinema, ma a chiunque nutra interesse per il mestiere del recensore. Sarebbe bello fare un esperimento: prendere alcune delle recensioni qui riunite e pubblicarle anonime su un giornale. Tutti, un po’ stupiti e un po’ ammirati, si domanderebbero: ma chi è questo? Bertolucci scriveva con una chiarezza e una concisione incantevoli, quasi performative. Era limpido, immediato, scioltissimo e non era, Deo gratias, un critico. Dei voli pindarici non sapeva che farsene e non sapeva che farsene nemmeno dell’erudizione tecnica. Il suo cuore batteva in platea, dalla parte dello spettatore, che considerava un compagno di viaggio da non trascurare per nessun motivo al mondo. Bertolucci era un innamorato attento ed esigente, un innamorato che sapeva osservare e giudicare, ma la levità del tocco e la rapidità del passo non gli impedivano di toccare gli aspetti “grammaticali” di un film (le inquadrature, il ritmo, il mordente narrativo, i personaggi e l’attorialità: si leggano, fra tutte, le recensioni a “Trovarsi ancora” di Edmund Goulding e a “Vertigine” di Otto Preminger”). E oltre alla gioia di scrivere, che si percepisce in ogni rigo, Bertolucci aveva soprattutto una virtù, un talento naturale: sapeva trovare il giusto livello focale con cui recensire un film, sapeva trovare il punto della giusta distanza. Vediamo di capirci. Nei giornali lo spazio è quello che è e quasi sempre è uno spazio limitato, in particolare per chi cura una rubrica. Ieri si diceva: dieci righe, quindici righe, venti righe. Oggi si dice: mille battute, millecinquecento battute, duemila battute. Ieri come oggi, chi scrive per i giornali sa che quello che ha da dire deve dirlo in un certo spazio, senza sforare. Il lavoro del recensore che disponga di uno spazio ridotto (o comunque prefissato) inzia allora prima della stesura della recensione, inizia stabilendo quali e quanti concetti quello spazio potrà “tollerare” e quali e quanti concetti dovranno essere sviluppati. In questa fase prescrittoria, in questa fase “ideativa”, o se vogliamo “progettuale”, il recensore deve individuare le “informazioni” da proporre al lettore, le modalità con cui farlo, il taglio da dare al “pezzo”, e deve farlo per non scadere nell’eccesso di approfondimento (per quello ci sono i saggi o le riviste specialistiche) o nell’eccesso di superficialità (per quello c’è la pubblicità). In parole povere, deve trovare il modo per essere comprensibile ed efficace (come retorica insegna, del resto), deve trovare il “tono”, impostare il discorso, scegliere cosa dire e cosa no, e come dirlo, e perché dire alcune cose e non altre. Trovare il giusto punto focale, trovare la giusta distanza, significa mettere le idee in ordine, significa prendere bene la mira prima di premere il grilletto della scrittura: e in questo, ma naturalmente non solo in questo, Bertolucci era un maestro. Tanto più che le sue recensioni dimostrano come per ogni taglio, per ogni punto focale, esistano delle specifiche misure di esattezza. Non fu d’altrone un caso se, in una lettera a Leone Traverso, Cristina Campo scrisse che «in venti righe, trenta al massimo, si può dir tutto di un libro, renderlo memorabile o futile a volontà». E da questo punto di vista, poco conta che si parli di pagine o di pellicole, e poco conta che lo si faccia alla radio o sulla carta stampata. Sui giornali bisogna scrivere in discesa, per non stancare il lettore e condurlo dall’inizio alla fine senza quasi che se ne accorga, ma bisogna anche (provare a) mettere del succo in quel che si consegna alla pagina: “Riflessi da un paradiso” è allora una specie di manuale, una sorta di “Consigli a un giovane recensore” (non solo di film), un exemplum ad imitandum da studiare e gustare al tempo stesso.
(Attilio Bertolucci, “Riflessi da un paradiso. Scritti sul cinema”, a cura di Gabriella Palli Baroni, Moretti & Vitali, pp. 509, Euro 25) |
20gen
![]() di Simone Gambacorta |
Proviamo a dare una possibile definizione di scrittore. Siamo di fronte a uno scrittore quando vediamo di più, quando ascoltiamo diversamente. La parola dello scrittore comporta un’effrazione verso le tante verginità che fanno da argine al nostro sguardo. È scrittore colui che introduce una quota di differenza rispetto alle geografie del consueto, è scrittore colui che sa sorprenderci, colui che sa indurci a una “scoperta”, a una vicinanza diversa alle cose e agli uomini. Questa “scoperta” coincide con l’inaudito, con quello che, fino a un dato momento, ancora non era stato detto (udito) in un certo modo (niente a che fare con l’eclatante e col sensazionale). Affinché ciò avvenga, occorre che chi scrive sappia prospettare una complessità e sappia porre la nostra mente dinanzi a una forma di “difficoltà”, a una domanda, a una riflessione, a una vertigine, a un problema. Da questo punto di vista, il “Diario dalla galera” di Imre Kertész è un libro esemplare. Il volume racchiude gli appunti intimi scritti dal Premio Nobel ungherese tra il 1961 e il 1991, e la “galera” del titolo è quella che impedisce all’individuo di liberarsi dalle «condizioni dell’essere», quella in cui si rapprendono i misteri dell’uomo («Che io rimarrò in eterno indecifrabile a me stesso è ovvio») e della vita («L’uomo non può capire la vita, può solo viverla ed esperirla»). Kertész impone a chi si immerge in questo diario un serrato periplo tra letteratura, filosofia e politica, con meditazioni sul suo essere ebreo e con l’ombra della deportazione ad Auschwitz e Buchenwald che serpeggia come uno spettro: «Dio è Auschwitz ma è anche colui che mi ha portato via da Auschwitz. E’ colui che mi ha costretto, anzi mi ha obbligato con la forza a rendere conto di tutto ciò, perché vuole sentire e sapere ciò che ha fatto». Nel diario tutto si colloca in una dimensione di inquietudine, di dolore, di ricerca, di travaglio, di dramma: «Scrivo un romanzo perché cerco il più grande dolore immaginabile»; «Tutto fa pensare che la vita, se non del tutto sbagliata, in ogni caso non è una condizione appropriata per l’uomo». In queste pagine, la profondità della parola è figlia di un disperato dibattersi del pensiero nel rebus dell’esistere, e ogni nota crea un impatto, un’abrasione, un accesso in quelle “difficoltà” che la voce e la sensibilità di uno scrittore sanno suscitare. Il Kertész del “Diario dalla galera” è una foglia colpita dalle folate dei giorni e della storia, e lo spazio in cui volteggia è il tempo che lega gli enigmi cruciali del nascere e del morire: «Vivo come una persona che, tra due impegni assai importanti, stizzito deve far passare un’ora irrilevante, e quest’ora è la mia vita».
(Imre Kertész, “Diario dalla galera”, traduzione di Krisztina Sándor, a cura di Alessandro Melazzini, Bompiani, 2009, pp. 296, Euro 18) |
![]() di Giulia Merisi |
| New York, estate 1942: si sta preparando uno di quei miracoli dell’arte capace di trasformare le sofferenze di un uomo in poesia. Antoine de Saint- Exupéry, esule volontario in terra d’America, è in guerra con i nemici di sempre, ovvero Solitudine e Disperazione. Ma stavolta c’è un’altra guerra al di là dell’Atlantico con la sua Francia occupata dai Tedeschi e lui si sente inutile in una città straniera, oltreché ingiustamente accusato dai surrealisti di essere, nel migliore dei casi, un simpatizzante della repubblica di Vichy. E allora come fare a volare lontano da quel pantano che rischia di soffocarlo? Forse un modo c'è... raccontare del magico incontro con il piccolo principe. Quando dopo un incidente aereo si era trovato solo in pieno deserto e un ometto dai capelli color del grano e una lunga sciarpa al collo gli si era avvicinato. Arrivava da lontano ed era in cerca di amici. Parlava la lingua semplice dei bambini e comprendeva la vita; così diverso dalle persone importanti che aveva incontrato nel mondo, troppo impegnate a correre dietro a sciocchezze quali il golf o le cravatte per poter capire che le gioie vere vengono da quelle “cose” che non si toccano né si comprano: avere qualcuno che ci capisce e ci vuole bene, ad esempio. Perciò il piccolo principe se ne era volato via, a ritrovare la sua rosa. “Non ho saputo capire niente allora! Avrei dovuto giudicarlo (il fiore) dagli atti, non dalle parole. Mi profumava e mi illuminava. Non avrei dovuto venirmene via! Avrei dovuto indovinare la sua tenerezza dietro le piccole astuzie. I fiori sono così contradditori! Ma ero troppo giovane per saperlo amare.”
Questo è “Il Piccolo principe”. Formalmente un racconto per bambini, in realtà una favola che non smette di comunicare voglia di amore a quei grandi che come i piccoli sanno ancora guardare con gli occhi del cuore. Un rifugio per il suo autore e per i lettori che conoscono o vorrebbero conoscere quanto dolce sia l’abbraccio dell’amicizia. Il piccolo principe Antoine de Saint-Exupéry traduzione di N. Bregoli Bompiani Fabbri, 2005 |
01mar
![]() di Daniela Di Pietrantonio |
Da un’autrice nata in Sud Africa nel XIX secolo – e del tutto autodidatta – non ci si aspetta la consapevolezza di sé e del mondo che Olive Schreiner mostra in “Sogni”, un’opera più filosofica che letteraria, più un saggio che una narrazione. |
![]() di Giulia Merisi |
Il Gattopardo, ovvero lo strano caso di un romanzo il cui autore decide di dedicarsi seriamente alla scrittura solo a pochi passi dalla morte. Nasce così, in pochi mesi, la vera opera prima di Giuseppe Tomasi duca di Palma e principe di Lampedusa, che per il passato si era limitato ad alcuni saggi e qualche racconto. Una nobile famiglia siciliana, i Salina, lo sbarco dei Mille e il Principe Fabrizio (Il Gattopardo del titolo) che signoreggia sulla storia. Ispirato a un bisnonno dell’autore, è in realtà il suo alter ego. A lui si affida il Tomasi per dirci di sé,del suo sentirsi estraneo a un mondo di simili ma diversi, dove non c’ è posto per gli scrupoli morali delle persone perbene, dei Gattopardi vittime degli sciacalletti come Don Calogero Sedara, borghesi magari ignoranti e malvestiti, ma ben desti a volgere a proprio vantaggio l’ignavia di troppi aristocratici: il tutto raccontato alla luce di un disincanto che non ammette speranza. |

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