"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
28gen
![]() di Simone Gambacorta |
Il protagonista di questo romanzo si chiama Mario Rossi e tanto basta per farci capire che si tratta di un tipo qualunque, un uomo normale, come tanti, come tutti. Mario è un tranquillo signore di mezz’età, è contabile in un’azienda di Scandicci ed è sposato con Gisella, una donna mite che ne sopporta i mugugni e i silenzi perché in fondo, lo sa, lui è buono. Hanno una vita ripetitiva e le loro facce sono uguali alle tante facce che vanno in giro per il mondo. I figli vivono lontani con le loro storie adulte e sono abituati a volere bene a mamma e papà proprio come mamma e papà sono abituati a voler bene a loro. A parte questo, rien ne va plus, les jeux sont faits. Ma la quotidianità quieta dei coniugi Rossi è destinata a subire un agguato, cosa che accade quando Gisella muore per un malore improvviso. Mario si ritrova vedovo, senza la moglie la casa è diversa, è diverso sedersi a tavola, è diverso andare a dormire. Non dura molto, però, questo smarrimento, e più che dispiaciuto, Mario sembra attonito, impreparato (l’ha mai amata?). Poi si riprende e si accorge che, in tanti anni di casa e bottega, il mondo l’ha solo intravisto: «Del mondo sapeva soltanto quello che aveva visto in televisione, e per anni si era accontentato. Si era chiuso nel matrimonio lasciandosi avvolgere e proteggere dalle abitudini». Il fischio del treno può essere udito da chiunque, ci ricorda il ragionier Belluca protagonista della novella di Pirandello, anche lui contabile, o per meglio dire «computista»: «Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita». Tant’è: il treno fischia pure per Mario, che ha voglia di libertà. Il primo passo? Un viaggio a Roma. Senza dire niente a nessuno, prende e parte. Il suo orizzonte di borghese piccolo piccolo è inondato dalle mille luci della vita e lui ne resta rapito come un bambino che impara a camminare e cade («Si sentiva confuso come un bambino che si trova per la prima volta in mezzo alla folla»). A Roma, per un caso, Mario assiste a un omicido e poi finisce tra le cosce di una giovane prostituta di cui, non ricambiato, si innamora. Dopo varie patetiche peripezie, prende baracca e burattini e torna a casa, ma ormai è già lontano da quello che era prima, «come se per decenni avesse vissuto la vita di un altro, di un uomo abitudinario, ottuso, smanioso di ribadire ogni giorno i confini del proprio regno». Roma gli costa cara perché gli si ritorce contro: da luogo di scoperta della realtà, da terra promessa che alletta come un luna park, si impone come luogo di una realtà drammatica. La giostra diventa una ghigliottina, un “trauma”, uno schianto («All’apparir del vero /tu, misera, cadesti») che si inserisce in un misterioso processo di cambiamento innescato dalla morte di Gisella e alimentato dalla constatazione di non aver vissuto davvero. Così viene da pensare che Gisella, in barba all’apparente e tenue marginalità, fosse una sorta di freno, un guinzaglio senza il quale il cagnolino buono e tranquillo (addomesticato) prende a rivendicare un diritto al randagismo per avviarsi, di fatto, a soccombere all’impreparazione della vita e a ritornare allo stato brado (lo si vedrà nel finale). Fatto è che, con questo bel romanzo nero, Vichi vuol raccontare una storia che spiazza, e infatti a un certo punto le cose si faranno brutte sul serio e Mario diventerà il male. Lo commetterà e lo incarnerà in un’ora di notte che ingoierà tutto, e sarà qui che ne conosceremo il volto “animalesco”. Non possiamo riassumere la trama senza fare torto al lettore, però possiamo soffermarci su alcuni punti che la storia pone. Il primo è che il male non è solo banale, ma è anche facile, è a portata di mano perché è a portata d’uomo («È dall’uomo che viene il male», dice il “Libro di Giobbe”). Per accendere la miccia che lo fa esplodere basta poco, uno qualsiasi dei cerini che nascondiamo nell’angolo sinistro degli occhi, per esempio il cerino del desiderio. Ma che cosa genera i desideri che portano al male? La volontà o l’obbedienza della volontà a una sceneggiatura invisibile e implacabile? Che cos’è, chi è, che davvero comanda in noi? E quanto si somigliano le facce del delitto e del castigo? Giunti all’ultima pagina, si ha l’impressione che ogni giorno della vita di Mario abbia cospirato per portarlo a un “momento” ultimo e decisivo, come se un’intera esistenza fosse stata “creata” solo per essere funzionale a una manciata di ore maledette (si veda lo strano riaffiorare di certi oscuri ricordi d’infanzia). E quando il passato di questo personaggio lascia intuire di essere stato una congiura, quando lascia sospettare d’essere stato una strada verso un punto di verità tragica e assoluta, viene il dubbio che il passato, a volte o tutte le volte, possa essere un sofisticato tranello a orologeria, un pretesto che maschera l’avvicinarsi dell’istante per cui davvero si nasce e si muore; e per cui, a volte, si uccide. «L’inferno è vuoto, e tutti i diavoli sono qui», si legge ne “La tempesta” di Shakespeare; vero, sono qui come sono qui “I demoni” di Dostoevskij: il problema è che riconoscerli è difficile, negli altri come in noi stessi, perché spesso nemmeno sanno di esserlo o di essere sul punto di diventarlo.
(Marco Vichi, “Un tipo tranquillo”, Guanda, pp. 235, Euro 16) |
![]() di Roberto Ruggieri |
Per un appassionato di narrativa horror, lettore sufficientemente avvezzo alle trame, alle entità, alle visioni raccontate in maniera pregevole dai più noti scrittori del genere, “Incubi” rappresenta un territorio dal paesaggio familiare ma non ancora realmente visitato. Tracce, ricordi sfumati, accennati deja vu provenienti dalla più nota produzione letteraria del terrore, emergono, ma senza eccessiva evidenza e sicuramente senza alcuna imitazione, tra le righe dei tre racconti nati dalla fantasia del quasi debuttante Lapo Ferrarese. L’ansia, il brivido e il mistero di Stephen King; la crudezza, il ritmo incalzante e l’introspezione dei personaggi alla Dean Koontz; l’impalpabilità delle entità, la fantasia onirica e le atmosfere angoscianti delle storie di Howard Phillips Lovecraft; e così via. Riferimenti che non servono a sostenere che “Incubi” è una commistione di stili e contenuti già letti, ma per evidenziare che, soprattutto oggi, la scrittura horror non può essere improvvisata e deve avere alla base una passione e una “esperienza” che necessariamente si sviluppano grazie alla lettura dei più grandi maestri del genere. Nonostante ciò, i tre racconti devono avere e hanno anche un che di peculiare, di prettamente “Ferrarese”: la capacità di raccontare dei terribili sogni come se chi narra stesse ancora sognando, cioè fosse convinto che tutto stia realmente accadendo. Come in tutti i sogni che si rispettino. E tale “illucidità” onirica coinvolge anche il lettore, il quale non si ritrova ad essere un semplice ascoltatore di un incubo descritto da chi si è appena svegliato, ma diventa compagno di sogno dei personaggi coinvolti e ne condivide la strana e terrificante realtà. Non a caso, quindi, la raccolta delle tre storie di Lapo Ferrarese ha titolo “Incubi”: che siano mostri, creature mai viste da occhio umano, ambienti mortali, fantasmi o mondi paralleli, tutte le entità sembrano avere origine da sogni, ma sono percepiti come protagonisti reali e tangibili di una realtà che, per quanto incredibile, è lì, di fronte ai nostri occhi; anzi, ci parla, ci tocca, ci uccide. Nei racconti di Ferrarese i personaggi non sanno di essere in un incubo, se incubo è veramente; comunque a nessuno è stato dato il compito di destarli. E il lettore, con loro, rimane intrappolato fino alla fine in questa realtà senza uscita.
(Lapo Ferrarese, Incubi, pp.180, 13,00euro, Galaad Edizioni) |
23feb
di Simone Gambacorta |
Filippo La Porta è innamorato del “Viaggio in Italia” di Piovene e ha pensato di realizzarne (in piccolo) uno “parlato” intervistando scrittori italiani. Le interviste sono incentrate sul rapporto di sguardo e sentimento che i vari autori hanno con la propria città o regione, come nel caso di Carmine Abate e la Calabria. Le conversazioni sono apparse originariamente su «Anci Rivista», il mensile dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani, e adesso vengono opportunamente raccolte in un volume il cui titolo e sottotiolo parlano da soli: “Uno sguardo sulla città. Gli scrittori italiani e i loro luoghi”. Oltre ad Abate, i narratori che La Porta ha “interrogati”, e che ha “interrogati”, movendo dalla tesi secondo cui «la mutazione contemporanea passa anzitutto attraverso la città», sono Edoardo Albinati (Roma), Cosimo Argentina (Taranto), Gianfranco Bettin (Venezia), Gianni Biondillo (Milano), Gianni Bonina (Catania), Giosuè Calaciura (Palermo), Gaetano Cappelli (Potenza), Mauro Covacich (Trieste), Giuseppe Culicchia (Torino), Giovanni Di Iacovo (Pescara), Angelo Ferracuti (Fermo), Gianluca Floris (Cagliari), Marcello Fois (Bologna), Roberto Garlini (Pordenone), Chiara Marchelli (Aosta), Bruno Morchio (Genova), Valeria Parrella (Napoli), Antonio Pascale (Caserta), Mauro Pianesi (Perugia), Andrea Piva (Bari), Alessandro Tamburini (Trento) e Marco Vichi (Firenze). Le interviste sono agili, nel senso che vanno subito al sodo e non si perdono in inutili ghirigori, e tutte sono introdotte da una succinta nota dove La Porta inquadra l’interlocutore di turno e da un’altra nota dove stila un rapido profilo delle città. Quanto alle risposte, ce n’è per tutti. Secondo alcuni la politica è responsabile di certi mutamenti e di certe mutazioni (la lectio pasoliniana, hai voglia a dire, fa comunque capolino), mentre altri pensano che la politica non possa incidere più di tanto sulle «magnifiche sorti e progressive» di una città, giusto per riallacciarsi ai “Racconti di viaggio (e da fermo)” che il compianto Sandro Onofri raccolse sotto il titolo leopradiano “Le magnifiche sorti”. Fatto è che da questo libro saltano fuori di spunti di riflessione – un bel po’, a dire il vero – che potranno pure non essere folgoranti, ma che portano chi legge a porsi delle domande. Altrettanto interessanti sono i diversi punti di vista che emergono riguardo le politiche culturali che vengono portante avanti qui e là, e che a seconda dei casi vanno bene oppure così così oppure male: fatto è che questi scatti dicono comunque qualcosa sui vizi e le virtù delle infrastrutture “immateriali” che costellano il Belpaese. Ma di parti da sottolineare ce ne sono parecchie: per esempio Covacich ritiene «che uno scrittore trasmetta il proprio luogo anche quando scrive di tutt’altro. È così, non puoi farci niente, è l’accento della sua scrittura, l’accento del suo sguardo»; Biondillo, che è anche architetto, dice che «l’architettura crea il reale, lo progetta e lo edifica. È perciò nella sua natura stare al centro del potere costituito. La letteratura, invece, vive in una posizione di distanza critica nei confronti del potere»; Morchio, da par suo, dice che «Genova è una città marinara, portuale e industriale. L’«altro» le ha sempre portato ricchezza e benessere e non è mai stato vissuto come minaccia. La paura è un problema delle culture contadine e non appartiene al nostro Dna». L’operazione che La Porta ha realizzato con questo vascello di pensieri e suggestioni in compagnia di una ciurma cui non fanno difetto cognizione di causa e originalità di sguardo, può ben dirsi riuscito. È un esperimento che potrebbe replicarsi, anche in aree più circoscritte, e in ogni caso rappresenta un interessante tour per luoghi negli spazi diversi di una contemporaneità (se possibile) comune.
(Filippo La Porta, “Uno sguardo sulla città. Gli scrittori italiani e i loro luoghi”, Donzelli, pp. 125, Euro 16) |
07mar
![]() di Renato Minore |
Debbo dire che la lettura “La luna è ancora nascosta”, di Simone Gambacorta ha smentito clamorosamente una mia impressione o, se volete, una mia prevenzione. In genere sono molto sospettoso nei confronti dei libri composti di interviste. Sono libri in cui l’autore, si potrebbe dire, è un semplice generatore automatico di domande. Un po’ come quelle macchinette che ci danno il numero nelle file in municipio o in farmacia. Sono libri troppo spesso costruiti attraverso una semplice giustapposizione di interviste “rubate”. In fondo, si sa, un’intervista è, o può essere, un articolo rubato, e un libro di interviste a maggior ragione diventa, o può diventare, un libro rubato.
Ma se penso al lavoro raccolto da Gambacorta nel suo libro, debbo confermare questa smentita dell’impressione o della prevenzione che esiste in me sul genere, che è un genere assai praticato e abusato e che a me stesso è capitato e capita di praticare e di abusare. E la confermo non per il mio “particulare”, perché in qualche modo nel libro sono coinvolto insieme ad altri amici, sono una “spalla” di Gambacorta, una delle “spalle” a cui egli si è affidato nelle conversazioni con Vittoriano Esposito, Giuseppe Rosato, Lucilla Sergiacomo, un po’ come Cric e Croc, come Billi e come Riva, come Caccamo e come Rubagotti. Una spalla, anzi quattro spalle, per costruire il ritratto di Ennio Flaiano, per indagare sul suo enigma di scrittore, per illuminare la sua anima più vera e ancora nascosta, come la luna del titolo e della citazione iniziale, bellissima, dello stesso Flaiano, di stampo leopardiano, che sembra quasi tratta dallo “Zibaldone”: «Il silenzio della notte. Finito l’abbaiare dei cani. Finito il ritorno dei gruppi che cantano in coro. Il mare si sente appena come un treno lontano nella notte. La luna è ancora nascosta». La confermo perché questo libro, con la sua costruzione a mosaico apparente, a puzzle, a dialoghi sciolti nella fluidità del tema, nel giusto incrocio di temi, suggestioni, è senz’altro un piccolo libro essenziale di esegesi e di passione critica, un esempio di amorevole e “servile” ascolto della letteratura e delle sue ragioni più profonde. Un libro denso e veloce, e non un collage asintotico di opinioni raccolte con interviste che finiscono, come troppo spesso capita, per sovrastare abusivamente il lavoro del critico, compiaciuto nella sua pigrizia dall’avere a disposizione la spiegazione di un’opera, magari direttamente dalla bocca di altri suoi colleghi interrogati alla bisogna in un’insalata di opinioni, in un cocktail insalubre di giudizi più o meno brillanti. Mi vengono in mente le famose interviste di una altrettanto famosa rivista, la «Paris Revieux», che costituiscono un modello forse implicito, non dichiarato, ma che Gambacorta sicuramente conosce. Interviste così puntuali, maieutiche, rigorose nello schema, in questo caso per nulla rituale, della domanda e della risposta che produce uno straordinario effetto di consapevolezza e di conoscenza letteraria. Una volta Kafka scrisse che le «le domande che non si rispondono da sé nel nascere non avranno mai risposte». Prendo come campione alcune di queste domande di Gambacorta, sciolte nelle conversazioni di “La luna è ancora nascosta”. Una per ogni spalla, democraticamente. Gambacorta chiede a me cosa rappresenta oggi il baffo di Flaiano. Chiede a Vittoriano Esposito a cosa ritiene sia riconducibile la necessità di appuntare diaristicamente di Flaiano. Confessa a Giuseppe Rosato, in forma di domanda, di aver sempre pensato che Flaiano fosse uno che rideva sotto i baffi perché aveva smesso di farlo con il cuore. Confessa a Lucilla Sergiacomo, sempre in forma di domanda, che, morto Flaiano, è come se al suo vero volto si fosse soprapposto una sorta di maschera, di fantasma, che sembra Flaiano e non è Flaiano. E’ vero: sono domande che trascinano con sé la risposta, altrimenti sarebbero domande vuote, senza senso. Queste domande di Gambacorta postulano, ad esempio, nel primo caso, un Flaiano che non si riesce a prendere tutto, con qualcosa che scappa, che sfugge come l’acqua una tavolozza, un puzzle, un’intera geografia. Quella che, nella mia risposta in una sua intervista, ho definito «un’ immagine composita, anche leggendaria, anche lacunosa, appunto imprendibile. Lo sceneggiatore ha successo e se ne ritrae dubbioso, lo scrittore si riserva un suo spazio di intervento più ridotto, il giornalista deflagra con grande visibilità ed eccezionale tenuta. Lo scrittore è dissimulato dietro il giornalista versatile, lo sceneggiatore di Fellini, l’aforista geniale, il grillo parlante con la sua corrosiva e ironica intelligenza, l'«intellettuale da caffè», come un mantello da indossare, una bandiera da esibire, una maschera». Queste domande postulano ad esempio, nel secondo caso, cioè quello di Esposito, il grande scrittore dissimulato dietro il giornalista, poco attratto dall’architettura chiusa del romanzo, l’aforista con le accensioni fantastiche nate dall’attrito con la cronaca, con i fatti di tutti i giorni. L’intellettuale immune da cinismo e ubriacature ideologiche, il grande passeggiatore tra i generi. Oppure postulano, nel terzo caso, ossia quello di Rosato, l’enorme potenzialità della lingua severa, antiretorica, tagliente e riccamente fantasiosa di Flaiano. Un terreno di duttili sperimentazioni in cui ogni forma letteraria frequentata viene rifondata nel suo statuto identitario e vivificata da una personalità pirotecnica, spiccatamente originale soprattutto nelle opere diaristiche, dove traccia una sorta di discorso parallelo alla vita reale costruendo libri caleidoscopio, libri in cui la frammentarietà delle esperienze esistenziali e le riflessioni che le accompagnano si trasformano in micro testi di natura aforistica o sentenziosa. Le domande di Gambacorta postulano, infine, e mi riferisco all’intervista a Lucilla Sergiacomo, uno scrittore più completo e più ricco, autore di appunti, aforismi, racconti, tanti lavori per il cinema. Flaiano, considerato un autore di pochi libri – per qualcuno, addirittura di un solo romanzo, “Tempo d'uccidere”, un'eccezione senza conferma, una macchina narrativa presto esautorata – è diventato uno scrittore di cui sempre più attraverso gli anni, gli anni dopo la sua morte, è emersa la parte sommersa della sua scrittura. Le sue battute famose, ma ancor più gli aforismi, spesso sono una risposta ad una realtà che offende la personalità umana, turba la pace, sconvolge l’ordine morale. L’atteggiamento critico, fustigatorio esprime un coinvolgimento doloroso nel reale. Ho preso quattro esempi di domanda e insieme la ricchezza di esecuzione critica che esse permettono, proprio nel flusso delle conversazioni messe in scena da Gambacorta con passo leggero, con una levità di passo davvero encomiabile. Una cosa balza agli occhi: il genere dell’intervista, così come è usato da Gambacorta, è un dialogo-conversazione, qualcosa che nasce davvero insieme. E’ un metro di conoscenza e di approfondimento, una meticolosa operazione di scandaglio che favorisce la voce, la vera voce dell’ interlocutore e, attraverso di essa, un ritratto in movimento di Flaiano con la continua, incessante interrogazione della sua figura e dei suoi testi, sedimentata per lampi, voragini improvvise del senso, relais psichici, associazioni del ricordo di noi testimoni. Insomma quello di Gambacorta è il dialogo corale, compatto, unitario, ma diversificato di un appassionato lettore e critico che sa dimostrare quanto ragionare significhi intrinsecamente dialogare. Pone in atto l’antica intuizione greca per cui il logos è “dialeghestai” e opta per la tesi di Hans Von Balthasar secondo cui la «verità è sinfonica». Queste conversazioni ruotano sulla “verità – si potrebbe dire davvero “sinfonica” – a più strati e con diverse implicazioni, non solo “su” Flaiano, ma “di” Flaiano. Quella verità sinfonica che Gambacorta ha saputo riscrivere attraverso le nostre voci, i nostri pensieri, le nostre emozioni, i nostri ricordi. E a me è capitato di ricordare, grazie a lui, grazie al passo leggero delle sue domande, qualcosa che avevo completamente dimenticato: Flaiano alla moviola che guarda il suo documentario televisivo “Oceano Canada”, coinvolto dinnanzi ad una sua scena particolarmente significativa. Pochi mesi prima di morire, mentre stava montando il suo film, me la mostrò e, quasi commuovendosi, disse: «Be' vorrei che io fossi ricordato così». In questa sequela finale del bellissimo film televisivo si vede Flaiano seduto su una panchina che scrive su un taccuino; dietro c’è un come un piccola pozzanghera d’acqua e uno strano rumore che sembra di traffico cittadino. Flaiano scrive, poi ci ripensa, strappa il foglio, ne fa una barchetta di carta e la mette sulla pozzanghera d’acqua. Allora la macchina da ripresa allarga, la pozzanghera rivela essere una distesa immensa d’acqua e il rumore diventa il boato delle cascate del Niagara, dove la barchetta oscilla, si capovolge e si perde tra i flutti. Credo che non ci sia immagine più felice per rappresentare la forma di scrittura prediletta che fu il diario. E’ la metafora della impossibilità della scrittura a trattenere con le parole la complessità della realtà che sfugge. E la barchetta degli appunti si perde nell’immensità dei flutti davvero senza speranza, senza ritorno. Ma c’è sempre qualcuno, per fortuna, che con il passo leggero di Simone, con i suoi “piedi di vento”, un vento che guarisce ogni cosa costringendo ogni cosa a correre, rincorre il fantasma di quella barchetta per farla ancora scorrere davanti ai nostri occhi insieme all’indimenticabile suo creatore che la mise un giorno sull’acqua sperando che non si inabissasse. A lui, alla barchetta che porta la luna di Flaiano ancora nascosta, auguriamo davvero bon voyage. Renato Minore Pubblichiamo il testo della relazione letta da Renato Minore presso la Banca di Teramo di Credito Cooperativo il 4 marzo 2011, in occasione della presentazione del libro di Simone Gambacorta “La luna è ancora nascosta. Conversazioni su Ennio Flaiano”. Il volume, pubblicato dalla nostra casa editrice e vincitore del Premio Flaiano per la critica 2010, è una raccolta di interviste su Flaiano rilasciate a Gambacorta dai critici Vittoriano Esposito, Giuseppe Rosato, Lucilla Sergiacomo e dallo stesso Minore, protagonista di due conversazioni. |
![]() di Simone Gambacorta |
Era il 1985 quando Elsa Morante se ne andò. Poco dopo la sua morte, per ricordarla, il settimanale «Fine secolo» le dedicò un numero speciale intitolato “Festa per Elsa”. Il fascicolo raccoglieva «gli scritti di tante persone che le erano state in vario modo legate (…) scrittori, poeti, netturbini, studiosi, attori, amiche e amici». Le voci erano quelle di Giorgio Caproni e Fabrizia Ramondino, Carmelo Samonà e Giorgio Agamben, Ginevra Bompiani e Ninetto Davoli, Daniele Morante e Luca Coppola e altri ancora. Oggi “Festa per Elsa” lo ripropone Sellerio, in un volume curato da Goffredo Fofi e Adriano Sofri, con la saggia aggiunta di «immagini note o inedite» e di alcuni scritti e lettere della stessa Morante, compresa la “Canzone degli F. P. e degli I. M.”, cioè dei «Felici Pochi» e degli «Infelici Molti» tratta da “Il mondo salvato dai ragazzini”. C’è anche un “diario” che Sofri dedicò «agli incontri con Elsa dopo il suo tentato suicidio e la malattia, nel 1983». Ora, è vero, le opere degli scrittori le si conosce sulle pagine: ma per sapere qualcosa di più sugli uomini che quelle opere scrivevano, per capire che tipi fossero e come abitassero il mondo, materiali come questo sono piuttosto appetitosi. Sicché questi “atti relativi” alla vita e alla morte di una scrittrice (che detestava essere chiamata scrittrice, autrice e poetessa e voleva invece essere chiamata scrittore, autore e poeta) di motivi d’interesse ne offrono molti. A cominciare dal fatto che la Morante aveva qualcosa di stregonesco: «Per una specie di sortilegio ti attraversava l’anima e ti scopriva. Per una specie di sortilegio le si svelavano le cose». Così Raffaele La Capria nel bellissimo ricordo “La felicità e l’orrore”, dove peraltro sottolinea come la Morante non eludesse niente, nella vita come nella letteratura, e di come questo rendesse le sue parole sempre diritte e dirette al cuore delle cose che toccavano: «Era estrema. Chi non elude mai niente è spietato, e spesso Elsa lo era», aggiunge La Capria. Era anche una donna con un caratteraccio, facile agli sbalzi d’umore e d’amore: «Aveva una sorta di lavagna mentale – rammenta Elena De Angeli – con una divisione tra «buoni» e «cattivi», e «i passaggi dall’uno all’altro settore erano fulminei anche se non sempre irrevocabili». Una donna geniale e complicata, dolce e aspra, che metteva alla prova se stessa e chi le era vicino come uno specchio implacabile: «Non era facile essere amici di Elsa, perché la sua lucidità ci spiazzava quanto la sua sincerità: ci costringeva a rivedere le nostre convinzioni, a smontare i nostri pregiudizi, a ragionare su cose che davamo più o meno ipocritamente per acquisite, scontate», scrive Goffredo Fofi. La Morante era insomma una tigre, ma una tigre dalla «meravigliosa innocenza», per dirla con Luca Coppola; una donna assolutamente consacrata alla scrittura, piena di ombre e fragilità, e tutta percossa dalla forza del proprio sguardo: «Elsa sapeva leggere nella realtà coi sogni, le visioni, le ombre, e sapeva di sé e degli altri quello che gli altri ignoravano», dice Cesare Garboli. Ma la sua commovente e concretissima «fiducia assoluta nei mezzi dell’arte e della poesia» (di nuovo Fofi), quell’intelligenza della parola detta e sofferta, patita e pagata, e come colta nel giradino segreto che era e poteva essere solo il suo, dava frutti che sono grandi oggi non meno che negli immediati dintorni del loro sbocciare: «Lessi “Menzogna e sortilegio” in un fiato (…) e non seppi mai dirle per intero, né allora né più tardi – scrive Natalia Ginzburg – quanta vita e quanta gioia mi desse tutto quello che scriveva, e la sua presenza sulla terra. Non era mai facile dirle le cose per intero». “Festa per Elsa” è un avvicinamento a una donna che possedeva la virtù della scrittura creatrice, quella che genera l’inaudito, vale a dire quello che prima non era stato “udito”, “detto” in un determinato modo; e in tempi di inflazionatissima scrittura creativa – quella del raccontino, del romanzino, del compitino – di parole creatrici si sente più che mai la mancaza (così come la si sente della letteratura). In fondo anche in “Menzogna e sortilegio” (già nelle superficie/copertina del libro) sembra nascondersi un indizio rivelatore: perché quelle parole non sono solo il titolo di uno fra i maggiori romanzi del Novecento, ma anche la formulazione condensatissima di quello che dovrebbe essere il fine “narrativo” di ogni scrittore: vale a dire inventare storie, cioè mondi possibili (“menzogne”), che non stanno nella realtà, e che tuttavia le dinamiche e i nodi della realtà sondano e delucidano grazie al “sortilegio” di una forza verdittiva con cui rivelano o ribadiscono (nel senso indicato da Vittorini nel “Diario in pubblico”) le sintassi e le grammatiche che, in certo modo, riducono a uno solo i tanti, diversissimi destini degli uomini.
(“Festa per Elsa”, a cura di Goffredo Fofi e Adriano Sofri, Sellerio, pp. 191, Euro 14) |
11mag
![]() di Simone Gambacorta |
Se c’è qualcuno che avete a cuore, se c’è qualcuno a cui volete trasmettere qualcosa che parli di vita, amicizia e vicinanza, non dovete fare altro che regalargli questo libro. S’intitola “Confidenziale”, e Raffaele La Capria vi ha raccolto tante «lettere dagli amici» (da Pupi Avati a Giorgio Napolitano fino a Norberto Bobbio e Luigi Baldacci passando per Giuseppe Pontiggia ed Erri De Luca) frammiste ad alcune sue risposte. È un libro delicato e bellissimo, casuale e imprevisto, e pieno di piccole e lucenti parole. È stata la vita a dettare queste lettere, a volte davvero toccanti: ce ne sono un paio di Anna Maria Ortese e Goffredo Parise che sono da mettersi a piangere: e non perché siano portatrici di chissà quali dolori, anche se ne portano e come, ma per quel loro puro e sincero riferire di un modo di sentirsi “la vita addosso” (giusto per richiamare un racconto di Moravia, un altro dei corrispondenti di la Capria) in un certo momento, e di riflettere su quel che si è, sul che si è compreso e che si è perso, e sul quel che è rimasto. Ecco Parise, da Salgareda: «La mia vita comincia all’alba e rimane felice per tutto il giorno e parte della notte, fin quando vengo svegliato da cattivi pensieri; ma poi c’è l’alba e di nuovo la vita felice. So di poterti dire queste cose perché mi hai sempre dato ciò che cercavo dagli uomini e dall’arte. Tu mi hai dato i sentimenti». Più oltre aggiunge: «Sono felice come se dovessi morire tra poco». Da Rapallo, invece, la Ortese parla della morte della sorella: «Il vero male, il vero dolore, sono quelli che vedi portare dagli altri, che ami, che non hai mai aiutato abbastanza. Mia sorella ha ceduto ai primi di febbraio, di un tratto. Allora, anche la mia vita si è scoperta nella sua nullità». Parole accomunate dal sospiro melanconico dei consuntivi, e da un che di testamentario, un tono confessionale che non è compatimento perché è misura di una verità che forse non è mai stata tanto chiara come “ora” che la si sussurra a un confidente. Non tutte le lettere hanno una grana così ripiegata e intimista, ma ognuna è capace di restituirci uno spicchio, un tassello, un’impronta di un cammino dove vita e letteratura hanno proceduto di pari passo. La stagione degli “inizi”, che per La Capria si aprì nel 1952 con “Un giorno d’impazienza”, e che nel 1961 ebbe con “Ferito a morte” la consacrazione del Premio Strega, trova una testimonianza profetica in una lettera di Valentino Bompiani, che conosceva così bene il “mestiere dell’editore” (così s’intitola un suo libro) da aver intuito tutto, e con largo anticipo, sulle sorti di quel romanzo: «La prima parte del Suo libro mi ha incantato. Se la seconda parte sarà, come spero e come mi aspetto, della stessa qualità, Lei avrà scritto un libro importante che potremo lanciare e sostenere con piena convinzione fino al successo (…) Vorrei stamparlo non entro giugno, ma entro aprile, dato che il 30 aprile è il termine ultimo per partecipare al Premio Strega». Di non poco interesse anche le parti dove il La Capria-destinatario legge quel che i suoi amici dicono sul La Capria-scrittore: in “Letteratura e salti mortali” e “L’armonia perduta”, Raffale Manica confessa di aver incontrato quella «pratica del saggio» che lo «avrebbe sempre più interessato: uno scrittore che invece di scrivere romanzi scrive ciò che ha da dire». Nell’ “Amorosa inchiesta”, che in effetti è bellissimo, Sandro Veronesi vede «qualcosa di veramente esemplare», mentre Alfonso Berardinelli si confessa incapace di recensire “A cuore aperto” perché gli è piaciuto troppo: «Si può scrivere una recensione su un libro così naturale e felice?». Questo piccolo e “Confidenziale” libro, questa casa dei tanti che lo hanno costruito mettendo il proprio mattone (o più d’uno), questa risacca di parole e pensieri che La Capria, su suggerimento di Umberto Silva, ha tanto amorevolmente messi vicini, e che ha messi vicini come i legnetti di un fuoco cui si chiede provvista di calore, ecco, questo libro ci ricorda che una lettera è tante cose, tutte importanti: è l’atto di scriverla, è l’esercizio di vita e dialogo che testimonia, ed è la consegna che di noi stessi facciamo ad altri quando ad altri ci rivolgiamo per condividere la vicenda dell’esistere. Ma più ancora che questo, “Confidenziale” è venuto al mondo sospinto da un senso della fine che è presente (in modo diverso ma in fondo uguale) nell’ “Estro quotidiano” e “L’amorosa inchiesta”; e si tratta di un sentimento che allude a un congedo, a un limite, ed è un sentimento che La Capria esplicita con composta, disarmante schiettezza, quando in apertura scrive di aver voluto raccogliere queste lettere «per il desiderio di farle rivivere quando non sarò vivo io».
(Raffaele La Capria, “Confidenziale. Lettera dagli amici”, il notes magico, pp. 146, Euro 12) |
02giu
![]() di Simone Gambacorta |
E se la nostra memoria fosse una metà incompleta e mendace? Se la nostra memoria più fedele stesse nello sguardo di chi ci ha osservati negli anni, da vicino, giorno dopo giorno? Se la nostra vera memoria stesse nelle parole e nei ricordi di chi ci è stato a fianco? Queste e altre domande vengo fuori non appena si chiude “Italia”, il romanzo di Marco Lodoli che ricorda un pò “La famiglia” di Scola e che racconta, appunto, una famiglia italiana tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta (a quanto è dato capire). Si chiamano Marziali, vivono a Roma, appartengono alla media borghesia e hanno un cognome non meno marziale di quello degli Ardengo di moraviana memoria, che però sono un’altra cosa. Ma dicevamo: un padre, una madre, tre figli. Il padre è un ingegnere con trascorsi di gioventù nella Repubblica Sociale, sua moglie è invece una signora per bene un pò sciapotta e un po’ smarrita. Poi ci sono Tancredi, agitato da passioni politiche che ne segneranno la sorte, Marianna, una sognatrice con la testa fra le nuvole, e Giovanni, che sente d’essere nato per fare lo scrittore. A parlarci di tutti loro è una donna: Italia, la domestica e la voce narrante che ne racconta splendori (per modo di dire) e miserie. Ma Italia è qualcosa di più. È una creatura particolare, misteriosa e angelica al tempo stesso. Un cuore semplice che racconta il cambiare e lo sfaldarsi, il vivere e il morire, lo sperare e il patire di una famiglia alle prese con «quella strana ingiustizia che è la vita umana». Parabola è la parola di cui abbiamo bisogno per i Marziali: una parabola che si svolge in un ambiente, una casa, che è lo spazio ove si assiste al passaggio da un interno di famiglia alle interiora della vita. Questo passaggio avviene, è chiaro, sulla base di una famiglia vista come insieme “forzato” di elementi: un nucleo di individui differenti da un lato alle prese con se stessi e, dall’altro lato, con i rapporti con l’ambiente e le strade che, partendo da quell’ambiente, da quel modello culturale, imboccano o tentano di imboccare. Ma con Italia i perimetri della finzione subiscono uno sfondamento verso un “dove” che il lettore non conosce né può conoscere, e questo effetto si deve alla compresenza, nel romanzo, di due differenti statuti a cui i personaggi sembrano rispondere. Da una parte i Marziali, che sono la realtà, e dall’altro (forse dall’alto) Italia, figura diafana e sfumata che dà l’idea d’essere una corporeità quasi evanescente, irreale, o se non proprio irreale, riconducibile a una realtà diversa, altra, la cui verità si perde in una latitudine ulteriore e ignota. Lodoli ha detto che Italia incarna «l’elemento metafisico del romanzo, fuori dal tempo, mentre la famiglia rappresenta l’elemento storico». Metafisico è anche il brumoso e non meglio identificato istituto da cui la domestica proviene, un orfanotrofio che c’è e non c’è e che sembra esserci come un’astronave caduta sulla terra chissà da quale altrove. Quindi una delle tante domande che possiamo porci riguardo Italia è più o meno la stessa che, come riferisce Berardinelli in “Non incoraggiate il romanzo”, si pose Fortini una volta giunto alla Stazione Termini: «Mi pongo un interrogativo kantiano: come è possibile Roma?». Come è possibile, ammesso che sia possibile, Italia? La domanda non è peregrina: per estensione, e con la sola aggiunta di un articolo determinativo, diventerebbe: come è possibile l’Italia, paese di cui questo romanzo vuol essere anche metafora? Oppure potremmo chiederci se non sia il caso di cercare risposte sul piano metanarrativo, come se Lodoli, un po’ tautologicamente, avesse voluto ribadire (a che pro?) che ogni romanzo è finto, una finzione, un’allucinazione come sembra essere un’allucinazione Italia. Sia come sia, questi punti interrogativi non sono la denuncia di una debolezza, sono il tratto distintivo di un romanzo che, pur non essendo un capolavoro, offre ai lettori pagine che non fanno rimpiangere d’essere state lette. Allora ecco altre domande. Tipo: quanti romanzi si nascondono in ogni famiglia? Quanti romanzi non letti, non scritti, ma solo vissuti, nascono e muoiono in quei teatri di mura e porte e stanze e finestre dove si consumano le nostre commedie («La stessa bella recita ogni giorno») e le nostre colpe? E quanto ci cambia, quanto ci unisce, quanto ci ferisce lo stare assieme, il fuggirsi nei pomeriggi tristi (o nei «pomeriggi di pioggia e di peccato», direbbe Manganelli), lo scivolare fra i pudori, i silenzi, le menzogne che ci diamo come schiaffi e che incassiamo fingendo di non essercene accorti? Che fine fa, che effetto fa, il continuo riversarsi di ciascuno nello spazio chiuso e spalancato di una famiglia? E cosa ci resta, poi, di tutto questo gomitolo di lana con cui filiamo l’unica veste che mai dismetteremo? “Italia” e Italia non rispondono a queste domande, ma le attirano come la luce attira le falene. È tenue, la voce di Italia, in linea con lo stile cui Lodoli ci ha abituati: lieve e poetico, e capace, nei momenti migliori, di “dire” l’inverno di ogni scontento e le stagioni di tutti i nostri silenzi.
(Marco Lodoli, “Italia”, Einaudi, pp. 104, Euro 15) |
09giu
![]() di Simone Gambacorta |
Due si incontrano, si piacciono, nasce un amore. Questo eterno meccanismo è alla base di “Eva” di Giorgio Montefoschi. Al centro del romanzo c’è una donna sulla quarantina – Eva, appunto – che vive a Roma col marito Fabrizio. Quando conosce il giornalista Giovanni Raimo, fra i due scatta un’attrazione che sfocia in una liaison clandestina. Diventano amanti, sono affiatati, vanno d’accordo al letto e fuori, si cercano, si aspettano. L’unico ostacolo è la fede al dito di lei, sempre più ingombrante e difficile da sopportare. Fabrizio sospetta qualcosa, ma è un sospetto debole, come spesso lo sono le intuizioni di chi ha visto giusto. Così una sera, a bruciapelo, le chiede se ha un altro. Presa in contropiede, Eva nega, ma resta turbata. Quando arriva il giorno in cui confessa tutto, i due si lasciano. Eva però ha una vita interiore densa, non è una che prende le cose a cuor leggero e non vive la separazione come una vittoria. Anzi, non appena tornata “single”, chiede a Giovanni tempo per leccarsi le ferite e mettere ordine dentro sé. Giovanni accetta. È un uomo maturo, tranquillo, e tra una chiacchierata con l’amico Giorgio Scarpa (che poi morirà, lasciandogli più che un ricordo) e le giornate in redazione, riesce a tenere duro fin quando con una telefonata Eva gli dice di essere finalmente pronta. Giovanni è anche l’io narrante del romanzo, è lui che racconta questa storia a qualche tempo di distanza dai fatti, e ne è, insieme con Eva, il protagonista. Ma il co-protagonismo di Giovanni funziona di riflesso, perché tutto quel che è possibile sapere e capire (desumere) di lui è connesso con la centralità della forza motrice Eva: e l’intero racconto, l’intero suo “dire” si coagula attorno a lei. Avviene a livello narratologico quel che avviene a livello narrativo: così come l’uomo-Giovanni si nutre, si alimenta della donna-Eva, il personaggio-Giovanni esiste di rimbalzo, in subordine, al personaggio-Eva. Montefoschi dipinge molto bene l’instabilità e l’incertezza sentimentale. Crea climi e situazioni ombreggiati da inquietudine e da un sentore di friabilità, ed è molto abile a far muovere i personaggi – disegnati attraverso i loro stessi atti – lungo una linea imperniata tra il detto e il non detto, dove giocano un ruolo fondamentale i dialoghi ben congegnati e una scrittura accordata su di una luce soffusa e capace di spandersi oltre se stessa (Lorenzo Mondo ha parlato di una «poetica del ritegno»). Questo si nota sin dalle prime pagine, ma è più evidente quando Giovanni racconta della convivenza con Eva. Lui prova a convincersi che tutto va bene, ma è guardingo e osserva Eva come fosse una convalescente a rischio di ricaduta, mentre Eva, al di là di quel che dice, è frenata da una perplessità chiusa e malinconica. Come la polvere, che si nasconde anche nella casa più pulita perché fa nido là dove non si può arrivare, così i sensi di colpa e le incertezze sembrano pedinare la donna con passi sottili come tagli. Intanto Fabrizio non si arrende, si fa vivo per telefono, poi riesce a incontrare Eva, le parla, gioca la sua partita a scacchi. La gioca fino in fondo, a lungo, fin quando dalla scacchiera passa al panno verde delle poste alte e tira giù la carta più imprevista, quella con cui confessa alla ex moglie di essere malato. Già tormentata e in colpa per non averlo reso padre («Non gli ho dato mai nulla, nemmeno un figlio»), Eva non regge all’urto di una verità tanto insapettata e torna con lui. A questo punto Giovanni rivela un altro aspetto del suo carattere. Disarcionato, entra in una nuova fase: perde un po’ dello smalto rassicurante dell’uomo pacato, fatica a mantenere la sua abituale compostezza e insegue Eva. Non si rassegna, non vuol credere che lei possa rinunciare alla felicità per sacrificarsi per Fabrizio. Ma fra i diversi egoismi di questi due uomini, ciascuno dei quali vuole possedere l’oggetto del desiderio, Eva si trova contesa tra forze opposte, tra due insistenze che l’accerchiano come lupi e che pian piano, come si vedrà, la “sbranano” psicologicamente e fisicamente. Il suo giudizio su di loro, quando si sfoga con Giovanni, è lapidario: «Voi siete uguali: due uomini che non sanno amare. E sai perché non sapete amare? Perché avete paura di amare. Perché siete due egoisti». Alla fine di questa girandola di amori e disamori coniuguali ed extra coniugali, Eva deve scegliere la via più difficile. Giovanni, arreso, cerca ristoro in un amico, un uomo di fede che gli dà la possibilità di instaurare un nuovo rapporto con se stesso. “Eva” è un romanzo pieno di silenzio, sullo sfondo di una Roma vestita di estate e di peccato, e dove tutti sono soli, anche quando sono vicini agli altri.
(Giorgio Montefoschi, “Eva” Rizzoli, pp. 274, Euro 18,50) |

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