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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 08/11/2008 @ 15:06:36, in Libri, linkato 369 volte)


di Danilo Marano

“La terra del fiore azzurro” è una fiaba contemporanea. Anzi, la definirei una fiaba sempre contemporanea, perché i temi trattati sono più attuali che mai e lo saranno sempre, in quanto legati all'essenza stessa dell'essere umano. Il rapporto con l'ambiente e la natura, la solidarietà verso il proprio fratello, i dualismi guerra-pace, bene-male sono sempre stati e saranno sempre temi cruciali per l’umanità. Molte delle situazioni descritte ne “La terra del fiore azzurro” possiamo osservarle ogni giorno: litigi continui, estenuanti diatribe e discussioni senza sbocchi. Ognuno accampa le sue ragioni e spesso la matassa di rancore e risentimento diventa ancora più enorme e aggrovigliata dei motivi, futili o meno, che l'hanno creata. Le energie e il tempo spesi in conflitti sterili e senza costrutto nessuno ce li restituirà. Quanto tempo inutile sprechiamo nella vita. Tempo che potremmo utilizzare per migliorare la nostra esistenza e la condizione dell'intera società. È la stessa idea che il Vegliardo, figura saggia e carismatica, cerca di inculcare in Amor, futuro re, successore di Mordreth, sovrano di un regno triste e litigioso, fin troppo simile alla società contemporanea.
Re Amor apprezza le parole del Vegliardo, che gli raccomanda di non dimenticare mai la natura: le nuvole, il sole, la tempesta, le stelle, tutti gli elementi hanno qualcosa da comunicargli, qualcosa da cui trarre ispirazione. La forza, la serenità e la sincerità degli elementi naturali diventano i punti di riferimento dell'educazione del piccolo Amor, che una volta diventato sovrano cerca di trasmetterli al suo popolo. Un popolo di egoisti attaccabrighe, ma anche di giovani intelligenti che capiscono e accolgono il messaggio del giovane sovrano: non c'è tempo per la rabbia, non c'è tempo per le liti, ma solo per la collaborazione. Il Re impone per legge ai suoi sudditi di coltivare un fiore azzurro dalle proprietà molto particolari, e tutti si mettono al lavoro. Costretti a mettere da parte egocentrismi e volontà di sopraffazione, a poco a poco i sudditi di Re Amor scoprono l’emozione e la gioia di aiutarsi a vicenda. Forse avremmo bisogno un po’ tutti di un sovrano che ci imponga di collaborare per qualcosa di semplice ma speciale come la crescita di un fiore. Forse così impareremmo che la cooperazione e il rispetto reciproco non portano all'appiattimento, ma a una crescita più profonda della società, con un conseguente miglioramento della qualità della vita per tutti.Penso che la lettura di questa fiaba possa indurre molti di noi a riflettere sulla effettiva utilità delle occupazioni che ci riempiono la giornata.
Penso che, prima di andare a dormire, ognuno di noi dovrebbe chiedersi cosa ha costruito durante il giorno, se la costruzione del castello della propria vita è andata avanti con lavori efficaci oppure è rimasta ferma per ragioni futili. Penso che ognuno di noi, nel suo piccolo, dovrebbe seminare un fiore azzurro, e prendersene cura giorno dopo giorno.

La terra del fiore azzurro
F.H. Burnett
traduzione di Valeria Gorla
Galaad Edizioni
2008

 
 Galaad Edizioni (del 13/10/2008 @ 21:31:39, in Libri, linkato 386 volte)


di Giuliana Friscia

“Per chi scrivo in verità? Certamente non per gli ebrei, perché allora non lo farei in una lingua che un tempo, quando ero bambina, era parlata, letta e amata da tanti ebrei da esser considerata da molti la lingua ebrea per eccellenza, ma che oggi pochissimi ebrei conoscono bene. Scrivo allora per coloro che non vogliono o non possono dividere i sentimenti degli assassini e quelli delle vittime, scrivo per coloro che giudicano poco sano per la psiche leggere e informarsi troppo sui delitti degli uomini? Scrivo per coloro che trovano che io emani un'aura di estraneità impossibile a superarsi? Detto altrimenti, scrivo per i tedeschi. Ma lo siete veramente? Volete veramente essere così?”.
Passo dopo passo, esperienza dopo esperienza, una bambina innocente dipana la matassa aggrovigliata dei ricordi e riempie le pagine di un libro che rappresenterà il suo ricordo perenne.
“Vivere ancora” non sembra scritto con il pacato distacco che ci si aspetterebbe da un’adulta che ha ormai elaborato il “lutto” e accantonato i vecchi rancori; probabilmente perché non si può dimenticare né elaborare l’esperienza del lager. È come essere chiusi in una gabbia tra mille altre gabbie, sottoposti ad angherie e soprusi di ogni genere senza essersi macchiati di alcuna colpa, mentre davanti alle sbarre i carnefici passeggiano fieri e trionfanti. Credo che la rabbia esploda dentro con una tale intensità da consumare il corpo e divorare l’anima.
Non è una semplice testimonianza, né la solita autobiografia di un sopravvissuto; ma non è neanche il diario di una ragazzina che ha incontrato una morte precoce e insensata senza poter vedere pubblicati i suoi ricordi più intimi (chissà se Anne Frank desiderava far conoscere al mondo intero i suoi segreti).
“Vivere ancora” è un inno alla vita e alla morte, alla poesia e allo sterminio, alla speranza e alla paura. I temi più drammatici sono affrontati con amara, tagliente ironia. Non dimentica niente, quella bambina che ha trascorso gli anni dell’infanzia in un lager, insieme a una madre ambigua, ostile e oppressiva.
“Vivere ancora” suona come un ammonimento che la scrittrice rivolge a se stessa, come se si rimproverasse il fatto di essersi salvata al posto di tanti altri, le cui vite si sono spente e bruciate nel lager.
Per lo spirito che la pervade e i temi di fondo, vorrei accostare quest’opera di Ruth Klugër a “L’altra verità. Diario di una diversa” di Alda Merini. Entrambe le scrittrici affrontano la sofferenza, il dolore e la disumanizzazione. Entrambe furono prigioniere senza causa ed entrambe sopravvissero alla crudeltà umana, scegliendo poi di passare il resto della vita a raccontarla.

Due donne che hanno immaginato il proprio suicidio e sono sopravvissute anche a questo. Due donne che difendono a spada tratta la condizione femminile. La Klugër, in particolare, esprime a più riprese il suo disprezzo per gli uomini con una frase lapidaria: “Le guerre appartengono agli uomini”.

Ruth Kluger
Vivere ancora
SE, 2005
pp. 239, 9.50euro

 
 Galaad Edizioni (del 16/09/2008 @ 22:36:27, in Libri, linkato 433 volte)


di Daniela Di Pietrantonio

Non si può vincere il Premio Strega al romanzo d’esordio e convincere tutti. Ma non si può nemmeno vincerlo senza un motivo.
“La solitudine dei numeri primi” è un romanzo non usuale, opera letteraria di un fisico, indagine psicologica dell’inquietudine umana espressa in termini matematici. Forse questo spiega l’entusiasmo di molti e l’insofferenza di altri. D’altronde, un’opera insistentemente osannata impiega poco a diventare noiosa.
Il romanzo è la storia discontinua di pochi momenti nella vita di due anime, Alice e Mattia, segnate da cicatrici fisiche e interiori, non evidenti agli occhi del mondo ma eterne e dolorose, ferite così simili che non hanno bisogno di essere condivise per viversi accanto, comprendendo senza sapere, sfiorandosi senza compenetrarsi, come le coppie di numeri primi gemelli «che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perchè fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero». La trama è scarna, va avanti a bruschi scossoni di decennio in decennio ed è solo una scusa per rintracciare le tappe dell’inquietudine di Alice e Mattia, condannati dalle loro scelte di bambini a vivere vite anomale, che a tratti si incontrano e a tratti si allontanano, senza mai staccarsi davvero. Se i disagi dei protagonisti per qualcuno risultano basati su stereotipi troppo scontati, la loro analisi è invece efficace, affidata a descrizioni essenziali di gesti, sensazioni fisiche e pensieri. E Giordano non cede nemmeno alla tentazione del facile lieto fine, che ci fa intravedere, ma ricaccia subito per un finale aperto alla speranza e al cambiamento, ma non scritto. Lo stile è colloquiale: una narrazione scarna, che a qualcuno fa storcere il naso, alternata ad accenni di flusso di coscienza. E poi c’è quella particolarità che ha reso “La solitudine dei numeri primi” il caso letterario dell’anno: la capacità di descrivere e suscitare emozioni parlando anche di numeri, simboli razionali per eccellenza, che diventano metafora di sentimenti e vite nella mente di un ragazzo, Mattia, che non è capace di amare altro.

“La solitudine dei numeri primi”
Paolo Giordano
Mondadori
2008


 
 Galaad Edizioni (del 23/08/2008 @ 10:52:11, in Libri, linkato 382 volte)


di Giulia Merisi

Cosa accade quando una persona, sentendosi inadeguata al mondo reale in cui vive, si crea con le parole o con le immagini un mondo nuovo che gli renda la vita di tutti i giorni più sopportabile? O diventa pazzo oppure diventa un artista. Uno scrittore ad esempio, qual è il nostro autore (tra l’altro Premio Nobel 2006 per la letteratura).
“Scavare un pozzo con un ago”: usa questo modo di dire turco Orhan Pamuk come metafora del mestiere di scrittore. Perché scrivere “è” un mestiere, non un simpatico passatempo per gente vagamente annoiata dalla vita. Scrivere, per chi ne fa la ragione dei giorni suoi, è un lavoro spesso frustrante, sempre difficile, mai eguale. E lo scrittore, se nella quotidianità può essere un omino grigio esattamente come tanti, quando siede alla scrivania smette di essere fratello, genitore o figlio, e diventa messaggero delle ombre, compagne talvolta sconosciute delle nostre esistenze. Chiuso in una stanza in una solitudine quasi immota, cerca e ricerca le parole più adatte a dar voce al cuore. E la fatica è tanta, quanto il disprezzo di chi non capendo cosa possa fare qualcuno ore ed ore davanti ad un computer o a un foglio bianco, ne conclude che quello lì in fondo non è altro che un perdigiorno. Insomma, la scrittura creativa è un mestiere per coraggiosi. Che mostrano senza vergogna le proprie ferite e nell’offrirle agli altri, li aiutano a sentirsi meno soli.
In conclusione un libro, anzi un librino di settanta pagine o poco più, che è un inno all’arte della parola (scritta).

La valigia di mio padre
Orhan Pamuk
Traduzione di S. Gezgin
pp.71
Einaudi
2007

 
 Galaad Edizioni (del 26/06/2008 @ 19:12:27, in Libri, linkato 550 volte)


di Giulia Merisi

“Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla.”
Una donna scopre nel suo ventre un ospite lieve ed inatteso. E’ l’inizio del tormento. Lei è una donna libera, che lavora, che ha deciso di vivere da sola e che non può permettere a quell’insolente pugnetto di cellule di sconvolgerle la vita (ormai segnata, comunque vada). Ha troppe cose da fare, tanti interessi da coltivare, ma… ma stavolta dovranno attendere: c’è un bambino che sta invadendo il suo corpo e la sua mente e di cui si è già innamorata. A lui chiede di spiegarle il significato della parola “amore”, a lui offre la protezione tenerissima che solo le persone forti sanno dare. Così lo guida in una sorta di viaggio di preparazione alla vita che sarà fatica e sofferenza, soprattutto se nascerà donna. In un mondo che quando riconosce alle donne il diritto ad esistere è per essere usate, in nome di un servaggio di cui, è stato loro spiegato, esser felici, perché hanno da sentirsi onorate a servire da nascita a morte i propri signori e padroni: gli uomini.
Ma la fine era annunciata e il viaggio si interrompe per l’ultimo rigurgito di libertà che lei si è voluta concedere. Il bambino è morto e la madre con lui.
Un libro duro, di una durezza adamantina. In perfetto stile “Fallaci”.
“La maternità non è un dovere morale. Non è nemmeno un fatto biologico. E’ una scelta consapevole.” E’ questo il messaggio dell’Oriana fieramente donna che invece di fattrici placide e supine, vorrebbe donne capaci di vivere, pensare, gioire oltre quel ventre gonfio di cui vanno giustamente orgogliose. E se l’Oriana di lassù potesse vedere oggi, la ragazzina rannicchiata su un gradino, leggere assorta il suo libro, statene certi, sorriderebbe compiaciuta: la piccola sta imparando cos’è la libertà.

Lettera a un bambino mai nato
Oriana Fallaci
pagg 102
Rizzoli 1994

 
 Galaad Edizioni (del 08/06/2008 @ 15:03:12, in Libri, linkato 434 volte)


di Paolo Ruggieri

Più che un romanzo, “Stevenson sotto le palme” di Alberto Manguel è un lungo racconto che concentra in poche pagine una grande varietà di temi, invitandoci a riflettere sull’immenso potere del vero artista. L’artista è colui che è in armonia con la natura e da essa trae ispirazione, riproducendola senza privarla della vita che la anima. Dunque nel vero artista l’arte è natura. Lo scrittore con la “S” maiuscola ha la capacità di ricreare la realtà che lo circonda senza dare l’impressione di crearne un mero duplicato, ma dando vita, con carta e inchiostro, a qualcosa che è esso stesso realtà, che è esso stesso natura, anche se fatto di una sostanza diversa. Dio crea l’albero così come siamo abituati a vederlo, l’artista fa lo stesso ma con materiali diversi. E questo piccolo gioiello narrativo vuol farci capire che Stevenson - Tusitala, il grande narratore, in quanto artista non era semplicemente un uomo che viveva in pace con la natura, ma un essere che della natura era parte integrante. La storia è molto semplice. Manguel ci racconta gli ultimi giorni di vita di Robert Louis Stevenson nell’isola di Samoa. Stevenson è malato ma continua a scrivere, supportato dall’amorevole moglie Fanny. Sull’isola incontra un predicatore scozzese accecato dall’odio verso i samoani, colpevoli a suo giudizio di abbandonarsi ai piaceri più bassi della carne. Stevenson non è d’accordo con questa visione: lui ama la bellezza incontaminata del luogo e la naturale spontaneità degli indigeni. Ciononostante verrà accusato di aver stuprato e ucciso una ragazza samoana e di aver dato fuoco a un locale frequentatissimo dagli abitanti dell’isola. Dopo qualche giorno, lo scrittore morirà senza aver potuto provare la sua innocenza e lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo. Tre sono i profili del racconto sui quali conviene soffermarsi. Il titolo, profondo ed evocativo, va collegato all’ammonimento di Goethe che troviamo in epigrafe: “Nessuno cammina impunemente sotto le palme”. Quando si cammina sotto le palme c’è sempre il pericolo di essere colpiti da una noce di cocco. Come dire: la natura sa riconoscere chi fa del male o nasconde un peccato, ma Stevenson può starsene sotto le palme senza correre alcun pericolo, perché è puro e buono come la natura stessa. Ed è proprio il titolo del romanzo a suggerirci l’innocenza di Stevenson ancor prima che la storia abbia inizio, perché lui non è e non potrebbe mai essere l’autore degli atroci delitti di cui è accusato. Nel racconto si ha l’impressione che il predicatore sia un essere che solo Stevenson vede e che sia lui a commettere gli omicidi. A un certo punto questa misteriosa entità ci appare come una sorta di alter ego dello scrittore, un parto della sua mente, una proiezione degli aspetti malvagi della sua personalità, fino a instillarci il dubbio che sia stato davvero Stevenson a commettere le atrocità di cui è accusato, magari in preda ai deliri della sua malattia. Manguel non si dà pena di sciogliere il mistero, ma insiste più e più volte sul potere della fantasia del vero artista. Così potente è il vero scrittore  da riuscire a creare dal nulla situazioni e personaggi che interagiscono con la realtà, producendo effetti reali; ma il vero artista riceve questo dono dalla natura benevola e di conseguenza non può far del male. Infine, l’ultimo spunto di riflessione ci è offerto da una dichiarazione di poetica che lo scrittore argentino inserisce con maestria nel racconto: “Una volta (Stevenson) aveva fatto notare a Henry James che ciò che intendeva fare nei suoi libri era privarli del senso della vista. Lui udiva la gente parlare, li sentiva agire…”. Questo, sembra suggerire il fantasma di Tusitala attraverso l’abile penna di Manguel, è il vero scrittore: colui che narra coinvolgendo tutti i sensi.

Stevenson sotto le palme
Alberto Manguel
Traduzione di Silvia Bre
pagg 80
Nottetempo, 2007

 
 Galaad Edizioni (del 03/05/2008 @ 14:22:02, in Libri, linkato 425 volte)


di Giulia Merisi

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l’inganno estremo
ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre.

Con parole di una disperazione e di un nitore estremi, ci accoglie nel suo mondo interiore Giacomo Leopardi da Recanati. Il Poeta dal cuore di ragazzo che pensava da uomo e non sapeva vivere. Nei suoi versi fatti di seta e di vento canta la solitudine senza consolazione che tutti ci accomuna, che pochi ammettono di soffrire e che soltanto i poeti sanno leggere con dolente disincanto. Ma Giacomo Poeta “puro” che trova pace solo nell’arte, alla speranza di essere accettato ed amato non rinuncia, nonostante ad ascoltar la ragione gli derivi la quasi certezza che la sua sete di affetto rimarrà inappagata. A Recanati come altrove.
Intanto monta la rabbiosa delusione verso una vita che gli appare senza scopo oltre che inutilmente dolorosa. Il suo canto incupisce. Si fa desolato. Si asciuga delle bellurie e degli arcaicismi che lo appesantivano, per diventare sempre più “pulito”, sempre più essenziale. Semplicemente perfetto. Ormai Giacomo Poeta del silenzio, ha imparato la lezione dei grandi: nascondere dietro un apparente naturale fluire delle parole, un lavoro di lima senza risparmio. Creando così l’illusione che la scrittura nasce dall’ispirazione (che non esiste).
Dedicato a tutti quelli che si ostinano ad ascoltare il cuore. Nonostante il rumore, nonostante la fretta…

Canti
Giacomo Leopardi
pagg.422
Garzanti, 2007

 
 Galaad Edizioni (del 29/04/2008 @ 11:03:48, in Libri, linkato 715 volte)


di Giuliana Friscia

Questo è un diario un po’ speciale, un diario che conserva tra le pagine l’innocenza di una giovane donna costretta a vivere una realtà non sua, ma che gli altri, i “nemici”, le hanno appiccicato addosso.
Quando si entra in una sfera così intima e personale è quasi irrispettoso pretendere di scriverne senza citare le parole dell’autore, in questo caso particolarmente efficaci nel testimoniare la forza d’animo di una sopravvissuta d’eccezione, Alda Merini.
è vero che un grande dolore può fare un grande scrittore”; e, aggiungerei io, una grande poetessa. Alda Merini è nata con una dote tra le più rare: scrive poesie. Sente nascere dentro di sé la poesia della vita e riesce a trasferirla, palpitante e viva, sulla pagina, per farne dono ai suoi lettori. E ci vuole un coraggio immenso e un’estrema intelligenza per affrontare, superare e raccontare una vita che ha conosciuto momenti di un’asprezza intollerabile per qualsiasi essere umano.
“Il manicomio è senz’altro un’istituzione falsa, una di quelle istituzioni che, create sotto l’egida della fratellanza e della comprensione umana, altro non servono che a scaricare gli istinti sadici dell’uomo. E noi eravamo le vittime innocenti di queste istituzioni”. Una vera e propria denuncia, espressa non da qualcuno che del manicomio ha solo sentito parlare, ma da una donna che ha vissuto quella realtà in prima persona e l’ha subita sulla propria pelle per anni. “Il manicomio non finisce più. È una lunga pesante catena che ti porti fuori, che tieni legata ai piedi. Non riuscirai a disfartene mai”.
“Nelle malattie mentali la parte primitiva del nostro essere, la parte strisciante, preistorica, viene a galla e così ci troviamo a essere rettili, mammiferi, pesci, ma non più esseri umani”.
Esseri ridotti a niente, privi d’identità e di forma, di colori e odori. “Noi venivamo saziati di colpa, quotidianamente; i nostri istinti erano colpa; le visioni erano colpa; i nostri desideri, i nostri sensi erano colpevolizzati. Così ridotti, non potevamo che giocare, giocare a fare i mostri oppure i santi, il che fa quasi lo stesso…”. Derubati dei sogni e calpestati nella dignità. “Ci era proibito tutto; anche di soffrire d’insonnia”.
“Ma a volte la solitudine è una cosa atroce, il silenzio è una cosa insopportabile. In manicomio ci avevano abituati al silenzio. Ci mettevano allineate sopra le panche, con le mani in grembo, e con l’ordine di “non fiatare”. Qualcuna che, grazie alla pazzia, riempiva l’aria e il vento dei suoi urli, era accolta da noi come una novità, qualcosa di finalmente vivo”.

Difficile concentrare in poche frasi un libro così traboccante di pathos e di dolore. L’unica allora è affidarsi all’istinto, aprire una pagina a caso e avvertire il lettore che potrà imbattersi in frasi come questa:
“Di fatto, non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini”.

L’altra verità. Diario di una diversa
di Alda Merini
Pagg. 158
Rizzoli


 
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(Storia di una fattoria africana, Olive Schreiner)

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(Jane Eyre, Charlotte Bronte) 

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