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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 15/04/2008 @ 20:43:10, in Libri, linkato 498 volte)


di Giuliana Friscia

Artemisia Gentileschi, una pittrice diventata donna grazie alla sua arte, ci insegna che la tenacia e la fiducia in se stessi sono la migliore difesa contro la cattiveria di un mondo bigotto e ignorante.
Attraverso le pagine di questo libro, il lettore scopre la forza insita nella passione per l’arte, una forza capace di infondere il coraggio di rompere schemi e convenzioni; un’energia indistruttibile, più efficace di qualsiasi arma, che nutre più del pane e disseta più dell’acqua. La passione per la propria arte innalza l’anima al di sopra di ogni frivolezza e dissolve ogni forma di egoismo.
Susan Vreeland fa scorrere con leggerezza la sua penna su un argomento che poteva risultare ostico per i nostri tempi. Invece, quella che si legge ne “La passione di Artemisia” è una storia sorprendentemente attuale, in cui ogni singolo lettore può ritrovare tracce di sé.
È un libro scorrevole, le cui pagine sfogliano la nostra immaginazione e ci riportano in ambienti storicamente lontani, ma vicini a noi italiani. L’intero romanzo, infatti, intreccia viaggi tra Roma, Firenze e Napoli, regalando piccoli scorci dell’immensa tradizione artistica italiana. E tra i personaggi che incontriamo attraverso le esperienze di Artemisia Gentileschi c’è persino uno degli intelletti più grandiosi dell’epoca, Galileo Galilei.
“La passione di Artemisia” racconta di personaggi veramente esistiti in un’Italia reale, ma di un tempo che, fortunatamente o sfortunatamente, non c’è più. Un periodo della storia in cui gli artisti erano autentici perché autentica era la loro arte, la loro passione, il loro ingegno; ma anche un’epoca in cui si soffrivano tremende privazioni e si moriva facilmente di qualsiasi malattia. Era il tempo delle scoperte e delle invenzioni, in cui uno sguardo rivolto al cielo poteva rivelare novità meravigliose; uno sguardo però vietato alle donne, considerate ancora solo nella loro dimensione domestica.
La magia di questo libro è in Artemisia Gentileschi, una madre per la quale è più naturale dipingere eroine che accarezzare la propria figlia; una pittrice che riversa la memoria di un dolore incancellabile nei visi delle donne raffigurate; una donna che non ha mai rinunciato all’idea dell’amore, pur non avendone esperienza. Ma la magia di questo libro è anche negli occhi e nell’animo del lettore, che troverà tra le parole il segreto della propria arte.

La passione di Artemisia
Susan Vreeland
Traduzione di F. Diano
Pagg. 317

Neri Pozza


 
 Galaad Edizioni (del 02/04/2008 @ 11:23:13, in Libri, linkato 773 volte)


di Giuliana Friscia

In questo celebre romanzo, pubblicato nel 1961 da un siciliano vero, diviso tra l’amore viscerale per la sua terra e la rabbia di vederla sprofondare nella sua stessa solitudine, s’intravedono scorci di una Sicilia senza tempo, in cui tradizioni, credenze e usanze vive e ben radicate, pur rafforzandone l’isolamento, caratterizzano l’isola e la rendono unica agli occhi del mondo.
Sciascia illustra ai lettori, siciliani e non, valori e concetti della cultura siciliana, una cultura nella quale “la famiglia è l’unico istituto ancora vivo nella coscienza del siciliano: ma vivo più come drammatico nodo contrattuale, giuridico, che come aggregato naturale e sentimentale. La famiglia è lo Stato del siciliano. […] dentro quell’istituto che è la famiglia, il siciliano valica il confine della propria naturale e tragica solitudine e si adatta alla convivenza”; e al contempo, con acume e disincanto, denuda la piaga più dolorosa della sua terra, la mafia. Un’organizzazione che lui stesso – per bocca del capitano Bellodi – ammette di non riuscire a spiegare con la ragione. Un’organizzazione invisibile ma esistente, capace di intrecciare fili sottilissimi, ma così fitti e resistenti da avvolgere in una ragnatela micidiale sia gli onesti che i disonesti.
Sciascia descrive le caratteristiche uniche di un’isola “incredibile” agli occhi degli “italiani”, ricca di risorse eppure schiacciata dalla presenza malsana di paure secolari e schiavitù ataviche. Come le due facce di un’unica medaglia, egli vuole mostrarci i due volti della Sicilia, una terra piena di laceranti contraddizioni in cui la passione, la fedeltà e il rispetto convivono e si scontrano con l’omertà, la paura e la vendetta. Lo scrittore affronta senza remore gli argomenti più scottanti, lasciando in sospeso certe verità e irrisolti alcuni dubbi; non pronuncia elogi né condanne, ma si “limita” a romanzare la vita che, in quanto siciliano, gli appartiene.
“Il giorno della civetta” è anche un succoso minidizionario di termini siciliani, alcuni caduti in disuso, altri ancora vivi e circolanti. Numerosi i riferimenti alle “ingiurie” – soprannomi che designano una caratteristica della persona -, ad esempio: Barricieddu, Parriniddu, lu chiop e tanti altri ancora.
Scrittore grandissimo, Leonardo Sciascia fu anche un attento studioso della mentalità degli uomini siciliani (e non solo), come dimostrano nel romanzo le parole di “don Mariani”:ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo umanità la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più in giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…

Il giorno della civetta
Leonardo Sciascia
Pagg: 137
Adelphi


 
 Galaad Edizioni (del 19/03/2008 @ 11:54:59, in Libri, linkato 593 volte)


di Pietro Ruggieri

“La strada” è la storia commovente e drammatica del viaggio di un uomo e di suo figlio in un mondo devastato da una non ben identificata catastrofe: forse una guerra nucleare, o un’alterazione irreversibile delle condizioni climatiche provocata dall’inquinamento, o forse la caduta di un meteorite. I due protagonisti, che restano senza nome fino alla fine, vivono la loro condizione di sopravvissuti in un ambiente prosciugato di ogni risorsa, nel quale la vita è quasi impossibile. Nel loro percorso a piedi verso sud, verso il mare, attraversano città deserte e foreste incenerite che evocano l’anticamera dell’inferno, con la speranza di trovare territori più vivibili di quelli che hanno abbandonato. Vestiti di stracci, i due devono affrontare ogni sorta di orrore: il deperimento per fame, il gelo invernale che penetra nelle ossa, la fuga da uomini divenuti cannibali per mancanza di cibo, la ricerca continua di viveri in case ormai disabitate da anni. Simbolo del peso insopportabile del viaggio è un pesante carrello della spesa che il padre si trascina dietro notte e giorno, colmo di coperte e indumenti per ripararsi dal freddo, di oggetti utili alla sopravvivenza e di cibo, sempre troppo poco, sempre insufficiente. Eppure nulla riesce a ostacolare il loro viaggio, perché ciò che li spinge ad andare avanti è una forza che non si spegne mai, una forza che il bimbo chiama misteriosamente “fuoco”: è l’amore indissolubile che li aiuta a sopportare la disperazione, la miseria, la violenza degli uomini e l’assenza di futuro. Il romanzo non è diviso in capitoli; i dialoghi, non virgolettati, si fondono con il racconto e le frasi sono brevi, scolpite sulla pagina. Un romanzo avvincente e ipnotico, che fa dormire sonni inquieti per diverse notti.
Da leggere d'un fiato con i brividi a fior di pelle.

La strada
Cormac McCarthy
Traduzione di Martina Testa
Pagg. 218
Einaudi

 
 Galaad Edizioni (del 22/02/2008 @ 21:15:57, in Libri, linkato 600 volte)


di Giuliana Friscia

La psiche umana è alla base di ogni rapporto tra gli esseri viventi perché l’individuo è anche e soprattutto il risultato di ciò che vive, subisce, ricorda e rimuove. Il passato influenza l’avvenire ed è impresa ardua non lasciarsi condizionare dal proprio vissuto. Non esistono uomini senza passato, ma è facile incontrare uomini che un’esperienza negativa ha privato di un futuro, di una speranza, di una possibilità di rinascita.
Le esperienze vissute disegnano i contorni del carattere e possono enfatizzarne i punti deboli; ognuno di noi cerca di nascondere con cura i piccoli o grandi traumi subiti, ma quando ciò avviene quei traumi hanno già modificato il volto della propria vittima e si specchiano su un’anima ferita, spossata, debilitata. Qualcuno prova a reagire, qualcun altro dimentica, altri ancora fingono di essersi lustrati l’anima da qualsiasi dolore e infine c’è chi mostra l’aspetto più labile e oscuro della propria natura: la follia.
Trauma” non è un libro di folli né tantomeno per folli. Più semplicemente, esso racconta come la pazzia possa annidarsi nelle profondità dell’animo e come sia facile farla emergere, ‘basta’ subire un trauma. La storia intreccia alcuni personaggi segnati da uno shock, al quale ognuno reagisce in modo diverso. Charles Weir, ad esempio, diventa uno psichiatra che odia il termine “strizzacervelli”, e questo particolare, che sembra inizialmente non avere alcuna importanza, si rivela decisivo quando alla fine del romanzo viene a galla la verità.
E' un thriller psicologico avvincente e scorrevole, nel quale il carattere dei singoli personaggi emerge pagina dopo pagina, come se fosse il lettore a scoprirlo e non lo scrittore a tratteggiarlo con sapienza.
Tema dominante del romanzo  è il senso di abbandono che incombe sull’esistenza  dei folli; la sensazione di vivere soli e isolati, privati di ogni affetto. La continua ricerca di cure si scontra con la paura di un’ulteriore delusione. Così, più si ha bisogno di attenzione più si vive nell’oscurità e nella negazione del proprio male.

“Trauma”  invita il lettore a porsi una domanda fondamentale: perché noi oggi siamo quello che siamo? E gli suggerisce una risposta, che è a sua volta un importante spunto di riflessione: per capire se stessi e non precipitare nel baratro della follia o della negazione di sé bisogna  ripercorrere ogni fase della vita trascorsa e soffermarsi a guardare nella propria anima, in quei luoghi oscuri dove nascondiamo segreti sepolti ma mai risolti.

Trauma
Patrick McGrath
Traduzione di A. Cristofori
Pagg. 252
Ed. Bompiani

 
 Galaad Edizioni (del 12/02/2008 @ 22:26:55, in Libri, linkato 916 volte)


di Paolo Ruggieri

Perché ad alcune persone viene offerta la possibilità di viaggiare nel tempo? E come vive un uomo al quale la Natura concede una facoltà del genere? A queste domande tenta di dare risposta Audrey Niffenegger ne “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”, e lo fa percorrendo la via del sentimento. All’autrice non interessa descrivere un viaggiatore temporale che ha il compito di usare i suoi poteri straordinari per compiere imprese mirabolanti e magari “salvare il mondo”, tanto che Henry, il protagonista del romanzo, non alza un dito per scongiurare l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre. Per Henry la “cronodisfunzione” da cui è affetto è solo una malattia, un impaccio che gli impedisce di vivere appieno il suo amore per Clare, non una condizione privilegiata o una benedizione celeste. Nel corso delle sue scorribande temporali Henry incontra se stesso fanciullo e gli insegna a cavarsela nelle situazioni più assurde; conosce Clare, la sua futura moglie, quando è ancora una bambina e se ne prende cura finché lei non raggiunge l’età in cui sboccerà il loro amore; torna al passato per rivedere la madre, morta quando lui era piccolo, in modo da tenerne vivo il ricordo; ma non può far nulla per salvarla. In altre parole, Henry può viaggiare nel tempo ma non può mutare il corso degli eventi: tutto è già scritto. E non potrà neppure salvare se stesso. A cosa serve allora viaggiare nel tempo? La Niffenegger non ci offre una risposta esauriente, ma si limita a raccontarci la vita di un uomo che si ritrova suo malgrado nella più assurda e paradossale delle situazioni. Solo l’amore ha la capacità di abbattere le barriere dello spazio e del tempo, solo un sentimento autentico, puro e assoluto può spingere Clare ad accettare fin da bambina un uomo tanto problematico, superando qualsiasi ostacolo. Henry è una persona nuova nel panorama delle tipologie umane e sua figlia erediterà le sue peculiari facoltà. E allora il problema da risolvere sarà un altro: come ci si deve porre di fronte a una “persona nuova”? Bisogna accettarla, seguendo l’esempio di Claire, risponde la scrittrice, perché se la Natura crea un essere nuovo lo fa per uno scopo ben preciso, forse oscuro per la limitata comprensione degli uomini, ma senza dubbio benefico.

La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo
Audrey Niffenegger
2006, 503 p.
Traduzione K. Bagnoli
Mondadori (Oscar bestsellers)

 
 Galaad Edizioni (del 31/01/2008 @ 16:35:43, in Libri, linkato 812 volte)


di Giulana Friscia


Recandosi in libreria, il lettore pensa di acquistare un libro, magari quello da tempo cercato o il best seller del momento; ma non potrebbe mai immaginare di entrare in possesso di una tela dipinta nel 1880 da uno dei più impetuosi esponenti dell’impressionismo: Auguste Renoir.
La vita moderna” non è solo un volume di cinquecento pagine in cui parole e immagini si mescolano in un intreccio avvincente e brioso; ma è anche la sinfonia di colori, linee e luci che fa risplendere “Le déjeneur des canottiers”, un celebre dipinto impressionista nel quale erompe la joie de vivre che il pittore voleva esprimere sulla tela in quel periodo della sua vita. Un entusiasmo verso tutto ciò che esiste che ancora oggi s’irradia dal viso dei quattordici personaggi. Un’atmosfera di allegria e leggerezza così fresca e spontanea da suscitare un dolce sorriso, un’impareggiabile sensazione di armonia e l’inevitabile desiderio di far parte anche noi di quel variopinto, magico spaccato di vita vissuta.
Come diceva lo stesso Renoir: "Tutto ciò che esiste, vive; tutto ciò che vive è bello; tutto ciò che è bello merita di essere dipinto". E il libro della Vreeland sembra proprio l’applicazione fedele di questo comandamento, come se l’autrice ritenesse che tutto ciò che è stato dipinto merita di essere raccontato. E in effetti “La vita moderna” fa rivivere, con sbalorditiva corposità, l’impeto di passione che spinge un uomo a vivere per la sua arte, la pittura. Un uomo che ama la vita e tutto ciò che le fa da contorno. Un uomo per il quale "un quadro dovrebbe essere allegro, piacevole e bello, sì, bello! Ci sono già troppe cose sgradevoli nella vita per crearne di nuove".
Come per incanto, il lettore si ritrova a fianco di Renoir, allunga la mano per sorreggere la tavolozza, guarda negli occhi la travolgente Angèle, sfiora le mani della dolce Alphonsine, ascolta i versi di Shakespeare recitati da Jules e sorride di fronte all’ingenuità della giovane Aline. Insomma, chi legge rivive sulla pagina l’atmosfera chiassosa e ottimista che si respirava sulla terrazza della Maison Fournaise, luogo d’ispirazione dell’artista, e sogna di condividere la gioia ritratta sulla tela.
Scopriamo così che Renoir non fu soltanto un pittore straordinario, ma visse la sua condizione di artista con libertà e sincerità, dipingendo solo ciò che gli procurava diletto e rifiutando ogni costrizione.
Ma la trovata più sconvolgente de “La vita moderna” è riservata al finale: inatteso, imprevedibile, da mozzare il fiato. Un vero colpo di scena ci attende infatti nell’ultimo capitolo, in cui scopriamo la probabile identità della voce narrante, che nella mia personale fantasia di lettrice coincide con il protagonista indiscusso del romanzo. Ed è proprio questo personaggio che condensa in un’unica frase quella filosofia di vita che Auguste Renoir voleva esprimere col pennello e i colori: "Sono giunta alla convinzione che se una cosa, per quanto semplice o sciocca, può dare un attimo di felicità, per Dio!, vale sempre la pena di farla".

La vita moderna
di Susan Vreeland

traduzione di Massimo Ortelio
ed. Neri Pozza
pagg. 510

 
 Galaad Edizioni (del 17/01/2008 @ 19:19:43, in Libri, linkato 714 volte)


di Giuliana Friscia

In un istante, sin dalla prima riga, ci si ritrova catapultati in un sogno, quello di consacrare l’intera vita alla realizzazione di un’opera d’arte. E l’opera d’arte in questione sarà la vita stessa.
Protagonista del sogno è la magia della musica, quel mistero seducente e inafferrabile che può prenderti per mano e trascinarti in un viaggio di estasi, malinconia, ebbrezza e nostalgia.
Leggiamo la storia attraverso gli occhi di un artista, Johannes Karelsky, che scopre a soli cinque anni qual è il suo unico grande sogno: “Il suo desiderio segreto era quello di comporre un’opera talmente sublime da rivolgersi ai cieli e parlare con Dio”. Viviamo quel sogno con l’ardore ingenuo e fecondo che ogni essere umano conserva segretamente nella parte migliore di sé - la speranza, un giorno, di veder realizzata anche la propria opera.
“Il violino nero” è un luogo dello spirito, una speranza e un simbolo. Esso rappresenta il desiderio di amare con tutta l’anima e morire stremati dalla forza di questo stesso amore. Ognuno di noi nasconde dentro di sé un violino nero, mai suonato, soltanto accarezzato - per timore di sciuparlo, di non esserne all’altezza. Solo i più coraggiosi correranno il rischio di danzare al ritmo delle sue note, e alla fine ne subiranno l’incanto.

E’ come la felicità. Una volta che la provi, ne resti marchiato a vita”.

“Il violino nero” è la musica che sin dalla nascita colora le stagioni dell’umanità, profuma l’animo sensibile degli artisti e rende speciale chiunque l’ascolti.
“Il violino nero” è un sogno interminabile vissuto in un battito di ciglia, cullato dalle note senza fine di un cuore innamorato e sofferente.
La quotidianità oscura l’incantesimo di un istante passato ad ascoltare i propri desideri; la frenesia della routine scaraventa i corpi verso il macello della sordità. Ma libri come questo spezzano la raggelante, disastrosa indifferenza del nuovo secolo e riportano il lettore verso un luogo sconosciuto e affascinante: se stesso.

Il violino nero
di Maxence Fermine
traduzione di Sergio Claudio Perroni
Bompiani
pagg:143

 
 Galaad Edizioni (del 20/12/2007 @ 18:02:32, in Libri, linkato 842 volte)


di Giuliana Friscia

“Al lettore”

Chi non conosce Charles Baudelaire? Chi non vorrebbe incontrarlo per guardarlo negli occhi e comprendere quali abissi oscuri abbiano ispirato “Les Fleurs du Mal”?
Purtroppo non avremo mai la possibilità di avvicinarci a lui e di parlargli, ma il grande poeta ci ha concesso la possibilità di un incontro eterno attraverso la porta della sua arte: la poesia.
Il volume si apre con un’apostrofe al lettore:


"Sciocchezza, errore, peccato, avarizia
possiedono gli spiriti e travagliano i corpi".


Con parole aspre e severe, Baudelaire esprime una visione negativa non solo del corpo, materiale e perciò corruttibile, ma anche dello spirito, la parte eterea della natura umana. L’essere umano è interamente marcio e viscido, meschino e perverso, e il poeta stesso non si sottrae alla critica:


"
caparbi i nostri falli […],
persuasi di lavare con vili lagrime ogni nostra macchia
".


Ma il buio che corrode l’anima dell’uomo non nasce dal nulla:

"È il Diavolo che tiene i fili che ci muovono".

È il Re degli Inferi a guidare la natura dell’uomo verso il Male ed egli, attratto e soggiogato dal suo fascino, si lascia manovrare come un burattino. Il Male annulla ogni capacità razionale e riflessiva e riduce la vita dell’uomo a una risposta a stimoli malefici: è questo l’uomo di Baudelaire.
L’aspetto più cinico e provocatorio risiede nella scelta del destinatario: il lettore. Perché? Baudelaire poteva dedicare la poesia agli uomini in generale o a se stesso, invece prende di mira il lettore e lo dipinge come il rappresentante di una categoria abominevole e malsana, affetta dal vizio "più laido, più tristo, più immondo! […] è la Noia!". Tra tutti i difetti che l’uomo culla e alimenta con funesta dedizione, il poeta individua quello più subdolo e nascosto, diacronicamente e sincronicamente universale: la Noia, intesa come quella mancanza di creatività, inerzia della volontà, stasi del pensiero che ci porta a subire la nostra stessa malasorte, è il cancro delle mente.
Nessuno può sottrarsi a una simile mostruosa infermità, perché di fronte a essa siamo tutti uguali:

"Lettore, ben conosci codesto delicato mostro;
ipocrita lettore, tu, mio simile, fratello!"
 
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"Nessuno può mai essere veramente ferito se non da ciò che altera la sua natura."
(Storia di una fattoria africana, Olive Schreiner)

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(Jane Eyre, Charlotte Bronte) 

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