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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 27/11/2012 @ 18:13:26, in Mostre, linkato 23665 volte)


di Pietro Ruggieri

L’atelier “makemake”, situato nel cuore del rione Monti in pieno centro storico di Roma, è la cornice ideale per l’esposizione delle nuove opere ceramiche di Cinzia Catena. Un salone completamente bianco con arredi minimalisti esalta le forme di queste sculture e la tecnica utilizzata per realizzarle. La mostra si intitola “Semi in terra”. Il punto di partenza, il seme, elemento universalmente conosciuto, viene utilizzato da Cinzia Catena per esprimere in modo originale il concetto di trasformazione, di sviluppo di una forma, sia essa animale o vegetale, a partire da un substrato apparentemente statico e inanimato. Il seme, in uno stadio pregerminativo, appare indifferenziato, ma se è immerso in un humus favorevole interagisce con esso e si sviluppa, trasformandosi in un’entità evoluta autonoma. Ogni seme appartenente a una determinata specie si trasforma in cio' che necessariamente deve essere, in quanto al suo interno sono contenuti i caratteri che determinano la sua essenza. L’atto del divenire, di per sé legato alla creazione e alla fertilità della terra-madre, si compie nell’unica direzione possibile, codificata e stabilita in origine per ciascuna specie.
Le sculture di Cinzia Catena rappresentano varie tipologie di semi, reali e immaginarie, immortalate al principio della loro trasformazione. Alcuni semi sono enormi, avvolti in una scorza rugosa e nera, altri replicati in serie e con forme tondeggianti e note, simili a noci di cocco; altri ancora, bianchi e aculeati, alludono ambiguamente a forme di vita a metà tra il mondo animale e quello vegetale. L’elemento che li accomuna è che sono tutti in procinto di schiudersi, rivelando al proprio interno una materia magmatica, quasi incandescente, nella quale talvolta si intravedono simboli e segni che sembrano appartenere a un linguaggio primordiale e preesistente all’uomo, ma legato alle leggi universali della natura. Le altre sculture esposte in mostra, che completano la simbologia del seme, richiamano lo stesso concetto del divenire, del rapporto tra potenza e atto, ma con soluzioni estetiche differenti. Le forme germoglianti, che si sviluppano da una base geometrica anonima per crescere in altezza rivelando appendici gemmiformi o spiraliformi, sono il simbolo della transizione verso la complessità a partire da un’origine indistinta.
I pannelli in ceramica mostrano flussi di materia viva, di liquidi che scorrono e si intrecciano per alimentare tessuti in via di evoluzione, membrane e ciglia epiteliali in corso di differenziazione per divenire, forse, organismi complessi. La tecnica utilizzata da Cinzia Catena in queste opere è principalmente quella del Neriage. L’argilla, prima di essere manipolata, è pretrattata con ossidi colorati e successivamente stratificata e ritagliata. L’esito è sorprendente: la materia ceramica, fondendosi con il colore, assume l’aspetto di un plasma nel quale scorre una linfa vitale e che genera al proprio interno un moto ondoso perpetuo. Il messaggio che l’artista vuole trasmettere è senza dubbio complesso e profondo. La trasformazione del seme è il simbolo dell’evoluzione, della rinascita e della forza vitale; l’apparente morte del seme sepolto nel terreno è il preludio alla generazione di una nuova vita e alla tensione verso misteriose altitudini.

Semi in terra. Sculture in ceramica di Cinzia Catena.
Roma, Via del boschetto 121 dal 17 al 30 Novembre 2012
 
 Galaad Edizioni (del 14/09/2012 @ 17:04:34, in Mostre, linkato 536 volte)


di Pietro Ruggieri

Quest’anno il Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova (Te), situato all’interno del suggestivo comprensorio collinare prospiciente il mare del Santuario della Madonna dello Splendore, ha ospitato una preziosa raccolta di dipinti di Carlo Levi (1902-1975). Quando si parla di Carlo Levi, si pensa a lui come all’autore di Cristo si è fermato a Eboli, all’uomo perseguitato ed esiliato dal regime in quanto antifascista, e si tende a dimenticare la sua enorme produzione pittorica. L’ingresso della grande sala adibita all’esposizione, al terzo piano del museo, consente di avere, appena entrati, una panoramica di quasi tutti i dipinti esposti, con un gradevole effetto per la vista. Al centro della parete opposta a quella d’ingresso si apre una grande finestra, che durante il giorno contribuisce a illuminare di luce naturale i colori dei quadri. Le prime opere di Levi risentono dell’influenza di Felice Casorati, conosciuto nel periodo degli studi universitari a Torino: prevalgono le forme geometriche e solide, i colori e i tratti netti (Il padre a tavola, 1926).
Il primo cambiamento avviene nel periodo parigino, tra il 1927 e il 1930, nel corso del quale l’artista viene a contatto con le esperienze impressioniste e post-impressioniste. Questa fase è caratterizzata da un crescente interesse per il colore rispetto alla forma; il dipinto Le vele (1929) ne è un interessante esempio: i colori sono chiari, sfumati, le forme sono accennate con tratti lievi, lo scorcio di paesaggio che ne deriva esprime un senso di delicata intimità. A partire dal 1931 l’artista inizia a sperimentare una nuova tecnica che segnerà in modo definitivo tutta la sua produzione successiva, fondata sull’utilizzo di colori decisi, pieni, in grado di delineare lo spazio in modo definitivo e connotare i tratti salienti del volto di un personaggio per esprimerne l’interiorità con un solo sguardo. Le pennellate vigorose, curvilinee ed estese creano un’interazione tra il soggetto rappresentato e lo spazio circostante, una sorta di moto ondoso che genera uno scambio di energia. Il richiamo all’espressionismo di Munch e Van Gogh è forte, mai imitativo o scontato.
Numerosi ritratti testimoniano la sua fitta rete di conoscenze: amici e persone care, tra i quali troviamo alcuni protagonisti della cultura italiana del Novecento. Esempi eccelsi di questi ritratti sono esposti in mostra: Leone Ginzburg, Filippo de Pisis, Cesare Pavese, Carlo Emilio Gadda, Eugenio Montale, Pablo Neruda, Italo Calvino, Anna Magnani. Nei quadri degli ultimi anni, l’artista si accosta maggiormente a soggetti naturali. I tronchi della campagna ligure (Carrubi, 1972, Tronco bruciato, 1972, Tronco viola, 1973), le cui forme contorte e possenti scaturiscono da pennellate dense e decise, sembrano agitati da un movimento interno che li rende più simili agli esseri umani che ai vegetali. Forse rappresentano l’artista stesso, gravato dal peso degli anni e dal ricordo dell’esilio e degli orrori della guerra, ma sempre coerentemente saldo nei propri ideali politici e di vita. Come le radici degli alberi che affondano nella terra.

Carlo Levi. Dipinti dal 1926 al 1973.
Giulianova, Museo d’Arte dello Splendore.
29 Giugno-19 agosto 2012 (mostra conclusa).
 
 Galaad Edizioni (del 08/02/2012 @ 09:46:00, in Mostre, linkato 879 volte)


di Pietro Ruggieri

Gio Ponti (1891-1979) è un’icona dell’architettura e del design italiani di respiro internazionale. Architetto, disegnatore, progettista di interni, arredamenti, tessuti, oggetti per la casa, seppe coniugare l’attività artistica alla produzione industriale lasciando tracce indelebili della sua mente eclettica e visionaria. Suoi i progetti di importanti edifici che ancora oggi emanano un fascino e una modernità che pochi altri architetti hanno saputo eguagliare; basti ricordare il grattacielo Pirelli, divenuto uno dei simboli di Milano, la Scuola di Matematica della Città Universitaria di Roma e il Denver Art Museum. La mostra in corso a Roma presso il Casino dei Principi, piccolo e raffinato edificio appartenente al complesso dei Musei di Villa Torlonia, consente di approfondire uno dei molteplici aspetti dell’attività di Gio Ponti, legato alle ceramiche di alta qualità che disegnò per lo storico marchio industriale Richard Ginori, di cui fu direttore artistico tra il 1923 e il 1930. I pezzi esposti sono interessanti per l’originalità delle forme e dei disegni, che li rendono straordinariamente attuali.
L’iconografia greca, etrusca, romana e le architetture palladiane vengono rielaborate e riproposte con schemi d’avanguardia. La leggerezza della porcellana si unisce ai richiami classici dei disegni e alla maestria nell’abbinamento dei colori per dar vita a pezzi unici nel loro genere, anche se destinati a una produzione di tipo industriale indirizzata alla borghesia benestante del tempo. Nascono così raffinate coppe e ciotole su cui navigano leggere imbarcazioni a vela, piatti su cui esili ed eleganti figurine assumono pose singolari in ambienti architettonici stilizzati, anfore e vasi con donne dalle forme sinuose, quasi sempre nude o seminude, sospese nell’aria, sdraiate su nuvole panciute o sorrette da funi. In questi oggetti riscopriamo l’amore per l’architettura e il fascino per la figura femminile, aspetti inscindibili dall’esperienza artistica di Gio Ponti.


Gio Ponti. Il fascino della ceramica.
Roma, Casino dei Principi
22 Ottobre 2011 - 19 Febbraio 2012
 
 Galaad Edizioni (del 24/01/2012 @ 08:51:46, in Mostre, linkato 1332 volte)


di Pietro Ruggieri

La mostra monografica dedicata al pittore olandese Piet Mondrian (1872-1944), in corso al Complesso del Vittoriano a Roma, s’intitola “L’armonia perfetta”. Titolo alquanto significativo, che tenta di riassumere lo scopo che Mondrian perseguì nel corso della sua vita artistica. La mostra presenta solo alcune delle opere più conosciute, messe a raffronto con quelle dei pittori che più lo influenzarono nelle varie tappe della sua ricerca. L’esperienza pittorica di Mondrian si avvia con la rappresentazione naturalistica e realistica dei soggetti: prevalgono i paesaggi di campagna, i percorsi di lungofiume, gli alberi. È straordinario scoprire già in queste prime opere del periodo giovanile i segni della futura evoluzione di Mondrian; i tratti delle pennellate sono decisi, i contorni delle figure sono evidenziati da linee dritte, quasi a intuire un senso nascosto nelle cose rappresentabile geometricamente (Casa colonica con corda del bucato, ca 1897; Boschetto di salici, 1902-1904). L’albero è l’elemento fondante della sua ricerca pittorica, lo strumento con il quale Mondrian indaga le forme della natura e la struttura della realtà, astraendone le linee che ne costituiscono l’essenza. A partire dal 1903, gli studi spirituali e teosofici e la condivisione di esperienze artistiche con i pittori simbolisti imprimono una prima accelerazione al processo che condurrà Mondrian all’astrattismo della fase matura. I suoi dipinti iniziano a mostrare un’evidenza marcata di linee orizzontali e verticali (Grande paesaggio, 1907-1908; Paesaggio con dune, 1911; Il campanile della chiesa a Domburg, 1911). Dopo essere rimasto fortemente impressionato dalla pittura cubista, tra il 1912 e il 1913 si trasferisce a Parigi, dove dipinge adottando la tecnica cubista. L’incontro con il cubismo determina una svolta nelle modalità di rappresentazione della realtà. Mondrian, attraverso un processo di eliminazione del superfluo, asciuga e schematizza le forme, sottrae il ridondante per giungere all’essenziale, abolisce la tridimensionalità delle scene cancellando la distinzione tra soggetto in primo piano e sfondo.


L’arte è espressione della vita, è un mezzo per comprendere il movimento vitale universale e rappresentare l’armonia del mondo che ci circonda. La realtà appare complessa ma le sue basi sono semplici e lineari, ed è sempre possibile rintracciarle. L’arte ha dunque lo scopo di far emergere dalla complessità la semplicità dell’essenza delle cose. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Mondrian è costretto a rientrare nei Paesi Bassi; quasi in isolamento, prosegue in modo inarrestabile e ossessivo il suo percorso di evoluzione artistica. Alla fine della guerra rientra a Parigi e nel suo atelier produce le opere più note, che inaugurano la fase del neo-plasticismo. Gli elementi della rappresentazione pittorica si riducono a linee rette, i colori utilizzati si limitano a quelli primari e il ritmo delle composizioni è espresso unicamente dalla disposizione dei colori sulla tela (Composizione in ovale con piani di colore 2, 1914; Composizione con rosso, nero, giallo, blu e grigio, 1921; Composizione a losanga con quattro linee gialle, 1933; Composizione n.12, 1936-1942). Mondrian intende ricercare una nuova forma d’arte funzionale alla conoscenza della realtà e al contempo adeguata a una società che muta velocemente sotto la spinta del progresso tecnologico e dei traumi provocati dalle tensioni politiche mondiali. L’ascesa del nazismo spinge l’artista ad allontanarsi dall’Europa e a trasferirsi oltreoceano. Per una combinazione del destino, Mondrian trascorre gli ultimi anni della sua vita a New York, città simbolo della modernità e concretizzazione, con i suoi incroci perpendicolari di strade e le forme pulite e monolitiche dei grattacieli, di quelle geometrie lineari da lui tanto amate.



Piet Mondrian Roma, Complesso del Vittoriano dal 7/10/2011 al 29/01/2012
 
 Galaad Edizioni (del 27/05/2011 @ 16:03:53, in Mostre, linkato 873 volte)


di Pietro Ruggieri

La vita di Tamara de Lempicka (1898-1980) assomiglia alla trama di romanzo: un’infanzia felice e agiata grazie alle amorevoli cure di una nonna facoltosa, due mariti di nobili origini, di cui uno sposato ad appena 16 anni, un fitto carnet di amanti, sia uomini che donne, alterne vicende di fortuna, tra lusso e difficoltà economiche, successo e crisi d’ispirazione. Adottando un’espressione dei nostri tempi, fu una donna “manager di se stessa”. Dopo essere stata costretta a fuggire da San Pietroburgo e a riparare a Parigi allo scoppio della rivoluzione russa, non si lascia scoraggiare dagli eventi che l’hanno ridotta in povertà e sfrutta le sue doti artistiche per risalire la scala del successo. Forte di una volontà ferrea, studia e si applica con tenacia per acquisire una strabiliante tecnica pittorica di fronte alla quale ancora oggi restiamo impressionati e si avvolge di un alone di mistero e di ambiguità tale da renderla irresistibile al bel mondo.
Nel periodo del suo massimo splendore, dagli anni ’20 ai primi anni ’30, nel corso del quale dipinge le sue opere più note e amate dal pubblico, Tamara de Lempicka appare su copertine di famose riviste di moda, è fotografata e intervistata continuamente, diviene habituée degli eventi mondani parigini, facendosi conoscere a livello mondiale. L’epoca in cui Tamara vive attraversa forti mutamenti connotati dalla nascita dei movimenti nazionalisti, dal mito del superuomo, dall’impressionante espansione della tecnologia (si pensi alla diffusione del telefono) e dei mezzi di trasporto su ruote. I valori che contano sono la determinazione, la bellezza, il successo economico, la fama, il glamour, la moda. I suoi quadri esprimono in modo sconcertante questa visione della vita; i personaggi sono reali, sono persone che ha conosciuto nel corso delle feste dell’alta società o con le quali ha intessuto relazioni amorose. I ritratti di giovani donne sono prevalenti e denotano la sua attrazione per il corpo femminile: donne imponenti, dai lineamenti statuari ma al contempo sinuosi, colte in atteggiamenti sensuali, avvolte da eleganti abiti, talvolta nude o seminude.
Le figure, delineate a tratti netti, occupano in maniera invadente lo spazio della tela e l’utilizzo di pochi toni di colore (blu, rosso, bianco), in contrasto con gli sfondi grigi, ne accentua l’imponenza. Un elemento che accomuna queste figure femminili e lascia interdetti, anche se forse costituisce il fascino dell’arte di questa pittrice, è lo sguardo. I volti sono levigati, perfetti, dall’incarnato luminosissimo, gli occhi sembrano guardarci con sensualità, ma sotto quelle maschere di bellezza e di fascino si celano volti algidi, androgini, sospesi in un’assenza al di fuori del tempo. Anche i ritratti della figlia Kizette bambina, in cui si intravede un’irritante e forzata sensualità in nuce, sono glaciali. Bambole. La forma divenuta sostanza.

Tamara de Lempicka. La regina del moderno.
Roma, Complesso del Vittoriano
11.3.2010-10.7.2011
 
 Galaad Edizioni (del 03/05/2011 @ 15:28:54, in Mostre, linkato 1444 volte)


di Pietro Ruggieri
L’associazione culturale e scuola d’arte ceramica Terracromata ancora una volta ha colto nel segno, proponendoci un’altra visita guidata all’interno dei Musei Vaticani, grazie alla quale i partecipanti hanno avuto la possibilità di godere meraviglie che di norma sono escluse dai percorsi turistici standard. Si tratta di siti di straordinario valore artistico, che è preferibile ammirare isolatamente nel corso di specifiche visite per apprezzarli meglio e rendersi conto degli inestimabili tesori racchiusi in uno spazio museale che, se paragonato ad altri noti musei europei come il Louvre o il British Museum, risulta poco esteso in proporzione alle opere d’arte che custodisce. La visita ha inizio nel cuore dei Musei Vaticani con l’ingresso al Gabinetto delle maschere, una sala a pianta quadrata di modeste dimensioni, fatta costruire da Pio VI, papa dal 1755 al 1799, il quale visse in prima persona lo scontro con gli epocali mutamenti politici e sociali della Rivoluzione Francese. Insieme al suo predecessore, Clemente XIV, fu il pontefice che diede la spinta determinante alla creazione di ambienti accessibili al pubblico che raccogliessero in modo sistematico e organizzato i capolavori artistici in possesso della Chiesa; queste sale espositive, che presero successivamente il nome di Museo Pio-Clementino, costituiscono il nucleo architettonico più antico e importante dei Musei Vaticani. Il Gabinetto delle maschere racchiude opere di grande pregio artistico; segnaliamo, tra le tante, la celebre Venere di Cnido, copia romana della famosa Afrodite di Prassitele (IV secolo a.C.), Le tre grazie, copia da un originale di una scultura dell’età ellenistica, e i quattro mosaici a colori, divenuti parte della pavimentazione, provenienti, in uno stato quasi perfetto di conservazione, dalla Villa di Adriano a Tivoli. Tre dei mosaici raffigurano maschere teatrali di varia foggia, da cui è derivato il nome della sala. Dal Gabinetto delle maschere accediamo, attraverso una luminosa porta finestra, a una loggia scoperta che si affaccia verso uno splendido panorama della città di Roma dal lato della collina di Monte Mario.
Ma un altro panorama mozzafiato ci attende, quello che si apre dal Terrazzo del Nicchione, successiva meta del nostro percorso. Dal terrazzo semicircolare, realizzato su progetto di Bramante, si può godere di un’incredibile vista su quasi tutta la Roma storica e sull’intera città del Vaticano, cupola di San Pietro compresa. Presi da grande eccitazione, non la smettiamo più di scattare fotografie, ma la guida ci richiama all’ordine e ci invita con gentile fermezza a lasciare il terrazzo. Andiamo via a malincuore, pur consapevoli del privilegio concessoci, visto che il terrazzo viene aperto solo in particolari occasioni ufficiali. Il tempo stringe e a gran velocità, cercando di zigzagare attraverso le lunghe file di turisti che popolano le sale del museo, raggiungiamo la parte più antica del Palazzo Apolistico, la torre di Innocenzo III, all’interno della quale, nei pressi delle Stanze di Raffaello, si trova la Cappella Niccolina. Fatta costruire da Niccolò V come sua cappella privata, conserva su tre pareti i pregevoli dipinti di Beato Angelico (e di suoi collaboratori, tra i quali Benozzo Gozzoli) della metà del ‘400. I dipinti, restaurati in tempi relativamente recenti, raffigurano alcune storie della vita di Santo Stefano nella fascia superiore e di San Lorenzo in quella inferiore. Sono ricchissimi di particolari, con dotti richiami religiosi e mistici alla vita e alle opere dei due Santi. I colori sono intensi, con toni di blu, rosso e verde che lasciano abbagliati, in apparente contrasto con la compostezza delle figure rappresentate.
Cappella Niccolina è un vero gioiello architettonico, uno scrigno che custodisce gelosamente capolavori della pittura quattrocentesca. Prima di lasciare la cappella, ci volgiamo indietro un’ultima volta ad ammirare tanta bellezza, mentre il custode richiude lentamente le porte dello scrigno. La visita termina con una chicca, gentile concessione dell’organizzazione dei Musei Vaticani. Si tratta della Sagrestia dei Papi, alla quale si accede dalla Cappella Sistina attraverso una porta collocata sul lato sinistro della parete del Giudizio Universale. Le sue origini risalgono al IV secolo e conserva paramenti e oggetti sacri utilizzati dai Pontefici nel corso delle celebrazioni liturgiche. La prima stanza della sagrestia, di piccole dimensioni, è di particolare importanza e suggestione, perché il Papa, appena eletto, vi si cambia d’abito per indossare per la prima volta la veste papale. È chiamata “stanza del pianto”, a ricordo dell’emozione che pervade il Papa nei momenti solenni che precedono la sua apparizione sul terrazzo di San Pietro per il primo saluto in veste di sommo pontefice davanti alla folla dei fedeli esultanti. Ma forse, aggiungiamo noi, anche a memoria della nostalgica e umana commozione del Papa nei confronti della vita precedente, che sta lasciando per dedicarsi completamente a più alti e onerosi doveri.
 
 Galaad Edizioni (del 17/03/2011 @ 09:52:06, in Mostre, linkato 535 volte)


di Pietro Ruggieri
Terracromata persegue anche quest’anno il lodevole intento di far conoscere realtà artistiche del panorama nazionale e internazionale del XX secolo meno note al grande pubblico, ma non per questo meno suggestive e interessanti. La mostra CoBrA e l’Italia, risultato della collaborazione tra la Soprintendenza alla Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, l’Ambasciata del Belgio e l’Accademia Belgica, ci svela un movimento artistico di respiro internazionale che, in virtù dei contatti con il nostro paese, ha influenzato lo sviluppo della pittura e della scultura europee della seconda metà del ’900. Il gruppo artistico CoBrA nasce nel 1948 a Parigi per volontà di alcuni artisti e poeti collocati geograficamente nel Nord Europa, tra i quali Appel, Constant, Corneille, Dotremont, Jorn e Noiret, e concentra la sua fama nel breve arco di tre anni, per sciogliersi nel 1951. A partire dal 1954, questi artisti si trasferiscono nella cittadina ligure di Albisola, importante centro di ceramisti, richiamati da Baj e Dangelo, i quali condividono, pur non facendone parte, alcuni principi sui quali si fonda l’idea di CoBrA. Grazie a questi fecondi scambi il movimento, pur non esistendo più, estende la propria influenza in Italia e in Europa.
Il termine CoBrA, acronimo di Copenaghen, Bruxelles e Amsterdam, le città di provenienza degli artisti, era stato coniato dal poeta e pittore Dotremont. Il connubio tra arte e poesia rappresenta, a mio parere, una chiave di lettura dei caratteri peculiari di CoBrA. L’arte è un mezzo attraverso il quale si sperimenta la realtà a partire dall’interiorità e la poesia è un sentire e pre-sentire realtà differenti da quella vissuta, ma altrettanto possibili e vivide. L’artista allora, pur conoscendoli, deve rigettare i canoni classici, distruggere gli schemi preordinati e distaccarsi dalle regole compositive tradizionali per esprimere con estrema libertà ciò che l'istinto gli suggerisce. L'atto creativo può emergere dal subconscio, scaturire da un'esperienza sensoriale o psichica, delinearsi come reazione a un evento personale, sociale, storico o bellico, ma qualunque sia la fonte che lo genera, per esistere nella sua verità più profonda deve concretizzarsi a partire da un moto intimo e istintivo. In questo processo di generazione artistica, le immagini si trasformano, si alterano, si confondono fino a perdere i connotati normali (normali per chi?).
Colori esplosivi e materiali diversi diventano funzionali alla composizione artistica, spesso utilizzati insieme per accentuare l'effetto di rottura con la tradizione e di liberazione da schemi teorici prefissati. La ceramica è uno dei mezzi espressivi più sperimentati e amati dagli artisti di CoBrA, in quanto elemento plasmabile e interprete del legame indissolubile tra l'uomo e la terra: l'uomo è generato dalla terra e alla terra si ricongiunge dopo la morte. A questo legame ancestrale e al comportamento istintuale si riconducono i riferimenti pittorici a simbologie primordiali, a figure preistoriche, a logogrammi dipinti su tela bianca che sembrano antichi codici prelinguaggio. Le opere ceramiche ricordano forme e figure note, ma sono deformate, affossate, impresse con segni immediati. Forse sono piccoli monoliti, totem, oggetti votivi, scaturiti da un immaginario interiore che segna la materia attraverso un gesto istintivo. E la materia stessa, divenuta forma, restituisce all'immaginario creante valori e significati imprevisti.

CoBrA e l‘Italia
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna
4.11.2010-13.2.2011
 
 Galaad Edizioni (del 11/01/2011 @ 11:40:48, in Mostre, linkato 1116 volte)


di Pietro Ruggieri

Segnalo a tutti gli amanti della pittura una mostra visitabile ancora per pochi giorni presso il Chiostro del Bramante a Roma e dedicata all’evoluzione della pittura veneta tra la seconda metà del ’400 e il ’700. I dipinti esposti appartengono all’Accademia di Carrara di Bergamo, che in questo periodo è chiusa perché in corso di restauro. Si è pensato bene di trasferire alcune opere a Roma per farle apprezzare al grande pubblico. Non è possibile commentare in modo esaustivo la mostra, data la varietà e l’importanza degli artisti presenti, dei temi e dei soggetti trattati. Vale la pena ricordare che l’esposizione articola i dipinti in tre grandi fasi, ciascuna caratterizzata dalla presenza di artisti che tutto il mondo ci invidia. La prima fase abbraccia il ’400 e il ’500, periodo che vede la nascita e il fiorire della pittura rinascimentale del nord Italia, con Giovanni Bellini, Carpaccio, Tiziano, Palma il vecchio, Bartolomeo e Alvise Vivarini, Lorenzo Lotto, Tintoretto, Veronese, Bassano e Paris Bordon.
La seconda fase vede gli artisti del ’600, come Padovanino, Carpioni, Ridolfi e Pietro Vecchia, ripercorrere e reinterpretare i riferimenti del primo Rinascimento. La terza fase, del ’700, nel corso della quale Venezia inizia la sua fase di decadenza, è caratterizzata da una molteplicità di spunti figurativi che va dai soggetti sacri di Tiepolo e Balestra alla rappresentazione della realtà attraverso le celebri vedute panoramiche della Serenissima dipinte da Canaletto, Bellotto e Guardi. L’opera Il Ridotto (maschere veneziane) del 1757, di Pietro Longhi, sembra rappresentare in modo emblematico il tramonto politico ed economico di Venezia. In una sala del Ridotto, casa da gioco pubblica che lo Stato della Repubblica di Venezia teneva aperta solo nel periodo di Carnevale, alcuni misteriosi personaggi si muovono tra i tavoli da gioco in un’atmosfera decadente, il volto coperto da maschere per non essere riconosciuti.

I grandi veneti,
Roma, Chiostro del Bramante,
14.10.2010-30.1.2011
 
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