"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
17lug
![]() di Pietro Ruggieri |
All’interno dell’affascinante e ricca cornice della Galleria Borghese di Roma si sviluppa l’itinerario artistico di Antonio Allegri, detto il Correggio (1489-1534): una gemma preziosissima all’interno di uno scrigno colmo di tesori. L’esperienza artistica di Correggio non può prescindere dall’influenza che su di lui ebbe il soggiorno a Roma - mai attestato da alcun documento ufficiale e addirittura negato dal Vasari, primo biografo dell’artista - ma le cui tracce risultano evidenti nelle sue opere. Gli studi compiuti sulle opere classiche e sulla statuaria antica permeano e danno forza alle rappresentazioni pittoriche di Correggio, tanto che l’itinerario della mostra consente di mettere a confronto i suoi dipinti con alcune sculture classiche, per consentire al visitatore di prendere coscienza degli elementi dell’ “antico” ai quali il pittore emiliano attinse. La bellezza e la sinuosità delle forme femminili ricordano senza ombra di dubbio le forme delle statue marmoree dell’antichità.
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| Ciò che ci affascina dei dipinti di Correggio è la rappresentazione degli “Affetti”: lo stato d’animo, il carattere, la psicologia dei personaggi sono espressi con estremo vigore dai gesti, dai movimenti delle mani, dall’espressione dei volti, mai impassibili, dalle linee diagonali che gli elementi e i corpi descrivono mettendosi in relazione tra loro (Giove e Io, ca. 1524, Compianto sul Cristo morto, ca. 1530-1534). Gli sguardi che i personaggi si scambiano alludono a una “corrispondenza di sensi” che ci coinvolge e ci introduce nella scena all’improvviso: un momento rubato a una storia in corso di svolgimento (Madonna col Bambino, o Madonna Campori, ca. 1519, Noli me tangere, ca. 1520). Anche la tecnica, spesso utilizzata da Correggio, di non comprendere interamente nel perimetro del quadro alcune figure di contorno, che risultano quindi tagliate, ha lo scopo di far convergere l’attenzione dello spettatore verso il punto principale della scena, conferendo all’azione maggiore drammaticità. |
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Sono presenti in mostra anche i dipinti a soggetto mitologico, del quale Correggio si serve per esprimere e rendere meno censurabile il soggetto erotico. Le sinuosità e le rotondità dei nudi femminili, la posizione e i volti estatici delle fanciulle alludono senza dubbio al piacere erotico, che il pittore sdogana mascherandolo con storie della mitologia classica (Venere e Cupido addormentati e spiati da un Satiro, ca. 1524-1525). |
Correggio e l’Antico, 22 maggio-14 settembre 2008 |
19nov
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Era dal 1949 che non veniva proposta al pubblico una grande mostra monografica su Giovanni Bellini (1435-1438 circa – 1516) e le Scuderie del Quirinale a Roma sono senza dubbio una degna cornice per una rassegna di tale importanza, che riunisce gran parte della produzione artistica del pittore veneziano. La lunga carriera artistica e la capacità di continuo rinnovamento nella tecnica e nella rappresentazione pittorica lo resero un artista stimato, un riferimento per molti pittori della seconda metà del ’400 che si mossero nei territori veneziani, al punto che Dürer lo definì “il miglior pittore di tutti”. |
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| I tratti della pittura di Bellini, a soggetto prevalentemente religioso, in particolare mariano e cristologico, ricco di elementi simbolici, sono inconfondibili. Bellini utilizza colori forti, accesi, con prevalenza del rosso, simbolo del divino, in cui spesso sono dipinti anche gli Angeli. Le figure sono rappresentate all’interno di paesaggi naturali, a significare che esse interagiscono all’interno di un contesto ben definito, terreno; alberi, animali, monti e valli sono dipinti nei minimi particolari, per esprimere l’importanza e la bellezza della natura. |
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| La relazione che si instaura tra i personaggi attraverso il dialogo degli sguardi crea pathos, drammaticità, ma senza eccessi; nelle opere dedicate alla Pietà i volti esprimono tensione e dolore, ma si tratta di una drammaticità composta: lo stesso Cristo, deposto dalla croce, sembra dormiente. Bellini attribuisce un’importanza assoluta alla figura di Cristo nella storia degli uomini, in quanto salvatore del mondo e anello di congiunzione tra l’umanità peccatrice e Dio. La stessa balaustra, in legno o in marmo, che spesso appare in primo piano nei suoi dipinti e a ridosso della quale viene rappresentato Gesù infante o adulto, simboleggia il sacrificio eucaristico che si rinnova sull’altare oppure il Santo Sepolcro, preludio della Risurrezione e dell’eternità spirituale per gli uomini. Giovanni Bellini Roma, Scuderie del Quirinale |
01apr
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Il 20 febbraio 2009 è stata inaugurata, presso le Scuderie del Quirinale di Roma, la mostra dedicata al Futurismo. La data non è casuale: esattamente cento anni prima, il 20 febbraio 1909, Filippo Tommaso Marinetti pubblicava il Manifesto del Futurismo sul prestigioso quotidiano francese Le Figaro, creando grande scandalo in tutta la comunità culturale europea per le idee contenute nel suo libello. Sin dal primo impatto con le opere esposte è impossibile non sentirsi investiti da un’esplosione di colore. Immagini apparentemente caotiche, in realtà attentamente studiate nella disposizione delle forme e nell’impostazione delle linee di forza, trasmettono allo spettatore un’intensa energia. |
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La contrapposizione di spinte, il dinamismo portato all’estremo, il contrasto tra i colori nascono dall’esigenza impellente di esprimere un modo nuovo, l’unico accettabile e possibile, di concepire la vita dell’uomo: velocità, rinnovamento drastico delle prospettive sociali e politiche, proiezione verso il futuro come unica fonte di libertà, esaltazione del progresso e delle macchine figlie dell’ingegno umano, persino la celebrazione della guerra come portatrice di cambiamento e di rinnovamento. Ecco allora che le forme dell’arte classica devono scomparire, la rappresentazione statica degli eventi non desta più alcun interesse, la realtà deve essere rappresentata in divenire e in continuo movimento, coinvolgendo lo spettatore nell’azione. Le figure sono rappresentate in movimento, indissolubilmente legate all’ambiente circostante, replicate talvolta nella stessa prospettiva per esaltare il dinamismo e la velocità del fare nel tempo (chissà se le “repliche” di Andy Warhol recuperano, trasfigurandone il significato, anche questi modelli!), integrate in una visione del mondo che risente del progresso tecnologico in modo così pervasivo da far apparire l’illuminazione artificiale dei lampioni elettrici più importante di quella naturale (un esempio per tutti: Idolo moderno, 1910-1911, di Boccioni). |
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| La destrutturazione delle forme operata dagli artisti futuristi (tra i più illustri Boccioni, Carrà, Balla, Severini) risente dell’esperienza della corrente cubista, di cui sono esposti alcuni dei dipinti più significativi per consentirne il raffronto con le opere futuriste, ma è tesa a rappresentare la realtà dinamicamente nel tempo senza indugiare sulla riflessione e sulla meditazione. L’esposizione sul Futurismo è un’esperienza visiva da non perdere, anche per il prestigio e la qualità dei prestiti ricevuti per l’occasione dai più importanti musei del mondo. Eccellente la guida, proposta dall’associazione culturale Terracromata (Roma), che mi ha accompagnato nel percorso della mostra: giovanissima, acerba nell’esposizione, ma precisa e coinvolgente nel racconto e nelle suggestioni. Futurismo. Avanguardia-Avanguardie, Roma, Scuderie del Quirinale, 20.2.2009 – 24.5.2009 |
21apr
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Da qualche giorno, nella galleria d’Arte Verdesi di San Benedetto del Tronto, hanno fatto il loro ingresso i colori del mondo sognante ed evocativo di Francesco Musante. Nei suoi quadri scopro subito alcune costanti: la notte, il cielo, il mare, i cuori rossi. La notte è fonte di ispirazione poetica e artistica, di riflessione, di ricordi e di sogni. Nel cuore della notte riemergono le immagini del passato, addolcite dalla memoria sospesa tra la veglia e il sonno; recuperate dagli angoli più reconditi della mente, esplodono in tutti i loro vividi colori. Nella quiete notturna si amplificano le sensazioni, si schiudono i sogni, il desiderio di amare e abbandonarsi alla persona amata si fa più intenso. Tra dolci auspici di serenità, l’orizzonte dell’anima si spalanca con fiducia alla vita anche nei momenti di malinconia. In questo fluire continuo del pensiero attraverso un mondo di immagini rievocate e presaghe, il cielo si accende di miriadi di stelle, facendosi più brillante della luce del giorno; il mare, illuminato dai raggi lunari, si popola di pesci multicolore, stelle degli abissi. In questo paesaggio trasognato s’intrecciano simboli e figure, cuori piccoli e grandi, fiori sinuosi, ragazze innamorate appese a palloncini o in bilico sulla punta di un pennello, buffi ometti dai grandi occhi con indosso un alto e improbabile cappello a cilindro, forse colmo di pensieri e visioni come la mente del pittore. Le immagini sono sempre suggellate da frasi scritte in corsivo, come messaggi in bottiglia lanciati nel mare in attesa che qualcuno venga a recuperarli e a farli propri. Anch’io finisco per cadere nel gioco inventato dal pittore: leggo tutti i suoi pensieri, anche quando sono scritti al contrario perché incorniciano il quadro, cercando quelli in cui mi posso riconoscere. Anch’io vorrei affacciarmi alle finestre dalle quali si aprono le colorate visioni dell’anima di Francesco Musante. Francesco Musante, “Chiari e Scuri”, San Benedetto del Tronto, Galleria d’Arte Verdesi, 11.4.2009 – 30.4.2009 (orario: 10-13, 17-20) |
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29mag
![]() di Pietro Ruggieri |
| Ho aderito con curiosità alla nuova proposta dell’associazione culturale “Terracromata” (Roma) per la domenica del 20 maggio: una visita guidata al “Giardino dei Tarocchi”, situato nei pressi di Garavicchio, località a pochi chilometri da Capalbio (GR). In un parco di modeste dimensioni, dominato da una vegetazione a macchia mediterranea, rigogliosa e verdissima in questo periodo di primavera inoltrata e mossa a momenti da una leggera brezza dal profumo marino che non sempre è riuscita ad alleviare, nel corso della visita, la precoce calura che quest’anno ci ha colti di sorpresa, trovano singolare collocazione ventidue strutture scultoree monumentali di medie e grandi dimensioni ispirate agli Arcani maggiori dei Tarocchi. L’ideatrice di queste installazioni è Niki de Saint Phalle (1930-2002), artista francese dall’animo tormentato e sensibile, che lavorò per oltre venti anni al progetto del giardino insieme al marito, lo scultore Tinguely, e a vari collaboratori. L’artista si applicò alla realizzazione del giardino con un trasporto e una perseveranza non comuni, con l’intento di regalare a tutti un luogo magico lontano dal clamore e dalla confusione turistica, un luogo, come lei stessa scrisse sulle maioliche bianche poste all’inizio del percorso del parco, per la gioia della mente e del cuore. Le sculture, ispirate a Gaudí, dalle cui opere Niki rimase folgorata nel corso di un viaggio a Barcellona nel 1955, sono vere e proprie concretizzazioni dell’immaginario dell’artista, solidificazione di elementi originali emersi improvvisamente dalla terra come visioni rievocate dal subconscio. A una prima impressione le opere, inclini a predominare sul paesaggio, mal si sposano con gli elementi vegetali circostanti. In realtà, nulla è stato lasciato al caso: i sentieri e i gradini in pietra, la disposizione delle sculture, la loro collocazione all’interno del giardino, le forme tondeggianti e sinuose, gli automi e i meccanismi in movimento, tutto è stato attentamente studiato nei minimi dettagli. L’intensa policromia dei rivestimenti, eseguiti in ceramica dipinta e in frammenti di pasta vetrosa e specchio a mosaico, attrae immancabilmente i miei occhi, mi spinge a indugiare sui dettagli di ogni singola “scultura-struttura”, alla ricerca di simboli, numeri, parole, disegni e forme capaci di evocare una corrispondenza con i sensi e la memoria. La luce del sole accende le forme e si riflette sui mosaici a specchio, d’oro e d’argento, esaltandoli in mille bagliori e miraggi. In un singolare stato di abbacinamento infantile, continuo ad aggirarmi nel giardino, scoprendo a poco a poco che il sentiero segnato da queste sognanti interpretazioni dei Tarocchi cela un percorso più intimo e speciale. E’ il percorso dell’artista alla ricerca del senso della sua arte come rielaborazione dei momenti tragici della vita, delle decisioni da prendere, delle strade da scegliere ed esplorare. E’ il percorso di ciascuno di noi, il tragitto della mente e dell’anima timorose del futuro e desiderose di felicità. Realizzando questo giardino, Niki sperò di donare a tutti coloro che vogliono visitarlo un momento di riflessione e di pace. Il Giardino dei Tarocchi, Niki de Saint Phalle, Capalbio (GR), località Garavicchio. |
03lug
![]() di Pietro Ruggieri |
| Giotto di Bondone. Quando, alcuni giorni fa, ho varcato la soglia del Complesso del Vittoriano, che in questo periodo ospita la mostra dedicata a Giotto (1266-1336) e ad altri artisti del Trecento che da lui furono ispirati, le mie aspettative di visitatore erano altissime, Purtroppo ho dovuto ricredermi, in quanto solo la sala centrale è stata allestita con una ventina di capolavori del maestro toscano, che sono comunque di fondamentale importanza nel suo percorso artistico. A ben riflettere, non poteva essere diversamente: l’allestimento, pur sempre di grande valore e interesse per chi voglia ripercorrere l’esperienza artistica di Giotto, è stato predisposto con le opere trasportabili. La produzione eccellente di Giotto è legata a opere stanziali, vale a dire agli affreschi di ampie dimensioni eseguiti direttamente sulle pareti di siti sacri e che possono quindi essere ammirati solo nelle sedi per le quali furono concepiti. Tale produzione, alla cui naturale assenza nella mostra il Vittoriano sopperisce con l’aiuto dei mezzi tecnologici multimediali, è legata a tre periodi fondamentali della carriera artistica di Giotto: il primo, tra il 1295 e il 1300, con il ciclo di affreschi delle Storie di S. Francesco della Basilica Superiore di Assisi; il secondo, tra il 1303 e il 1305, con i dipinti del programma iconografico ispirato alle Storie della Vergine e di Cristo e al Giudizio Universale nella Cappella dell’Arena a Padova (meglio conosciuta come Cappella degli Scrovegni); l’ultimo, tra il 1315 e il 1320, con gli affreschi che illustrano le Storie dei Santi Giovanni Battista e Evangelista (Cappella Peruzzi) e le Storie di S. Francesco (Cappella Bardi) nella Basilica di S. Croce a Firenze. |
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| La pittura di Giotto rappresenta una svolta fondamentale nella storia dell’arte italiana e occidentale, sia per l’influenza che esercitò sulla pittura, sulla miniatura dei manoscritti, sull’oreficeria, sia perché in essa si rinvengono gli elementi anticipatori dell’arte rinascimentale: il richiamo alla classicità, acquisito da Giotto nel corso del suo apprendistato a Roma, la naturalezza delle forme e delle figure, la tensione verso una rappresentazione aderente alla realtà, l’interesse per gli stati psicologici dei personaggi. Esempi mirabili di questa nuova concezione sono i Polittici esposti in mostra: è impossibile non essere catturati dall’espressività dei volti del Bambin Gesù, della Vergine e dei Santi; i loro sguardi e la loro mite gestualità contribuiscono a metterli in relazione gli uni con gli altri e con lo spettatore. Nelle opere esposte emergono le problematiche che Giotto si pose in relazione alla volumetria, alla tridimensionalità delle figure umane e alla prospettiva. In virtù di questa impostazione pittorica e del carattere nazionale della sua attività artistica, esercitata in ben otto regioni d’Italia, Giotto può essere considerato a tutti gli effetti il padre ante litteram della pittura del Rinascimento. Dopo di lui la pittura non sarà più la stessa. |
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| Giotto e il Trecento, Roma, Complesso del Vittoriano |
27lug
![]() di Pietro Ruggieri |
| Utagawa Hiroshige (1797-1858) è considerato uno dei più grandi artisti figurativi giapponesi. Eseguì le sue opere principalmente con la tecnica della stampa policroma, felice connubio di ispirazione artistica e sapiente tecnica artigianale incisoria, di attenzione per i particolari e gusto nella scelta dei colori. La mostra, che espone una parte della sua rilevante produzione artistica, si snoda in un’atmosfera rarefatta, che richiama i colori e i suoni del Sol Levante. Si percorre un cammino attraverso giardini giapponesi, pontili in legno, porte orientali, ideogrammi e pittogrammi che rievocano gli ambienti e i luoghi in cui l’artista visse e operò. Un motivo dominante caratterizza le opere di Hiroshige, che avranno grande influenza sulla pittura impressionista: il respiro profondo della natura, celebrata in tutte le sue forme e sfumature. Non possiamo non restare affascinati dalle stampe di fiori, piante, pesci, uccelli. Gli elementi della natura sono rappresentati in un attimo particolare della loro esistenza, colti nell’atto di sbocciare, posarsi, volare o in relazione ai mutamenti del clima e delle stagioni, di cui Hiroshige fu un sottile e attento osservatore. |
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| La sua capacità di riprodurre un paesaggio sotto un temporale improvviso gli valse l’appellativo, già presso i contemporanei, di “maestro della pioggia”. La natura si esprime in un tramonto, nel tumulto delle correnti marine, in un paesaggio ammantato di neve, nella luna piena che illumina il monte Fuji, nelle vedute e negli scorci di alcuni luoghi del Giappone, i quali, proprio grazie alla diffusione delle stampe di Hiroshige, divennero famosi e meta di viaggi da parte dei Giapponesi. La natura è un entità dotata di una forza vitale misteriosa e palpitante che affianca, senza mai sopraffarla, l’esistenza quotidiana degli uomini - artigiani, mercanti, venditori di riso, contadini - rappresentati in alcuni momenti della loro attività lavorativa. Anche nelle opere del ciclo dedicato alla città di Edo (Tokyo), il richiamo alla natura e all’uomo è sempre presente. Per Hiroshige, la natura è espressione dell’universo, fonte inesauribile di armonia e bellezza. Solo aprendosi alla sua indecifrabile malia l’uomo coglie il senso della propria vita e si avvicina ai misteri del cosmo. |
![]() Hiroshige, Il maestro della natura Roma, Museo Fondazione Roma 17.3.2009-13.9.2009. |
14ott
![]() di Pietro Ruggieri |
| L’occhio non avvezzo agli estremismi, se così è lecito chiamarli, dell’arte contemporanea può restare disorientato di fronte alle creazioni dei giovani artisti della scena newyorchese di questi ultimi anni, esposti nella sede del MacroFuture di Testaccio a Roma. All’ingresso sono immediatamente catapultato nell’atmosfera colorata e destabilizzante della mostra: un’installazione composta da innumerevoli cerchi colorati che ruotano, mossi dall’aria di alcuni ventilatori. L’effetto che ne deriva è quasi ipnotico, intensamente suggestivo, quasi un avvertimento per un profano dell’arte concettuale come me. L’impressione che si ricava osservando le opere esposte è di caos apparente, di assenza di impostazioni e limiti, di sfrontatezza e rottura estrema con l’arte “canonica”, quella a cui il nostro occhio è maggiormente abituato. Ogni artista sembra aver assorbito e rielaborato ogni esperienza possibile dei nostri tempi: la guerra, i genocidi, la massiccia presenza nella società contemporanea delle tecnologie informatiche, ivi compresi i videogames, la religione, spesso contestata; ciascuno di loro sembra aver sperimentato le debolezze e le tragedie umane che riempiono ogni giorno le strade metropolitane, l’invadenza della pubblicità martellante, l’indifferenza delle persone inghiottite nella corsa insensata di masse anonime e indifferenziate. |
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| Tutto viene messo in discussione e dissacrato, ma si rivela con prepotenza un tema di fondo: il desiderio di ritrovare se stessi oltre il caos, di recuperare gli spazi che la vita “veloce” (da qui il titolo “New York minute”) di ogni giorno ci sottrae, rendendoci meno umani. Impossibile dimenticare alcune opere fotografiche. Dash Snow, morto a soli 28 anni, ritrae inesorabilmente le scene più crude della vita newyorchese, ma si stupisce ancora per la giovane compagna che stringe tra le braccia la piccola figlia Secret. Ryan McGinley fissa con i suoi scatti ragazze e ragazzi stupiti e persi di fronte alla natura (splendida è “Jonas Snow Barn Disco”, 2009). Ester Partegàs, nelle sue immagini scannerizzate e ristampate di fotografie-collage, elimina con getti di vernice i volti delle persone riprese per la strada nella loro quotidianità, quasi a dichiarare la presenza-assenza dell’uomo in un mondo divenuto troppo alienante e, al contempo, il desiderio di ricerca del vero volto dell’essere umano, quello interiore. |
![]() New York Minute: 60 Artisti della scena newyorchese MACRO Future, Roma 20.9.2009 – 1.11.2009 |

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