"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
01dic
![]() di Pietro Ruggieri |
Se vi recate alla mostra dedicata a Van Gogh (1853-1890), allestita presso il Complesso del Vittoriano a Roma, con la speranza di ammirare le sue opere più importanti, resterete di certo delusi. In mostra, a parte alcune eccezioni, non è presente nessuna delle sue opere più famose, nessun dipinto tra quelli che ci aspetteremmo di trovare. Inoltre, il confronto con le opere di altri artisti, dai quali Van Gogh fu influenzato o che considerò padri spirituali, talvolta distoglie in modo irritante l’attenzione dai capolavori del maestro olandese. L’itinerario espositivo si sviluppa lungo l’intero percorso artistico di Van Gogh con un preciso tema di fondo, quello del rapporto tra la campagna e la civiltà moderna. La campagna è espressione della natura benefica, della semplicità del vivere e del duro lavoro dei contadini; la modernità si concretizza nella vita di città, con le sue frenesie e le sue attrattive mondane. Van Gogh riesce a fondere i due aspetti, spesso inserendo tracce inconfondibili della vita moderna all’interno di paesaggi prettamente rurali o naturali (Cipressi con due figure femminili, 1889); anche quando rappresenta la grande città, Parigi, la ritrae attraverso le zone periferiche, circondate da orti e da giardini, inserendo un carattere di atemporalità, tipico della sua produzione artistica, teso a rappresentare valori universali.
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| Van Gogh fu un uomo dalla vita travagliata. Nel 1880, esortato dal fratello Théo, che ebbe un ruolo fondamentale nella sua vita e lo sostenne sempre psicologicamente ed economicamente, decise di impiegare la sua inquieta energia nella pittura. Il furore religioso, che fino a quel momento lo aveva spinto a ricercare in Dio e nei precetti ecclesiali una pace che non riusciva a trovare, si trasformò in furore artistico, in un fuoco che non si spense mai, alternando momenti di intensa creatività ad altri di angoscia, rabbia e instabilità mentale (uno per tutti, l’episodio del taglio dell’orecchio dopo il furibondo litigio con Paul Gauguin nel suo studio della “casa gialla” ad Arles). Le influenze artistiche che segnarono Van Gogh, da Millet, che considerò un padre spirituale, a Cézanne, Pissarro e a tutti gli impressionisti, che conobbe e studiò nel suo soggiorno a Parigi, vanno rilette alla luce di questa indomabile forza espressiva. |
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| L’artista riceve emozioni dall’ambiente circostante e le concretizza sulla tela attraverso l’uso forte del colore e le pennellate dense e decise, che fanno vibrare le immagini come se fossero animate da una sorta di turbolenza, da un continuo divenire che fonde gli elementi della natura (Vialetto nel giardino pubblico, 1888; Olivi, 1889), privandoli di qualsiasi staticità. Le stesse abitazioni, immerse nei paesaggi di campagna, risultano deformate, alla luce del perenne mutamento delle cose, come se anch’esse vivessero dell’eterno respiro della natura (Fattorie vicino ad Auvers, 1890). L’arte di Van Gogh pone le basi della pittura espressionista che, come dice il termine stesso, intende esprimere gli stati d’animo dell’artista con il colore e renderne partecipi gli spettatori. Lo stesso Van Gogh, in una delle numerosissime lettere inviate all’amato fratello Théo, scrisse: “Voglio fare disegni che vadano al cuore della gente”. L’intento può dirsi pienamente riuscito. Vincent Van Gogh, Campagna senza tempo – Città moderna Roma, Complesso del Vittoriano, 8.10.2010-6.2.2011 |
21giu
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La mostra dedicata a Caravaggio (1571-1610), ospitata a Roma presso le Scuderie del Quirinale e conclusasi di recente, ha rappresentato un evento unico nel panorama degli eventi d’arte dell’anno non tanto per la grandezza universalmente riconosciuta al maestro lombardo, quanto per il criterio con cui sono state selezionate le opere da esporre, vale a dire quello della certezza dell’attribuzione all’autore. Mentre leggo i commenti del percorso guidato, mi rendo conto che non è facile comprendere fino in fondo l’arte di Caravaggio. I contrasti tra luce e ombra conferiscono drammaticità alle scene rappresentate (Deposizione; Incoronazione di spine), colgono un atto improvviso, lo svolgersi di un avvenimento che l’artista rivive come una visione, l’intreccio dei gesti delle figure in relazione tra loro. Non possono non rimanere impressi nella memoria, nella Cattura di Cristo nell’orto, i riflessi della luce sulla scura armatura del soldato, ispirata a quella dell’Uomo in arme di Sebastiano del Piombo.
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| Il rapporto tra luce e ombra esalta il messaggio che l’artista intende proporre a chi ammira le sue opere per esprimere un monito di validità universale. I canestri colmi di frutta (Canestra di frutta; Ragazzo con canestra di frutta) contengono mature prelibatezze che alludono al gusto di vivere il momento presente, alla gioia di cogliere l’attimo fuggente della vita. Ma i frutti, pure gonfi e succulenti, già mostrano i segni dell’imminente decadimento. Gli acini d’uva si tingono del marrone dell’avvizzimento, le foglie iniziano ad appassire, le lucide e polpose mele mostrano il tarlo del verme che vi si è insediato. La natura si mostra in tutta la sua bellezza e generosità ma nasconde i germi della caducità, della mutevolezza, come breve e mutevole è la vita dell’uomo, il quale è parte della natura stessa. I giovani (Bacco; I musici) hanno corpi robusti e muscolosi ma sono atteggiati a una gestualità mite, sorridono ma senza eccessi, talvolta si struggono in sguardi languidi o vagamente tristi e pensosi. |
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| La giovinezza è breve e talvolta dietro il suo volto può celarsi persino la malattia. Le composizioni pittoriche di Caravaggio rivelano l’uso delle forme geometriche (Adorazione dei pastori; Deposizione); i personaggi, talvolta raggruppati in strutture piramidali che degradano dall’alto verso il basso, evocano il legame tra cielo e terra, tra umano e divino; le forme a ‘X’, generate dal naturale incrocio dei corpi tra loro e di questi con gli oggetti dell’ambiente circostante, ricordano l’intreccio degli eventi umani con il mistero della Sapienza Divina preordinatrice. L’arte è strumento per riflettere, per tendere a un più alto grado di conoscenza ed elevare lo spirito. I soggetti, estremamente naturali, sono persone reali, lontane da qualsiasi idealizzazione e rispondenti appieno a una continua e affannosa ricerca del vero. I volti segnati, le rughe evidenti, le fattezze non sempre aggraziate appartengono alla normalità della vita. Ma è proprio nel rapporto tra natura e luce che si esprime la dialettica tra reale e spirituale e tutta la poetica grandezza di Caravaggio. Roma, Scuderie del Quirinale 20.2.2010-13.6.2010 (mostra conclusa). |
28apr
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Nel mese di marzo l’associazione culturale Terracromata ci ha accompagnato di nuovo all’interno dei Musei Vaticani per un focus sulla statuaria classica attraverso lo studio di cinque note sculture marmoree che fanno parte dei tesori artistici più apprezzati dei Musei. Senza alcuna pretesa di coglierne tutti gli aspetti storico-artistici, proverò a raccontare le mie impressioni di fronte a queste opere, ricalcando il percorso descritto con stile essenziale e preciso dalla nostra guida. La prima scultura è la copia romana in marmo del Doriforo (ca. 450-440 a.C.) di Policleto, che ritrae un giovane atleta nell’atto di impugnare un giavellotto. L’opera, punto di riferimento dell’arte scultorea classica, rappresenta l’ideale della perfezione anatomica, l’espressione dei canoni della bellezza ideale fissata a partire dallo studio del corpo di atleti reali. La postura del doriforo è il risultato di uno studio attento e dal punto di vista figurativo delinea un chiasmo: al braccio destro disteso lungo il fianco si contrappone la gamba sinistra flessa, al braccio sinistro piegato che impugna la lancia corrisponde la gamba destra tesa a sostenere il peso del corpo. La scultura di Policleto divenne modello e fonte di ispirazione per gli artisti coevi e successivi, come dimostra in tutta la sua potenza espressiva L’Augusto di Prima Porta (datazione incerta, forse 8 a.C.), o Augusto loricato (dalla lorìca, la corazza dei legionari), statua in marmo che ritrae l’imperatore Augusto mentre, con il braccio destro alzato, richiama l’attenzione dei soldati prima della battaglia. La naturalezza del gesto, la compostezza del corpo unita alla solidità della figura, i fini dettagli della corazza e della tunica e l’esplicito richiamo ai canoni di Policleto fanno di questa scultura un’opera unica e di rara bellezza. |
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| L'Apoxyómenos (letteralmente dal greco “colui che si deterge”), copia romana in marmo di un originale bronzeo dello scultore greco Lisippo (370-300 a.C.), spezza gli schemi classici policletei, introducendo una nuova concezione della rappresentazione scultorea. Il giovane atleta è colto nell’atto di detergere il proprio corpo con lo “strigilis”, spatola utilizzata dagli atleti per togliere l’eccesso di olio con il quale si ungevano il corpo prima di gareggiare. Il ragazzo è ritratto in un momento di riposo, dopo le fatiche della lotta e gli affanni della competizione. Il suo corpo si protende nello spazio circostante grazie al movimento delle braccia, il busto non è del tutto allineato rispetto alla visione frontale e il volto sembra guardare lontano, come assorto in vaghi e imperscrutabili pensieri. In questa opera non troviamo alcuna idealizzazione della bellezza, nessun riferimento al divino, ma unicamente l’uomo comune nella sua fisicità e con i suoi limiti. L’Apollo del Belvedere, di epoca romana (circa 130-140), è anch’esso una copia di un originale greco in bronzo forse attribuibile a Leocare (IV secolo a.C.). Considerato per molto tempo il modello più alto della bellezza maschile, fu molto imitato ed esaltato nel periodo neoclassico. In seguito la sua fama andò declinando, in quanto molti studiosi lo definirono freddo e accademico. Sorvolando sulle diatribe dei critici d’arte, l’opera impressiona per la straordinaria riproduzione del panneggio, talmente naturale e leggero da sembrare sensibile al minimo alito di vento. |
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| La visita si conclude con il Laocoonte e i suoi figli (datazione incerta, forse tra il 40 e il 20 a.C.), uno dei capolavori più ammirati dai turisti di tutto il mondo. Il gruppo marmoreo ci racconta un episodio dell’Eneide, la morte di Laocoonte e dei suoi figli ad opera di terribili serpenti marini inviati da Poseidone, adirato perché il sacerdote veggente troiano si opponeva all’ingresso del cavallo di Troia all’interno della città. La scena che si svolge davanti a noi è intensa e drammatica. I movimenti delle figure si articolano in tutte le direzioni dello spazio circostante, la plasticità raggiunge un livello espressivo molto elevato e la luce crea un intenso effetto chiaroscurale che accentua la dinamicità della scena. Rivive davanti ai nostri occhi la tragedia di un padre che assiste impotente alla morte dei propri figli a causa di un capriccio degli dei. Sarà vano il tentativo del sacerdote di chiamare a raccolta tutte le proprie forze per opporsi a un ingiusto destino. Roma, Musei Vaticani. |
25mar
![]() di Pietro Ruggieri |
Gli amanti della pittura del Novecento non possono perdere la mostra romana dedicata a Edward Hopper (1882–1967), uno dei più noti artisti americani del XX secolo. Pur mancando alcune delle opere più celebri, per la prima volta in Italia un’esposizione ripercorre la sua vita artistica a partire dalla produzione giovanile fino ai capolavori dell’età matura. “Tutto quello che avrei voluto sempre fare era dipingere la luce del sole sulla parete di una casa”. Queste parole, esposte su un grande pannello bianco all’inizio del percorso espositivo, proiettano subito il visitatore nel tema dominante della pittura di Hopper. Gli autoritratti della prima sezione della mostra impressionano per la profondità dello sguardo: gli occhi dell’artista sono grandi, luminosi, quasi ipnotici; sono occhi alla continua ricerca di dettagli e delle molteplici manifestazioni della luce. Nei disegni e nelle pitture giovanili (The El Station, 1908; American Village, 1912) sono contenuti in nuce gli elementi visivi cari all’artista, le variazioni sul tema della luce e le forme architettoniche, che saranno sviluppati con sorprendente sensibilità negli anni successivi. I tre viaggi compiuti tra il 1906 e il 1910 in Europa, a Parigi in particolare, consentirono a Hopper di conoscere le opere di numerosi artisti europei.
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| Ma i quadri di Manet e di Degas impressero in lui una traccia indelebile e Hopper divenne in modo definitivo il pittore della luce. Nacquero così i soggetti sulla vita parigina (River Boat, 1909, Le Pont Royal, 1909, Bridge on the Senna, 1909, Le Bistro, 1909, Soir Bleu, 1914): le architetture dei palazzi francesi, i ponti, il lungofiume della Senna, gli interni delle abitazioni e dei bar, i ritratti di personaggi comuni. Edward Hopper aveva l’abitudine di effettuare molti studi e bozzetti su carta prima di passare all’esecuzione del quadro vero e proprio. Nel passaggio dagli schizzi al dipinto avveniva una sorta di trasformazione creativa evocativa, evidente in tutti i suoi capolavori. Tra quelli esposti vale la pena di citare almeno Cape Code Sunset, 1934; Stairway, 1939; Seven AM, 1948; Morning Sun, 1952; il celebre Second Story Sunlight, 1960; A woman in the sun, 1961. |
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| Le figure umane sono ritratte in un momento di pausa contemplativa o di riflessione, mentre riposano o sono in attesa di qualcuno, oppure intente a svolgere un’azione abitudinaria. La scena è rappresentata come uno scatto fotografico o un’inquadratura da set cinematografico, che evoca una storia personale forse intuibile, ma che lo spettatore non riesce a cogliere del tutto. Alcuni quadri mi riportano ai gangster movie, ai film con Humphrey Bogart, ai bar fumosi nei quali le vite si consumavano tra una sigaretta e una bicchiere di whiskey. I personaggi sono sempre assolutamente chiusi nella loro solitudine, in attesa di un evento che tarda a manifestarsi. La luce sembra essere l’unico elemento vivo, che agisce sulle cose e sulle persone trasfigurandole, creando un effetto di decontestualizzazione e astrazione. Un contesto ambientale realistico, come una strada, una banchina della metropolitana, un bar o l’interno di un negozio, si trasforma in un’immagine che esprime uno stato d’animo. L’elemento predominante è sempre la luce: mette in risalto un volto attraverso una finestra aperta, ruba un istante della vita di una persona, si imprime sulle pareti delle stanze, corre sui tetti dei granai di Truro, a Cape Code. E’ una luce metafisica che rivela un’assenza, una lontananza, una distanza non sempre colmabile, forse una separazione. E’ un mondo interiore rivelato. Roma, Fondazione Roma Museo 16 febbraio – 13 giugno 2010 |
05mar
![]() di Pietro Ruggieri |
La visita al museo etrusco di Villa Giulia a Roma, proposta dall’associazione Terracromata per il 13 febbraio 2010, ci ha riportati, con un balzo all’indietro di molti secoli, alla civiltà dell’antica Etruria meridionale, area geografica corrispondente all’attuale territorio del Lazio e comprendente Veio, Coere (l’odierna Cerveteri), Tarquinia, Tuscania, Vulci e altre amene località nei dintorni di Viterbo. Una guida chiara e attenta riesce con i suoi modi coinvolgenti a trasmetterci un po’ della sua passione per la storia di questo popolo che raggiunse la massima espansione nel periodo tra il VII e il VI secolo a.C., esercitando un’enorme influenza sulle coeve popolazioni italiche e in seguito sulla civiltà romana. Impossibile descrivere la varietà e la ricchezza degli oggetti esposti all’interno delle numerose sale del museo, testimoni della complessità sociale e del grado di civiltà raggiunto dagli Etruschi. Mi limiterò a citarne alcuni, che tra l’altro sono tra i pezzi forti del museo, sperando di trasmettere ai lettori il desiderio di visitarlo quanto prima.
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| Noto a tutti in quanto divenuto un simbolo della civiltà etrusca, il bellissimo “Sarcofago degli Sposi” (VI secolo a.C.), in terracotta, ci racconta la storia di questo popolo. Una coppia di sposi, adagiata su un triclinio mentre assiste a un banchetto, è colta nell’atto di versare del vino o forse un unguento profumato in segno di purificazione e onore agli dei. La sposa è sdraiata in primo piano accanto al marito, il quale con un braccio protegge affettuosamente la compagna. La rappresentazione mette in luce il grado di evoluzione di una civiltà per la quale la donna svolgeva un ruolo importante nella vita sociale ed era posta sullo stesso piano dell’uomo. La gestualità composta, lo sguardo rivolto verso lo spettatore e atteggiato a un sorriso apparentemente ambiguo e appena accennato (non a caso si parla di “sorriso etrusco”), trasmettono serenità. La scelta di un soggetto conviviale e gioioso come ornamento di un sarcofago intende lasciare ai posteri un messaggio positivo nei confronti della morte, di assenza di angoscia davanti al mistero dell’aldilà. |
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| Di pregevole fattura, il cratere di Eufronio (515 a.C.), firmato dallo stesso autore, è un raro esemplare della produzione ceramica greca antica. Il vaso è l’unico rimasto integro e in perfetto stato di conservazione tra quelli, giunti fino a noi, prodotti dal ceramista e ceramografo greco Eufronio (c. 540 - c. 470 a.C.); originariamente rinvenuto in una tomba etrusca presso Cerveteri, testimonia gli intensi scambi commerciali e culturali tra gli Etruschi e le popolazioni di origine greca. L’arte etrusca, in modo evidente nell’ambito della produzione in ceramica, accoglie le forme e la tecnica pittorica di quella greca, senza subirne del tutto e passivamente l’influenza. Con gusto raffinatissimo, i disegni dei vasi, dei calici e delle anfore rappresentano in prevalenza figure umane e animali, ma si orientano anche verso soluzioni geometriche, forme vegetali di tipo orientaleggiante, raffigurazioni di creature mostruose. I numerosi pezzi esposti nel museo, comprendenti vasellame destinato al trasporto di cibi e bevande, oggetti di uso quotidiano per le libagioni e preziosi monili d’oro, dimostrano l’importanza che il popolo etrusco attribuì, nel periodo di massima espansione e splendore, ai momenti conviviali e ai riti celebrativi. Da segnalare la collezione di “buccheri”, ceramiche che, grazie all’impasto di particolari argille, alla lucidatura a stecca e a una specifica cottura in ambienti fumosi e con ridotta presenza di ossigeno, assumevano una colorazione nera e quasi lucente tale da farle sembrare forgiate in materiale metallico. Un altro esempio del notevole livello tecnico e artistico che gli etruschi furono in grado di raggiungere. Museo Etrusco di Villa Giulia Piazzale di Villa Giulia, 9 (Villa Borghese) Roma |
16feb
![]() di Pietro Ruggieri |
La mostra su Niki de Saint Phalle (1930-2002) rappresenta un vero e proprio evento nel panorama delle manifestazioni artistiche romane di questi ultimi mesi: per la prima volta in Italia sono esposte circa 100 opere di questa artista di origini francesi. Le opere (sculture, disegni, serigrafie) non sono organizzate in ordine cronologico ma per capitoli tematici, ciascuno dei quali evidenzia un aspetto significativo della sua vita e della sua vicenda artistica. A mio avviso, il filo conduttore dell’arte di Niki de Saint Phalle è la rielaborazione della realtà attraverso i sogni. Gli eventi negativi della vita, sia personale che sociale, sono filtrati da una condizione sognante che li ripercorre e li trasforma, o tenta di trasformarli, in messaggi visivi positivi, in forme e colori che esorcizzano le negatività. Le principali opere giovanili sono assemblaggi di vari oggetti riciclati, coperti di gesso bianco, ai quali sono appesi palloncini pieni di colore. Niki, nel corso di sessioni artistico-dimostrative pubbliche, i “Tiri”, spara con il fucile sui palloncini, facendone colare i colori e distruggendo parte dell’assemblaggio stesso: è l’urgenza di reagire ai propri incubi, di affrontare con violenza l’orrore delle molestie sessuali ricevute dal padre in tenera età, un’esperienza della quale l’artista non si liberò mai del tutto, di comunicare l’impegno personale nella denuncia delle nefandezze umane.
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| L’esperienza artistica diviene allora strumento di liberazione e di riscatto, l’arma con la quale affrontare la paure e gridare al mondo il proprio dolore. L’altare dorato, i cui pannelli laterali sono coperti di scarafaggi e di piccole bambole monche, denuncia lo sdegno per le sanguinose vicende della guerra d’indipendenza algerina. Folgorata dalle opere di Gaudí, da cui fu enormemente influenzata, e forte delle esperienze artistiche condivise con il secondo marito, il famoso scultore svizzero Jean Tinguely, l’arte di Niki evolve verso forme tonde, sinuose, aeree, dai colori accesi. Nascono allora soggetti dalle forme singolari, alberi della vita con rami-serpenti, totem della tradizione americana rielaborati fantasticamente e le famose Nanas, le ragazze, figure femminili enormi, esageratamente grasse, tonde, coloratissime, che danzano e galleggiano nell’aria a dispetto di ogni legge gravitazionale. Sono icone dell’emancipazione femminile e del superamento dello stereotipo della donna come bellezza da ammirare. |
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| Rappresentano, a una lettura più intima, l’artista stessa, che anela alla libertà, al sogno come momento catartico in grado di spazzare via i segni del tormento interiore e ricondurre l’anima verso un sentiero fatto di azioni e pensieri positivi. Questo percorso di liberazione dell’anima è ancora più evidente nell’ultima sezione della mostra, dedicata al Giardino dei Tarocchi, in cui sono esposti i disegni e i bozzetti preparatori del grandioso progetto che portò Niki a realizzare a proprie spese, insieme a Jean Tinguely, il giardino dei Tarocchi di Capalbio, che custodisce enormi sculture ispirate agli Arcani maggiori delle carte divinatorie. In linea con l’intento creativo di Niki, anche il giardino rappresenta il percorso dell’artista alla ricerca del senso della sua arte come rielaborazione dei momenti tragici della vita, delle decisioni da prendere, delle strade da scegliere ed esplorare. Niki de Saint Phalle, Roma, Fondazione Roma Museo |
17gen
![]() di Pietro Ruggieri |
Il 18 dicembre 2009, grazie alla visita guidata organizzata dall’associazione romana Terracromata, i partecipanti hanno avuto la possibilità e la fortuna di accedere a tre aree dei Musei Vaticani in genere interdette al grande pubblico. La prima area, il Museo (o Padiglione) delle Carrozze, voluto da Paolo VI nel 1973, conserva le carrozze papali ottocentesche perfettamente conservate e funzionanti, oltre ad alcune automobili utilizzate dai Papi negli anni Trenta e da Giovanni Paolo II nel corso dei suoi numerosi viaggi. Al centro della sala è collocato il pezzo più importante e grandioso della mostra, la Berlina di Gran Gala costruita per Papa Leone XII (1760-1829) e utilizzata anche dai successivi pontefici fino a Pio XI (1857-1939). Di dimensioni tali da dover essere trainata da ben sei cavalli, fastosamente decorata con intarsi in legno e oro, la Berlina era utilizzata solo quattro volte all’anno in particolari occasioni di visita del pontefice all’esterno della Città del Vaticano. La osservo con curioso interesse, rammentando la potenza che il Papato aveva a quei tempi a Roma e in Italia.
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| La seconda meraviglia è la struttura che racchiude la scala di Donato Bramante (1444-1514), un vero e proprio gioiello dell’architettura rinascimentale. Mi affaccio dalla sommità della scala e guardo giù: la particolare forma a spirale mi consente di vedere, con un senso di vertigine, ogni punto della struttura. L’ultima tappa della visita a questi angoli nascosti del Vaticano è la scalinata che conduce al terrazzo del Palazzo del Belvedere, edificio progettato da Bramante e che presenta, sulla facciata, il noto Nicchione. La scala, alquanto lunga, mi costringe, come si è soliti fare quando si concentrano le forze in salita, a tenere la testa bassa, gli occhi rivolti ai gradini per non inciampare, la mente presa da vaghi pensieri. Superato l’ultimo gradino varco la soglia che conduce al terrazzo, alzo distrattamente lo sguardo ed ecco che mi si para davanti una visione di maestosa bellezza e un lungo brivido mi attraversa la schiena. |
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| Il panorama che si apre dal belvedere è stupefacente: un’unica vista abbraccia i giardini del Vaticano, il Cupolone e uno scorcio del colonnato della basilica di San Pietro e consente di spaziare su tutto il centro di Roma, da Villa Borghese fino al Gianicolo. Credo che da nessun’altra parte di Roma si riesca a contemplare una vista simile, nemmeno dagli affacci del Gianicolo. Il sole è da poco riemerso attraverso le nubi e con i suoi raggi invernali illumina di arancio la città eterna. Prima di essere scosso dal richiamo della guida, che invita tutti ad abbandonare il terrazzo, indugio ancora un attimo a guardare il paesaggio e cerco di imprimerlo per sempre nel mio ricordo, sperando che non vada più via. Museo delle Carrozze, Scala del Bramante, Salita al Nicchione. Roma, Musei Vaticani. |
27dic
![]() di Pietro Ruggieri |
Nel pomeriggio di sabato 28 novembre, all’interno delle sale espositive del Museo Pietro Canonica, nella verde cornice di Villa Borghese a Roma, si è svolto l’incontro, proposto dall’associazione d’arte Terracromata, con l’artista Marco Cecioni, che ha condiviso con i partecipanti la sua esperienza e ha illustrato le sue opere in ceramica esposte in mostra, circa 50 lavori tra vasi, piatti, piastrelle e pannelli. Marco Cecioni, di origini napoletane, ha sempre viaggiato molto: si divide tra l’Italia, la Svezia e la Finlandia, ansioso di sperimentare nuove tecniche grazie al proficuo confronto con gli artisti e gli architetti del nord Europa. Il maestro commissiona i pezzi in ceramica grezza ad abili maestranze artigiane (in questo caso al noto Laboratorio delle Manifatture di Vietri sul Mare di Vincenzo Santoriello) sulla base delle forme che ha ideato e successivamente completa le opere dipingendole a smalto e con disegni a incisione. L’utilizzo di colori accesi, oppure di forme e simbologie note e riconoscibili, collocate su fondo nero o bianco, rende le ceramiche familiari e accattivanti anche per gli spettatori non esperti. Le figure umane nude stilizzate riportano alla mente le forme dell’arte classica dell’Attica, di Corinto e di Pompei, rese contemporanee dalla semplicità delle linee.
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| I simboli degli elementi della natura e l’iconografia degli astri ricordano i segni astrologici; le linee che si diramano tra i segni e le figure maschili e femminili sembrano voler rievocare quelle dei bassorilievi collocati negli edifici degli antichi Egizi e delle scene, rappresentate nelle tombe dei faraoni, nelle quali gli astri e le stelle sono messi in relazione con le divinità e i sovrani divinizzati. L’intento dell’artista è quello di trasmettere un messaggio di positiva energia e di vitalità attraverso la forza che la materia ceramica e il colore possono sprigionare. Sono interessanti i “pannelli traforati” monocromi, produzioni recenti appartenenti a opere di più ampio respiro da collocare in specifici ambienti architettonici e che sembrano richiamare, anche in questo caso, forme note, pur non essendo immediatamente individuabili: gli apparati decorativi e gli arabeschi dell’Alhambra a Granada. Un’arte legata all’architettura, quella del maestro Marco Cecioni, che ha trovato un felice connubio e un’originale collocazione con le linee minimaliste scandinave. Marco Cecioni, L’energia della ceramica (mostra conclusa) Roma, Museo Pietro Canonica, Villa Borghese |

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