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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 03/04/2010 @ 09:23:45, in News, linkato 12861 volte)


di Simone Gambacorta

Di Mario Pomilio possiamo dire quello che vogliamo. Possiamo attardarci a scoprire quanto ci sia di Manzoni nelle sue parole, possiamo valutare l’influenza che hanno avuto su di lui Bernanos e Mauriac, possiamo ragionare sulla sua lingua e trarne squisiti ricami. Con Pomilio possiamo fare tutto, perché la ricchezza della sua opera è davvero enorme, ma non possiamo dimenticarne la problematicità. Pomilio “non è”, senza la sua problematicità, e se anzi sottraessimo alla sua narrativa quel fondamentale coefficiente problematico che la innerva, le toglieremmo tutto: e dopo potremmo pure tornarcene a casa, il delitto sarebbe stato compiuto, avremmo eluso il fulcro di un’esperienza letteraria tra le più originali e autentiche del secondo Novecento (e di respiro europeo, come dimostrano le numerose traduzioni, i premi e i riconoscimenti esteri). Problematicità è insomma la parola d’ordine per accedere nel complesso universo narrativo dello scrittore abruzzese. Questo perché Mario Pomilio non ha avuto certezze, o meglio: perché i personaggi dei suoi romanzi, così incisivamente scolpiti negli spessori della pagina, non hanno certezze. Ciò che li anima, ciò che li smuove e li percuote, ciò che li sevizia e li lacera, è la domanda, il porsi domande, l’interrogarsi: su tutto, a cominciare da se stessi per finire con i rapporti tra assoluto e storia, e ripercorrendo, spesso, le orme di quel Signore che si chiama Dio. Se l’atto dell’inquisirsi è una peculiarità che contrassegna e contraddistingue i pesronaggi pomiliani, è pur vero che la domanda, le domande, l’interrogazione, inducono queste entità in un costante stato di crisi: quella delle domande, appunto, e delle risposte: che non ci sono, o che se ci sono, sono difficilissime da trovare e da comprendere, perché di fronte a certi quesiti, l’uomo entra in contatto con la propria insufficienza, si accorge di non bastare a se stesso, scopre di essere troppo poco. Il personaggio di Pomilio entra in sé, e nelle vicende che affronta, per tastare i fiordi più riposti, nonostante il rischio, sempre incipiente, di tirar fuori altre domande: ingarbugliate, difficili, scomode, perché quando l’uomo ridiscute se stesso e la propria “semantica”, diventa scomodo in primis per se stesso. Il cerchio si chiude proprio perché non si chiude. Questa è la problematicità pomiliana: l’andare a mettere mano ai nodi più stretti, nodi impossibili da ignorare e con cui occorre confrontarsi, facendo e disfacendo le tessiture del profondo e perquisendo i perimetri del paradosso, vale a dire quelli dove si odono voci che tuttavia non si riesce a comprendere a fondo. Per Pomilio la geografia umana è una dimensione, una materia, da penetrare e tastare in lungo e in largo, ma senza il loto di rassicuranti miopie. Da qui l’itinerario di demolizione dei canoni dell’apparenza, che conduce alla dialettica tra realtà e verità; oppure, da un punto di vista più marcatamente religioso, la discussione degli schemi precettivi e dommatici, che conduce ad una laica interrogazione cristiana: quella che, con le sue punte di indomita inquietudine, e nei suoi sconfinamenti in aree di matrice ereticale, si riconosce ne “L’uccello nella cupola”, ne “Il Natale del 1833” e ne “Il quinto evangelio”. Del resto ce n’è per tutti, in Pomilio: discorsi interrotti e discorsi ripresi; glaciazioni (grandi e piccole) e struggimenti; Vangeli vecchi e Vangeli nuovi; e ancora compromissioni, enciclopedie del dissesto e nuovi corsi. Di più. In Pomilio non c’è soluzione di continuità tra il prima e il dopo: le poesie giovanili intitolate “Emblemi” (una sorta di pre-esordio letterario sottoforma di officina della parola) e “Una lapide in via del Babuino” (il racconto pubblicato in un volume postumo) si prendono per mano e diventano una cosa sola. Così la “Lapide” si fa “Emblema” del destino, per esempio quello di Girolamo Napoleone, il personaggio «non nato» in cui Pomilio riflette se stesso e gli altri uomini. Il gioco è fatto, peccato non sia un gioco, ma la vita, quella da cui «nessuno, per quanto faccia, esce vivo». Nella letteratura pomiliana, il dato della finitudine della condizione umana, ben lungi dal tradursi in una deriva disfattista, depressa o “nichilista”, si apre con estrema porosità agli spinosi e concentrici affioramenti dibattimentali che inducono a osservare la vita, intesa quale segmento transitorio (provvisorio, sì, ma non casuale o accidentale, e in definitiva antitetico al “Caso e la necessità” di Monod) tra i terminali del nascere e del morire, come luogo di problematiche necessariamente connesse con un altrove metafisico e spirituale. Nell’ambito di questa ricerca solo parzialmente appagabile (le domande saranno tanto più ficcanti e significanti, quanto più le risposte rimarranno “distanti”), l’individuo, ossia il personaggio romanzesco (con tutti gli echi metaforici e simbolici che il caso importa e comporta), è costretto a operare un continuo ed estenuante ricorso alle risorse intellettuali e morali, nel tentativo di lumeggiare il proprio incedere nell’esistenza non meno che la collocazione di se stesso entro le dinamiche che quell’incedere determina (in linea diretta) e sottende (in linea indiretta). Ecco allora che l’insistito esercizio di un pensiero scrutinante giunge a produrre un dimidiarsi delle certezze poste a fondamento dei contrafforti relazionali, politici e religiosi, ed ecco allora chiarirsi quel concetto di “crisi” che interessa gli abitatori dei mondi pomiliani, e che tutto sommato costituisce una “crisi” di tipo conoscitivo, essendo essa innescata dalla spinta a “porsi il problema” del comprendere, dell’interpretare, del discernere, del meditare (problema che, per altro verso, riflette quello “preliminare” e centralissimo dello scrivere, in una saldatura tra etica ed estetica basata su un’istanza veritativa e interrogante). È qui che la mente dell’uomo, considerata come sede delle circuitazioni cognitive e razionali, attua un decisivo flusso di scambio con i sostrati emotivi, coscienziali e psicologici, ed è qui che, revocando le proprie presunzioni (gli esiti del presumere), riduce la fede in se stessa e prende le distanze dalle spesso menzognere sintesi decodificatorie e connotative con cui solitamente “dà nome” alle cose per azzardare una signoria su di esse. Tutto questo è presente in Pomilio, ed è quanto di meglio si possa sperare di trovare vuotando la sacca di un viandante che ha cercato la propria strada nella storia, e soprattutto il senso della propria strada nella storia. Si sa: gli scrittori cercano, se però non trovano, meglio: segno che il loro cantiere è ancora aperto. Ma forse, più che un cantiere, quello di Pomilio è un’isola che non c’è: il nostro l’ha dissodata zolla per zolla, ha cercato di vedere cosa vi fosse sotto ogni ognuna, e ha cercato di capire in quale più alta mappatura, in quale pagina di un atlante ignoto e originario potesse mai posizionarsi quell’isola. Gli occhi superano sempre le mani, e se la penna riesce a sorreggere il peso specifico di un pensiero onnivoro e parcellizzato (e a farsi portatrice di uno stile raffinato, prensile e denso sino al virtuosismo), può accadere che l’intelligenza diventi un aratro. Pomilio ha arato l’esistenza e ne ha cavati gli strati profondi. È questa la ragione per cui oggi, a sfogliarne le pagine, quasi ci inibiamo: perché ci troviamo di fronte a un panorama di quesiti e ricerche che prospetta una misura di difficoltà quanto meno “impattante”. Però, se con un po’ di coraggio prendessimo a scorrerle, quelle pagine, e non solo a sfogliarle, ebbene allora resteremmo sorpresi: scopriremmo che questo scrittore, con i suoi libri, ci ha lasciato in eredità una messe di “appunti”, una sorta di catalogo di nuclei e livelli problematici della vita, in altre parole il diario di bordo di chi si è confrontato con l’esistenza, col mistero del dolore e della morte, del tempo e del destino, della colpa e del peccato, della fede e della speranza. Potrebbe perfino accaderci di immedesimarci in quest’uomo, di accompagnarlo lungo i segreti tratturi dell’anima, di immaginarlo nel laboratorio delle sue narrazioni, mentre impianta nei meccanismi delle sue “storie” i congegni affabulatori capaci di restituire la densità dei serrati confronti e delle ricognizioni intime. Ne ricaveremmo il significato di un’indagine sull’uomo, un’indagine dell’uomo e nell’uomo: un uomo colto, s’intende, nell’esplorazione delle sue più remote sintassi e nelle trazioni dei suoi rapporti con una latitudine ulteriore dell’essere. E potremmo sbalordire nel constatare che, essenzialmente, la problematicità pomiliana altro non è se non una straordinaria e particolarissima forma di libertà.
 
 Galaad Edizioni (del 23/03/2010 @ 09:05:35, in News, linkato 9054 volte)


di Simone Gambacorta

Alcuni scrittori non si riesce mai a prenderli del tutto. C’è sempre, in loro, qualcosa che scappa, che suggerisce un indizio ulteriore, qualcosa che allude a un’altra pista, a un’altra possibilità, a una possibilità altra. Flaiano è stato uno di questi, uno di quelli, cioè, che a volerli per forza stringere in una mano, fanno come l’acqua, che scivola via e lascia il palmo vuoto. A suo modo, e in certo qual modo, questo scrittore disperatamente italiano ha detto tutto, tutto quello che aveva da dire. Ma l’ha fatto come un dispetto, come un gioco troppo intelligente per poter essere racchiuso in una formula, in un’etichetta. C’è sempre una chiosa bianca, impalpabile, attorno alle sue parole, un nugolo di segni non scritti eppure autografi. È lì che sta il segreto, l’enigma, il punto di fuga di una prospettiva mobile e saettante. È uno spazio ulteriore, il luogo invisibile dove la pagina trova di volta in volta un’occasione sorgiva, di ricominciamento. È così che lo scrittore si consegna e si sottrae al nostro dominio. Ed è così che si perpetua, che vive ogni volta una vita nuova e diversa: se la coerenza non esclude l’imprevedibilità, la seduzione si fa cangiante e tiene il lettore sotto scacco, lo costringe a un pensiero incerto e fedele. L’inchiosto di Flaiano ha forme e registri diversi, è una tavolozza, un puzzle, un’intera geografia. La sua ironia dissimula, o maschera, un sentimento tutt’altro che gioioso dell’esistere: il suo è il passo di un uomo incalzato, scortato dalla lucidità del disincanto e della disillusione, e munito di una sin troppo esercitata coscienza di quanto la vicenda umana sia fallace e fallimentare, delusa e deludente, farsesca, davvero troppo sensibile ai capricci del caso e costituzionalmente abitata dai germi dell’errore (rivelato dalla casualità delle cose). Ecco allora vari esorcisimi, vari escamotage per osservarla, per studiarla, e per darne severa testimonianza in un edificio letterario composito e diversificato, ma sorretto dalla struttura portante di uno sguardo disarmato sino alla rassegnazione e sincero sino alla spietatezza. Figlio di un tempo tutt’altro che accomodante, e reduce (perpetuamente, verrebbe da dire) da un vissuto certo non facile, Flaiano è come avvolto da un alone di sradicamento e orfanezza, dal sudario di una solitudine “formalizzata” in una scrittura sempre uguale e diversa da se stessa, e in effetti incapace, o meglio, impossibilitata a pronunciarsi in una direzione assolutoria e men che meno consolatoria riguardo quel che riscontra, implica o “inventa”. Ogni scrittura è in fondo sintomo di una maledizione, di una malattia, di un morbo, il riscatto che si paga per la colpa inespiabile del comprendere e del sentire: Flaiano non ha potuto giovarsi di nessuna oscurità, di nessuna notte che lo nascondesse a se stesso, e l’autenticità della sua esperienza letteraria sta proprio nell’assenza di alibi ed elusioni. In Flaiano tutto sembra discendere dalla coscienza di un’asimmetria originaria e insormontabile: come se, da un lato, lo scrittore pescarese avesse ben chiara un’idea, un modello astratto, un miraggio di felicità possibile e, dall’altro lato, una sin troppo netta percezione delle effettive possibilità di essere felice che l’uomo, ogni uomo, possiede (e il dislivello sarà tanto più cogente quanto più inemendabile si mostrerà l’incongruenza tra il piano del desiderio e quello della capacità). Vi è dunque un’addizione (che sa di sottrazione) fra le reali possibilità dell’individuo e gli sgambetti che all’individuo il destino riserva, e che si incaricano di indurlo e introdurlo nella regione di quell’errore che ne definisce e conferma l’endemica inettitudine. Il seme teatrale insito nelle dinamiche dell’esistenza si manifesta nel momento in cui va in scena la recita tragicomica del vivere: e se l’errore e il destino (si chiami caso o si chiami fato o in qualsiasi altro modo) vi ricoprono rispettivamente i ruoli di protagonista e regista, l’uomo, costretto nella sua dmensione-gabbia, vi agisce come attore e spettatore a un sol tempo. Dall’intossicazione del vivere, Flaiano ricava una scrittura deliziosamente vulnerata e malinconica: basti pensare al “Diario degli errori” (un libro tanto centrale, Flaiano non poteva che darcelo postumo), che in buona parte è un toccante catalogo di luoghi distrutti e commoventi. Lo scrivere diviene insomma lo specchio non di uno solo, ma di tutti, ed è in quello specchio che si riflette l’immagine dell’uomo per come Flaiano parve sempre vederlo, ossia come un soggetto fondamentalmente non all’altezza della condizione che naturalmente lo accoglie: la vita. Esiste qualcuno che possa negare che la parola di Flaiano, anche laddove paia più temperata dalla satira, non verta intorno a una specie prognosi, o che non graviti sul vario atteggiarsi di una dimensione esposta alla corruttela dell’affanno di esistere? Il riso e il sorriso, laddove non si voglia fare a meno di indugiare sugli aspetti particolari di una ben più sfaccettata e labirintica produzione, sono di per sé una risposta “cattiva”, ustoria, assai poco lenitiva a quel che gli uomini “non” sanno e “non” possono fare ed essere. Tutto questo per dire quest’altro: che Flaiano potrebbe apparire a chi ne scorra l’opera come un autore facile, la qual conclusione sarebbe la più errata e miope tra le possibili. Flaiano è un autore difficile, sfuggente, faticoso: certo generoso e accomodante nell’aprirsi a chicchessia nelle evidenze più palesi e immediate dei suoi testi, ma pieno di interstizi, di golfi nascosti, di giochi di specchi per chi voglia provarsi a costeggiare, o addirittura penetrare, le gole e i cuniculi che si celano negli strati fondativi e fondamentali delle sue carte.
 
 Galaad Edizioni (del 26/02/2010 @ 10:58:02, in News, linkato 495 volte)


di Davide Sapienza

Forse non sanno, i criminali stupratori che hanno sversato petrolio nel fiume Lambro, che probabilmente hanno fatto un favore alla Terra. Il Lambro, per me che sono di Monza, é stato il mio primo fiume. C’era. Era inquinato. Ne stavo alla larga, anche camminandoci a fianco o pedalando lungo le vie di Monza. Lo guardavo con distacco, davo per scontato, da ragazzino, che era così e altro non poteva essere.

Poi sono cresciuto, girando prima con la mia famiglia poi da solo, ho invece capito che la Terra ha modi ben strani per darci la certezza della propria energia. E così in questi giorni ecco emergere il coro unanime di politici impresentabili come i nostri, accanto alle voci che loro stessi hanno silenziato per anni – voci che però hanno invece lavorato duramente (ad esempio Gli Amici del Lambro, www.portaledellambro.org).

Ecco, la Terra é anche spiritosa: unisce gente senza speranza che ha massacrato la Lombardia e il suo straordinario ambiente naturale, a migliaia di cittadini sinceri, disinteressati, che hanno donato parte delle loro energie e il loro tempo, per continuare a tener viva la voce dei fiumi presso queste istituzioni colpevolmente sorde.

Ma bene così. Io sono contento: c’è in atto una reazione (anche qui in provincia di Bergamo, é stata annunciata una grossa azione di ripulitura dei fiumi proprio oggi) e questa reazione ha trovato un catalizzatore in questo disastroso evento.

La Natura Madre é energia, la sua parte esteriore, quella a noi visibile, é semplicemente forma dell’immensa energia che essa é e che genera di continuo. Lei, stanca e infuriata, ha mosso le mani di questi criminali, disposta a farsi del male nel breve periodo, per ottenre qualcosa di grande nel lungo periodo: il risveglio della Specie più pericolosa che abita il Pianeta Terra. Gli Umani. Ecco dunque il Fiume. Una scelta chiara: il fiume scorre, il fiume é energia, il fiume si rigenera. Noi siamo tristi e feriti davanti a questo fatto, perché misuriamo tutto in tempi umani.

Lei, Madre Terra, ci sta dando un’altra opportunità: e i migliori della Specie, sono già al lavoro assieme ai Peggiori, i politici che per decenni si sono disinteressati della Madre, Forse, qualcuno, aprirà gli occhi e qualche politica ambientale corrotta e contro natura, cambierà.
 
 Galaad Edizioni (del 29/01/2010 @ 14:30:52, in News, linkato 425 volte)


di Davide Sapienza

Le strategie inventate dal Canada
E' nelle foreste il laboratorio della rivoluzione dell’industria cardine del Canada, quella del legname. Oggi vale il 3% del pil e, dei 403 milioni di ettari coperti da alberi, 370 sono di proprietà demaniale: questi dati si traducono in forti entrate per lo Stato grazie alle concessioni, mada oltre due anni è esplosa la crisi più grave da molti decenni. Mario Gibeault, direttore dell'ente per lo sviluppo forestale del Quebéc, la inquadra così: «C’è stato un crollo superiore al 20% ed è frutto di una “tempesta perfetta”. Il dollaro canadese ha raggiunto quello americano, i prezzi sui mercati internazionali sono stati stravolti e si è abbattuta una pandemia di parassiti. Così il Paese è stato costretto a ripensare l'uso delle foreste». Ma questi problemi - aggiunge - «rappresentano anche un’opportunità per trasformare la nostra economia e indirizzarla verso una vera sostenibilità». E’ un cambio di prospettiva che, secondo il biologo Damine Coté, «deve tenere conto dei “disturbi naturali”». Nel British Columbia il «disturbo » si chiama «mountain pine beetle»: qui il parassita dilaga e si è spostato anche all’Alberta, facendo assumere all’emergenza i contorni di un monito della natura. Nei prossimi anni - è la previsione - moriranno tre quarti dei pini e la devastazione sembra non avere fine. Mentre le industrie si danno da fare per tagliare gli alberi colpiti entro il primo anno dall'attacco, si studiano nuovi materiali per sfruttare il legno «malato»: per esempio un tipo di cemento leggero, che lo utilizza nella miscela e che è stato brevettato dall'Università del Northern British Columbia. Qui il legno coinvolge il 15% delle attività produttive e 60 milioni di ettari su 95 del territorio sono ricoperti da foreste, ma 8 milioni, già colpiti dal «pine beetle», richiedono misure drastiche. «Il dramma dei parassiti non sarà di facile soluzione e per questo cerchiamo di orientarci verso un’economia verde, basata sull'uso del legno, anche nell'edilizia pubblica. Un esempio è lo “Stadio del ghiaccio” di Richmond, simbolo delle prossime Olimpiadi », sottolinea Roxanne Comeau di «Natural Resources Canada». Per farlo sono state individuate 2 linee-guida: accanto alla conservazione, quella dell’armonizzazione di tutte le attività forestali. Nella provincia del Quebéc - dove si trova un quinto degli alberi del Paese - l'area Saguenay- Lac Saint Jean è un laboratorio a cielo aperto. Basta sorvolarne gli enormi appezzamenti, tra fiumi, laghi e colline fino alle Montagne Bianche, per osservare il susseguirsi vorticoso delle decisioni politiche che hanno segnato la terra in tempi diversi. Le diverse epoche boschive si sono sovrapposte ai tempi dell' uomo, tra appezzamenti distrutti dagli incendi, aree attaccate dai parassiti, zone di rigenerazione e quelle del taglio a raso. A Nord, invece, oltre il parallelo 51, il Canada ha stabilito uno stop: fino a quando gli studi non garantiranno certezze sulla capacità di rigenerazione delle foreste boreali, non sarà possibile alcuna attività. E’ qui l'ultima frontiera del riscatto, la cintura di sicurezza che separa due mondi.

(da La Stampa del 23 dicembre 2009)
 
 Galaad Edizioni (del 06/11/2009 @ 15:02:35, in News, linkato 524 volte)

 
 Galaad Edizioni (del 14/03/2009 @ 08:28:34, in News, linkato 458 volte)
Quando non si conosce un linguaggio, le forme sono importanti per intendersi.
 
 Galaad Edizioni (del 24/12/2008 @ 18:05:57, in News, linkato 467 volte)
 KAOS E KOSMOS
ovvero storia della difficile recensione di “zeropuntozero”

“Non farla a pezzi!” mi chiede Pietro Dell’Acqua, quando gli dico che sto per recensire la sua raccolta di racconti, ma che sceglierò qualche testo in particolare.
“Va bene” gli rispondo. Ma non sono affatto convinta che riuscirò a mantenere la promessa.
Intanto, gli dico anche che leggere la sua raccolta zeropuntozero mi ha influenzato nello scrivere, perché anche io, che di solito conservo la tradizionale concinnitas del periodare latino, ho ultimamente risentito dello straordinario effetto deformante che Pietro esercita sulla lingua italiana. E anch’io, da un po’ di tempo in qua, tendo a deformare le mie frasi.
Ho anche rivoluzionato il mio metodo di lettura.
Solitamente leggo d’un fiato. Questa volta ho “fatto a pezzi” la lettura della raccolta, e non solo perché ci ho impiegato vari giorni, ma perché ho avuto spesso l’impressione di ricominciare da capo, a seconda del racconto intrapreso, a seconda del genere che Pietro affronta, a seconda della sperimentazione che mette in campo.
Chiamo in aiuto le mie competenze di insegnante di letteratura italiana.
Vediamo, vediamo, vediamo… ecco, per esempio certi racconti di Pietro risentono della lezione futurista e del paroliberismo! Addirittura dei calligrammi di Apollinaire: quando il poeta francese scrive Il pleut, lo fa sottoforma di gocce di pioggia, proprio come sembrano fiocchi di neve natalizi (o manifesti pubblicitari delle feste) i quadrotti e i rettangoli di parole del racconto sul Natale che apre la raccolta (La cruna del lago). Una bellissima e moderna parabola, con un Gesù Bambino che rimane tra gli esclusi, come fu nella realtà di allora e come è in quella di oggi, se per un attimo pensiamo all’accoglienza che sappiamo riservare agli stranieri.
Ci trovo un po’ del mio autore preferito, Michel Houellebecq, nei racconti di Pietro, per il cinismo, la lucida freddezza, il clima da deserto metropolitano, l’alienazione dei tempi moderni, l’esplosione del kaos e l’approdo – in certi momenti – al kosmos, all’ordine universale dopo il passaggio di meteore, stelle cadenti, navicelle spaziali e razzi interstellari.
Poi ci ho visto Carlo Emilio Gadda, col suo Pasticciaccio e le storie dilatate all’infinito, che esplodono tra le mani dell’autore che le sta scrivendo; ho ritrovato lo stream of consciousness di Joyce, con il flusso libero di pensieri, parole, digressioni e sospensioni; ho incontrato Lo straniero di Camus, cinico e indifferente al mondo che è – di rimando – cinico e indifferente all’uomo; ho visto Petronio e il suo Satyricon, con le mille peripezie dei suoi personaggi, che fanno il verso agli eroi dell’epica, che fornicano, scambiano coppie, mutano in continuazione luoghi e situazioni.
Oggi sono arrivata in fondo alla raccolta, non smettendo un attimo di sorprendermi per le intelligenti trovate di Pietro e di prendermela con lui per la fatica che richiede al suo lettore.
La nostra bibliotecaria dice sempre che è buon segno, quando un libro suscita reazioni opposte nei lettori.
Penso che questo valga – e a maggior ragione – per un libro che suscita reazioni opposte nel singolo lettore!
È il libro che mi ha “fatto a pezzi”. KAOS e KOSMOS.

Professoressa Rita Gaviraghi
Membro del Circolo Letterario “Quelli che il Venerdì…”
Casorate Sempione (Varese)
 
 Galaad Edizioni (del 18/11/2008 @ 20:26:19, in News, linkato 526 volte)

Data di nascita: 18 novembre 1928
 
Pagine: 1 2 3
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(Storia di una fattoria africana, Olive Schreiner)

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(Jane Eyre, Charlotte Bronte) 

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