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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 09/07/2011 @ 19:39:00, in Nuvole, linkato 382 volte)


di Simone Gambacorta

(Zucchero a velo) Flaiano insegna che schivare la verbosità è un buon modo per puntare la lente d’ingrandimento sul formicaio e per osservare la commedia degli errori e degli orrori di ogni giorno. «La prostituzuione ci interessa perché è la nostra condizione, il delitto perché è la nostra aspirazione». Soffiare via lo zucchero a velo del sorriso e scoprire la punta di vetro della verità. Dov’è la complessità di Flaiano? Nel punto di intersezione tra un meridiano drammatico e un paralleo esistenziale.

(Miele e fiele) Dal miele delle dolce vita, Flaiano distilla il fiele di un’Italia cialtrona e vitellona che corre a braccia aperte incontro al degrado. Dove sta scritto? In pensieri, aforismi, epigrammi, massime. Il tempo del benessere è anche il tempo del malessere. Il “cafonal” non è una novità di oggi. Ma attenzione a non ingozzarsi delle caramelle che Flaiano offre sottoforma di note e appunti, si rischia l’intossicazione. Il retrogusto rivela il veleno di un vuoto valoriale e culturale che non ha fatto che crescere. L’intelligenza della penna mette sottovetro la scemenza e diventa intelligenza dell’italianità.

(Volgarità) Il moralismo di Flaiano non è predicatorio e nemmeno bacchettone ed esiste nella misura in cui coglie la volgarità. Di più: mantiene la propria promessa e premessa etica con la sua durata. Che cos’è che garantisce questa durata? Uno stile lieve che punge le cose quanto basta per “dirle”: quello di Flaiano è un colpo d’occhio sempreverde che coglie i vizi e impallina modelli comportamentali che si ripetono come in un paradigma antropologico.

(Dispetto) Flaiano è uno scrittore dispettoso. Per due motivi. Primo, il rinascere in sé postumo: dopo la sua scomparsa ha continuato a parlare con tanti libri (più di quanti ne avesse pubblicati in vita) ricavati dalle sue “infinite” carte di poligrafo. Secondo, il tranello della scrittura: nella sue parole c’è una trappola che scatta a sorpresa e costringe il lettore a una modificazione di sguardo verso le abrasioni di una verità.

(Televisione) Flaiano usato e abusato perché citato ai limiti dell’inflazione e letto sotto i limiti della decenza. Lo prova la popolarità di una sua battuta: «Fra 30 anni l'Italia sarà non come l'avranno fatta i governi, ma come l'avrà fatta la televisione». Verissimo, ma anche i governi, oggi, sono come li fa la televisione. Il Marziano di passaggio a Roma aveva la vista lunga.

(Domanda) E se tutto quel che Flaiano ha scritto fosse un unico “testo”? Se fosse un’unica grande metafora dell’impossibilità di scrivere una “parola” compiuta? Se le opere definite e chiuse (“Tempo di uccidere”) fossero “errori” di percorso di cui menar rammarico piuttosto che vanto? Se fossero un’allusione al fatto che il destino non è mai come lo si vuole?

(Auden) Nella prefazione a “La verità, vi prego, sull’amore”, Iosif Brodskij, tra le altre cose, delle poesie di Auden dice questo: «Profondamente tragiche come sono, rimangono anche straordinariamente divertenti, perché la loro ironia è un risultato della desolazione». Se esportato, sia pure con qualche licenza, questo pensiero può dire molto anche su tante pagine di Flaiano.

(Covacich) Mauro Covacich ritiene «che uno scrittore trasmetta il proprio luogo anche quando scrive di tutt’altro. È così, non puoi farci niente, è l’accento della sua scrittura, l’accento del suo sguardo». In un’intervista rilasciata a Giuseppe Rosato, Flaiano confessa: «Io non scrivo dell’Abruzzo, ma scrivo da abruzzese. Ciò che io capisco del mondo, lo capisco da abruzzese». In una lettera a Pasquale Scarpitti, afferma: «Adesso che mi ci fai pensare, mi domando anch’io che cosa ho conservato di abruzzese e debbo dire, ahimè, tutto».

(D’Annunzio) Nell’ “Avvertimento” al “Il libro segreto”, Angelo Cocles, alter ego di D’Annunzio, dice del personaggio-Vate: «Mi parve ch’ei fosse inteso a dominare una perplessità simile quasi all’angoscia». Dall’Imaginifico al Satiro, dall’Arcitaliano all’antitaliano: desolato e disarmato, nello sguardo di Flaiano rintocca spesso la perplessità: del mondo, degli uomini, di quel che gli uomini combinano nel mondo. Anche nella sue pagine c’è «una perplessità simile quasi all’angoscia».

(Garboli) Garboli su “La spirale tentatively”: «Un immenso sospiro di liberazione, una confessione e un testamento. Difficile entrare nella sinuosa e ansimante narratività di quei versi senza un triste sospetto. Il sospetto che essi siano stati scritti per un fatale bisogno di verità e, in qualche modo, nella misteriosa certezza che essi sarebbero stati pubblicati postumi». Nella “Spirale” trova enunciazione il dna più vero della scrittura di Flaiano.

(Milano) Dal diario “Note in margine a una vita assente” di Paolo Milano: «La tentazione a cui cedo giornalmente, di annerire qualche riga del mio taccuino, è malsana. È uno sfogo febbroso, che mira via via a scontare gli eventi appena accaduti, a cancellarne quasi il ricordo medesimo, appunto, col fissarlo: insomma, a distruggere l’attenzione del vivere, recriminando il mal vissuto». Ecco una nuova opportunità di riflessione su Flaiano. Ma che cosa voleva dire davvero Flaiano quando diceva «io scrivo per essere escluso»?

(Vittorini) Nel “Diario in pubblico” di Elio Vittorini, a proposito della pittura di Filippo De Pisis si legge questo: «De Pisis sa regalare ai disattenti l’illusione della superficialità». Anche Flaiano, da par suo, è bravo a fare questo regalo a chi ne legga le pagine. Ma si tratta di un regalo finto, di un’illusione, appunto: il giro di frase di Flaiano trova il proprio compimento nell’equilibrio tra il “voler dire” e il “dire”: un equilibrio che c’è e che ne rende la scrittura agile e sgrassata. Se De Pisis sfiora «appena la tela col suo pennello che “tira via”» e «riesce sempre ad esprimere l’intima vitalità delle cose», così Flaiano sfiora i fogli con la propria penna e riesce sempre ad esprimere l’intima verità delle cose.
 
 Galaad Edizioni (del 12/10/2010 @ 20:51:00, in Nuvole, linkato 349 volte)

Piccoli uccelli volarono via ora, strillando, sull'abisso ancora aperto; un tetro frangente bianco si sbattè contro gli orli in pendio; poi tutto ricadde, e il gran sudario del mare tornò a stendersi come si stendeva cinquemila anni fa.

(Herman Melville, Moby Dick, Adelphi 1987, traduzione di Cesare Pavese)

 
 Galaad Edizioni (del 28/09/2010 @ 11:46:35, in Nuvole, linkato 389 volte)

Col tempo, sviluppai il mio sistema a due teste. Il davanti della mia testa lo usavo con le altre persone in casa, il dietro lo utilizzavo quando mi trovavo da solo. Mia madre viveva nel dietro della mia testa, ma non nel davanti; divenni esperto nel muovermi avanti e indietro e viceversa, la qual cosa sembrò facilitarmi la vita. Il dietro era la parte reale della mia vita, ma per tenere fresco e sano quanto vi albergava dovevo avere un davanti che lo proteggesse, come i pomodori in una serra. Così, quando ero da basso, parlavo e mangiavo e mi muovevo, e ai loro occhi ero io, ma solo io sapevo che “io” non ero lì: quello che loro vedevano era solo la serra; io ero dietro, dove viveva Spider, davanti c’era Dennis.
(Patrick McGrath, Spider, traduzione di Alberto Cristofori, Bompiani 2004)
 
 Galaad Edizioni (del 25/08/2010 @ 18:18:26, in Nuvole, linkato 301 volte)


(Monet, The Sea at Fecamp, 1881)

Due naufraghi, all'albero abbracciati,
resistettero fino al nuovo giorno,
quand'uno sorridente si volse verso terra -
Che fu, mio Dio, dell'altro!

Rare navi passando
un volto scorsero
dalle acque portato -
gli occhi ancora imploranti nella morte -
e le mani protese alla preghiera -

(Emily Dickinson, Tutte le poesie, a cura di Marisa Bulgheroni, Mondadori, 1997)

 
 Galaad Edizioni (del 01/06/2010 @ 09:51:52, in Nuvole, linkato 339 volte)

Per uno scrittore, la vista delle bozze corrette del proprio libro è traumatica: dopo tanti mesi sembra di leggere il libro di qualcun altro. Prima ti viene la curiosità di vedere che cosa hai scritto. Poi quella di vedere che cosa hanno scritto gli altri. Quindi ti arrabbi, ti mortifichi, e poi ti arrabbi di nuovo. Alla fine ti stendi sul letto per un paio d'ore, a macerarti. Conclusa la sequenza, ci si mette a lavorare.

(Paul Collins, Al paese dei libri, traduzione di R.Serrai, Adelphi, 2010)
 
 Galaad Edizioni (del 01/03/2010 @ 21:13:49, in Nuvole, linkato 404 volte)

di Roberto Michilli

L’oggetto, che taluno chiama anche “graffa”, “clip” o “attàche”, è costruito con lucente filo metallico (zinco-cromo?), opportunamente sagomato. La sua forma potrebbe ricordare una casa alta e stretta, col tetto a capanna, avente sulla facciata una porta aperta che ripete il disegno della copertura; oppure due case viste in prospettiva, la più bassa davanti; o, ancora, una successione di due montagne, dai ripidi, precipiti fianchi; oppure, più modestamente, una doppia punta di lancia o di freccia. Il tatto racconta di due vuoti, uno più vasto dell’altro, incorniciati, delimitati e forse protetti da un confine sottile, liscio e duro, per lungo tratto doppio come un binario ravvicinato; due asperità laterali minacciano dolore; all’inizio dell’esame, l’oggetto era freddo e scostante, poi ha rubato calore dalle dita che lo sostenevano, e s’è fatto tiepido, gentile, gradevole da maneggiare. All’odorato si apprezza un lievissimo sentore di metallo. Se lo si tiene in bocca, anche la lingua è portata a seguire le cornici e a individuare due spazi, uno più esteso prima, un altro più breve dopo; tenutovi sopra per qualche secondo, l’oggetto stimola la produzione di saliva; dopo averlo tolto, persiste a lungo sull’organo del gusto il suo ricordo, somatizzato in un senso di fresco pizzicore. Non emette suoni: accostato all’orecchio e sollecitato con l’unghia rimane sordo. È raro che se ne stia da solo; quando ancora vive nella scatola di cartone verde, ha la compagnia dei suoi numerosi fratelli; si assomigliano tanto, che è difficile se non del tutto impossibile distinguerli l’uno dall’altro; anche quando esce allo scoperto e attende in ciotole, posacenere e contenitori d’ogni tipo d’essere chiamato a svolgere la sua funzione è quasi sempre insieme ad altri, anche se stavolta è improbabile che i suoi colleghi siano tutti della sua stessa marca, forma e misura; è molto frequente, infatti, in queste oasi tranquille, la pacifica convivenza di individui aventi dimensioni o forme diverse oppure costruiti in altri materiali; sono stati ad esempio osservati esemplari in cui il filo di metallo è rivestito da una guaina di materiale plastico in diversi colori, così come in altri il filo è dorato, sì da farli apparire simili a gioielli, il cui uso è, con ogni probabilità, riservato ad occasioni particolari. Il fatto che esistono individui aventi identica forma e dissimili solo nelle dimensioni, potrebbe indurre a ipotizzare una forma di vita silente, nei nostri oggetti, che li porta a evolvere nel tempo, facendoli crescere e sviluppare; non appare peregrino, in questa ottica, postulare anche una loro nascita e una successiva estinzione. Per quanto azzardata, rientrerebbe nell’orizzonte del possibile anche l’eventualità che quest’oggetto lucente abbia una sua vita sessuale. La sua vocazione è riunire; è un pastore: odia le cose sparse, discinte, sfrangiate; è per l’ordine, la vicinanza, la comunione. Trattiene, ma senza imprigionare: è sempre disposto a cedere ciò che ha, se lo si tratta con gentilezza. L’esercizio delle sue funzioni è reso possibile dalla naturale elasticità del metallo, esaltata dalla trafilatura e dalla successiva costrizione nella forma. Le due punte di freccia, infatti, possono essere scostate per un apprezzabile tratto senza che l’oggetto perda la sua integrità; tende invece a ricomporre la fattezza originaria, opponendo una forza fatta di pura essenza formale alla trazione, pronto a rientrare nella idea di se stesso. Tale elasticità gli permette di stringere tra le frecce, e ivi di trattenerli, fogli d’ogni tipo, così come fotografie, assegni, banconote e biglietti. Quando esegue i suoi compiti, il fermaglio cambia aspetto. Le frecce, infatti, si dividono, separate dai fogli interposti; gli spazi all’interno delle cornici non sono più vuoti, ora, ma racchiudono un’area che ha il colore e la consistenza del foglio fermato, più vasta da un lato, meno dall’altra. Un tempo, capitava di frequente che individui della specie avessero la possibilità di viaggiare per lavoro. Racchiusi, insieme ai fogli trattenuti, in appositi involucri, venivano spediti un po’ dovunque, finanche all’estero o in paesi esotici. L’avvento di macchine automatiche per lo smistamento della corrispondenza, ha fatto sì che le amministrazioni preposte decidessero di sconsigliare l’uso dei nostri oggetti, perché il loro spessore e la loro durezza metallica avrebbero potuto creare nocumento alle veloci ma delicate apparecchiature. Non è raro che alcuni soggetti vengano distolti dalla loro funzione originaria per essere utilizzati in altri modi; non sono pochi, infatti, quelli che amano giocherellare con essi, disperdendo in tal modo ansie e tensioni; va comunque rilevato che quasi sempre tali manipolazioni si concludono con la distruzione dell’oggetto, o almeno con la dissoluzione della sua forma originaria, peraltro unica artefice e insieme garanzia della sua funzione. In alcuni casi, però, tali manovre non sono il frutto di una incosciente proiezione sull’oggetto di nostri stati emozionali, quanto una cosciente ricerca di nuove forme, ergo di nuove funzioni, utilità altre in rinnovate epifanie. Se infatti si tiene ferma tra pollice e indice della mano destra la punta più lunga, e contemporaneamente si inserisce l’unghia del pollice sinistro sotto la punta interna; se a questo punto si applica una trazione sufficiente a sollevare quest’ultima di circa un centimetro, senza preoccuparsi se all’inizio dell’operazione la punta tenuta nella destra tenderà a incastrarsi anch’essa sotto l’unghia, ma anzi assecondando tale slittamento; se si inseriscono adesso le punte dei due pollici nello spazio così creato per vincere la naturale elasticità del metallo e allargarle fino a formare un angolo di 180°, ci si ritroverà in mano un gancio a forma di “esse” allungata, stato intermedio della metamorfosi, già in sé utile per molti usi. Se avendo come punto di partenza il gancio a forma di “esse” allungata ottenuto con la manovra sopra descritta, si impugna ora la punta più grande, stringendola saldamente tra la prima falange del pollice e la seconda dell’indice della mano destra, e si inserisce la punta del pollice sinistro all’interno della freccia più piccola, con la punta dell’indice posata sull’estremità sinistra della stessa, basterà spingere in alto col pollice sinistro, facendo perno sull’indice della stessa mano, per sollevare il bordino metallico e distenderlo del tutto; si potrà rifinire il lavoro con alcuni tocchi di pollice e indice sinistri operanti in amichevole collaborazione. Avremo così ottenuto un punteruolo munito di manico, con una lama lunga mm 40, di rara utilità per dovizia di usi, spazianti dal nettapipe all’arnese da scasso. Si potrà, volendo, ripetere in seguito la manovra anche dal lato della punta più lunga, ora manico del punteruolo. In questo caso, ci si ritroverà, ad operazione eseguita, ad avere in mano un gradino metallico di 7 mm, con due bracci di lunghezza diseguale ai lati; quello già noto di mm 40 e un altro di mm 60. Se si stringono ora i due bracci metallici tra le punte di pollice e indice di ciascuna mano, si otterrà una specie di manovella, che può essere fatta ruotare nei momenti di inazione al posto dei pollici. Resta ora da compiere l’ultimo passo; le manovre occorrenti richiedono all’operatore forza e perizia: il ferro, che s’è mostrato sempre accondiscendente alle operazioni finora eseguite, resisterà, infatti, a quest’ultima, definitiva metamorfosi, e sarà praticamente impossibile ottenere un risultato perfetto. Procederemo dunque a raddrizzare anche il gradino. Nella fase intermedia, ci ritroveremo per le mani una grande lettera “L” maiuscola, per la quale possono essere di certo trovati utili usi. Alla fine, torneremo all’origine, come è giusto e bello che accada, e avremo davanti un filo metallico di lucente color argento, del diametro di mm 1 e della lunghezza di mm 105.
 
 Galaad Edizioni (del 10/12/2009 @ 09:50:49, in Nuvole, linkato 434 volte)

Perché è questo lo scopo della storia: far sì che un uomo veda la cosa che ha davanti agli occhi mostrandogliene un'altra.
(Paul Auster, L'invenzione della solitudine)
 
 Galaad Edizioni (del 25/11/2009 @ 23:28:44, in Nuvole, linkato 419 volte)

Io sono bella, io sono bella. Gli uccelli nell’aria, le falene sotto le foglie, le mosche sull’acqua mi guardano. Io sono giovane: consideratemi, montagne; consideratemi, foreste periture, perché il mio corpo continuerà a brillare come le bianche acque quando sarete state spazzate via. Voi e tutta la razza degli uomini, e la razza delle bestie, e la razza dei pesci, e la razza alata cadrete come una candela che sta per essere divorata dalla fiamma. Ma io rido, perché sono nella mia giovinezza.

(da: Red Hanrahan, W.B. Yeats, traduzione di G.Sardelli, Galaad Edizioni, 2009)
 
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(Storia di una fattoria africana, Olive Schreiner)

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(Jane Eyre, Charlotte Bronte) 

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