Galaad Edizioni (clicca qui per tornare al sito)

"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 15/09/2008 @ 21:23:53, in Nuvole, linkato 396 volte)

Il mio cuore è una buia foresta.
La parte di me stesso che conosco
non è più grande di una piccola radura,
in questa grande foresta.
Ci sono degli dei, degli strani dei
che escono dalla foresta
e vengono nella mia radura.

Poi tornano indietro, a nascondersi.

(D. H. Lawrence da Studies in Classic American Literature)


 
 Galaad Edizioni (del 12/09/2008 @ 18:41:13, in Nuvole, linkato 330 volte)

Quando passeggio per le vie del centro mi sorprendo a guardare la mia immagine riflessa sulle vetrine dei negozi. Allora mi sforzo, aguzzo la vista per tentare di capire quale sfumatura abbiano i miei capelli o i miei occhi e quando penso di aver compreso, m’imbatto nel mio riflesso in un’altra vetrina e mi vedo diversa. Devo ricominciare tutto da capo.

(Gregory Milton, L'ultima notte, Galaad Edizioni, 2007)

 
 Galaad Edizioni (del 11/09/2008 @ 21:01:05, in Nuvole, linkato 311 volte)

Reperì decisione sufficiente per scaraventare le coperte lontano e mettere i piedi fuori dal letto. Verso il bagno, verso biancheria e vestiario, sempre la stessa faccia nello specchio, la stessa faccia stropicciata che nulla aveva a che fare con lui, pensava Otto. Ultimate le operazioni di lavaggio e incravattatura del fantoccio in cui si sentiva imprigionato uscì di casa. Ma che aspetto sconcertante ha, pensava del sé dentro lo specchio. Rifiutando di riconoscersi scendeva le scale del palazzo.

(Pietro Dell'Acqua, Zeropuntozero, Galaad Edizioni, 2008)

 
 Galaad Edizioni (del 02/09/2008 @ 21:56:02, in Nuvole, linkato 329 volte)

Conosceva tutti i tipi di carta in qualunque stadio, dal fradicio al più secco. La carta di giornale bagnata diventava appena traslucida. Gli si appiccicava a un piede o alla mano, ma, invece di strapparsi, si sbrindellava lentamente in un modo che gli riusciva piuttosto ripugnante.
Se si era proprio inzuppata nel mare, Boomer poteva usarla per farne palle o oggetti di altre forme. Un paio di volte, quando era ubriaco (di solito arrivava al lavoro in quelle condizioni parecchie volte alla settimana), aveva tentato di modellarla alla bell’e meglio. Ma non appena i busti e gli animali che creava si seccavano, bruciava anche quelli.
La carta di giornale ingialliva in fretta, anche dopo un solo giorno di esposizione alla luce. A volte Boomer trovava un quotidiano di due giorni prima che qualcuno aveva sbadatamente lasciato a terra, mezzo piegato e mezzo accartocciato. Sollevandolo alla luce della lanterna, Boomer, ancora prima di guerre e omicidi, notava l’alone giallo agli angoli delle pagine bianche, e il contrasto fra quelle esterne e quelle interne. I giornali molto vecchi diventavano quasi del colore della sabbia.

(Elizabeth Bishop, Il mare e la sua sponda, traduzione di Monica Pavani, Adelphi, 2006)


 
 Galaad Edizioni (del 31/08/2008 @ 18:42:24, in Nuvole, linkato 408 volte)

“Amico mio, benvenuto nei Carpazi. Vi attendo con ansia. Dormite bene questa notte. La corriera per la Bucovina partirà domani alle tre del pomeriggio; vi è stato riservato un posto. Al Passo Borgo vi aspetterà la mia carrozza per portarvi a me. Confido che il viaggio da Londra sia stato felice e che apprezzerete il soggiorno nella mia bella terra.
Il vostro amico
                                                                                                            Dracula.”

(Bram Stoker, Dracula, traduzione di Rossella Bernascone, La biblioteca di Repubblica, 2004)


 
 Galaad Edizioni (del 28/08/2008 @ 19:56:19, in Nuvole, linkato 471 volte)

“Su, Daniel, vestiti. Voglio mostrarti una cosa” disse.
“Adesso, alle cinque del mattino?”
“Ci sono cose che si possono vedere solo al buio” rispose, sfoderando un sorriso enigmatico che doveva aver preso in prestito da un romanzo di Dumas.
(…)
“Daniel, quello che vedrai oggi non devi raccontarlo a nessuno. Neppure al tuo amico Tomas. A nessuno.”
Ci aprì un ometto con la faccia da uccello rapace e i capelli d’argento. Il suo sguardo si posò su di me, impenetrabile.
“Buongiorno, Isaac. Questo è mio figlio Daniel” disse mio padre. “Presto compirà undici anni, e un giorno manderà avanti il negozio. Ha l’età giusta per conoscere questo posto.”

(Carlos Ruis Zafon, L’ombra del vento, traduzione di Lia Sezzi, Mondadori, 2004)
 
 Galaad Edizioni (del 26/08/2008 @ 20:00:00, in Nuvole, linkato 413 volte)

Quand’ero bambina, mi mostravano spesso un disegno – un disegno animato in un certo senso: tracciandolo sotto i miei occhi, raccontavano anche una fiaba, che diceva così:
Un uomo viveva in una casupola tonda con una finestra tonda e un giardinetto a triangolo. Non lontano da quella casupola c’era uno stagno pieno di pesci. Una notte l’uomo fu svegliato da un rumore tremendo e uscì di casa per vedere cosa fosse accaduto. E nel buio si diresse subito verso lo stagno.
A questo punto il narratore cominciava a disegnare la pianta delle strade percorse dall’uomo come si fa quando si indicano sulla carta gli spostamenti di un esercito.
Prima l’uomo corse verso sud, ma inciampò in un gran pietrone nel mezzo della strada; poi, dopo pochi passi, cadde in un fosso; si levò; cadde in un altro fosso, si levò, cadde in un terzo fosso e per la terza volta si rimise in piedi.
Allora capì di essersi sbagliato e rifece di corsa la strada verso nord. Ma ecco che gli parve di nuovo di sentire il rumore a sud e si buttò a correre in quella direzione. Prima inciampò in un gran pietrone nel bel mezzo della strada, poi dopo pochi passi, cadde in un fosso, si levò, cadde in un altro fosso, si levò, cadde in un terzo fosso e per la terza volta si rimise in piedi. Il rumore, ora lo avvertiva distintamente, proveniva dall’argine dello stagno. Si precipitò e vide che avevano fatto un grande buco, da cui usciva tutta l’acqua insieme con i pesci. Si mise subito al lavoro per tappare la falla, e solo quando ebbe finito se ne tornò a letto.
La mattina dipoi, affacciandosi alla finestrella tonda – il racconto finisce così, in maniera drammatica – che vide? Una cicogna.
Sono contenta che mi abbiano raccontato questa fiaba. Al momento giusto mi sarà d’aiuto. L’avevano imbrogliato, l’ometto, e gli avevano messo tra i piedi tutti quegli ostacoli: “Quanto mi toccherà correre su e giù?” si sarà detto. “Che nottata di disdetta!”. E si sarà chiesto il perché di tante tribolazioni: non lo poteva sapere davvero che quel perché era una cicogna. Ma con tutto ciò non perse mai di vista il suo proposito, non ci fu verso che cambiasse idea e se ne tornasse a casa, tenne duro fino in fondo. Ed ebbe la sua ricompensa: la mattina dopo vide la cicogna. Che bella risata si dovette fare.
Questo buco dove mi muovo appena, questa fossa buia in cui giaccio, è forse il tallone di un uccello?
Quando il disegno della mia vita sarà completo, vedrò, o altri vedranno, una cicogna?
Infandum, Regina, jubes renovare dolorem.Troia in fiamme, sette anni di esilio, tredici belle navi perdute. E il risultato? “Eleganza insuperabile, imponenza maestosa e tenerezza toccante”.

(Karen Blixen, La mia Africa, traduzione di Lucia Drudy Denby, Feltrinelli 1986)
 
 Galaad Edizioni (del 24/08/2008 @ 18:40:21, in Nuvole, linkato 311 volte)

Quando stava per compiere i tredici anni, mio fratello Jem si ruppe malamente il braccio all'altezza del gomito. (…)
A distanza di un certo numero di anni, talvolta discutevamo gli avvenimenti che avevano provocato quell'incidente. Io sostenevo che tutto era cominciato per colpa di quegli odiosi degli Ewell; lui, invece, che aveva quattro anni più di me, diceva che la cosa era cominciata l'estate in cui era venuto a trovarci il nostro amico Dill, il quale ci aveva dato per primo l'idea di stanare Boo Radley dalla casa che non lasciava da anni. (…)
Dill era di Meridian, nel Mississippi; era venuto a passare l'estate dalla zia, la signorina Rachel. Sua madre aveva presentato la sua fotografia a un concorso di bellezza per bambini a Meridian e aveva vinto cinque dollari. I soldi li aveva dati a Dill, che ci aveva fatto uscire venti biglietti per il cinema.
- Qui non danno film, salvo quelli su Gesù, nella sala del tribunale, qualche volta -  spiegò Jem. - Tu hai mai visto qualche film bello? -
Dill aveva visto Dracula. - Raccontacelo  -  disse Jem.
Dill portava un paio di calzoncini di tela blu abbottonati alla camicia; i capelli, d'un bianco candido parevano calugine d'anatroccolo; aveva un anno più di me ma io al suo confronto parevo un gigante. Mentre ci raccontava la vecchia storia del vampiro, i suoi occhi azzurri s'illuminavano e s'incupivano, e la sua risata era spontanea e allegra. Quando ebbe ridotto Dracula in polvere, domandai a Dill dove fosse suo padre.
- Non ce l'ho. -
- E’ morto?  -
- No...  -
- Ma se non è morto, allora ce l'hai, no?  -
Jem mi ordinò di chiudere il becco, segno inequivocabile che Dill era stato esaminato e giudicato idoneo. Da quel giorno, l'estate trascorse in normali divertimenti. Dill ci si rivelò come un Mago Merlino tascabile, la cui testa brulicava d'idee originali e fantasie balzane. Verso la fine di agosto, avevamo portato a termine le migliorie alla nostra casa aerea, fra i due alberi gemelli di saponaria indiana nel giardinetto sul retro della casa, e fu allora che Dill ci diede l'idea di stanare Boo Radley.
Casa Radley affascinava Dill. Nonostante i nostri avvertimenti, lo attirava come la luna attira la marea; però non lo attirava oltre il lampione dell'angolo, a rispettosa distanza dal cancello dei Radley. Lì, Dill si fermava, col braccio attorno al grosso palo, gli occhi fissi e trasognati. (…)
Quanto più gli parlavamo dei Radley, tanto più Dill ne voleva sapere. - Chissà cosa fa là dentro -  mormorava. - Mi sa che quello non si fida nemmeno di metter il naso fuori della porta. -
Disse Jem; - Quand'è buio pesto, esce, eccome! La signorina Stephanie Crawford ha detto che una volta s'è svegliata e l'ha visto che la spiava dalla finestra. L'hai mai sentito di notte, Dill? Cammina così  - . E Jem trascinava i piedi sulla ghiaia.
- Una notte, poi, l'ho sentito grattare alla persiana.  -
- Chissà che faccia ha -  si domandò Dill.
Jem gliene fece un ritratto discreto. Boo era alto due metri, a giudicare dalle impronte; si nutriva di gatti e scoiattoli crudi; aveva i denti gialli, gli occhi fuori dell'orbita.
- Cerchiamo di farlo venir fuori  -  propose Dill.


(Il buio oltre la siepe, Harper Lee, traduzione di A. D'Agostino Schanzer, Feltrinelli, 2002)
 

 
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