"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
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Bimbo, ti vedo, bimbo, t'ho trovato, Nella calma quiete circondato, Bimbo ti vedo, t'osservo bambino, La mamma tua dolce t'è vicino, Bimbo, ti conosco! E non più bambino ti discerno, Poeta adesso, e in eterno. (John Keats, da "Della notte è questa l'ora stregata", traduzione di Silvano Sabbadini) |
26ago
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Tempo. Newton visualizzava il tempo come una freccia in volo verso il suo bersaglio. Einstein interpretava il tempo come un fiume che avanza, impetuoso, diretto, ma anche arcuato, curvo, talvolta sotterraneo, qualcosa che non finisce ma si riversa in un mare più grande. Un fiume non può scorrere controcorrente, ma può scorrere in cerchi; gorghi e mulinelli ne spezzano regolarmente il moto propulsivo. Il corso del fiume è balzano, c’è un’alta possibilità di correnti incrociate, una smagliatura nel tempo che ci fa tornare senza preavviso in luogo che credevamo di avere attraversato molto tempo prima. Qualsiasi persona a cui capiti una cosa simile si aggrappa fedelmente all’orologio; l’ora scorrerà via, passeremo sicuramente oltre. Poi scopriamo che l’orologio non è né una zattera né un salvagente. L’illusione orologiera del progresso cola a picco. Il passato procede insieme a noi, come una rete a traino carica di pesci. Lo rimorchiamo giù per il fiume, persone e cose, emozioni, abitanti del tempo, non li abbiamo lasciati a riva chissà quando, stanno ancora nuotando vicino a noi. Un calcio nella corrente ci fa rigirare, restiamo catturati di colpo nella rete da noi costruita, l’accumulo di una vita appena al di sotto della superficie. Cos’erano quelle storie di città sul fondale di un fiume? Regni perduti visibili come un supplizio di Tantalo quando le acque sono ferme? È risaputo che le sirene attraversano baluginando il mare buio per risalire a nuoto il fiume come salmoni. L’inconscio, a quanto pare, non intende mollare il suo bottino. Il passato viene con noi e talvolta rapisce il presente, così che le distinzioni su cui contiamo per la nostra sicurezza, per la nostra salute mentale, scompaiono. Passato. Presente. Futuro. Quando questo avviene non siamo più certi di sapere chi siamo, o forse non possiamo più fingerci certi di sapere chi siamo.
(Simmetrie amorose, Jeanette Winterson, traduzione di Pia Pera, Mondadori, 1997) |
21lug
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Un aguzzino può tagliare il naso a un uomo; ma se l'uomo ha la possibilità di generare, suo figlio nascerà col naso. La stessa cosa avviene con l'istinto: un nucleo di istinto immutabile nell'uomo fa sì che chi fa il lavaggio del cervello debba ricominciare il suo lavoro di manipolazione sempre da capo, con ogni individuo e ogni generazione; alla fine, diventa un lavoro molto faticoso.
(Bruce Chatwin, Le vie dei canti, traduzione di Silvia Gariglio, Adelphi, 1988) |
23dic
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“Altri echi
Vivono nel giardino. Li seguiremo? Presto, disse l’uccello, trovàteli, trovàteli.” Quattro quartetti, T.S.Eliot Il prato se ne sta con noi e noi gli siamo sopra scalzi o con adidas consunte. Ho il sole che mi acceca. Isabella corre, la vedo di spalle allontanarsi verso gli altri. La sua forma umana diventa liquida man mano che si allontana da me e si avvicina agli altri che sono nei pressi del fiume. Lì ci sono grossi platani che fanno ombra. Io sono salito sulla sommità della collina per bere alla fonte: un piccolo cannello che sbuca dal terreno. Per bere ti devi abbassare al suolo, spostare l’erba verde e sporcarti le mani di terra fangosa. «Vieni giù» mi chiama Isabella che ha raggiunto gli altri tre. La sua voce mi arriva come un: «Vienigiùvienigiùvienigiù…» Mi bagno il viso. Il sole è inclemente. Li guardo. Assomigliano tanto a una forma di vita che si muove tra gli alberi in sintonia con essi. Quando le cime degli alberi ondeggiano attraversate dal lieve vento, anche loro, i miei amici, ondeggiano. Così che gambe e braccia diventano rami con foglie di nessun colore, solo riflessi di luce. «Arrivo» rispondo e non ce la faccio proprio, non riesco proprio a non sorridere, i muscoli mimici si tendono da soli verso l’alto. Cerco di tenere la bocca chiusa come una linea, lei invece diventa ellisse. Fa tutto per conto suo. Oggi è il nostro ultimo giorno di scuola. Oggi siamo nei pressi del fiume. Li raggiungo planando sul grano giallo. Sono un aeroplano. Un bimotore. Spalanco le braccia. Atterro su di loro. Ci azzuffiamo per scherzo. Capicolliamo al suolo vicino al fango. Mangiamo terra zolle erba. Rami nei capelli, formiche viste da vicino. Urliamo. Noi quattro, scivoliamo nell’acqua. È fredda, poi fresca, infine tiepida e prendiamo a nuotare, sott’acqua, senza respirare, negli anfratti scuri. Il sole rimane in superficie. Le rane gracidano attorno, piccoli insetti danzano a pelo d’acqua, i pesci ci sfiorano, i gamberi sul fondo. Non abbiamo mani ma pinne, non più pelle ma scaglie, branchie al posto dei polmoni. Ci guardiamo, schizziamo di qua e di là, salti fuori dall’acqua, poi ancora verso il fondo, lì dov’è buio. Andiamo controcorrente come salmoni che vanno a morire, ma sorridono e nuotano, sorridono e nuotano, sorridono. |
25giu
![]() (Edoard Manet, Interior in Arcachon, 1871) |
| Durante una delle solite cene a caffè e latte con la Lenormand uscii a dirle che su Parigi era disceso un freddo per me insopportabile fuori di casa, e che avevo intenzione di tornarmene in Italia, non fosse altro per provvedermi di un cappotto e degli abiti invernali.
La vedova aggrottò le sopracciglia. "Bene" - disse - "ve ne volete andare così, da un giorno all'altro? Per tornare sì e no magari in primavera? O forse mai più, se al vostro paese trovereste, come sarebbe giusto, un lavoro e magari una donna da sposare. Dopotutto, avete anche voi una madre che certo vi aspetterà. Andate, andate.". Non seppi cosa rispondere. "Tuttavia" - o meglio toutefois, come aveva l'abitudine di dire ogni tre o quattro parole - "se è solo per il freddo, vi posso venire incontro. Ho in serbo tre o quattro maglie di lana nuove che mio figlio ha abbandonato qui partendo, e se non volete disdegnarlo, anche un cappotto di astrakan nuovo fiammante, anch'esso abbandonato da Maurice, che in quei paesi caldi dell'Estremo Oriente non avrebbe saputo cosa farsene." Si alzò, mi portò le maglie ancora avvolte nelle carte trasparenti della fabbrica e le posò sul tavolo. Andò via un'altra volta e tornò reggendo un pesante cappotto di astrakan grigio che aveva l'aria di non essere stato mai portato o solo qualche volta, se ricordavo bene d'averle sentito dire che suo figlio era partito per l'Indocina nel novembre di due anni prima. A prima vista mi era parso una pelliccia della Lenormand, di breitschwanz o di karakul, ma la donna presentandomela disse che si trattava di un capo di gran valore fatto confezionare da suo figlio prima della partenza presso un grande sarto. "Fu" - disse - "un'idea di Maurice. Voleva un cappotto non con la pelliccia all'interno come si usa comunemente, ma all'esterno. Diceva che in Russia, al tempo degli zar, i signori portavano cappotti di quel tipo lunghi fino ai piedi. Però è un po' lungo… Andrebbe portato con un colbacco dello stello pelo in testa e un paio di stivali ai piedi". Mi vidi, quando avessi indossati quella pelliccia, simile a un Michgele Strogoff o a qualche personaggio di Tolstoi, ma non osai sorridere. Guardai bene il cappotto, che aveva una martingala sopra lo spacco posteriore e un colletto rialzato, come certi pastrani militari dell'epoca napoleonica. Era di colore grigio argento con riflessi quasi azzurri e una fodera di satin bleu all'interno, sulla quale spiccava l'etichetta di un sarto. Al mio paese, con un cappotto simile non sari mai comparso. Ma a Parigi si può portare di tutto, anche un elmo col pennacchio. Nessuno si sarebbe mai voltato a guardarmi per strada." (Piero Chiara, Il cappotto di Astrakan, Mondadori, 1999) |
19gen
| Dunque gli oggetti naturali ci assistono nell'espressione di particolari significati. Ma quale linguaggio straordinario per esprimere informazioni così insignificanti! C'era forse bisogno di creature di razza così nobile, di questa profusione di forme, di questa moltitudine di orbite nel cielo, per fornire all'uomo il dizionario e la grammatica del suo discorso municipale? Mentre ci serviamo di questo grandioso cifrario per il disbrigo delle nostre faccende domestiche, sentiamo che non abbiamo ancora cominciato a usarlo veramente, e che non ne siamo neppure capaci. Siamo come viaggiatori che usano le ceneri di un vulcano per cuocere le uova. Mentre vediamo che è sempre pronto a fornire le parole di quello che vogliamo dire, non possiamo evitare la domanda se i caratteri siano o no significanti di per sé. Le montagne, le onde e i cieli non hanno altro significato di quello che consapevolmente attribuiamo loro quando li usiamo come emblemi del nostro pensiero? Il mondo è emblematico. Parti del discorso possono essere metafore, perché l'intera natura è una metafora della mente umana.
(R. W. Emerson, Natura) |
11dic
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L'erba comincia a verdeggiare nei campi. La mia immaginazione si afferra a questo fatto come a una bottiglia dell'acqua calda, ne è drogata e se ne serve come di uno stupefacente per calmare il cuore e tacitare tutte le mie fonti di inquietudine. Lì il mio futuro è già piantato, e la mia speranza è pronta a germogliare quando fioriranno i ciliegi. (...) Mio caro, mio tesoro, mi senti, nel tuo sonno? (Elizabeth Smart, Sulle fiumane della Grand Central Station mi sono seduta e ho pianto, traduzione di J.Rodolfo Wilcock, SE 2001) |
23nov
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Prima c’è la foresta, e dentro la foresta c’è la radura, e dentro la radura c’è la capanna, e dentro la capanna c’è la madre, e dentro la madre c’è il bambino, e dentro il bambino c’è la montagna. (…) Chiamato dalla città di Basilea per curare un’epidemia di sifilide, Paracelso ne mandò all’altro mondo tanti quanti ne fece tornare. I medievali erano ossessionati dalle interiora, e spesso Paracelso teneva le sue lezioni davanti a un cadavere sezionato. Niente a che vedere con il modello ottocentesco di diagnosi patologica. Era, semmai, una diagnosi cosmologica. Paracelso studiava le Corrispondenze: “Come di sopra, così di sotto”. Lo zodiaco su in cielo è impresso nel corpo. La galassia passa attraverso la pancia. |
![]() (Elohim crea Abramo, William Blake, 1795) |
Forse non nei particolari, ma certo nel complesso, conosce la nera creatività che mi porto dentro. Non posso ingannarla. Cerco di indovinare cos’altro sa. |

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