"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
24lug
| (Treno disperso con 15 persone a bordo oltre al macchinista, in Abruzzo durante una bufera di neve) Un treno in corsa nella notte. Una tormenta di neve annulla i confini del paesaggio, tutto è bianco e non si scorge altro che una pallida luce uniforme. Il rumore del treno. Sul convoglio i cellulari non squillano e sembra cessato ogni altro contatto con il mondo esterno. Sarebbero già dovuti arrivare, il ritardo si era accumulato perché il ghiaccio e la neve ricoprendo i binari avevano rallentato la corsa; il più ottimista proponeva un’ultima partita a carte, tentando di tranquillizzare il compagno di viaggio, visibilmente preoccupato. Più avanti un altro dei pendolari per distrarsi da uno stato d’ansia che gli tendeva visibilmente i tratti del viso pensava di continuare a leggere il giornale, con questa tempesta il ritardo lo aveva previsto , ma intanto si doleva di non riuscire all’arrivo ad andare al negozio e quindi di dover cenare senza pane. E una donna accanto fantasticava, il viso contro il vetro cieco, di riuscire a preparare un dolce per il marito e i figli, poteva andare a letto più tardi visto che il suo ufficio sarebbe rimasto chiuso l’indomani. Del resto un uomo più anziano si lamentava per un’altra giornata difficile a causa del maltempo, ora avrebbe atteso tempi migliori per rimettersi in viaggio, ma intanto pensava che il treno continuava ad accumulare ritardo e non sapeva più orientarsi, fuori non si scorgeva nulla di diverso da un muro di neve che cadeva dal cielo. Saliva la tensione emotiva dei quindici viaggiatori sul treno in corsa verso una destinazione diventata impervia dell’Appennino abruzzese. Dalla sala di controllo della stazione di arrivo nessuna notizia dal macchinista, non si comprende il silenzio, non si capisce se il treno si sia fermato o se stia procedendo a velocità ridotta. Le condizioni del tempo sono pessime, molti treni sono stati soppressi e nella piccola stazione i viaggiatori, in realtà pochi, sono già rientrati nelle loro case, chi di ritorno e chi doveva partire ma vi ha rinunciato. Intanto sul treno trascorrono i minuti andando ad aggiungersi gli uni sugli altri come gli strati di neve fuori dal finestrino, il respiro si fa un po’ pesante, ci si alza e si muove qualche passo, su e giù lungo il corridoio, ci si risiede si fa gruppo, ora tutti insieme esprimono il loro sgomento che monta come la tormenta, procede di pari passo alla caduta della neve e alla corsa del convoglio. Fuori sembra di percorrere un tunnel ovattato, dentro è l’attesa spasmodica e ossessiva di quindici anime abbandonate a quel folle viaggio nella bufera. Nessuno pensa a raggiungere la cabina del macchinista, sembra abbiano paura ad affrontare una verità scomoda, l’unica realtà in quella parvenza di normalità di un trasferimento in treno. Il viaggio è quello verso la cabina di guida, ma nessuno oltrepassa lo spazio tra il vagone e la motrice, nessuno osa ancora sfidare l’assurdo pensiero che qualcosa sia successo là. Alla stazione di partenza assicurano che il treno si è staccato in orario, anche loro hanno perso le tracce sul monitor, silenzio assoluto dalla cabina di guida. In questo clima mutato, in questo accanirsi del cielo sulla terra, in questo riversarsi della rabbia celeste sui resti di una terra degradata dall’uomo, un treno prosegue la sua corsa in balia di un mistero. Nessuno può credere ad un guasto, ad un fallo nel meccanismo esatto che incastra tempi e binari in binomi perfetti per cui un treno arriva e parte ad orari precisi e percorre la linea assegnata. Come il sangue lungo vene e arterie, va e torna al cuore di una stazione spinto da una motrice cardiaca alimentata da un cibo non così diverso questo della macchina da quello dell’uomo. Il percorso umano da compiere ora è alla testa del treno, verso la verità triste di quel ritardo ormai assurdo, verso la realtà di una malattia severa, acuta e improvvisa, quasi un colpo di freddo, o un infarto un ictus: nessuno osa ancora avventurarsi verso il posto di comando, incontro al conduttore di quella macchina infernale ed invernale. Ognuno ha i suoi motivi a giustificare l’indecisione, l’imbarazzo o la paura: la necessità però si fa pressante, urge un chiarimento; anche a casa cominciano a preoccuparsi, parenti amici conoscenti curiosi attendono già alla stazione di arrivo un treno diventato fantasma in un paesaggio divenuto fiabesco sotto una nevicata mai ricordata. Ecco allora che viene presa una decisione, si offre un volontario che pavido si accinge ad aprire la porta di comunicazione, la oltrepassa e si perde al di là dell’altro vetro. Ed inizia l’attesa, esplodono come un fuoco d’artificio mille pensieri da ciascuno dei 14 cervelli pensanti ma il calore da centrale di calcolo che diffonde non riesce a contrastare il forte gelo della paura. Finalmente è tornato, l’uomo sconvolto ha affrontato il destino, pallido terreo, freddo e emaciato, lì davanti a tutti sputa una verità fatta di niente, perché ha incontrato solo uno spazio vuoto, davanti ad un quadro di comandi elettronici, a leve e pulsanti. Nessuno abitava la cabina e viaggiava al posto i guida, il treno era abbandonato a sé stesso, alla spinta inerziale che non si esauriva. Dov’erano adesso? Verso dove andavano? Chi poteva fermarli? Qualcuno li stava cercando? Qualcuno sapeva? E cosa ne era del macchinista? Quando Mario si svegliò un po’ stordito dal sonno che l’aveva colto in quel breve viaggio che lo riportava a casa tutti i giorni dopo l’ufficio si rese conto che mai gli era capitato di immergersi così totalmente nel sogno, da quando percorreva quel tragitto in treno. Quel giorno c’era il sole ma per il fine settimana si prevedeva freddo siberiano e tanta neve. |
30mag
| La domenica era giorno di visita. I ragazzi si preparavano con ore di anticipo, senza nessuna garanzia che sarebbe toccato a loro. Facevano comunque il bagno e si vestivano bene. Si comportavano meglio, anche i più ribelli, perchè il Padre superiore poteva proibire gli incontri. Quando arrivava il momento, uno di noi andava a chiamarli e a turno li scortavamo in chiesa. All’epoca eravamo solo dei seminaristi, ragazzi noi stessi, di poco più grandi di loro. Li accompagnavamo, dunque, e aspettavamo in disparte per tutta la durata del colloquio ma mai troppo lontani. Per controllare e poi riferire al Padre superiore. Lo sapevano e stavano molto attenti a dire le cose giuste. Rispondevano solo alle domande, non chiedevano mai niente. Ne ho visti così tanti che non li ricordo neanche… Del resto non è che siano ricordi di cui si possa andar fieri. Quella donna però, che Dio mi perdoni, non me la sono mai tolta dalla testa. Lei, e il ragazzo che l’aspettava. Li vedo. Se chiudo gli occhi, giuro, vedo questo ragazzo seduto sulla panca, immobile nell’attesa. Catturo alle spalle la sua sagoma sottile. La curva del cranio, i riflessi di luce morbida delle candele sui capelli biondo cenere. Il dito nervoso che cerca di allentare il colletto della camicia. Lei veniva con suo marito. Arrivava nel primo pomeriggio e non si attardava mai oltre le quattro. Elegante, sempre, e molto truccata. Le labbra, rosse. Cesellate. Bellissime. Con me scambiava un cenno appena. Sapeva di poterselo permettere: pagava regolarmente la retta del ragazzo e comprava con essa la propria assoluzione. Veniva ad adempiere a un dovere. Che almeno ci fosse un testimone. Eccomi, dunque. A questo servivo: assistevo ad un battesimo. A celebrarlo, ignaro, un ragazzino. Lo vedo, dunque. Capelli biondo cenere, dita sottili. Un viso magro. Su quel viso, le stesse labbra. Cesellate. Bellissime. Il suo nome: Pietro. Il ragazzo diventa sasso, quando lei si avvicina, gli porge la mano e lo attira a sé per un bacio. Vedo le labbra di lei schiudersi piano. Labbra rosse, morbide… Che Dio mi perdoni. Le vedo sfiorare una guancia gelata, piegarsi in una smorfia. Ma quando la bocca si apre sulle parole che spenderà, non sento niente. E’ il mio segreto. Non ascolto, anche se sono qui per questo. Non voglio sentire. E’ troppo bella, troppo elegante. E io sono giovane, non ho spina dorsale. Non voglio sentire quelle promesse, le bugie, così uguali a quelle delle altre. “Ti porterò a casa non appena sarà possibile…”, “Tuo padre è lontano… la guerra…”, “Quando tornerà, vedrai..” Non voglio sentire perché lei è bella ed io non voglio odiarla. Poi, d’un tratto, il colloquio era finito. I passi sull’impiantito sconnesso, passi di adulto, pesanti e scanditi. Il marito tornava a prenderla, reclamava il suo posto coi modi composti e gentili che il ruolo consentivano. Si avvicinava in silenzio e le deponeva una mano sulla spalla. Una leggera pressione, come a dire “è ora”. Ma lei, la vedo bene, è in anticipo su questo gesto, quando l’uomo la tocca è già rigida ed eretta con la schiena, lo sguardo spostato sul fondo. Su di me. Mi intercetta con gli occhi. Vuole assicurarsi che Pietro rientri subito all’istituto, che non la segua nel cortile. Era successo, anni prima. Si era accodato ad un gruppetto di fedeli in visita ed era uscito dalla chiesa. Lei se l’era ritrovato accanto all’auto, all’improvviso. Voleva vedere l’automobile, aveva spiegato, sorridendo da un viso magro. Sorridendo con quelle labbra incredibili. L’auto, solo questo. Ma non doveva ripetersi. Ora lei non lo guarda più, non può farlo. Parla con me: con un servo, con un paria, con un secondino dall’aria spaventata che annuisce a capo chino. Siamo complici, lo capirò anni dopo… Adesso è il marito che scruta il ragazzo. Gli pesa addosso inquisitore. Approfitta della distrazione di lei per indagare: gli esamina i lineamenti, percorre i suoi tratti col bisturi di una curiosità sopita per anni, per tutta la litania di anni in cui l’ha accompagnata qui, a intervalli regolari. Cerca un altro volto.. Cerca in lui, come in un’impronta, un uomo che è passato. Il ragazzo sostiene l’esame come è abituato a fare, non si sottrae e non si aspetta niente. Non sa di essere l’oggetto di un astio profondo, di essere al di là di ogni possibilità di comprensione. Ricambia la sua curiosità: non è abituato a uomini che non portino un abito lungo. Conosce solo la nostra maschera. Perciò lo guarda, guarda quella mano sulla spalla, sul corpo della donna. Guarda con altri occhi ciò che anch’io guardo. E’ il pensiero di un attimo, sconveniente e illegittimo, ma mi sorprende sempre. L’idea di quell’uomo su quella donna, della loro relazione carnale. Un rombo nella testa, però lontano. “Ora dobbiamo andare”. La voce di lei, il suo gelo. Tornata al suo timbro, al controllo sapiente di pause e di accenti. Era voce di padrona, abituata a sovrastare le altre, a ristabilire l’ordine. Era quella voce che dirigeva l’orchestra dei loro respiri strattonati, mentre abbracciava Pietro, legnosa: “mi raccomando gli studi, non trascurarli”. Era quella voce che sanciva il confine, mentre ripercorreva a ritroso la navata, verso l’uscita, lei davanti e i due dietro appaiati, il marito e il ragazzo, nel momento in cui si voltava e decretava “Non serve che ci accompagni. Torna dentro”. Era la stessa voce che diventava formula, esatta e brutale, in quel saluto sempre uguale con cui lo congedava. “Arrivederci, Pietro” Lei davanti, l’uomo al suo fianco, il ragazzo fermo, ora. La vedo ancora, camminare con passo spedito e sicuro. Pietro, immobile, la guarda. Si morde le labbra. E sono quelle di lei, lo giuro. La vede scivolare nel buio, assorbita dal gioco di ombre evocato dalle candele. E’ quasi lontana ormai, già tornata figura di donna qualsiasi, una bella donna da qualche parte nel mondo. E’ in quel momento, quando il ragazzo Pietro arretra di pochi passi e sprofonda nelle tasche le mani fredde, a torturarsi le unghie, è allora che lei si blocca – un secondo, meno di un tempo ragionevole per capire -, vacilla appena, poi si piega su un lato, s’inclina come una barchetta di carta, ridiscende da quella distanza infinita e ripiomba accanto all’uomo che la sostiene col suo braccio e la contiene, ad un tratto apprensivo. Reclina il capo sulla spalla, rallenta… Forse si volta… Ma è buio, nessuno sa cosa guardi. Forse niente. Che Dio la perdoni. Pietro mi aiutava a spegnere le candele, soffiava un bacio verso l’altare e se ne tornava in camerata. Prima, però, mi salutava. E mai, giuro, mai che lo facesse senza un sorriso. Sulle sue labbra di madre. Senza odio, chè quello sarebbe arrivato più tardi. Se lui non l’ha fatto, che almeno Dio mi perdoni. |
04mag
| ANTEFATTO Mi ha chiamata. Oddio, non ci posso credere, ma mi ha davvero telefonato. Ho sentito lo squillo e non riuscivo nemmeno a rispondere. Mi aveva dato il suo numero di telefono ed io gli avevo assegnato una suoneria particolare, bellissima, il Bolero di Ravel. Una suoneria emblematica, non c’è che dire. Vi fa venire in mente qualcosa? A me solo quello che mi interessa. E mi interessa parecchio. Ho risposto cercando di fare l’indifferente, di mantenere ferma e tranquilla la mia voce. Ma il Proonto che ho pronunciato mi ha clamorosamente smascherata. Mi ha chiesto se sono libera uno di questi giorni. Mica gli potevo dire che sono libera subito? Avrei forse potuto fare una brutta figura? Allora ho sfogliato la mia agenda, girando le pagine in modo plateale, come se lui potesse vedermi. Vedermi non poteva, ma ascoltare il fruscio delle pagine girate forsennatamente ,si. Domani no, ho appuntamento con l’analista…ma non glielo posso mica dire? Penserebbe che sono matta e scapperebbe lontano mille chilometri. No, no… Questa notizia può aspettare . Dopodomani no … ho il dentista, pulizia dei denti. Ah! capita a fagiolo! Così non avrò paura a sorridere e a parlare. L’alito profumerà di menta e non dovrò preoccuparmi di soffiare sulla mano chiusa a conchiglia per verificare se l’ho steso per il mio fascino o per un’esalazione mortale! Dopodomani l’altro nemmeno . Ho appuntamento con l’avvocato per la mia causa di separazione. Dobbiamo prepararci per bene perché al mio ex marito devo spillare quanti più soldi possibili …nooooo, neanche questo posso dirgli. Metterebbe le ali ai piedi e io ai suoi piedi voglio mettere due zavorre di piombo, ma di quello pesante, però ! Dopodomani l’altro l’altro ho appuntamento con la mia estetista. Sopracciglia, baffetti , peli vari e depilazione totale. Se mi vedesse ora non tornerebbe mai più indietro, penserebbe che sono l’ispiratrice della teoria di Darwin … nooooo. Non si può. Dopodomani l’altro l’altro l’altro avrò ancora la pelle tutta rossa e non potrò mica mostrarmi così! Devo chiamare Francesca! Mi serve un massaggio alla pancia, uno di quelli belli tosti, con quelle creme che tirano , tirano , tirano, diamine se tirano ! Il problema è che, però, dopo dodici ore non tirano più ! E siamo arrivati a venerdì. No! Di venerdì non si può. Né di venere né di marte non si dà principio all’arte , dice un vecchio proverbio ed io ai vecchi proverbi ci credo. Venerdì uscirò e comprerò quella cremina miracolosa, sapete, quella che istantaneamente lifta la pelle e ti fa apparire di venti anni più giovani. Così di anni ne dimostrerò circa trenta. Si può fare. Ci può stare. AHHHH! l’intimo! Dovrò comprare anche l’intimo. I completini che ho risalgono al mio matrimonio e se il matrimonio è finito ci dovrà anche essere un motivo no? Dopo una frazione di secondo gli rispondo “Va bene per sabato, cercherò di liberarmi per le diciotto.” Ci salutiamo dopo due minuti. Ma perché non ha avuto null’altro da dirmi? FATTO, ANZI FATTACCIO La mia camera da letto sembra un deposito della Charitas. Vestiti buttati dappertutto, scarpe spaiate e calze di cento colori che aspettano pazientemente di essere riposte. Sono ore che rovisto nel mio modesto ed inutile armadio a sei ante. COSA METTO? NON HO NULLA DA INDOSSARE ! Vado in tailleur ? NOOOOO, fa troppo professionista in carriera. Tacchi alti o tacchi bassi? Gonna o pantaloni ? Sono nel panico. “Gioca sul tuo punto forte “ mi ha detto una mia amica. Bè , il mio punto forte è rappresentato da una quinta misura…… naturale, che credete ? Peccato , però, che il reggiseno che ho comprato mi va piccolo e che adesso mi fa due seni che sembrano palloni da rugby !!! palloni divisi in mezzo da una fastidiosa cucitura . Ah !!! ma l’ho pagato cento euro e qui deve rimanere. Per non parlare poi del pezzo inferiore. Pizzi,nastri e falpalà. Color cipria. Tutt’uno con il mio incarnato . Si, incarnato color cipria che si distingue dagli slip soprattutto per la fastidiosa presenza di fosse e avvallamenti. Nemmeno fossimo sulla luna. Sarebbe meglio confessare ed ammettere che ho un incarnato cellulitico. Ma non lo farò mai, ci potete scommettere. Morirò se dovrò spogliarmi davanti a lui. Ma non mi spoglierò mica? La cremina ha fatto il suo effetto ed ora sembro davvero una ragazzina , pardon, ragazza. Le brave ragazze mica si spogliano al primo appuntamento. E che ci vai a fare ?? mi dice la mia parte malefica. Ha ragione. Troveremo un posto in cui ci sarà un provvidenziale black out. Altrimenti provvederò io in qualche modo. Sono o no una problem solving? E se non solving i miei di problemi, che biiip lavoro a fare in questo campo? Alla fine opto per un trucco leggero, jeans e tacchi alti, ma senza esagerare. Camicia aperta al punto giusto e giacca che copre quanto necessario, cioè l’effetto pallone da rugby. Sono pronta, posso andare. Arrivo perfettamente in orario. Lui è lì, che mi aspetta. E’ in auto e fuma, lo osservo da lontano. Non è che lo veda benissimo, in realtà. Sono miope e non ho messo gli occhiali. Mica potevo coprire i miei magnifici occhi blu ? il mascara extra volume costa un botto, ma le ciglia tendono già ad appiccicarsi. Mi avvicino facendo attenzione a non urtare nulla e a non pestare nulla di compromettente. Ma…., in auto ci sono due teste. La miopia mi sta giocando uno scherzo. Mi avvicino ancora. AHHHHHH! C’è un bambino, in auto, con lui. “Ciao, scusa, ma la mia ex moglie ha avuto un contrattempo e mi ha lasciato il bambino. Ti dispiace? “ mi fa, uscendo dall’auto. Io scuoto la testa. “No , non fa nulla “ gli dico titubante , ma non mi decido a salire. Poi faccio mentalmente il conto di quello che ho speso per prepararmi per l’appuntamento e cambio idea. IO I BAMBINI NON LI SOPPORTO PROPRIO!. Altro motivo per il quale il mio matrimonio è fallito…… mi viene da piangere, ma se piango si scioglie il trucco ed anche la cremina e non avrò più trent’anni. Giro sui tacchi e scappo via senza dire nulla. Lui mi chiama a voce alta “ Vai via? “ mi chiede, come se non lo vedesse da solo quello che sto facendo. Sarà miope pure lui ! “Vado dall’analista che cura il mio esaurimento, dal dentista per la pulizia dei denti, dall’avvocato per spremere mio marito, dall’estetista per disboscarmi e dalla massaggiatrice per tenere su tutta la carne che non vuole restare al suo posto. Infine vado a restituire le zavorre di piombo. Non mi interessano più. “ gli urlo , scappando a gambe levate. |
23nov
| Un racconto di Caterina Falconi |
Il treno delle venti e ventotto per tornare a casa è il treno della paura. La stazione è assediata da senzatetto e tossici. Disperati, come me, che all’improvviso non riesco a immaginare un futuro. Attraverso l’atrio con la borsetta stretta sotto un braccio, e la paura di essere aggredita che mi arriccia la schiena. Supero i tabelloni degli orari, timbro il biglietto, e diretta al sesto binario circumnavigo arcipelaghi di buste annodate, corpi distesi sulle panche e sul pavimento. La Polfer ha distribuito dei panini e se n’è andata. Mentre costeggio, indifferente al cicaleccio straniero, un assembramento di gente bionda, dita leggere mi accarezzano il braccio. E una voce che si sforza di essere disinvolta mi domanda in un italiano stento: Signorina sa dov’è bagno? Mi giro pronta a respingere una richiesta di denaro, ma intruppo in una donna di mezza età in un lindo vestito cinese. Fronte da slava e capelli stoppacciosi. La medaglia della Madonna della Tenerezza sul petto. Non ha l’aria della furba accattona. Mi sembra angosciata. Nessuno le bada, forse si è accostata a questi altri forestieri per non restare da sola. Gli occhi mi vanno al bagaglio ai suoi piedi: due pesanti sporte annodate. Probabilmente il meglio che aveva lo indossa, e il resto lo trascina. Mi dispiace, non sono di Pescara. Le dico sorpresa dalla mia gentilezza. La mia affermazione la fa piangere. Neanche io! Neanche io sono di qui. Io Romania. Devo andare a Bari, ma Bari è troppo lontana. Lei non crede me, mi manca quattro euro per fare biglietto. A Bari c’è una mia cugina che forse mi trova lavoro. Ma io non so come fare. Troppo lontano. Lontano da che? Dalla tua vita? Mi chiedo risucchiata in un’insopportabile empatia. No, non è un’accattona, ma nessuno le crederà. Sta incollata alle sue sporte come un ologramma di vecchia emigrante. Brutta. Anziana. E quel che è peggio misera e perbene. Mi chiedo quale velleità l’abbia stanata, troppo tardi, dalla sua casa, per trascinarla verso la meta di un sogno chissà quanto a lungo accarezzato lontano da qui. Forse pensava di aiutare qualcuno, con i soldi guadagnati a Bari. Frugo nella borsetta. Non arriverò a fine mese, ma cinquanta euro contro i suoi zero sono troppi. Prendo una banconota da dieci e gliela porgo con tutta la gentilezza che la volgarità del fare l’elemosina permette. Grazie. Dice lei, ma il suo primo gesto è respingere i soldi. Deve fare un piccolo sforzo per prenderli. Conosco la sua riluttanza, e l’umiliazione che ti piega la testa quando devi accettare per sopravvivere. Tua madre come sta? Mille benedizioni tua famiglia. Ti hanno cresciuta bene, ringrazia. Crede che io sia molto più giovane di lei, di poter essere mia madre. Alla mia sono cresciuta sotto gli occhi senza imparare la compassione. Quella l’ho sviluppata studiando gli altri per capire cosa potesse indurli ad amarmi. E adesso non mi importa più. Ma, quando questa sfigata mi abbraccia e stampa due umidi baci sulle guance, scoppio a piangere pure io e non so neanche bene perché. Sento lo scherno dei presenti addosso a noi. Probabilmente neanche loro credono che sia sincera. Grazie. Io adesso fa biglietto e aspetta le quattro di mattina qui per regionale. Intercity costa troppo. Le stringo forte la mano e le auguro buona fortuna. Mi allontano di qualche passo e piombo a sedere tra un tipo kafkiano con una valigetta verde e una studentessa. Intanto penso: dovrei chiederle come si chiama, darle il mio numero, indirizzarla a qualcuno… ma non lo farò. E’ più comodo allungare dieci euro e fingere di non essermi mai imbattuta in una richiesta d’altro aiuto. Questa donna, di qualche anno più grande di me, brutta come temo di diventare, sola come io sarò, è l’icona del futuro che si acquatta poco oltre il mio presente. Anche io sono stata mossa da una velleità, prima di diventare la corrucciata signora magra diretta al sesto binario. Ma lei… la rumena, è mossa da un’urgenza biologica. Probabilmente non mangia da ore, e conserverà il resto del biglietto per telefonare domani alla cugina, in preda ai morsi della fame. E allora mi alzo dalla panca decisa a stenderle altri dieci euro, ma non il mio numero.
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