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"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)

Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
 Galaad Edizioni (del 29/08/2009 @ 09:35:15, in Teatro, linkato 520 volte)
Madamina, il catalogo è questo
delle belle che amò il padron mio;
un catalogo egli è che ho fatt'io:
osservate, leggete con me.
In Italia seicento e quaranta,
in Lamagna duecento e trentuna,
cento in Francia, in Turchia novantuna,
ma in Ispagna son già mille e tre.
V'ha fra queste contadine,
cameriere, cittadine,
v'han contesse, baronesse,
marchesane, principesse,
e v'han donne d'ogni grado,
d'ogni forma, d'ogni età.
Nella bionda egli ha l'usanza
di lodar la gentilezza;
nella bruna, la costanza;
nella bianca, la dolcezza.
Vuol d'inverno la grassotta,
vuol d'estate la magrotta;
è la grande maestosa,
la piccina è ognor vezzosa.
Delle vecchie fa conquista
pel piacer di porle in lista:
ma passion predominante
è la giovin principiante.
Non si picca se sia ricca,
se sia brutta, se sia bella:
purché porti la gonnella,
voi sapete quel che fa.

(Dal Don Giovanni, Scena Quinta, Leporello)
 
 Galaad Edizioni (del 08/02/2009 @ 11:09:58, in Teatro, linkato 517 volte)


di Pietro Ruggieri

Potrei definire il teatro visivo dei “Mummenschanz” come una rappresentazione poetica della quotidianità. La compagnia svizzera dei Mummenschanz, che mosse i primi passi agli inizi degli anni ’70 partendo dall’esperienza artistica del mimo e ormai famosa in tutto il mondo, presenta a Roma - per pochi giorni, purtroppo - un “pout-pourri” delle sue esperienze visive più note e di successo. In un’atmosfera da sogno e senza alcun accompagnamento musicale, gli artisti, avvolti completamente da abiti di velluto nero, sono invisibili agli occhi di chi guarda e fanno muovere sul palcoscenico forme di varie dimensioni, creando piccole storie al confine tra gioco e poesia. Ritorno bambino e osservo esseri mutevoli di forma cilindrica giocare insieme al pubblico con un enorme pallone rosso di gomma, sagome di cartone esibirsi da ballerini-giocolieri, massi giganti da fiaba incantata trasformarsi in faccioni ora sorridenti ora arrabbiati e buffi personaggi dialogare tra loro con lunghi srotolamenti di carta igienica colorata.


Il mondo incantato dei Mummenschanz è adatto a tutti, grandi e piccini, a chi vuole riassaporare, anche solo per la durata di uno spettacolo, uno sguardo su un mondo lontano dalle frenesie che ogni giorno ci privano del sorriso. Resto sorpreso quando gli artisti, tra gli applausi finali, si sfilano dalla testa i cappucci neri, rivelando persone avanti negli anni e con i capelli bianchi. La poesia e il gioco non hanno età, anzi, rendono più giovani.

“Mummenschanz - 3 x 11”,

Roma, Teatro Olimpico, 3.2.2009 - 8.2.2009

 

 
 Galaad Edizioni (del 06/03/2008 @ 14:28:55, in Teatro, linkato 933 volte)


di Daniela Di Pietrantonio

Duecentosessantuno anni sono tantissimi. In quasi tre secoli tutto cambia in un paese: la società, la cultura, il gusto. Eppure una commedia del 1747 può ancora divertire. Quando ci si appresta ad assistere all’opera di un grande autore del passato come Goldoni ci si aspetta fondamentalmente di conoscere un classico della letteratura italiana, di comprendere un’epoca, ma raramente di ridere di gusto. E in effetti, messi di fronte a una scena settecentesca, con tanto di linguaggio affettato e costumi d’epoca, ci si trova un po’ fuori dal tempo. Ma poi entra in scena un uomo che è una maschera comica naturale, che si fa capire anche parlando in bergamasco o veneziano, e ogni distanza temporale tra lo spettatore e la comicità immortale dell’opera è annullata. La scenografia, i costumi, la lingua e la stessa vicenda sono inevitabilmente d’altri tempi: Zanetto e Tonino, gemelli veneziani separati da bambini, si trovano contemporaneamente a Verona per sposare due donne diverse e dall’incontro con gli altri personaggi, che non riescono a distinguerli, nasce una serie di fraintendimenti risolti solo nel finale semi-tragico. La commedia degli equivoci è un classico declinato nelle più diverse maniere, da Plauto a Shakespeare ai film demenziali, e che per questo rischia di risultare banale e addirittura noiosa. Per di più la comprensione della commedia goldoniana viene messa alla prova dall’utilizzo praticamente esclusivo, da parte di alcuni personaggi, del dialetto. Ma a provocare l’ilarità del pubblico basta il talento comico di Massimo Dapporto, che passa con naturalezza dal ruolo dello sciocco e pusillanime Zanetto, caratterizzato da una mimica facciale e una cadenza irresistibili, a quello dell’arguto e coraggioso Tonino. Benché la comicità dell’opera sia affidata in parte anche ad altri personaggi (Arlecchino), il maggior peso della riuscita della rappresentazione è affidato alla versatilità e al talento del protagonista. I temi sono quelli universali dell’amore, l’amicizia, l’onestà, il tradimento e l’interesse, incarnati con leggerezza ed efficacia dalle maschere tradizionali della commedia dell’arte (Brighella, Colombina, Arlecchino). Un’occasione per ridere, riflettere e ammirare l’arte di un drammaturgo intramontabile e di un attore di grandissimo talento.

Di Carlo Goldoni, regia di Antonio Calenda, con Massimo Dapporto

 
 Galaad Edizioni (del 02/02/2008 @ 16:00:23, in Teatro, linkato 1206 volte)


di Daniela Di Pietrantonio

Un processo a Dio è paradossale, ma diventa naturale per chi non riesce a trovare più un senso all’esistenza.
Un processo a Dio è tracotante, ma è un diritto di chi ha subito crudeltà tali da non conoscere più vergogna.
Un processo a Dio è impossibile, e per questo è destinato a rimanere aperto.

Un processo a Dio è l’unica cosa a cui riesce a pensare Elga Firsch, ex attrice ebrea deportata nel campo di concentramento di Majdanek, all’indomani della liberazione. Non smania per tornare a casa, non si chiede cosa sarà di lei o cosa sia stato di quello e quelli che conosceva, non vuole dimenticare, non può far altro che cercare un senso a tanta atrocità, un colpevole. Quel colpevole è Dio, che se n’è stato lassù, lontano, senza guardare quelli che soffrivano in mano ai Tedeschi, come prima dell’Olocausto se ne stava lì, lontano, nei rotoli del tempio. Elga ne è convinta, per questo “compra” dai Russi liberatori l’ufficiale delle SS Reinhard e una pistola e pretende di tenere una vera udienza. Lei sarà l’accusa, mentre il rabbino Nachman difenderà l’innocenza di Dio di fronte ai giudici Solomon e Mordechai, e Adek, il figlio del rabbino, verbalizzerà ogni cosa. Reinhard assisterà, in qualità di testimone dei crimini nazisti ma anche in rappresentanza del colpevole assente. Ad opporsi sono due visioni di Dio: per la protagonista è il criminale, che ha tradito e abbandonato l’uomo, pura teologia senza conforto; per il rabbino è il Dio giusto e consolatore, che dell’atrocità umana non è la causa ma la vittima. E poi c’è il Dio di Reinhard, che è il destino, incarnato da una pistola, che decide chi vive e chi muore nel campo nazista. Elga è rabbiosa, lancia accuse, porta prove concrete in forma di ossa e capelli di ebrei sterminati. È tanto risoluta da non lasciare quasi spazio al rabbino, che oppone una difesa sempre più esitante, basata su una fede che non è in grado di portare prove o testimoni, che solo se accettata senza riserve può dare consolazione. Elga cerca la colpa in Dio ed è rassegnata a trovarla, ma in fondo spera di non riuscirci. Perché se Dio è colpevole ci sarà qualcuno da incriminare, ma non ci sarà nessuno a salvare l’uomo. Allora forse è proprio l’uomo ad aver peccato contro i suoi simili e il suo creatore, a volersi fare egli stesso Dio in terra. Forse un dubbio, una speranza rimangono. Alla fine sarà proprio Elga a dubitare della sua stessa accusa, e se una sentenza non può essere emessa dal genere umano allora sarà emessa dal destino: una pistola con un solo proiettile, che deciderà della vita o della morte del capitano Reinhard.

Regia di Stefano Fantoni, con Ottavia Piccolo, Vittorio Viviani, Silvano Piccardi, Olek Mincer, Francesco Zecca e Marco Cacciola.

 
 Galaad Edizioni (del 13/12/2007 @ 11:01:09, in Teatro, linkato 631 volte)


di Daniela Di Pietrantonio

Il “Jesus Christ Superstar” italiano merita un’ovazione. È potente, coinvolgente e attualissimo. Merito del rock, suonato dal vivo da un’orchestra di 6 elementi, degli ottimi interpreti canori, ma anche dell’adattamento dei testi e della messa in scena di Fabrizio Angelini e Gianfranco Vergoni.
Il musical rock creato nel 1970 da Tim Rice e Andrew Lloyd Webber racconta gli ultimi giorni della vita di Gesù attraverso gli occhi del Messia stesso, ma soprattutto dei personaggi che gli ruotano intorno: Giuda, Maria Maddalena, gli apostoli, Pilato. È un Gesù più uomo che Dio, acclamato come una rock star, tradito dagli amici e dal suo popolo, deluso e spaventato di fronte alla morte. La versione della Compagnia della Rancia in italiano permette finalmente anche al pubblico del nostro paese di apprezzare appieno l’opera.
Nella traduzione, nel complesso piuttosto fedele, qualche elemento si perde: l’aspetto storico dell’occupazione romana della Palestina e quindi un po’ dell’empatia con Giuda, patriota anti-romano che vede svanire il suo sogno d’indipendenza di fronte all’inattività remissiva di Gesù, la cui rivoluzione non si attuerà in questo mondo.
La messa in scena è molto più moderna rispetto a quella dell’omonimo film del 1973, nei costumi e nelle scenografie, ma a ragione. Jesus Christ Superstar mostra l’attualità della storia di Gesù: osannato come una rock star nei giorni di gloria, deriso e addirittura incalzato da giornalisti senza scrupoli in quelli di crisi. In quest’ottica appare naturale avvicinare ulteriormente l’azione al nostro tempo, con apostoli in jeans, Maria Maddalena in minigonna e una rappresentazione del potere modernissima, in cui i sacerdoti che si oppongono a Gesù sono manager in giacca e cravatta, seguiti dall’onnipresente segretaria, che nel tempo libero fanno aerobica.
Gli interpreti sono straordinari, persino superiori a quelli del film di Norman Jewison. Simone Sibillano non potrebbe essere più adatto alla parte: tanto è umana la sua interpretazione di un Gesù fragile e disorientato, quanto è divina la sua voce. Il tormentato Giuda di Edoardo Luttazzi incanta ad ogni apparizione e Valentina Gullace ha voce e personalità superiori alla Maddalena del film originale.


Compagnia della Rancia, regia di F. Angelini e G. Vergoni, liriche italiane di M. Renzullo e F. Travaglio.

 
 Galaad Edizioni (del 13/12/2007 @ 10:47:27, in Teatro, linkato 629 volte)


di Daniela Di Pietrantonio

“Menopause” è un musical simpatico, anzi divertente. Nato in un minuscolo teatrino di Orlando (Florida) nel 2001 per opera dell’autrice e produttrice Jeanie Linders, arriva oggi in Italia in una versione adattata anche nelle musiche.
Certo, la trama (quattro donne con vite diverse che si incontrano in un grande magazzino e si scambiano esperienze e consigli) è appena un pretesto per due ore di battute e parodie di vecchie canzoni, che hanno come tema la menopausa. Ma qui non è la storia che conta. Ciò che importa è informare divertendo, parlare di menopausa come normale fase della vita di una donna, che comporta cambiamenti spesso indesiderati e fastidiosi, ma che può essere vissuta con tranquillità ed allegria.
Le musiche vanno dalla disco anni ’70 a Loretta Goggi e Mary Poppins. Le parodie sono divertenti: “La bamba” diventa “La vampa”, “YMCA” è un inno alle donne, in “The lion sleeps tonight” si inserisce un simpatico ritornello napoletano e Fiordaliso si trova a farsi il verso su “Non voglio mica la luna”.
Le interpreti dimostrano che fascino, talento e carisma non hanno età, o se ce l’hanno di sicuro finisce in “anta”. Manuela Metri, oltre a curare la regia, interpreta la parte della sessantottina salutista, in precedenza affidata a Crystal White. Marisa Laurito non è una scoperta: è attrice dentro e la parte della casalinga napoletana con vezzi da “signora” (che ama i piatti etnici ma ne italianizza il nome) e “signorina” (che tenta di infilare le forme abbondanti in un body striminzito) le permette di esprimersi al meglio. Sono sue le scene più esilaranti. Fioretta Mari passa con assoluta naturalezza dall’atteggiamento arrogante della donna manager a un’imitazione scatenata e simpaticissima di Loredana Bertè in “Non sono una signora”. La sorpresa per il grande pubblico è Marina Fiordaliso (seppur già premiata nel ‘95 per l’interpretazione nel musical “Blood Brothers”): simpatica, a suo agio nei panni di attrice di soap opera ossessionata dalle rughe e con una voce grandiosa, dimostra che le vere artiste non passano mai di moda.

Regia di Manuela Metri, con M. Laurito, F. Mari, Fiordaliso, M. Metri.

 
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