"I pretended to be somebody I wanted to be until finally
I became that person. Or he became me." (Cary Grant)
21apr
![]() di Simone Gambacorta |
Scrittore, traduttore, giornalista, Davide Sapienza è autore dei "Diari di Rubha Hunish" (Baldini Castoldi Dalai, 2004) e "La Valle di Ognidove" (Vivalda, 2007) ed è fra i maggiori esperti italiani di Jack London. Di recente ha dato alle stampe un nuovo libro, "La strada era l'acqua" (Galaad Edizioni, pp. 148, Euro 12), dove appunto è l'acqua a raccontare il dialogo durato tre mesi tra un canoista - che dall'Engandina vuol raggiungere Istanbul in kayak - e la vita. La storia, ispirata a una vicenda reale, conferma essere Sapienza uomo di parole che diventano racconto grazie all'ascolto della Natura. La sua pagina, sospesa com'è tra poesia e meditazione, possiede il battito segreto di una scrittura che disvela l'incantesimo di un rapporto intimo e necessario con gli elementi del mondo.
Con il tuo nuovo libro, l’acqua l’hai “scritta”: ma come la si pensa, come la si ascolta, che voce ha l’acqua? «È difficile rispondere. Vivo l’acqua come una presenza quotidiana, ancor più penetrante quando sono in montagna – tra la neve e i boschi, le rocce e i silenzi, in ogni stagione. Lo stesso vale per quando sono in presenza del mare, che però a me fa l’effetto di qualcosa di più meditativo. Il discorrere dell’acqua lo ascolto nei torrenti, risalendo e discendendo sentieri. La sua voce è decisamente un respiro che mi porta». Una voce narrante ha sempre un colore: di che colore è l’acqua che fai “parlare” nel tuo libro? «E’ ogni colore perché è l’assenza di colore: io l’acqua non la vedo, nel senso che osservo ciò su cui essa scorre e quindi nello scrivere La “Strada Era L’Acqua” immaginavo i colori del paesaggio da essa attraversato». Penso agli altri tuoi libri e mi viene da chiederti questo: la natura, anzi, la Natura, come la ascolti? «Mi viene da dire che la Natura parla sempre e che noi dovremmo semplicemente avere meno paura di ascoltare noi stessi quando ci avviciniamo a lei nelle sue forme più selvatiche e meno dominate dai ritmi umani. A quel punto, il discorso è davvero meno misterioso, mistico e strano di quel che può apparire – almeno, così mi pare. Mi pare “naturale”, penso a una delle prime camminate di pochi giorni fa, dopo un inverno trascorso a fare sci alpinismo, osservare e altrettanto “naturale” ricevere dei messaggi. Ma non sono per me, sono per tutti quanti. A quelli come me si chiede di tradurli in linguaggio umano. E lo faccio non solo volentieri, ma perché è un dovere. Non sono messaggi che mi appartengono. Sono un servitore umile e dedito». Raccontare l’acqua, raccontare con l’acqua, far raccontare l’acqua: dal punto di vista della scrittura, che esperienza è stata? «Direi esaltante. Mi sembrava di ascoltare un’amante, una madre, una donna che aveva deciso di avere fiducia in me perché non vedeva “un uomo” ma qualcuno a cui affidare le cose che aveva da dire. Scrivere per me è veramente un’esperienza assolutamente magica e incontaminata. Wilderness della mente». Ti va di raccontare in che modo hai lavorato a “La strada era l’acqua”? Quand’è che lo hai pensato, che tipo di ritmi e modalità ha preteso dalla tua scrittura… «L’idea iniziale era quella di un “carteggio moderno”, da qui l’idea di chiedere a Dario Agostini (il canoista cui si ispira il racconto, ndr) di inviarmi ogni giorno un sms con solo una parola e il luogo dove approdava: sono i titoli dei capitoli. Ne ho usati 50 su 80 totali. In tal modo stabilivo, con i moderni mezzi di comunicazione, un modo contemporaneo di guardare alla più antica delle ambizioni, cioè quella di scoprire ogni giorno la propria vita attraverso il viaggio. Poi però, scritte le prime pagine, mi sono bloccato: l’idea probabilmente era più matura di me come scrittore. Mi sono sbloccato di ritorno da un mese in Canada, alla ricerca di un selvaggio fiume - il Flathead River - in British Columbia. Di ritorno a casa, saputo che aspettavamo Leonardo (il figlio di Davide Sapienza, ndr), è successo che Dario Agostini doveva essere intervistato da Sky Sport sul suo viaggio. Il giornalista, quando ha saputo che “stavo scrivendo un libro” ha voluto intervistare anche me che ho portato qualche pagina - le uniche, poche, che avevo - e da quel giorno mi sono deciso a darmi una mossa. Poi, ho letto quelle pagine al matrimonio di Agostini, e l’entusiasmo suscitato ha smosso le ultime ritrosie. E in un periodo specialissimo, l’attesa del bimbo, giorno dopo giorno in due mesi e mezzo è uscito tutto questo. In pratica, ogni giorno andavo in montagna, tornavo e scrivevo: ascoltavo e scrivevo, usavo anche Google Earth per vedere dall’alto questo grande Danubio che attraversa l’Europa e “fermarmi” nei luoghi che Agostini aveva passato in canoa: lo facevo ascoltando. Pare strano ma è così: in montagna la neve e l’acqua dei torrenti mi parlavano, poi a casa seduto, “traducevo” tutto in parole applicandole a quel viaggio di Agostini, e così ne è uscito un ulteriore viaggio mio». Ma quando si sceglie l’acqua come materia prima di una narrazione, come cambiano i concetti di superficie e di profondità? «Direi che la profondità è la superficie, come dice il mio amico Gianni Cicchi parlando della nostra epoca. Rubandogli il concetto, dico che per questo libro è stato giocoforza lavorare sulla superficie, per lasciare esprimere la profondità. Che per me sono come l’inconscio e il conscio, il Sé profondo e l’Ego, sto lavorando molto alla narrazione affidata agli elementi, prima del libro – appena tornato dal Canada – scrissi un racconto dove a parlare è la primissima neve di mezzo autunno e su questo tenore sarà un prossimo libro di racconti che spero di pubblicare nel 2011». Narrare, scorrere: nel tuo libro, a cosa tendono questi due infiniti? «Sono concetti importanti e molto potenti: forze con cui misurarsi. Per me, tendono semplicemente a permettermi di esprimere un’armonia che vorrei davvero raggiungere in questa vita, anche se sarà difficilissimo. Ora, da quando c’è Leonardo, narrargli e scorrere con lui sono invece diventati la misura dell’immensità che la paternità rappresenta, la meraviglia, la responsabilità di fronte alla Vita che ti dice: “Io continuo sempre a esistere, tu cosa vuoi decidere di fare?”. E ho deciso di esserci. Dunque, di narrare e di lasciarmi scorrere». L’acqua è un “punto di vista” perpendicolare al cielo: fra loro, e in loro, vivono i simboli… «Devo dire che quando mi concentro sull’acqua non guardo in alto ma so che dall’alto l’acqua viene, nel suo ciclo infinito. I simboli sono tanti e potenti ma quando sei lì, magari fermo a osservare il fiume, allora l’unica cosa che mi viene in mente è il vuoto, a me il vuoto piace tantissimo, mi fa sentire piccolissimo e leggero e mi permette di farmi riempire dal suono dell’acqua e dallo spazio profondo del cielo. In quegli attimi è davvero difficile accettare che poi, la sera, “tornerai a casa”». |

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